Ci sono storie che meritano di
essere raccontate e che non hanno tempo perché nei temi e nella cronologia
degli eventi sono di grande attualità. Non sfugge allo spettatore che un evento
del 1894 è stato raccontato in modo perfetto, con grande sensibilità sia nella
sceneggiatura che nella fotografia che nell’allocare nel giusto contesto
storico quell’evento che segnò in maniera indelebile la Francia di fine secolo.
Era una repubblica che aveva patito oltre misura la disfatta contro la Prussia
del 1871. Al di là dell’Alsazia e La Lorena persa era in gioco la grandeur dei
pantaloni rossi e la classe militare francese era decisamente invecchiata male.
Trovare un capro espiatorio una scusa era quasi una necessità per coprire l’incapacità
che sarebbe risultata in tutta la sua evidenza anche durante il primo conflitto
mondiale. Se poi il capro espiatorio era ebreo ancora meglio, l’antisemitismo
latente in quasi tutti gli stati era una ghiotta opportunità. In una società
così ingessata la buona prova di un militare tutto d’un pezzo come Picquart e
di uno scrittore come Zola fecero il resto, scalfirono quella patina e
decretarono, pur con una tempistica lenta ed eterna, la giusta verità. Fu un
caso, fu la storia, Polanski l’ha raccontata nella sua interezza e nella sua
semplicità ed ha realizzato un piccolo capolavoro che dovrebbe essere
proiettato a scuola su come raccontare la storia. Varrebbe più di mille lezioni
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