domenica 4 ottobre 2026

Impresa a Merate dell'Orange. Vittoria e terzo posto in classifica


 

Impresa dei ragazzi di Patanè, che a Merate portano a casa il risultato pieno contro i Saints Pagnano e conquistano tre punti pesantissimi, che li proiettano al terzo posto nel campionato Élite. Una partita indirizzata bene fin dalle prime battute, con una squadra sempre attenta e precisa, capace di imporre il proprio gioco e il proprio futsal. I lombardi sono andati sotto di due reti già nel primo tempo e, nella ripresa, hanno pagato gli attacchi e la pressione di Ibra e compagni, che hanno continuato a spingere fino al 6-0.

Nel finale sono arrivate le due reti dei padroni di casa, che hanno mitigato il passivo del Saints Pagnano, senza però intaccare lo spirito con cui Ibra e compagni hanno condotto la gara. Una prestazione di grande personalità, costruita con attenzione, qualità e determinazione.

Da segnalare, oltre alla doppietta del capitano, già a quota sei reti in campionato, anche le marcature del solito Algoritmo e di Vitellaro. A completare il pomeriggio ci hanno pensato Cesari, protagonista di una prestazione eccellente tra i pali, e Cavallo, autore del suo primo centro in Élite.

Un successo che ripaga gli sforzi e il lavoro di una squadra che continua a crescere, in un campionato nel quale Mantova e soprattutto Mestre stanno facendo gara a sé. Alle loro spalle, però, la lotta resta apertissima e questi tre punti rappresentano una preziosa iniezione di fiducia per Ibra e compagni.

Una fiducia da alimentare con la massima attenzione, perché tra sette giorni al Palabrumar arriverà la Dolomiti Energia. L'obiettivo è continuare sulla strada intrapresa, con la stessa intensità e la stessa determinazione mostrate a Merate.


Saints Pagnano - Orange 2  - 6  ( 0 2 pt)

Marcatori 2 Ibra 1 Cesari, Cavallo, Montauro, Vitellaro


sabato 3 ottobre 2026

Elvira Federico, l’arte di far parlare le persone (Tutto il Buono ritorna con nuovi personaggi e storie)

 


Nuove storie da ascoltare, nuovi volti da conoscere, nuove conversazioni capaci di sorprenderci e, qualche volta, di farci cambiare prospettiva. Tutto il Buono torna nelle case dei piemontesi forte dell’affetto del pubblico e di una formula che ha trovato nella curiosità, nella leggerezza e nel piacere autentico del racconto la propria cifra.

Al centro c’è ancora Elvira Federico, con la sua eleganza, la sua presenza scenica e quella capacità speciale di mettere le persone a proprio agio. Ma soprattutto con la voglia di andare oltre la superficie, di superare le risposte già pronte e arrivare a ciò che rende ogni persona davvero unica. Perché una buona intervista non è fatta soltanto di domande e risposte. È un incontro. È uno spazio nel quale, poco alla volta, ci si conosce, ci si ascolta e si abbassano le difese. Ed è proprio lì che possono nascere le parole più sincere, i ricordi più belli, le emozioni più inattese.

Elvira accompagna i suoi ospiti con curiosità e sensibilità, alternando sorriso e ironia, leggerezza e profondità. Personaggi conosciuti e volti meno noti, professionisti, artisti, imprenditori e persone con storie tutte da scoprire. Si parlerà di successi e passioni, di sogni realizzati e di strade cambiate, di momenti difficili, cadute e ripartenze. E ci saranno anche quelle domande un po’ più scomode, quelle che arrivano quando meno te le aspetti, ma che spesso aprono le conversazioni più interessanti.

Perché Tutto il Buono vuole raccontare le persone prima ancora dei personaggi. Cercare quel dettaglio che non conoscevamo, quella risposta che non ci aspettavamo, quella piccola confessione che improvvisamente ci fa vedere un volto conosciuto con occhi diversi. È questo il viaggio di Elvira: incontrare le persone, ascoltarle davvero e accompagnare il pubblico dentro le loro storie, con rispetto, empatia, eleganza e quel pizzico di irriverenza che non guasta mai.

Tutto il Buono riparte così. Con nuove storie, nuove emozioni e nuove conversazioni. Perché, dietro ogni volto, c’è sempre molto più di quello che già conosciamo.


venerdì 2 ottobre 2026

Peppe che mi racconti ?


Era questo l’incipit, nemmeno troppo manzoniano, di ogni incontro con Antonio Buonocore. E da lì, quasi inevitabilmente, cominciava una conversazione. Antonio era una persona di cultura sopraffina, partenopeo dentro e fuori, con un animo dolce e pulito e una curiosità intellettuale fuori dal comune. Con lui le chiacchierate difficilmente rimanevano chiacchiere: diventavano confronti, a volte anche serrati, capaci di spaziare su argomenti di grande respiro culturale.

Ho avuto la fortuna di condividere con Antonio la vicepresidenza dell’Istituto Storico di Varallo e ogni occasione di confronto con lui è stata per me un momento di autentico arricchimento. Perché Antonio aveva una qualità non così comune: non custodiva la propria cultura per sé, sentiva il bisogno di condividerla, di farla circolare, di trasformarla in occasione di conoscenza per gli altri.

Amava profondamente il volontariato e negli anni ci siamo incrociati in mille e più progetti. Era vulcanico nelle idee, nelle proposte e nell’entusiasmo con cui le portava avanti. Ma dietro quell’energia c’era soprattutto una profonda attenzione verso il prossimo. Il suo era un amore disinteressato o, forse, interessato a una sola cosa: stimolare conoscenza, curiosità e cultura. Lasciare qualcosa agli altri. Aprire una porta, accendere una domanda, provocare un pensiero.

Per questo oggi la comunità di Vercelli perde una grande risorsa. Una di quelle persone che contribuiscono alla vita di una città non soltanto per ciò che fanno, ma soprattutto per ciò che riescono a mettere in movimento negli altri. Io perdo un amico sincero e leale e uno di quei rari interlocutori con i quali non si parlava mai soltanto per riempire il tempo. Con Antonio una conversazione lasciava sempre qualcosa: un dubbio, un’idea, una curiosità in più. Forse è proprio questo il privilegio di aver incontrato certe persone: continuare a dialogare con loro anche quando non possono più risponderci.



il business dell insoddisfazione: la favola delle Api


C’è una vecchia battuta che dice: «Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto». Bernard Mandeville, tre secoli fa, avrebbe probabilmente sorriso. Perché nella sua Favola delle api sostiene qualcosa di altrettanto irriverente: se fossimo tutti improvvisamente virtuosi, forse il mondo sarebbe moralmente migliore, ma la nostra economia avrebbe qualche problema.

Il suo alveare, infatti, è ricco e prospero proprio perché le api sono tutt’altro che perfette. Sono ambiziose, vanitose, desiderano il superfluo, competono, spendono, vogliono distinguersi dalle altre. Poi decidono di diventare oneste, sobrie e virtuose. Smettono di desiderare ciò che non serve, rinunciano agli eccessi e imparano ad accontentarsi. Ed è proprio allora che l’alveare entra in crisi. Mandeville sintetizza la provocazione con una formula diventata celebre: “Vizi privati, pubblici benefici”.

Naturalmente non ci sta suggerendo di diventare peggiori. Ci mette davanti a una contraddizione che, trecento anni dopo, continua a riguardarci molto da vicino. Che cosa succederebbe se diventassimo davvero le persone che diciamo di voler essere? Se fossimo tutti sobri, moderati e soddisfatti compreremmo meno, cambieremmo meno spesso automobile, telefono e vestiti, non avremmo bisogno dell’ultimo modello e probabilmente smetteremmo di confrontare continuamente quello che abbiamo con quello che possiedono gli altri. Saremmo forse persone migliori, ma sicuramente consumatori peggiori.

Ed è qui che il paradosso diventa interessante. Condanniamo l’avidità, ma ammiriamo la ricchezza. Critichiamo la vanità, ma abbiamo costruito intere industrie intorno al desiderio di apparire. Insegniamo ai nostri figli che non è importante possedere, mentre ci preoccupiamo quando diminuiscono i consumi. Predichiamo la sostenibilità, ma vogliamo economie che continuino a crescere. Guardiamo con sospetto il superfluo dimenticando che milioni di persone lavorano producendo proprio ciò di cui, in senso stretto, potremmo fare a meno.

Il nostro alveare, del resto, non vive più soltanto dei bisogni. Vive soprattutto dei desideri. E il desiderio è un carburante formidabile perché non si esaurisce mai. Appena otteniamo qualcosa, qualcos’altro diventa desiderabile. E se per caso arrivassimo a sentirci soddisfatti, c’è sempre qualcuno pronto a ricordarci che esiste un telefono più nuovo, una macchina più bella, un viaggio più esclusivo, un corpo più perfetto, una vita apparentemente più felice della nostra.

Così lavoriamo per comprare, compriamo per essere soddisfatti, mostriamo ciò che abbiamo comprato, guardiamo ciò che hanno gli altri e ricominciamo a desiderare. Una macchina quasi perfetta, nella quale persino la nostra insoddisfazione produce valore economico.

E allora la domanda di Mandeville diventa molto più seria della sua provocazione iniziale: può esistere una società prospera che non abbia bisogno di convincerci continuamente che quello che abbiamo non basta?

Forse è questo il vero confine etico da cercare. Non tra desiderio e rinuncia, e nemmeno tra ricchezza e povertà, ma tra il legittimo desiderio di migliorare la propria vita e la condanna a non sentirla mai abbastanza. Tra avere dei desideri ed essere governati dai desideri.

In fondo, le api di Mandeville facevano esattamente questo: lavoravano, competevano, consumavano e desideravano. Noi abbiamo aggiunto soltanto qualche algoritmo capace di suggerirci cosa desiderare.

E continuiamo a pensare di osservare quell’alveare dall’esterno.

Ma l’alveare siamo noi.


mercoledì 30 settembre 2026

Gran Galà della Moda: quando il bello diventa atmosfera


 

Le luci a San Siro sono spente, ma la serata milanese è tutt’altro che finita. Poco distante, l’ippodromo ribolle ancora del rumore degli zoccoli che affrontano i lunghi rettilinei di una passione sportiva antica, mentre al Domus Garden si respira una serata che sembra appartenere più alla fine dell’estate che all’inizio dell’autunno.

È in questa cornice che San Siro cambia improvvisamente abito. Il verde diventa passerella, le luci disegnano forme e colori, i tessuti prendono vita sui corpi di modelli e modelle e il patio sembra trasformarsi, per una sera, in una piccola stairway to heaven del buon gusto e della joie de vivre.

È il Gran Galà della Moda, ma definirlo soltanto una sfilata sarebbe riduttivo. Qui la moda diventa atmosfera, incontro, piacere di stare insieme. Le creazioni che attraversano la passerella raccontano ricerca, eleganza e personalità, indossate da modelli e modelle che diventano interpreti di una certa idea, quasi epicurea, del bello: non qualcosa da osservare a distanza, ma qualcosa da vivere.

La passerella si alterna a momenti musicali di grande qualità, che entrano nel racconto della serata e ne scandiscono il ritmo, mentre tutt’intorno continua un altro spettacolo, spontaneo e discreto: quello delle conversazioni, degli incontri, degli sguardi e di quel chiacchiericcio ai bordi che appartiene alle serate riuscite, quando le persone non sono semplicemente spettatrici ma parte dell’atmosfera.



E in mezzo a tutto questo c’è Flaviano Brutto di Novella 2000. Lo vedi muoversi con naturalezza tra un tavolo e la passerella, tra un saluto e una presentazione, e viene quasi spontaneo pensarlo come un direttore d’orchestra senza bacchetta. Non dirige la musica, ma relazioni e incontri, con quell’occhio allenato di chi sa riconoscere il bello e, soprattutto, sa metterlo nella luce giusta.

Moda e musica finiscono così per mescolarsi alla convivialità, in una Milano che per una sera sembra concedersi il lusso di rallentare e dedicarsi semplicemente al piacere delle cose belle.

Forse è proprio questo il senso più autentico del Gran Galà della Moda: ricordarci che il buon gusto non è soltanto ciò che indossiamo. È un modo di scegliere, di incontrarsi, di stare insieme e, qualche volta, anche di godersi la vita.



Perché l’eleganza, quando è autentica, non ha bisogno di farsi notare. Ha soltanto bisogno di essere vissuta.

domenica 27 settembre 2026

ORANGE, PRONTO RISCATTO: 5-1 AL CORNEDO


Quattro giorni possono essere pochi o tantissimi. Per gli Orange sono bastati per cambiare faccia, atteggiamento e soprattutto approccio alla partita. Più cattivi sulla palla, più aggressivi nei contrasti, pressing a tutto campo e quella voglia di andare a riprendersi immediatamente ciò che era mancato contro Venezia Mestre. Il risultato è un 5-1 al Cornedo, formazione con cui gli astigiani hanno condiviso il salto di categoria e che quindi conosce bene entusiasmo e difficoltà del nuovo campionato.

La scoppola casalinga contro Venezia Mestre, squadra che almeno in questo momento sembra appartenere a un'altra categoria per esperienza, qualità e gestione della partita, è stata assorbita senza lasciare troppe scorie. Anzi, la risposta arrivata contro i veneti è probabilmente il segnale più interessante di questo avvio di stagione.

Perché perdere può capitare, soprattutto in un campionato nuovo. La differenza la fa il modo in cui si reagisce.

E gli Orange reagiscono mettendo in campo esattamente quello che era mancato quattro giorni prima: intensità, pressione e maggiore cattiveria nei momenti decisivi. All'alba della terza giornata la classifica li vede così issarsi al terzo posto.

Certo, è decisamente presto per fare tutte le valutazioni del caso. Il campionato è appena cominciato e gli equilibri devono ancora definirsi. Ma mettere punti in cascina significa accumulare non soltanto classifica: significa guadagnare convinzione nei propri mezzi e, contemporaneamente, conquistarsi il rispetto degli avversari.

Ed è proprio questo il mantra che Patane continua a battere sulla corazza dei suoi: nessun volo pindarico, nessuna depressione dopo una sconfitta. Testa bassa e punti.

La partita con il Cornedo, in realtà, parte lentamente. Le due squadre si studiano, gli spazi sono pochi e per qualche minuto sembra quasi che nessuno voglia scoprirsi troppo.

Poi arrivano due sussulti che improvvisamente accendono la gara.

Il primo è del Cornedo, con un palo interno che per qualche secondo gela gli Orange. La risposta arriva dall'altra parte con Itria, che scheggia la traversa. Due legni che rompono gli equilibri e rappresentano soltanto l'antipasto di quello che sta per accadere.

Gli Orange aumentano i giri, alzano il pressing e cominciano a trovare con maggiore continuità la porta avversaria.

A sbloccarla ci pensa Ibra. Un gol che ricorda quello realizzato da Block quattro giorni prima: riceve palla, si gira in un fazzoletto e trafigge Fioraso. 1-0 e partita che cambia completamente volto.

Da quel momento le occasioni cominciano a fioccare. Alcune sono clamorose, altre vengono costruite attraverso recuperi alti e ripartenze immediate. Il Cornedo prova a rimanere aggrappato alla gara e ci riesce fino all'intervallo, quando il tabellone continua a segnare una sola rete di differenza. Un vantaggio minimo che non racconta completamente quanto visto sul campo. Nella ripresa, invece, il risultato comincia a raccontarlo molto meglio.

Gli Orange rientrano con la stessa fame e questa volta non lasciano spazio alla partita per riaprirsi. Montauro trova il raddoppio di giustezza su punizione e da quel momento la gara prende definitivamente la strada di Asti. Il Cornedo prova a reagire, ma ogni tentativo di alzare il baricentro apre nuovi spazi. E gli Orange, questa volta, non hanno nessuna intenzione di fare sconti. Arriva ancora Ibra, che mette la propria firma su un pomeriggio da protagonista. Poi tocca a Merlo allargare ulteriormente il divario.

E quando ormai la pratica è sostanzialmente archiviata, torna in funzione anche “l'algoritmo” Montauro, che trova la seconda rete personale e completa la cinquina.

In chiusura la rete di Paky Del Gaudio vale la bandiera per il Cornedo, ma non cambia la sostanza di una ripresa nella quale gli Orange hanno preso progressivamente possesso della partita fino a non lasciarla più. Finisce 5-1.

Cinque gol, tre punti e soprattutto una risposta immediata dopo la battuta d'arresto contro Venezia Mestre. Questa squadra ha dimostrato di saper reagire. E in un campionato lungo, difficile e ancora tutto da scoprire, è una qualità che può pesare parecchio. Adesso arriva la trasferta di San Pagnano. Un altro campo, un altro avversario e un altro esame per capire qualcosa in più di questi Orange.


giovedì 24 settembre 2026

MA A NOI, CHE IMPORTA?


Ormai tutti hanno una biografia da pubblicare. Modelle, calciatori, politici: nessuno sembra disposto a rinunciare al piacere di raccontarci la propria vita. Corna, tradimenti, amori clandestini, pulsioni fisiche, storie e storielle di letto. Confessioni che dovrebbero sorprenderci, retroscena che dovrebbero scandalizzarci, rivelazioni che dovrebbero finalmente farci conoscere la persona dietro il personaggio.

Ma a noi, francamente, che importa?

Il calciatore ci racconta le sue conquiste sentimentali, la modella le sue disavventure amorose, il politico le tentazioni alle quali ha ceduto o alle quali sostiene di aver resistito. Tutti convinti che la propria camera da letto sia un capitolo fondamentale della storia contemporanea. E così la biografia diventa un lungo esercizio di esibizionismo, nel quale anche la più banale vicenda privata viene confezionata come una rivelazione destinata a cambiare il nostro modo di vedere il mondo.

Non è che queste persone non abbiano diritto di raccontarsi. È che avere una vita privata non significa necessariamente avere una storia che valga la pena leggere. Forse dovremmo tornare a distinguere tra chi ha qualcosa da raccontare e chi ha semplicemente un ego troppo ingombrante per tenerselo per sé. Perché il vero problema non è che tutti vogliano scrivere la propria biografia. È che qualcuno li abbia convinti che le loro corna, le loro pulsioni e le loro miserie sentimentali siano materia letteraria.

Una volta, per finire in un libro, bisognava aver fatto qualcosa di memorabile. Oggi basta aver fatto qualcosa di imbarazzante e non avere il buon gusto di tenerlo per sé.



Impresa a Merate dell'Orange. Vittoria e terzo posto in classifica

  Impresa dei ragazzi di Patanè, che a Merate portano a casa il risultato pieno contro i Saints Pagnano e conquistano tre punti pesantissim...