martedì 22 settembre 2026

il fronte orientale


Il 17 settembre 1939 l'Armata Rossa entrò nella Polonia orientale. Diciassette giorni prima Hitler aveva attaccato la Polonia da ovest; appena venticinque giorni prima, Germania nazista e Unione Sovietica avevano firmato il Patto Molotov-Ribbentrop, accompagnato da un protocollo segreto che definiva le rispettive sfere d'influenza nell'Europa orientale. Ma per comprendere pienamente quella data bisogna guardare molto più indietro. Perché il rapporto della Russia con l'Europa orientale, il Baltico e il Mar Nero attraversa secoli di storia e di trasformazioni politiche.

Già con Pietro il Grande, tra Seicento e Settecento, la Russia comprese che per diventare una grande potenza europea non poteva rimanere un immenso impero continentale con un accesso limitato ai mari. Servivano porti, commerci, una flotta e, soprattutto, un ruolo negli equilibri europei. La lunga guerra contro la Svezia consentì a Pietro di conquistare uno sbocco sul Baltico. San Pietroburgo, fondata nel 1703, divenne la rappresentazione fisica di quella scelta: una Russia che cercava una propria porta verso l'Europa.

A sud la questione era diversa, ma altrettanto importante. Per generazioni la Russia si confrontò con l'Impero ottomano per accrescere la propria influenza sul Mar Nero, in Crimea, nei Balcani e nell'area degli Stretti. In gioco c'erano interessi strategici e commerciali, ma anche fattori religiosi e culturali, compresa la tradizionale pretesa russa di proteggere le popolazioni ortodosse dell'Impero ottomano. Anche il sostegno russo alla Serbia nella crisi del 1914 va inserito in questo quadro, pur senza ridurlo a una semplice operazione espansionistica. Pesavano la solidarietà slava e ortodossa, il prestigio russo nei Balcani, la competizione con l'Austria-Ungheria e la volontà di San Pietroburgo di non subire un'ulteriore perdita d'influenza nella regione.

Poi cambiano gli zar, arriva la rivoluzione e nasce l'Unione Sovietica. Cambia radicalmente l'ideologia dello Stato, ma la geografia rimane. Ed eccoci al 1939. Con il Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin ottiene da Berlino il riconoscimento di una sfera d'influenza sovietica nell'Europa orientale. Il 17 settembre l'Armata Rossa entra in Polonia, mentre il Paese è già attaccato e occupato dalla Germania nazista da ovest. Nei mesi successivi seguiranno la guerra contro la Finlandia e, nel 1940, l'incorporazione nell'URSS delle repubbliche baltiche, insieme ad altre modifiche territoriali nell'area.

Dopo il 1945 l'influenza di Mosca arriverà ancora più lontano. Polonia, Germania orientale, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria entreranno progressivamente nel sistema politico, economico e militare dominato dall'Unione Sovietica. Questa proiezione verso Occidente aveva anche una motivazione legata alla sicurezza, radicata in una storia fatta di invasioni e guerre. La Russia e, successivamente, l'Unione Sovietica avevano subito aggressioni provenienti da Occidente, culminate nell'invasione nazista del 1941. Per Mosca, disporre di una cintura di Stati tra il proprio territorio e l'Europa occidentale significava quindi anche avere una maggiore profondità strategica.

Per molti di quei Paesi, però, la stessa realtà significava una forte limitazione della propria sovranità e della propria autonomia politica. È uno dei grandi paradossi della sicurezza russa: ciò che Mosca ha considerato in diversi momenti storico-politici come una necessità per la propria sicurezza è stato percepito dai Paesi confinanti come una minaccia alla loro indipendenza. Il crollo del blocco sovietico tra il 1989 e il 1991 interrompe bruscamente questa proiezione. Il Patto di Varsavia viene sciolto, l'URSS si dissolve e Mosca perde non soltanto il controllo politico sull'Europa centro-orientale, ma anche il dominio sulle repubbliche che avevano costituito l'Unione Sovietica.

Con Vladimir Putin, la Russia torna progressivamente a rivendicare un ruolo centrale almeno in parte dello spazio ex sovietico. Anche in questo caso, però, è necessario distinguere situazioni e contesti differenti. La guerra con la Georgia nel 2008, l'annessione della Crimea nel 2014, il sostegno alle forze separatiste nel Donbas e, infine, l'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel 2022 rappresentano passaggi diversi di una politica russa sempre più dterminata nei confronti di quello che Mosca considera il proprio spazio strategico circostante. Diversi studi e analisi individuano proprio nella guerra russo-georgiana del 2008 e nella crisi ucraina del 2014 due passaggi importanti nella trasformazione della politica estera e di sicurezza russa.

E allora il 17 settembre 1939 non ci dice che la storia si ripete in maniera identica. Non lo fa mai. Ci ricorda però qualcosa di più interessante: i regimi cambiano, le ideologie cambiano, gli Stati cambiano, ma la geografia rimane. E insieme alla geografia rimangono, spesso, memorie storiche, percezioni di sicurezza, interessi strategici e paure che attraversano le generazioni. È anche per questo che quella frontiera verso Occidente, che nel corso dei secoli ha assunto forme e significati diversi, continua ancora oggi a essere uno dei punti attraverso cui leggere la storia della Russia e il suo rapporto con l'Europa.

sabato 19 settembre 2026

Gli Orange tornano da Reggio Emilia con una bella vittoria



Gli Orange inaugurano la loro avventura in Elite nel migliore dei modi, espugnando il difficile campo di Reggio Emilia e portando a casa i primi, preziosissimi, tre punti del campionato. “Dove eravamo rimasti?”. Era il refrain di una nota trasmissione televisiva degli anni ’90, ma oggi è una domanda che calza davvero a pennello per gli Orange. La risposta è semplice: eravamo rimasti a una squadra capace di lottare, soffrire e non mollare mai. E da lì siamo ripartiti.

Quella di Reggio Emilia è stata una partita tirata, combattuta e intensa, giocata sul filo dell’equilibrio praticamente fino all’ultimo secondo. L’avvio non è dei più semplici, con i padroni di casa che trovano il vantaggio. Gli Orange, però, non si disuniscono e reagiscono immediatamente, trovando con carattere e personalità la forza per ribaltare la situazione e portarsi sull’1-3. La prima frazione scorre via ad altissima intensità, con ogni pallone conteso e ogni centimetro del campo conquistato con determinazione. Una partita nella quale nessuno sembra disposto a concedere nulla. Proprio sul finire del tempo arriva il 3-2 dei padroni di casa, a fil di sirena, che tiene tutto in equilibrio e lascia ancora completamente aperta la sfida.

Nel secondo tempo la musica non cambia. Reggio Emilia prova a spingere, gli Orange rispondono colpo su colpo. È una gara nella quale non c’è praticamente modo di respirare, ma la squadra riesce a rimanere compatta, resistendo alla pressione e difendendo il vantaggio con ordine, attenzione e spirito di sacrificio. Poi arriva l'occasione giusta e gli Orange riescono a sfruttarla. È capitan Ibra a firmare il gol del 2-4, un colpo importante che permette alla squadra di rimettere due lunghezze di distanza tra sé e gli avversari.

Ma a quel punto arriva la parte più difficile. Reggio Emilia si affida al portiere di movimento e negli ultimi quattro minuti gli Orange sono chiamati a stringere i denti. Sono minuti lunghi, intensi, nei quali ogni pallone può diventare decisivo. Si difende tutti insieme, si corre, si soffre e si cerca di mantenere la lucidità necessaria per proteggere un risultato che vale tantissimo. Quattro minuti che sembrano non finire mai. Poi arriva la sirena.

Una vittoria che vale tre punti, certo, ma che soprattutto racconta lo spirito con cui questa squadra vuole affrontare il campionato di Elite: con cuore, testa, sacrificio e la consapevolezza che ogni partita sarà una battaglia da vivere fino in fondo.

Non poteva esserci modo migliore per iniziare. Ora, però, non c'è tempo per fermarsi. Martedì si torna in campo al Palabrumar, dove gli Orange affronteranno Mestre, reduce da una netta vittoria contro il Cornedo. Sarà un altro appuntamento impegnativo, in un campionato che si preannuncia equilibrato e nel quale ogni punto avrà il suo peso.

Reggio Emilia 2 Orange 4 (2 – 3 pt)

Marcatori: 1’35” Halitjaha ( R ) 3’12” Francalanci ( O ) 13’58” Angelino ( O ) 16’18 “ Alessandro caracciolo ( O ) 18’33” Halitjaha ( R ) 22’ 07 “ Ibra (O) 

lunedì 14 settembre 2026

Giornalista sportivo o match analyst?

Ho una profonda nostalgia per i pezzi di Gianni Brera e, più tardi, di Gianni Mura. Non perché il calcio di allora fosse necessariamente migliore, ma perché loro sapevano fare una cosa che oggi sembra diventata merce rara: guardare una partita e poi raccontarla.

Brera poteva trasformare novanta minuti in un piccolo trattato di antropologia italiana, inventava parole, caratteri, tipi umani. Mura aveva una scrittura diversa, più lieve e malinconica, ma possedeva la stessa capacità di vedere oltre il risultato. Nei loro articoli c'erano il centravanti e il terzino, certo, ma anche lo stadio, la provincia, il pubblico, le paure di un allenatore, la faccia di chi aveva sbagliato un rigore. Il pallone era un pretesto magnifico per raccontare gli uomini.

Oggi, invece, il giornalista sportivo sembra soffrire di un complesso d'inferiorità nei confronti del match analyst. Così il calcio viene sezionato: expected goals, possesso consolidato, passaggi progressivi, tocchi nell'ultimo terzo, riaggressione, heat map. Tutto utile, per carità. Il problema nasce quando lo strumento di lettura pretende di diventare il racconto.

Un attaccante tocca cinque palloni, ne mette uno dentro con un expected goal dello zero virgola qualcosa e improvvisamente la prestazione diventa “clinica”. La domenica precedente era un brocco, quella successiva è un campione. Otto giorni per passare dal mercato di gennaio al Pallone d'Oro. E se i numeri non spiegano quello che abbiamo visto, tanto peggio per quello che abbiamo visto.

È curioso, perché il calcio rimane uno degli sport meno disponibili a farsi imprigionare completamente dalle statistiche. Un rimpallo, un'espulsione, un palo, un portiere che sbaglia l'unica uscita della partita possono mandare al macero novanta minuti di superiorità statistica. Ed è precisamente questa sua imperfezione ad averlo reso così popolare.

Non rimpiango un calcio senza numeri. Rimpiango giornalisti capaci di usare i numeri senza farsi usare dai numeri. Il match analyst deve spiegarmi perché una squadra ha occupato male uno spazio. Dal giornalista vorrei qualcosa in più: che mi raccontasse cosa è successo davvero in quello stadio e, magari, perché quella partita ci ha fatto arrabbiare, esultare o annoiare.

Brera e Mura non disponevano degli expected goals. Disponevano però di qualcosa che nessun algoritmo ha ancora trasformato in una statistica: uno sguardo e una lingua per raccontarlo.

E forse è proprio questo che manca di più al giornalismo sportivo contemporaneo: non qualcuno che sappia contare quanti palloni ha toccato un giocatore, ma qualcuno che sappia ancora raccontarci perché uno di quei palloni è diventato calcio.




 

lunedì 7 settembre 2026

Quando Bolle di Malto diventa influencer di se stessa


 

C’è un momento nella vita di un evento in cui non sono più soltanto gli ospiti, i nomi importanti o il programma a renderlo riconoscibile. È l’evento stesso che comincia ad avere una voce propria, a dettare un linguaggio, a creare connessioni e a produrre immagini e contenuti capaci di viaggiare molto oltre i giorni della manifestazione. È quello che sta succedendo a Bolle di Malto.

La fisica della birra raccontata da Vincenzo Schettini, il panino di Gucci, le bolle di Santero. Tre esempi molto diversi tra loro, accomunati dalla capacità di mettere insieme universi che, almeno sulla carta, sembrerebbero avere poco a che fare l’uno con l’altro. Scienza, moda, food, comunicazione, impresa, spettacolo. Tutto entra nel racconto e tutto può diventare un modo diverso per parlare di birra artigianale, di territorio e soprattutto di Bolle di Malto.

Ed è forse questo il passaggio più interessante raggiunto dalla manifestazione: Bolle di Malto non cerca semplicemente influencer/opinion/imprenditori per raccontarsi. Sta diventando influencer di se stessa. Non si limita a intercettare linguaggi e tendenze, ma prova a generarli. Crea contaminazioni, mette insieme persone e mondi differenti, gioca con la propria identità e riesce così a raggiungere pubblici che probabilmente non sarebbero arrivati a Biella soltanto per una degustazione o per conoscere un nuovo birrificio.

La birra artigianale rimane il punto di partenza, l’identità originaria e il filo che tiene insieme tutto. Ma non è più il confine.

Diventa una chiave per parlare di cultura, creatività, gastronomia, impresa, territorio e persino di scienza. E proprio questa capacità di uscire dal proprio perimetro senza perdere la propria identità rappresenta probabilmente uno degli elementi più interessanti della crescita di Bolle di Malto. Perché costruire un evento di successo significa certamente portare persone in una piazza. Costruire un brand significa fare in modo che quelle persone continuino a parlarne anche quando la piazza si svuota.

E quando un evento riesce a far parlare di sé attraverso Schettini, Gucci o Santero, giocando ogni volta con un linguaggio diverso ma rimanendo immediatamente riconoscibile, significa che qualcosa è cambiato. Bolle di Malto non è più soltanto il contenitore nel quale accadono delle cose. È diventata il motivo per cui certe cose vengono immaginate, messe insieme e fatte accadere. Qui l’evento compie il salto più difficile: quando smette semplicemente di comunicare ciò che fa e comincia a creare qualcosa che gli altri hanno voglia di raccontare.

Questa edizione segna quindi definitivamente il raggiungimento di una maturità culturale, musicale e organizzativa che permette di guardare ancora più avanti, con le basi e l’ambizione necessarie per costruire il futuro di un evento sempre più internazionale.



sabato 5 settembre 2026

La notte in cui una sfida tra amici invento due mostri immortali

A volte la storia nasce quasi per caso. Da una serata di pioggia, da qualche libro lasciato sul tavolo e da una sfida tra amici che nessuno immagina possa lasciare un segno. È quello che accadde nel giugno del 1816, sulle rive del lago di Ginevra, a Villa Diodati, dove soggiornava Lord Byron. Intorno a lui si ritrovavano Percy Bysshe Shelley, Claire Clairmont, il giovane medico John William Polidori e una ragazza di appena diciotto anni, Mary Godwin, destinata a diventare Mary Shelley.

Quella del 1816 era un’estate stranissima, tanto da passare alla storia come “l’anno senza estate”. Il freddo, la pioggia e i temporali, legati anche alle conseguenze della gigantesca eruzione del Tambora avvenuta l’anno precedente, costringevano spesso il gruppo a rimanere chiuso nella villa. E così si parlava, si discuteva di letteratura, di scienza, della vita e della morte, si leggevano racconti soprannaturali. Finché Byron lanciò una sfida semplicissima: perché non provare a scrivere ciascuno una storia di fantasmi?

Poteva essere soltanto un modo per passare una serata. Invece quella sfida avrebbe cambiato la storia della letteratura. Mary, inizialmente, non riusciva a trovare un’idea. Poi arrivò una visione: uno studioso che aveva assemblato un corpo ed era riuscito, in qualche modo, a dargli vita. Da quell’immagine sarebbe nato Frankenstein. E forse la cosa più straordinaria è che una ragazza di diciotto anni non inventò semplicemente un mostro: pose una domanda che, più di due secoli dopo, continua a riguardarci. Cosa succede quando l’uomo riesce a creare qualcosa che poi non è più capace di controllare? Una domanda formulata nel 1816 che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della genetica e delle nuove tecnologie, sembra sorprendentemente contemporanea.

Ma da quelle notti nacque anche un altro personaggio destinato a entrare nel nostro immaginario. Byron iniziò un racconto e poi lo abbandonò; Polidori raccolse anche quelle suggestioni e sviluppò The Vampyre. Il suo Lord Ruthven non era più soltanto la creatura mostruosa delle superstizioni popolari: era aristocratico, elegante, affascinante e allo stesso tempo terribilmente pericoloso. Era, in qualche modo, la nascita del vampiro moderno, il modello che avrebbe contribuito ad aprire la strada, molti decenni dopo, al Dracula di Bram Stoker.

La parte più affascinante della storia, però, forse è un’altra: erano tutti giovanissimi. Byron aveva ventotto anni, Shelley ventitré, Polidori venti e Mary appena diciotto. Non erano riuniti a Villa Diodati per cambiare la letteratura occidentale. Erano semplicemente alcuni giovani intelligenti, curiosi e irrequieti, bloccati dal maltempo, che leggevano, discutevano e si sfidavano a immaginare qualcosa che ancora non esisteva. Il 16 giugno 1816 è diventato la data simbolica di quella sfida, anche se le testimonianze fanno pensare che letture, conversazioni e idee si siano sviluppate nell’arco di più giornate.

Ma, in fondo, cambia poco. Da quella villa sul lago di Ginevra uscirono due figure che non ci hanno più abbandonato: la creatura di Frankenstein e il vampiro moderno. Ed è difficile non sorridere pensando che tutto cominciò senza alcuna intenzione solenne, durante un’estate che non sembrava nemmeno un’estate, con alcuni ragazzi costretti in casa dalla pioggia e una sfida lanciata quasi per gioco. A volte per creare qualcosa di immortale non serve sapere di stare facendo la storia. Basta avere qualcuno davanti capace di sfidarti a immaginare ciò che ancora non esiste.





mercoledì 2 settembre 2026

Parla gentilmente e porta con te un grosso bastone: andrai lontano. Muscoli e diplomazia

 

«Parla gentilmente e porta con te un grosso bastone: andrai lontano». La celebre frase di Theodore Roosevelt racconta bene un modo di intendere la politica internazionale che ha attraversato buona parte del Novecento. Si dialoga, si tratta, si cercano accordi, ma facendo capire all’interlocutore che dietro alle parole esiste una forza pronta a essere utilizzata. Era la politica del grosso bastone, la Big Stick diplomacy. E nel mondo di Roosevelt aveva una sua logica: gli Stati Uniti stavano diventando una grande potenza e mostrare la propria superiorità poteva essere sufficiente per convincere un avversario a fare un passo indietro.

A più di un secolo di distanza, osservando quello che accade intorno a noi, sembra quasi che quella filosofia sia tornata di moda. Nei rapporti internazionali sentiamo sempre più spesso parlare il linguaggio degli ultimatum, delle minacce, delle sanzioni, delle dimostrazioni di forza. Prima ancora di sedersi a un tavolo, sembra necessario dimostrare quanto si è forti e quanto potrebbe costare all'altro non accettare le nostre condizioni. Eppure il mondo nel frattempo è profondamente cambiato.

Non esistono più soltanto una grande potenza e un interlocutore molto più debole. Gli interessi economici si intrecciano, le alleanze si sovrappongono e anche una crisi apparentemente lontana può produrre conseguenze economiche, energetiche e sociali a migliaia di chilometri di distanza. E naturalmente esistono capacità militari che rendono molto più pericoloso immaginare che ogni confronto possa essere risolto semplicemente mostrando un bastone più grande di quello dell'avversario. Per questo forse non è la forza a essere diventata superata, ma l'idea che la forza possa sostituire la diplomazia. La politica dovrebbe servire proprio a evitare che ogni contrasto arrivi al punto in cui qualcuno debba mettere alla prova la forza dell'altro.

C'è anche un meccanismo pericoloso che conosciamo bene dalla storia. Più si alza il tono dello scontro, più diventa difficile abbassarlo. Se ogni trattativa viene presentata come una prova di forza, qualsiasi concessione rischia di apparire una sconfitta. E quando nessuno può permettersi di perdere la faccia, anche un compromesso ragionevole diventa politicamente difficile. È forse questo il limite più evidente della politica del grosso bastone applicata al nostro tempo.

E c'è un piccolo paradosso nella celebre frase di Roosevelt. Abbiamo ricordato per più di un secolo il “grosso bastone”, ma abbiamo prestato molta meno attenzione alle prime due parole: “parla gentilmente”. Forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire.

La diplomazia non è debolezza. Il compromesso non è necessariamente una resa. E sedersi attorno a un tavolo non significa rinunciare ai propri interessi. Al contrario, la buona politica internazionale consiste proprio nel riuscire a difenderli senza trasformare ogni divergenza in una prova muscolare.

Il grosso bastone può ancora servire a farsi ascoltare. Ma se diventa l’unico argomento rimasto sul tavolo, significa che la politica ha già fallito.

lunedì 31 agosto 2026

Elvira Federico: Sei mesi di “Tutto il buono”: le storie che abbiamo bisogno di ascoltare


Sei mesi di incontri, volti, emozioni e storie. “Tutto il buono” ha costruito puntata dopo puntata uno spazio diverso nel panorama dell'informazione: un luogo nel quale fermarsi a raccontare quella parte della realtà che troppo spesso fatica a diventare notizia. A guidare questo viaggio è Elvira Federico, che ha saputo imprimere alla trasmissione un'identità precisa attraverso un modo diretto, spontaneo e profondamente umano di incontrare le persone. Una conduzione mai sopra le righe, capace di accompagnare il racconto senza sovrastarlo, lasciando che siano soprattutto i protagonisti e le loro esperienze a parlare.

Viviamo in un tempo scandito da guerre, violenza, crisi, paure e tensioni. Notizie che devono essere raccontate, perché informare significa guardare la realtà anche quando è difficile. Ma la realtà non è fatta soltanto di ciò che va male. Esistono persone che aiutano altre persone, comunità che reagiscono, giovani che costruiscono, volontari che dedicano tempo agli altri, cittadini capaci di gesti straordinari nella loro normalità. Tutto il buono ha scelto di andare a cercare proprio queste storie. Elvira Federico lo fa con curiosità ed empatia, riuscendo a creare con i protagonisti quella confidenza necessaria a far emergere emozioni autentiche. Non cerca il sensazionalismo, cerca l'umanità. Ed è probabilmente questo uno degli elementi che hanno permesso al programma di entrare in sintonia con il pubblico.

Raccontare il bene non significa ignorare i problemi o costruire artificialmente un mondo positivo. Significa raccontare la realtà per intero, dando spazio anche a ciò che normalmente non conquista un titolo o l'apertura di un telegiornale. Forse questi primi sei mesi ci dicono soprattutto questo: abbiamo bisogno, oggi più che mai, di storie che facciano bene al cuore. Storie capaci di restituire fiducia e di ricordarci quanta umanità continui ad esserci intorno a noi. Tutto il buono ha saputo trasformare questa esigenza in un racconto televisivo riconoscibile. E molto della sua identità passa attraverso il sorriso, la sensibilità e la naturalezza di Elvira Federico, capace di raccontare il bene senza renderlo retorico. A settembre il best of e poi  ci rivediamo presto



il fronte orientale

Il 17 settembre 1939 l'Armata Rossa entrò nella Polonia orientale. Diciassette giorni prima Hitler aveva attaccato la Polonia da ovest;...