Il 7 agosto del 461 d.C., nei pressi di Tortona, si concludeva la vicenda umana e politica di Maggioriano, uno degli imperatori più interessanti della tarda romanità. Tradito e fatto assassinare dal suo potente generale Ricimero mentre rientrava in Italia, lasciava incompiuto un progetto di governo fondato su un principio sorprendentemente moderno: uno Stato può essere forte solo se il sistema fiscale è giusto.
Quasi tre secoli prima, Pertinace aveva intuito lo stesso problema. Nel brevissimo periodo del suo impero aveva tentato di riportare ordine nei conti pubblici, riducendo sprechi, privilegi e corruzione. Il suo progetto fu interrotto dopo appena ottantasette giorni.
Maggioriano raccolse idealmente quella stessa eredità.
Il problema che aveva davanti non era tanto la scarsità delle entrate quanto la loro profonda ingiustizia. Le grandi famiglie senatorie avevano accumulato enormi debiti verso il fisco, mentre molti funzionari trattenevano una parte delle imposte riscosse. Così il peso fiscale finiva per gravare soprattutto sui piccoli proprietari, sulle comunità locali e sui decurioni, chiamati perfino a rispondere con il proprio patrimonio delle somme non riscosse.
Maggioriano comprese che pretendere semplicemente più tasse avrebbe aggravato la crisi. Scelse invece una strada diversa: ricostruire la fiducia tra Stato e contribuenti.
Con la Novella Maioriani II, emanata nel 458, cancellò i debiti fiscali accumulati negli anni precedenti, riconoscendo che crediti ormai inesigibili paralizzavano l'intero sistema. Contemporaneamente sottrasse la riscossione agli esattori che avevano abusato del loro ruolo, affidandola ai governatori provinciali e introducendo controlli più rigorosi contro appropriazioni indebite e frodi.
La riforma non era un favore agli evasori. Al contrario, era il tentativo di ripristinare un principio fondamentale: le imposte devono essere pagate da tutti e amministrate nell'interesse di tutti. Per questo rafforzò anche la figura del defensor civitatis, chiamato a proteggere i cittadini dagli abusi dell'amministrazione e a garantire maggiore equilibrio nei rapporti tra potere pubblico e contribuenti.
È sorprendente quanto questa visione risulti attuale. Maggioriano aveva compreso che il problema di uno Stato non consiste soltanto nell'incassare di più, ma nel far percepire ai cittadini che il sacrificio richiesto è distribuito in modo equo e che chi amministra le risorse pubbliche lo fa con correttezza.
La sua riforma non ebbe il tempo di consolidarsi. Pochi anni dopo la sua morte, l'Impero avrebbe imboccato una strada diversa. Ma il principio che aveva cercato di affermare rimane straordinariamente moderno: non esiste autorità senza fiducia, e non esiste fiducia senza equità fiscale.
Forse è anche per questo che la morte di Maggioriano, avvenuta proprio a Tortona, assume un significato che va oltre la cronaca. Con lui non scomparve soltanto un imperatore, ma uno degli ultimi riformatori che aveva tentato di ricostruire il rapporto tra cittadini e Stato attraverso la giustizia fiscale anziché attraverso la sola forza.




