Le
immagini di chi ancora oggi rende omaggio a Ratko Mladić possono
indignare. Ma non dovrebbero stupire chi conosce la storia dei
Balcani. Su Mladić il giudizio non può che essere netto. È stato
condannato per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di
guerra. Srebrenica rimane una delle pagine più terribili della
storia europea contemporanea.
Ma
condannare
non significa rinunciare a comprendere.
E comprendere, in questo caso, significa fare ciò che troppo spesso
dimentichiamo di fare: studiare la storia.
Per
capire perché ancora oggi una parte del mondo serbo possa
considerare Mladić un eroe bisogna andare molto più indietro delle
guerre jugoslave degli anni Novanta.
La
penisola balcanica è stata per secoli una terra di confine,
attraversata da imperi, eserciti, religioni, migrazioni e popoli.
L'espansione ottomana, la battaglia del Kosovo del 1389, la
successiva incorporazione dei territori serbi nell'Impero ottomano e
il lunghissimo confronto tra quest'ultimo e le potenze cristiane
hanno lasciato tracce profonde nella costruzione delle identità
collettive. Per secoli quella regione è stata una frontiera fra
mondi differenti. Guerre, incursioni, rivolte, repressioni e
spostamenti di popolazione hanno prodotto memorie che sono
sopravvissute agli stessi imperi.
Naturalmente
sarebbe storicamente sbagliato descrivere i secoli di dominazione
ottomana come una guerra permanente tra cristiani e musulmani. Ci
furono violenze e discriminazioni, ma anche convivenza, commerci,
contaminazioni e lunghi periodi di relativa stabilità. Il punto è
un altro: ciò
che i popoli ricordano della propria storia non coincide
necessariamente con tutta la loro storia.
Il
Kosovo ne è un esempio straordinario. Una battaglia medievale è
diventata nei secoli parte fondamentale dell'immaginario nazionale
serbo: sconfitta, sacrificio, resistenza, identità e infine
rinascita.
Quando
nell'Ottocento l'Impero ottomano cominciò progressivamente a perdere
il controllo dei suoi territori europei, quelle memorie incontrarono
la forza crescente dei nazionalismi. La storia diventò così anche
uno strumento attraverso il quale costruire le nuove nazioni.
Le
guerre balcaniche del 1912 e 1913 mostrarono quanto questa miscela
potesse essere esplosiva. E appena un anno dopo fu proprio Sarajevo a
fornire la scintilla della Prima guerra mondiale. Non perché i
nazionalismi balcanici ne fossero l'unica causa – le responsabilità
e le ragioni del conflitto europeo furono enormemente più complesse
– ma perché proprio lì si concentravano alcune delle tensioni che
attraversavano l'Europa degli imperi.
Poi
arrivò la Seconda guerra mondiale. E nei Balcani alla guerra contro
gli occupanti si sovrapposero guerra civile, persecuzioni etniche,
vendette e regolamenti di conti.
Gli
ustascia croati massacrarono serbi, ebrei e rom. Formazioni cetniche
serbe furono responsabili a loro volta di massacri contro musulmani e
croati. C'erano gli occupanti tedeschi e italiani, i partigiani di
Tito, collaborazionisti, nazionalisti e comunità che cercavano
semplicemente di sopravvivere. È
qui che il discorso sulla memoria diventa decisivo. Perché
dopo una guerra del genere non rimangono soltanto i morti. Rimangono
i racconti dei morti.
Ogni
famiglia conserva i propri. Ogni comunità costruisce il proprio
ricordo. Ogni popolo tramanda più facilmente le violenze che ha
subito rispetto a quelle che ha commesso. Tito riuscì per decenni a
tenere insieme la Jugoslavia anche attraverso una narrazione comune,
quella della lotta partigiana e della fratellanza tra i popoli
jugoslavi. Ma sotto quella costruzione politica continuarono a vivere
memorie familiari, religiose e nazionali molto più antiche.
E
quando la Jugoslavia cominciò a sgretolarsi, quelle memorie
tornarono a parlare.
Non
tornarono però come un libro di storia. Tornarono
selezionate. Il
serbo poteva ricordare i serbi massacrati dagli ustascia. Il croato
poteva ricordare le proprie persecuzioni e la repressione jugoslava.
Il musulmano bosniaco aveva la propria memoria delle violenze subite.
Ognuno possedeva una storia attraverso la quale sentirsi vittima. Ed
è proprio qui che la memoria diventa pericolosa: quando
smette di servire a ricordare e comincia a servire a giustificare.
Le
guerre degli anni Novanta non furono quindi la semplice prosecuzione
inevitabile di odi vecchi di secoli. Sarebbe una lettura troppo
facile e persino offensiva verso generazioni di persone che avevano
vissuto insieme. Furono guerre determinate da precise scelte
politiche, nazionalismi, leadership, propaganda e interessi.
Ma
quelle leadership trovarono nella storia un arsenale potentissimo.
Bastava scegliere quali morti ricordare. Ed è dentro questo
meccanismo che bisogna leggere anche Mladić.
Questo
non attenua di un millimetro le sue responsabilità. I
crimini commessi contro i serbi nel passato non possono spiegare
moralmente, e tantomeno giustificare, Srebrenica. Il dolore ereditato
non concede mai il diritto di infliggerne altro.
Ma
aiuta a comprendere come lo stesso uomo possa essere considerato un
criminale di guerra da milioni di persone e contemporaneamente
trasformato da altri nel simbolo del difensore della propria
comunità. Ancora più impressionante è vedere giovani che lo
celebrano senza avere vissuto quella guerra.
Quei
ragazzi non stanno ricordando. Stanno
ricordando ciò che è stato insegnato loro a ricordare. Ed
è forse questo l'aspetto che dovrebbe interrogarci più delle
manifestazioni stesse.
Perché
una memoria selettiva può attraversare le generazioni. Può prendere
un ragazzo nato molti anni dopo una guerra e consegnargli le paure, i
nemici, le umiliazioni e persino le vendette di chi quella guerra
l'ha combattuta.
La
storia dovrebbe servire esattamente al contrario.
Dovrebbe
costringerci ad aggiungere al racconto dei nostri morti anche quello
dei morti degli altri. A conoscere le ragioni senza trasformarle in
giustificazioni. A distinguere la comprensione dalla assoluzione.
Per
questo davanti alle immagini di chi celebra Mladić indignarsi
è comprensibile. Stupirsi un po' meno.
La
storia non rende inevitabili le guerre e non condanna i popoli a
ripetere per sempre gli stessi conflitti. Ma ignorarla ci impedisce
di comprendere perché certi simboli continuino a sopravvivere.
La
memoria selettiva ci racconta sempre quanto abbiamo sofferto noi. La
storia, quando la studiamo davvero, ci obbliga a ricordare anche
quanto abbiamo fatto soffrire gli altri.
Ed
è probabilmente questa la differenza più importante tra usare
il passato e comprenderlo