venerdì 23 ottobre 2026

«ROMAGNA MIA»: ORANGE FUTSAL ASTI, IN TRASFERTA È UN’ALTRA MUSICA!


Tre viaggi, tre vittorie. Ibra dirige l'orchestra, Montauro mette il sigillo e gli Orange conquistano Cesena.

Chissà cosa avrebbe pensato Raoul Casadei, il re del liscio romagnolo, vedendo gli Orange arrivare a Cesena e imporre il proprio ritmo. Perché in Romagna la musica è una cosa seria, ma questa volta a dirigere l'orchestra sono stati gli uomini di Patanè, con Ibra a far cantare la fisarmonica e Montauro a scandire il tempo. Tre trasferte, tre vittorie: una tournée senza stecche, almeno lontano dal PalaBrumar.

L'Orange Futsal Asti conferma la propria vocazione corsara e torna dalla Romagna con altri tre punti che la proiettano in una posizione di classifica decisamente al di là delle aspettative. Un piazzamento che, tuttavia, non è frutto del caso, ma racconta la qualità di un gruppo cresciuto nel corso degli anni, capace di adattarsi con intelligenza, spirito di sacrificio e una buona dose di personalità a un campionato di livello decisamente superiore.

La trasferta romagnola porta in dote un morale alle stelle, una tripletta di un Ibra sempre più padrone della classifica marcatori del girone e una compattezza difensiva che, fatta eccezione per qualche apprensione nel finale, rende particolarmente dolce il viaggio di ritorno.

Il primo tempo scorre su ritmi piuttosto blandi, con le due formazioni attente soprattutto a non concedere spazi. Gli Orange, però, crescono con il passare dei minuti e proprio quando l'intervallo sembra destinato ad arrivare in pareggio (sigillo di Angelino), ecco il guizzo di Ibra, che a meno di sessanta secondi dalla sirena si inventa la giocata del vantaggio.

La ripresa, pareggio di Traversari a parte, è un monologo astigiano. Ibra sale nuovamente in cattedra e firma altre due reti, mentre l'algoritmo Orange Montauro trova dalla distanza il sigillo che sembra mettere definitivamente in cassaforte il risultato.

Ma il Cesena non ha alcuna intenzione di alzare bandiera bianca. I romagnoli gettano il cuore oltre l'ostacolo, approfittano di qualche disattenzione e riescono a ricucire il triplo svantaggio, trasformando gli ultimi minuti in una prova di nervi per gli uomini di Patanè.

A due minuti dalla conclusione, però, l'espulsione dell'uomo di punta cesenate limita le possibilità di rimonta dei padroni di casa e permette agli Orange di amministrare il vantaggio fino alla sirena conclusiva.

La classifica, intanto, recita dodici punti. Un bottino che certifica la bontà del lavoro svolto e la maturità raggiunta da una squadra che ha imparato a soffrire senza perdere la propria identità. Ora, però, bisogna sfatare il paradosso di questo avvio di stagione: l'Orange viaggia come un treno lontano da Asti, ma deve tornare a fare punti anche al PalaBrumar.

E l'occasione arriverà proprio nel pomeriggio della notte delle streghe, quando ad attendere gli Orange ci sarà il Lecco. Un avversario tutt'altro che accomodante, per una sfida che promette scintille. D'altra parte, ad Halloween, tra fantasmi, streghe e sortilegi, si potrebbe spezzare l'incantesimo.


La guerra, i generali e l'illusione della forza



"Se non avesse svoltato a destra. Se avesse proseguito lungo l'autostrada. Se non avesse fatto così freddo."

Non sono le giustificazioni di Heinz Guderian per il fallimento della corsa tedesca verso Mosca nel 1941, ma le considerazioni di quello che dovrebbe essere l'uomo più potente del mondo, il presidente Usa. Un novello Sun Tzu che, dall'alto della propria posizione, si arrovella nel tentativo di impartire lezioni di strategia militare a Paesi sovrani e generali di eserciti che non comanda.

Eppure la storia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Soprattutto a chi pretende di interpretare le guerre come una partita a scacchi, nella quale basta muovere il pezzo più potente per avere ragione dell'avversario. Viviamo un'epoca in cui la tecnologia ha trasformato profondamente il campo di battaglia. Droni, intelligenza artificiale, sistemi satellitari e armamenti sempre più sofisticati sembrano aver consegnato la superiorità militare a chi dispone delle maggiori risorse economiche e tecnologiche.

Ma la guerra continua a dimostrare che, molto spesso, piccolo è bello. O quantomeno terribilmente efficace. I possenti T-34 della Seconda guerra mondiale e i loro modernissimi discendenti, almeno sulla carta, dovrebbero avere vita facile contro avversari meno equipaggiati. E invece non è così. La superiorità dei mezzi non garantisce quella sul terreno, né tantomeno la vittoria politica. In quasi tutti i conflitti degli ultimi ottant'anni, e anche in molti precedenti, intelligence, operazioni dei commando, guerriglia e resistenza dietro le linee hanno spesso pesato quanto, se non più, della potenza di fuoco degli eserciti convenzionali.

Basta guardare all'Afghanistan, dove prima gli inglesi, poi i sovietici e infine gli americani con i loro alleati hanno sperimentato, in epoche e circostanze differenti, quanto sia difficile piegare un territorio e una popolazione attraverso la sola forza militare.

E come dimenticare il Vietnam? Una guerra nella quale la sproporzione tecnologica non impedì a un avversario determinato di logorare una delle più grandi potenze militari della storia. Gli esempi potrebbero continuare, fino ai conflitti contemporanei, dove un drone relativamente economico può mettere fuori combattimento un mezzo da milioni di euro e un semplice lanciarazzi anticarro può trasformarsi in una minaccia per sistemi d'arma infinitamente più costosi.

È il paradosso della guerra moderna: si investono risorse immense per costruire strumenti sempre più sofisticati, salvo scoprire che l'avversario può trovare il modo di neutralizzarli con mezzi assai più modesti. Naturalmente la tecnologia conta, eccome. Ma non basta. Non può sostituire la conoscenza del territorio, la capacità di adattamento, l'intelligence, la determinazione di chi combatte e, soprattutto, la volontà di resistere.

La guerra combattuta a colpi di tecnologia continuerà sempre a fare i conti con la resilienza umana. E questa è una variabile che nessun algoritmo, per quanto evoluto, riesce a governare completamente. È proprio per questo che dovrebbe tornare centrale il primato della politica.

Perché se la superiorità militare non garantisce la vittoria, e se persino la vittoria sul campo non assicura una pace duratura, allora continuare a considerare le armi come la soluzione definitiva dei conflitti significa non aver compreso una delle lezioni più ricorrenti della storia. La mediazione, il negoziato e la diplomazia non sono manifestazioni di debolezza. Sono gli strumenti attraverso i quali la politica può raggiungere risultati che gli eserciti, anche i più potenti, non sono necessariamente in grado di ottenere.

Del resto, già Sun Tzu, molti secoli prima dell'invenzione dei carri armati, dei missili e dei droni, aveva individuato il principio fondamentale dell'arte militare: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere. Forse è proprio questa la lezione che dovrebbero ricordare i moderni strateghi da conferenza stampa.

Perché il generale più grande non è necessariamente quello che vince più battaglie.

È quello che riesce a rendere inutile combatterle.


domenica 18 ottobre 2026

Operation Underworld: quando lo Zio Sam chiamò gli amici degli amici


Nel 1942, mentre gli Stati Uniti combattevano contro le potenze dell'Asse, la Marina americana scelse un alleato improbabile: la criminalità organizzata di New York. Una vicenda in cui la ragion di Stato finì per prevalere su ogni altra considerazione.

In guerra non sempre si scelgono gli alleati. Talvolta si scelgono quelli che servono. E quando la posta in gioco è la sopravvivenza di una nazione, anche ciò che in tempo di pace appare inaccettabile può diventare uno strumento da utilizzare. Tutto serve per portare a casa la vittoria, purché si abbia la lucidità di distinguere il fine dai mezzi e, soprattutto, di comprendere il prezzo che quei mezzi comportano. È in questa zona grigia della storia che nasce Operation Underworld, una delle operazioni più singolari dell'intelligence americana durante la Seconda guerra mondiale.

Nel febbraio del 1942 il transatlantico francese Normandie, requisito dagli Stati Uniti e destinato a essere trasformato in nave militare con il nome di USS Lafayette, prese fuoco nel porto di New York e si rovesciò. L'incendio fu accidentale, ma il timore di sabotaggi nemici era reale. I porti della costa orientale rappresentavano un'arteria vitale per lo sforzo bellico: da quelle banchine transitavano uomini, armi, munizioni e rifornimenti destinati ai fronti di guerra.

La Marina aveva uomini, mezzi e autorità. Ma non possedeva qualcosa di altrettanto importante: il controllo informale delle banchine, dei mercati, delle relazioni tra lavoratori e di quel mondo sotterraneo che sfuggiva agli apparati ufficiali.

Quel potere apparteneva, almeno in parte, alla criminalità organizzata. Joe “Socks” Lanza, figura influente nel mercato ittico newyorkese, divenne uno dei primi interlocutori dell'intelligence navale. Attraverso di lui si cercò di raggiungere lavoratori portuali, pescatori ed equipaggi che potevano osservare movimenti sospetti e facilitare la raccolta di informazioni. La collaborazione arrivò poi a coinvolgere ambienti legati a Lucky Luciano, allora detenuto.

Non fu una conversione morale dei gangster al patriottismo, né un'improvvisa assoluzione delle loro attività criminali. Fu un accordo di convenienza, nel quale interessi differenti finirono temporaneamente per incontrarsi.

L'importanza strategica di Underworld non risiedeva nella potenza militare, ma nella capacità di proteggere ciò che rendeva possibile combattere: la logistica. Un esercito può disporre delle armi migliori, ma senza carburante, munizioni e rifornimenti non va da nessuna parte. E un porto paralizzato può fare danni quanto una battaglia perduta.

La rete di Lanza consentì agli investigatori navali di entrare in ambienti altrimenti difficilmente accessibili. L'influenza di Luciano e dei suoi intermediari contribuì a mantenere operative le banchine e a facilitare la sorveglianza dei movimenti sospetti. Il giudizio storico sull'efficacia dell'operazione resta discusso: non esistono prove che quella collaborazione abbia sventato specifici sabotaggi tedeschi, ma una ricostruzione pubblicata nel 2025 dalla rivista Naval History dell'U.S. Naval Institute ne riconosce l'utilità per la sicurezza portuale.

Poi arrivò la Sicilia. Nel luglio del 1943 gli Alleati sbarcarono sull'isola con l'Operazione Husky. Anche in questo caso l'intelligence americana cercò di sfruttare contatti e conoscenze degli ambienti italoamericani per ottenere informazioni sulla geografia, sui porti e sulle condizioni locali. Sarebbe storicamente scorretto attribuire alla mafia il successo dello sbarco: la stessa Marina statunitense considera il suo contributo possibile ma limitato.


Rimane, tuttavia, una questione di straordinario interesse. Gli Stati Uniti accettarono di trattare con uomini che avevano costruito il proprio potere attraverso estorsioni, intimidazioni e controllo criminale del territorio. Non perché ne condividessero i metodi, ma perché ritenevano di poterne utilizzare le capacità per raggiungere un obiettivo superiore.

La storia, del resto, è piena di alleanze improbabili. La guerra obbliga spesso a distinguere ciò che è desiderabile da ciò che è necessario. Ma non bisogna confondere il pragmatismo con l'assenza di conseguenze: nel 1946 la pena di Lucky Luciano venne commutata e il boss fu espulso verso l'Italia. Anche quella decisione alimentò interrogativi sul rapporto tra collaborazione bellica e concessioni al potere criminale. Operation Underworld racconta dunque qualcosa di più di un accordo segreto tra ammiragli e gangster. Racconta il lato meno celebrato della vittoria, quello fatto di compromessi, informazioni, relazioni personali e decisioni che difficilmente troverebbero posto nei discorsi ufficiali. Perché la guerra non si vince soltanto sui campi di battaglia. Si vince nei porti, nelle fabbriche, lungo le rotte commerciali, negli uffici dell'intelligence e talvolta persino nei luoghi dove uno Stato, in condizioni normali, non dovrebbe mai cercare i propri alleati. La vera lezione di Underworld, però, non è che ogni mezzo sia giustificato dal risultato. È che la vittoria può richiedere compromessi straordinari, ma non cancella mai la responsabilità di averli scelti.


Ed è forse proprio questa la differenza tra vincere una guerra e poter raccontare, senza imbarazzo, come la si è vinta.

domenica 11 ottobre 2026

Orange Futsal, una sconfitta che insegna: nove punti e tante certezze dopo cinque giornate


Si chiude contro la Dolomiti Energia la prima fase del cammino in campionato dell’Orange Futsal Asti. Cinque partite, nove punti conquistati grazie a tre vittorie, due delle quali lontano dal PalaBrumar: un bottino decisamente ragguardevole per una squadra che si affaccia da esordiente a una categoria nuova, nella quale esperienza, attenzione e capacità di leggere i momenti della gara fanno spesso la differenza. È un campionato diverso, dove i dettagli pesano e gli errori si pagano a caro prezzo. La sfida contro i trentini ne è stata una dimostrazione eloquente. Agli ospiti sono bastati i primi cinque minuti per indirizzare la partita, portandosi sul 3-0 e mettendo subito gli Orange nelle condizioni di dover inseguire. Il pressing asfissiante di Caregnato, Anderson e Moufakir ha mandato in affanno la retroguardia astigiana, incapace inizialmente di trovare le giuste contromisure. Qualche correzione in corso d’opera non è bastata a modificare l’inerzia della gara e il primo tempo si è chiuso sul 5-2 per gli ospiti.

Nell’intervallo, spazio anche a un momento di riconoscenza e memoria sportiva, con il doveroso ringraziamento a Paolo Curallo, una delle colonne della storia Orange, protagonista di tante pagine importanti del percorso della società.


Poi di nuovo in campo, con una ripresa di ben altro tenore. Nonostante il quarto sigillo personale di Anderson in avvio, gli Orange hanno progressivamente ritrovato intensità, coraggio e qualità di gioco. La squadra ha cominciato a macinare azioni, cercando con maggiore convinzione la porta avversaria e, grazie anche all'utilizzo del portiere di movimento, è riuscita a mettere in difficoltà una formazione esperta e ben organizzata. L'8-6 finale premia i trentini, ma racconta soltanto in parte una partita nella quale gli astigiani, dopo un avvio da dimenticare, hanno avuto il merito di non arrendersi e di cercare fino all'ultimo di rimettere in discussione il risultato.

Certo, quei primi minuti pesano come macigni nell'economia dell'incontro. E forse qualche scoria della battaglia di Coppa disputata martedì a Caramagna può aver inciso sulla brillantezza iniziale della squadra. Ma sarebbe troppo semplice cercare alibi. In questa categoria non sono concessi passaggi a vuoto, soprattutto contro avversari capaci di trasformare ogni disattenzione in un'occasione da rete. La sconfitta deve allora essere letta come un altro passaggio nel percorso di crescita di un gruppo che sta imparando a misurarsi con una realtà competitiva differente. Nove punti dopo cinque giornate rappresentano un bilancio positivo, ma soprattutto una base sulla quale continuare a lavorare, con la consapevolezza che il salto di categoria richiede qualcosa in più sul piano della continuità, della concentrazione e della gestione dei momenti decisivi. %Adesso il calendario concede qualche giorno per recuperare energie, riordinare le idee e preparare i prossimi impegni. Il 23 ottobre gli Orange saranno di scena a Cesena, un'altra tappa di un percorso che si annuncia impegnativo, ma certamente stimolante.


Orange vs Dolomiti Energia 6 – 8 ( 2 – 5 pt)


Marcatori: 2 Vitellaro 1 Ibra, Piazza, Caracciolo, Angelino (Orange) 4 Anderson, 2 Moukafir 1 Festini Caregnato (Dolomiti)

mercoledì 7 ottobre 2026

Sinner non gioca: possiamo ancora guardare il tennis ?

 

Come diceva Flaiano, il popolo italiano ha sempre bisogno di un potente da omaggiare, di una figura forte da venerare. Vale nella politica, ma evidentemente anche nello sport.

L'ultimo caso è Jannik Sinner, quest'anno forse insidiato, nell'immaginario collettivo, da Kimi Antonelli. Perché noi italiani abbiamo una straordinaria capacità: quando nasce un campione, nel giro di poco tempo lo trasformiamo in qualcosa di più. Non basta ammirarlo. Bisogna celebrarlo, raccontarlo, seguirlo ovunque. E possibilmente farsi un selfie. Torino ha avuto la fortuna, ma soprattutto la capacità, di aggiudicarsi le ATP Finals – e qui va ricordato anche il lavoro fatto a suo tempo da chi contribuì a credere e investire nella candidatura (vero Ruben) – e da allora vive un'epopea tennistica di prim'ordine.

Nel frattempo, sull'onda di Sinner, il tennis italiano ha continuato a sfornare campioni. Magari nessuno ancora alla sua altezza, ma abbastanza forti da permetterci di vincere ripetutamente la Coppa Davis e di riportare l'Italia stabilmente ai vertici del tennis mondiale. Poi accade l'impensabile: anche i campioni sono esseri umani. Non sono intelligenze artificiali. Possono stancarsi, possono farsi male, possono aver bisogno di fermarsi. E così l'altoatesino-monegasco salterà l'edizione 2026 delle Finals torinesi.

Apriti cielo.

Scatta immediatamente l'esodo al contrario: biglietti rimessi in vendita, programmi cambiati, delusione collettiva. I peana sulla sua assenza assumono quasi i toni di un lutto nazionale, come se al Pala Alpitour, senza il nostro numero uno, improvvisamente non ci fosse più nulla da vedere. E qui, francamente, qualcosa non torna.

Perché gli appassionati di tennis avranno comunque davanti i migliori giocatori del mondo, atleti che si sfideranno al massimo livello possibile. Roba che per decenni avremmo pagato oro per poter vedere dal vivo in Italia. E allora la domanda sorge spontanea: siamo diventati davvero un Paese di appassionati di tennis oppure siamo semplicemente seguaci di Sinner? Perché sono due cose molto diverse.

Il vero appassionato vuole vedere il rovescio, il servizio, la risposta, la strategia, il talento. Vuole assistere a una partita tra due fuoriclasse indipendentemente dal passaporto che hanno in tasca. L'altro vuole esserci perché c'è Sinner. Vuole fotografarlo, raccontare di averlo visto, magari aspettarlo davanti all'hotel per strappare un'immagine da mettere sui social. E se Sinner non c'è, improvvisamente anche il tennis sembra perdere interesse.

Adesso aspettiamoci pure le profezie: crollerà il turismo a Torino, gli alberghi resteranno vuoti, i ristoranti deserti. E soprattutto ci saranno giornalisti disperati che, dopo aver trascorso giorni accovacciati davanti all'hotel in attesa di raccontarci a che ora Sinner è uscito, dove ha cenato e con chi si è allenato, dovranno affrontare il più terribile degli imprevisti : raccontare il tennis.

Che, pensandoci bene, non sarebbe neppure una cattiva idea.



L’arte tattica di Arriano: la falange e l’organizzazione dell’esercito antico



Arriano, il cui nome completo è Lucio Flavio Arriano, fu uno storico, uomo politico e comandante militare greco vissuto tra il I e il II secolo d.C. Servì nell’Impero romano e ricoprì importanti incarichi pubblici, tra cui quello di governatore della Cappadocia. È noto soprattutto per l’Anabasi di Alessandro, ma scrisse anche l’Arte tattica, un trattato dedicato all’organizzazione e alle manovre degli eserciti antichi.

Nell’Arte tattica Arriano descrive con grande precisione la falange macedone, cioè la formazione di fanteria pesante resa celebre da Filippo II e Alessandro Magno. La falange era composta da soldati schierati in file molto ordinate e compatte, armati soprattutto della sarissa, una lunga lancia che permetteva alle prime file di creare una vera barriera di punte contro il nemico.

La forza della falange dipendeva soprattutto dalla disciplina e dal coordinamento. Ogni soldato doveva mantenere con precisione la propria posizione, perché l’efficacia della formazione nasceva dall’unità del gruppo più che dall’azione individuale. Arriano dedica molta attenzione alle distanze tra gli uomini, alla profondità delle file e ai diversi modi in cui lo schieramento poteva essere modificato.

A seconda della situazione, la falange poteva stringersi oppure allargarsi, avanzare, cambiare direzione e adattarsi al terreno. Il comandante doveva quindi essere capace di impartire ordini chiari e di far muovere migliaia di uomini come se fossero un unico corpo.

Arriano descrive anche la struttura gerarchica della falange, suddivisa in reparti sempre più grandi, ciascuno affidato a propri comandanti. Questo sistema permetteva di controllare meglio le truppe e di eseguire manovre complesse.

La falange era particolarmente efficace negli scontri frontali e sui terreni pianeggianti, dove poteva mantenere compattezza e ordine. Era invece più vulnerabile su terreni irregolari o quando veniva attaccata ai fianchi.

La descrizione di Arriano è importante perché ci permette di capire quanto la guerra antica dipendesse non solo dal coraggio dei soldati, ma anche da organizzazione, geometria dello schieramento, disciplina e capacità di manovra.




domenica 4 ottobre 2026

Impresa a Merate dell'Orange. Vittoria e terzo posto in classifica


 

Impresa dei ragazzi di Patanè, che a Merate portano a casa il risultato pieno contro i Saints Pagnano e conquistano tre punti pesantissimi, che li proiettano al terzo posto nel campionato Élite. Una partita indirizzata bene fin dalle prime battute, con una squadra sempre attenta e precisa, capace di imporre il proprio gioco e il proprio futsal. I lombardi sono andati sotto di due reti già nel primo tempo e, nella ripresa, hanno pagato gli attacchi e la pressione di Ibra e compagni, che hanno continuato a spingere fino al 6-0.

Nel finale sono arrivate le due reti dei padroni di casa, che hanno mitigato il passivo del Saints Pagnano, senza però intaccare lo spirito con cui Ibra e compagni hanno condotto la gara. Una prestazione di grande personalità, costruita con attenzione, qualità e determinazione.

Da segnalare, oltre alla doppietta del capitano, già a quota sei reti in campionato, anche le marcature del solito Algoritmo e di Vitellaro. A completare il pomeriggio ci hanno pensato Cesari, protagonista di una prestazione eccellente tra i pali, e Cavallo, autore del suo primo centro in Élite.

Un successo che ripaga gli sforzi e il lavoro di una squadra che continua a crescere, in un campionato nel quale Mantova e soprattutto Mestre stanno facendo gara a sé. Alle loro spalle, però, la lotta resta apertissima e questi tre punti rappresentano una preziosa iniezione di fiducia per Ibra e compagni.

Una fiducia da alimentare con la massima attenzione, perché tra sette giorni al Palabrumar arriverà la Dolomiti Energia. L'obiettivo è continuare sulla strada intrapresa, con la stessa intensità e la stessa determinazione mostrate a Merate.


Saints Pagnano - Orange 2  - 6  ( 0 2 pt)

Marcatori 2 Ibra 1 Cesari, Cavallo, Montauro, Vitellaro


«ROMAGNA MIA»: ORANGE FUTSAL ASTI, IN TRASFERTA È UN’ALTRA MUSICA!

Tre viaggi, tre vittorie. Ibra dirige l'orchestra, Montauro mette il sigillo e gli Orange conquistano Cesena. Chissà cosa avrebbe pens...