martedì 26 maggio 2026

Tifare davvero anche quando fa male. La storia insegna

 

Psicodramma Milan. La sconfitta di domenica sera ha fatto infuriare i tifosi più accesi, e in parte è inevitabile. Perdere fa male sempre, ancora di più quando perdi qualcosa che ormai sentivi già tua. Ma il calcio, come la vita, è fatto anche di sliding doors, di occasioni mancate, di treni che sembrano arrivati in stazione e invece ripartono lasciandoti fermo sul binario.

Chi tifa davvero lo sa. Lo sa chi ha vissuto la fatal Verona, chi ha pianto retrocessioni impensabili, ma anche chi ha dovuto ingoiare la spietata lotteria dei rigori a Istanbul. Eppure il calcio, a volte, sa restituire quello che toglie. Perché la fortuna, il destino o semplicemente il caso ogni tanto decidono di aiutarti. Non è un caso che una frase sia rimasta scolpita nella memoria dei milanisti: “Dopo Istanbul c’è sempre Atene”. Una frase che negli anni è diventata quasi una promessa, un messaggio di speranza, la dimostrazione che dopo le cadute possono arrivare rivincite ancora più grandi.

La storia del Milan, come quella di ogni grande club, non è fatta soltanto di trionfi e notti leggendarie. È fatta anche di cadute, stagioni storte, cicli che finiscono e altri che devono ancora iniziare.

Dopo sette anni di vacche grasse possono arrivarne altrettanti di vacche magre. Fa parte del gioco. Fa parte della grandezza stessa di una squadra: saper attraversare anche i momenti peggiori senza perdere identità.

Quello che invece continua a sembrarmi insopportabile è sentire dire “io tifo contro”. No. Questo non è tifare. I colori si sostengono sempre, soprattutto quando le cose vanno male. È troppo facile esserci solo quando si alzano coppe e si vincono scudetti. E poi un minimo di rispetto va sempre riconosciuto a chi ci mette soldi, tempo e passione. I presidenti sanno benissimo che investire nel calcio raramente significa fare affari. Dietro ci sono orgoglio, ego, passione, desiderio di lasciare qualcosa. Si possono criticare scelte, risultati e strategie, ma non si può negare che senza quella follia emotiva certe storie non esisterebbero nemmeno.

Chiudiamo allora questa stagione per quello che è stata: un’annata con poche gioie e molte delusioni. Ma anche i finali servono. Perché a volte proprio la chiusura di un ciclo — e forse anche dell’avventura repertiana — può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo.

Il calcio funziona così. Quando pensi che una storia sia finita davvero, spesso è proprio lì che ne sta nascendo un’altra.


lunedì 25 maggio 2026

Orange in Paradiso: Asti piega Mestre e vola alle F4 di Guastalla




Ci sono stagioni in cui tutto sembra andare nella direzione giusta. In cui ogni pallone pesa il doppio, ogni episodio gira bene e ogni partita sembra alimentare ancora di più la convinzione di poter arrivare fino in fondo. Ma non è fortuna. Non è un caso. È la voglia feroce di crederci sempre, di puntare al bersaglio grosso in ogni azione, in ogni contrasto, in ogni occasione.

La sfida contro il Mestre è di quelle da cuori forti. Il risultato dell’andata non lascia spazio ai calcoli: servono due reti di scarto per continuare a inseguire il sogno tricolore. E l’Asti parte subito con il fuoco addosso. Alves, fresco di convocazione in nazionale, apre le danze, poi Angelino sfonda in percussione e il PalaBrumar esplode. Sul 2-0 sembra quasi che il pomeriggio possa mettersi in discesa, ma il Mestre dimostra immediatamente di essere squadra vera.

Ci pensa Ruzzene, anche lui appena convocato in azzurro, a riaprire tutto con una giocata magistrale e un tunnel da applausi. L’Asti però non si ferma e continua a spingere con rabbia e qualità. Alves e Caracciolo allungano ancora e sul 4-1 gli orange sembrano avere la qualificazione in mano. Ma le grandi partite non finiscono mai troppo presto. Forse l’Asti si rilassa per un attimo, forse il Mestre semplicemente decide di non arrendersi. Fatto sta che ancora Ruzzene sale in cattedra e trova una rete meravigliosa che si infila all’incrocio togliendo letteralmente le ragnatele. Il primo tempo si chiude in perfetto equilibrio tra andata e ritorno. Tutto ancora aperto. Tutto ancora da decidere.

Nella ripresa la tensione si sente in ogni pallone. Le due squadre si studiano di più, si coprono meglio, combattono sapendo che un solo episodio può cambiare la stagione. Ed è ancora Ruzzene a riaccendere tutto con un’altra giocata da campione. Il numero sette del Mestre tenta ancora il bis, ma stavolta Vercelli è straordinario e si oppone con un intervento decisivo che tiene in piedi l’Asti. Poi arriva il momento dei leader. Sale in cattedra Merlo, il capitano, che lascia partire uno dei suoi mancini velenosi e fulmina il portiere avversario facendo esplodere il PalaBrumar. Ma il meglio deve ancora arrivare.

A 34 secondi dalla sirena, quando le gambe non ne hanno più e il cuore batte più forte del fiato, è ancora Alves a trovare la rete che vale una stagione. Il gol che spalanca le porte di Guastalla e trasforma questo pomeriggio in qualcosa che resterà nella memoria di tutti. Quando finisce, sul parquet restano ventiquattro giocatori svuotati, piegati dalla fatica e dall’intensità di una battaglia meravigliosa. Restano gli applausi del pubblico, il boato del PalaBrumar e l’abbraccio di una squadra che continua a spingersi oltre i propri limiti.

Bellissime anche le parole di Patanè, dolci per i suoi ragazzi ma piene di rispetto anche per il Mestre, protagonista di una partita straordinaria. Ora Asti continua a inseguire il proprio sogno, sperando di cucirsi addosso quel triangolino tricolore già dalla prossima settimana. Ma una cosa è certa: questo spirito orange, ormai, è già tatuato nell’anima di questa squadra.

domenica 24 maggio 2026

Domina la tua mente e dominerai il mondo


In un tempo come il nostro, dominato dalla velocità, dall’ansia di apparire, dalla continua ricerca del consenso e dall’illusione di poter controllare ogni cosa, il pensiero di Marcus Aurelius continua ad avere una forza sorprendentemente attuale. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, dopo quasi duemila anni, le sue riflessioni continuano a essere lette, condivise e sentite così vicine al nostro presente.

Marco Aurelio non era soltanto un filosofo. Era l’uomo più potente del mondo romano, imperatore di un impero immenso, comandante di eserciti, chiamato ogni giorno a prendere decisioni che riguardavano guerre, epidemie, crisi economiche, rivolte e tensioni interne. Eppure, dentro quel potere enorme, comprese una verità profondissima: il vero equilibrio non nasce dal dominio sugli altri, ma dalla capacità di governare sé stessi.

Nei suoi Pensieri, scritti spesso durante le campagne militari, lontano da Roma e immerso nelle difficoltà del suo tempo, lascia una riflessione che attraversa i secoli:

Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Comprendi questo e troverai la forza.”

È una frase semplice solo in apparenza. In realtà racchiude una delle più grandi lezioni della filosofia stoica e forse della vita stessa. Perché ci ricorda che non possiamo evitare il dolore, le crisi, le perdite, le delusioni o le difficoltà. Non possiamo controllare il comportamento degli altri, l’instabilità del mondo o gli imprevisti dell’esistenza. Possiamo però scegliere come reagire.

Per Marco Aurelio la forza interiore non era rabbia, aggressività o durezza. Era lucidità. Disciplina. Capacità di restare saldi anche nel caos. Significava non lasciarsi travolgere dagli eventi, non diventare schiavi della paura, della collera o dell’ego.

Ed è forse questo l’aspetto più moderno del suo pensiero. Oggi viviamo in una società che spesso confonde la forza con il rumore, l’esibizione o il bisogno continuo di dimostrare qualcosa. Marco Aurelio, invece, insegnava l’opposto: la vera forza è silenziosa. È la capacità di mantenere equilibrio quando tutto attorno vacilla. È continuare a fare il proprio dovere senza perdere dignità, senza cedere al cinismo, senza smettere di essere umani.

Persino nelle difficoltà più dure, il suo pensiero non diventa mai disperazione. Rimane sempre un invito alla responsabilità personale. Non a cambiare il mondo con la forza, ma a non permettere al mondo di cambiare ciò che siamo nel profondo.

In fondo, il messaggio di Marco Aurelio continua a parlarci perché tocca qualcosa di universale: il bisogno umano di trovare stabilità dentro l’instabilità. E forse è proprio questa la sua lezione più grande. Il coraggio non è non avere paura. È continuare a camminare anche quando la paura esiste.



martedì 19 maggio 2026

L’uomo che i nazisti decorarono senza sapere chi fosse davvero


 

Si chiamava Charles Coward.
E il paradosso della sua vita è tutto nel suo cognome: “Coward”, vigliacco. Perché nella realtà fu esattamente il contrario.

Sergente della British Royal Artillery, venne catturato dai tedeschi vicino a Calais nel maggio del 1940. Ma già nelle prime ore di prigionia tentò più volte la fuga, iniziando una lunga serie di evasioni che negli anni lo resero uno dei prigionieri britannici più problematici per i tedeschi.

Coward aveva una capacità fuori dal comune: sapeva osservare, adattarsi, interpretare ruoli. In una delle sue fughe riuscì persino a fingersi un soldato tedesco ferito all’interno di un ospedale militare. La messinscena funzionò così bene che il personale tedesco arrivò ad assegnargli la Croce di Ferro, una delle principali decorazioni del Reich, convinto che fosse uno dei loro. Un soldato britannico decorato dai nazisti senza che loro se ne accorgessero.

La storia di Charles Coward sembra inventata, ma è reale. E racconta bene quanto, a volte, il coraggio non abbia nulla di spettacolare: è sangue freddo, intelligenza, ostinazione e la capacità di non smettere mai di cercare una via d’uscita.


domenica 17 maggio 2026

La guerra come necessità economica: la lettura di Tooze

Molto spesso la Seconda guerra mondiale viene raccontata come il risultato della pura volontà di dominio di Hitler e del militarismo giapponese. Storici come Adam Tooze mostrano però un quadro più complesso: sia la Nazi Germany sia l’Empire of Japan entrarono in guerra anche perché si sentivano economicamente vulnerabili.

Nel suo The Wages of Destruction, Tooze spiega che la Germania nazista era potente militarmente ma fragile sul piano delle risorse. Mancavano petrolio, materie prime e sicurezza alimentare, mentre gli Stati Uniti e l’URSS avevano capacità industriali enormemente superiori. Per Hitler, conquistare l’Est europeo significava costruire un impero autosufficiente capace di sostenere una lunga competizione globale.

Lo stesso vale in parte per il Giappone. Tokyo dipendeva dalle importazioni di petrolio e materie prime e vide gli embarghi americani come una minaccia esistenziale. La spinta verso il Sud-est asiatico nacque anche da qui: assicurarsi energia e risorse prima di essere strangolati economicamente.

Questo però non significa che tedeschi e giapponesi combattessero “solo” per motivi economici. L’economia e il dominio politico erano inseparabili. Per ottenere sicurezza economica immaginavano infatti enormi imperi militari sotto controllo tedesco o giapponese.

In altre parole, la conquista non era un obiettivo separato dai problemi economici: era la soluzione che quei regimi pensavano necessaria per risolverli.


giovedì 14 maggio 2026

il Divin Codino e gli anni in cui sognavamo davanti a un pallone


Non sono più le Notti Magiche inseguendo un gol sotto il cielo di Italia ’90, né i pomeriggi sospesi e incandescenti dell’estate americana del 1994. Eppure, quando Roberto Baggio entra nella sala dell’Oval, il tempo sembra fermarsi per qualche istante. L’ovazione che lo accoglie non è soltanto un applauso per un ex calciatore: è il tributo a un campione che ha saputo trasformare il calcio in emozione pura, lasciando un segno profondo nell’immaginario di intere generazioni.

La memoria corre inevitabilmente a quel pomeriggio infuocato del 20 settembre 1987, in un San Siro ribollente di passione per il Milan degli olandesi. Sembrava dovesse essere la celebrazione del nuovo calcio rossonero, e invece il giovane Baggio, insieme a Diaz, gelò lo stadio con lampi di talento che già lasciavano intuire l’arrivo di qualcosa di irripetibile.

Da lì in avanti il Divin Codino avrebbe attraversato il calcio italiano lasciando ovunque una scia di stupore: Firenze lo trasformò in poesia popolare, Torino in un simbolo tanto discusso quanto magnifico, Milano nella consacrazione definitiva, mentre Bologna e Brescia custodirono gli ultimi lampi romantici di un calcio che stava lentamente cambiando pelle.

Ed è quella stessa passione che riaffiora durante la presentazione del libro scritto insieme alla figlia. Nella sala si intravedono vecchie maglie azzurre consumate dal tempo, custodite quasi come reliquie di un’Italia che sapeva ancora riconoscersi davanti a un pallone che rotolava verso la porta. Baggio parla poco, quasi sottovoce, come ha sempre fatto. Non ha mai avuto bisogno di grandi proclami: sul campo bastavano un controllo orientato, una punizione all’incrocio o un dribbling improvviso per raccontare tutto.

Si muoveva con la grazia di Nureyev e la precisione di un maestro d’armi. Anche nei campi più pesanti o imperfetti riusciva a rendere il calcio qualcosa di vicino all’arte. Fragile e fortissimo allo stesso tempo, capace di portarsi addosso il peso delle sconfitte senza mai smettere di cercare bellezza nel gioco.

E forse il momento più autentico arriva alla fine. In mezzo alla folla c’è un bambino con una maglia azzurra attillata, il codino legato dietro la testa come negli anni ’90, che si avvicina stringendo tra le mani una lettera piena di aspettative, emozioni e sogni. Baggio la prende con delicatezza, accenna un sorriso e per un attimo sembra che il tempo non sia mai passato davvero. Perché alcuni campioni non appartengono soltanto al calcio: appartengono ai ricordi, alle speranze e a quella parte di noi che continua ostinatamente a credere nella magia.

mercoledì 13 maggio 2026

LUIGI Nava il temporeggiatore


Il generale Luigi Nava è una figura che ancora oggi divide gli storici. Per alcuni fu un comandante troppo prudente, quasi paralizzato dal timore di sbagliare; per altri fu uno dei pochi ufficiali italiani della Grande Guerra a comprendere davvero cosa significasse mandare migliaia di uomini a morire sulle montagne.

Nell’estate del 1915, mentre l’Italia entrava nella guerra con l’idea di un’avanzata rapida verso le linee austro-ungariche, Nava comandava la 4ª Armata sulle Dolomiti. Davanti aveva montagne impossibili, creste di roccia, neve, artiglierie piazzate in alto e soldati che spesso combattevano più contro il freddo che contro il nemico. Cadorna pretendeva offensiva immediata, velocità, aggressività. Nava invece rallentava, studiava, consolidava le posizioni. Non voleva lanciare i suoi uomini in assalti che riteneva inutili e sanguinosi.

Per il comando supremo quella cautela divenne quasi una colpa morale. In un esercito dove il valore si misurava nella capacità di attaccare a ogni costo, Nava appariva debole, esitante, poco “guerriero”. Il 25 settembre 1915 venne rimosso dal comando con accuse pesantissime: mancavano, secondo Cadorna, energia e decisione.

Ma il punto vero è proprio questo: Nava era un pusillanime o semplicemente un comandante che aveva troppo rispetto per la vita dei suoi soldati? Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità. Non aveva il temperamento aggressivo che la guerra totale pretendeva, ma intuiva con lucidità che quelle montagne avrebbero divorato intere generazioni. In un’epoca in cui molti generali misuravano il successo contando i metri conquistati, lui forse guardava anche il numero dei morti.

Tifare davvero anche quando fa male. La storia insegna

  Psicodramma Milan. La sconfitta di domenica sera ha fatto infuriare i tifosi più accesi, e in parte è inevitabile. Perdere fa male sempre...