Da
Napoleone alle guerre dei droni: per una grande potenza il tempo può
trasformarsi da alleato in nemico C'è una parola che può aiutare a
leggere molte delle guerre degli ultimi tre secoli: overextension,
la sovraestensione della potenza. È il momento in cui un Paese
militarmente superiore scopre che essere più forte dell'avversario
non significa necessariamente riuscire a vincere la guerra. La
superiorità può essere schiacciante all'inizio, ma se non viene
trasformata rapidamente in un risultato politico, con il passare del
tempo entrano in gioco altre variabili: le distanze, la logistica, i
rifornimenti, la capacità industriale, il costo delle armi, gli
alleati, il consenso dell'opinione pubblica e soprattutto la capacità
dell'avversario di adattarsi e continuare a combattere.
È
questo il vero problema per una grande potenza: se
vuole sfruttare appieno la propria superiorità deve cercare di
raggiungere gli obiettivi della guerra nel più breve tempo
possibile.
Non esiste un numero di giorni valido per ogni conflitto. Esiste però
una dinamica ricorrente nella storia: più una guerra si prolunga
senza produrre un risultato politico decisivo, più aumenta il
rischio di impantanarsi. E quando una guerra di movimento diventa una
guerra di logoramento, la differenza iniziale di potenza può
progressivamente perdere importanza.
Napoleone
lo scoprì in Russia nel 1812. Quando la Grande Armée attraversò il
Niemen, l'imperatore francese disponeva di una forza enorme, composta
da centinaia di migliaia di uomini provenienti da gran parte
dell'Europa napoleonica. Era la rappresentazione visibile di una
potenza apparentemente irresistibile. Ma proprio quelle dimensioni
contenevano una fragilità: un esercito immenso doveva essere
alimentato, rifornito, mantenuto in movimento e collegato alle
proprie retrovie. Ogni chilometro percorso verso est rendeva tutto
più difficile.
I
russi potevano permettersi ciò che Napoleone non poteva permettersi:
cedere
spazio e guadagnare tempo.
L'esercito francese avanzava, ma avanzando consumava se stesso. Le
linee di rifornimento diventavano sempre più lunghe, gli uomini
diminuivano, i cavalli morivano, le comunicazioni diventavano più
difficili. Dopo la sanguinosissima battaglia di Borodino, Napoleone
arrivò a Mosca. Apparentemente aveva raggiunto il proprio obiettivo
militare. Ma Alessandro I non chiese la pace.
Questo
è forse il punto più importante dell'intera campagna: Napoleone
aveva conquistato Mosca senza aver vinto la guerra.
Il
problema non fu quindi soltanto il celebre inverno russo. Quando
arrivò il grande freddo, la situazione francese era già gravemente
compromessa. Napoleone era entrato nella trappola dell'overextension:
aveva conquistato una quantità enorme di territorio senza riuscire a
trasformare quelle conquiste in una decisione politica. Più rimaneva
in Russia, più il tempo lavorava contro di lui.
All'epoca
anche le comunicazioni rappresentavano una parte essenziale del
problema. Gli ordini viaggiavano attraverso corrieri e dispacci, le
informazioni potevano impiegare giorni per raggiungere i comandanti e
la distanza dal centro politico diventava anche distanza informativa.
Oggi satelliti, reti digitali e sistemi di comunicazione consentono
di seguire un conflitto quasi in tempo reale, ma questo non ha
eliminato il problema del tempo. Lo ha semplicemente trasformato.
Oggi
una guerra viene infatti combattuta contemporaneamente sul campo e
davanti all'opinione pubblica. Il processo era già iniziato
nell'Ottocento, quando il telegrafo e i primi grandi reportage dalla
guerra di Crimea cominciarono a ridurre la distanza tra il fronte e i
cittadini. Con la radio e soprattutto con la televisione il rapporto
diventò ancora più stretto. Durante il Vietnam le immagini della
guerra entrarono nelle case degli americani e contribuirono, insieme
alle perdite, ai costi e alla difficoltà di individuare una
conclusione convincente del conflitto, a rendere sempre più
problematica la sua sostenibilità politica.
Internet
e i social network hanno portato questo processo all'estremo. Oggi la
telecamera di un drone può registrare un attacco e quelle immagini
possono circolare nel mondo pochi minuti dopo. Ogni successo può
diventare propaganda, ogni errore può trasformarsi in una crisi
comunicativa e ogni perdita può entrare immediatamente nel dibattito
politico. Per una grande potenza questo significa che anche
il consenso è diventato una risorsa da consumare durante una guerra.
Vietnam
e Afghanistan mostrano un altro aspetto fondamentale
dell'overextension. L'attore militarmente più debole non deve
necessariamente sconfiggere frontalmente la grande potenza. In
determinate guerre può bastargli sopravvivere. Continuare a
combattere. Rendere progressivamente più costosa la presenza
dell'avversario e aspettare che, nella società della potenza
intervenuta, cominci a diffondersi una domanda molto semplice: perché
siamo ancora qui?
La
guerra cambia così natura. All'inizio la domanda è: chi
è militarmente più forte?
Dopo anni può diventare: chi
è disposto a continuare più a lungo?
Le
guerre contemporanee dei droni rendono questo problema ancora più
interessante perché stanno modificando persino il rapporto tra
superiorità tecnologica e superiorità economica. Per decenni
abbiamo immaginato l'evoluzione militare come una corsa verso sistemi
sempre più sofisticati e costosi. Oggi sistemi relativamente
economici come i droni della famiglia Shahed
di origine iraniana
mostrano una logica differente.
Non
avrebbe senso sostenere che ogni Shahed venga contrastato con un
missile Patriot: le difese aeree sono stratificate e utilizzano
strumenti diversi a seconda della minaccia. Il problema strategico è
però evidente. Un drone relativamente economico può costringere il
difensore ad attivare radar, guerra elettronica, sistemi contraerei
e, in determinate circostanze, intercettori il cui costo può essere
enormemente superiore a quello della minaccia.
È
una forma moderna di logoramento.
Non
bisogna infatti guardare soltanto al valore del drone abbattuto.
Bisogna chiedersi quanto
costa impedirgli di raggiungere il bersaglio.
Se un sistema offensivo relativamente economico obbliga continuamente
l'avversario a utilizzare risorse scarse e molto più costose, anche
l'intercettazione riuscita può contribuire alla pressione economica
e industriale sul difensore.
La
risposta sarà probabilmente sempre più tecnologica ma,
paradossalmente, anche più economica. A un drone non sarà
conveniente contrapporre sistematicamente un missile da milioni:
sempre più spesso si cercherà di contrapporre un
altro drone,
un sistema di guerra elettronica o comunque un intercettore
sufficientemente economico da rendere sostenibile lo scambio.
La
guerra del futuro potrebbe quindi essere combattuta attraverso
tecnologie sofisticatissime, ma seguendo una logica sorprendentemente
antica: quanto
costa produrre, quanto velocemente posso produrre e per quanto tempo
posso continuare a farlo?
La
tecnologia torna così a incontrare l'industria. Non basta progettare
il sistema migliore. Bisogna poterlo costruire in quantità
sufficienti, sostituirlo rapidamente, modificarlo quando l'avversario
sviluppa una contromisura e mantenere aperta una catena di
approvvigionamento capace di funzionare per mesi o anni.
Ed
è qui che torniamo all'overextension. Una grande potenza dispone
normalmente del massimo vantaggio nella fase iniziale del conflitto.
Se riesce a trasformarlo rapidamente in un risultato politico, può
evitare la trappola. Se
invece la guerra si prolunga e si impantana, cambia progressivamente
il terreno sul quale viene misurata la forza.
Dopo
mesi o anni non conta più soltanto chi possiede l'aereo migliore, il
missile più preciso o il sistema tecnologicamente più avanzato.
Conta chi produce più munizioni, chi sostituisce più rapidamente i
mezzi perduti, chi dispone delle materie prime necessarie, chi
mantiene aperte le proprie catene logistiche, chi conserva gli
alleati, chi riesce a finanziare il conflitto e chi mantiene il
consenso della propria popolazione.
La
tecnologia può quindi rendere una battaglia velocissima senza
rendere necessariamente breve una guerra. Anzi, droni economici,
sistemi autonomi e capacità di produzione diffuse possono consentire
anche a un avversario più debole di sopravvivere abbastanza a lungo
da trascinare quello più forte proprio dove non vorrebbe trovarsi:
in
una guerra di logoramento senza una chiara via d'uscita.
Da
Napoleone nella Russia del 1812 alle guerre dei droni del XXI secolo
sono cambiate quasi tutte le tecnologie. La velocità delle
comunicazioni è diventata istantanea, il campo di battaglia è
osservabile dai satelliti e macchine relativamente economiche possono
colpire obiettivi a centinaia di chilometri di distanza. Ma una delle
domande fondamentali della guerra è rimasta sorprendentemente
simile.
Non
basta chiedersi chi
è più forte quando la guerra comincia.
Bisogna
chiedersi chi
riuscirà ancora a sostenerla quando sarà durata molto più di
quanto entrambi avevano previsto.
È
allora che nasce l'overextension. Ed è allora che per la potenza
militarmente superiore il rischio più grande non è necessariamente
essere sconfitta sul campo, ma impantanarsi
in una guerra che non riesce più né a vincere rapidamente né a
concludere alle proprie condizioni.