mercoledì 4 febbraio 2026

Il culto del capo Nicola Bombacci


Il culto del capo è il filo rosso che attraversa le grandi derive del Novecento, a destra come a sinistra. È il momento in cui la politica smette di essere confronto e diventa fede, quando la complessità viene sacrificata in nome di una guida ritenuta infallibile, capace – si dice – di incarnare da sola il popolo, la nazione, la rivoluzione. È dentro questa logica che si colloca la parabola di Nicola Bombacci, figura emblematica di come le ideologie, svuotate della democrazia, possano trasformarsi in contenitori intercambiabili.

Bombacci nasce comunista e muore fascista, ma il passaggio non è una conversione improvvisa: è una continuità. Dalla devozione per Lenin all’adesione totale a Benito Mussolini, ciò che resta costante è la centralità del capo come motore della storia. Cambia il colore della bandiera, non la struttura del potere. Il leader diventa la scorciatoia: al posto delle istituzioni, al posto del pluralismo, al posto del conflitto democratico. Dove c’è il capo, non servono mediazioni; dove c’è il capo, il dissenso diventa tradimento.

Storicamente, il culto del capo ha sempre prosperato nei momenti di crisi profonda: disordine sociale, paura economica, frustrazione collettiva. È allora che la promessa dell’uomo solo al comando appare rassicurante. Ma è una rassicurazione ingannevole. Perché il capo non risolve la complessità: la nega. E nel negarla, costruisce un nemico, semplifica il mondo, chiede obbedienza invece di responsabilità.

La parabola di Bombacci ci ricorda che il vero spartiacque non è tra destra e sinistra, ma tra democrazia e autoritarismo. Quando la politica rinuncia alle regole, al confronto e ai limiti del potere, il culto del capo diventa il linguaggio comune di ogni estremismo. Ed è qui che la storia smette di essere passato: perché ogni volta che si invoca un capo “che decide”, “che risolve”, “che parla a nome di tutti”, quel meccanismo torna a mettersi in moto.


lunedì 2 febbraio 2026

Kurt Gerstein: l’illusione di fermare il male dall’interno



La parabola di Kurt Gerstein è una di quelle storie che mettono a disagio, perché non consente scorciatoie morali. Non c’è eroismo facile, non c’è innocenza assoluta, non c’è un confine netto tra bene e male. C’è un uomo che entra nel cuore del sistema criminale del suo tempo e ne diventa, allo stesso tempo, ingranaggio e testimone. Ufficiale delle SS, credente luterano, tecnico e funzionario dello Stato nazista, Gerstein vede con i propri occhi l’orrore dello sterminio e tenta disperatamente di denunciarlo, pur restando intrappolato nella macchina che lo produce.

La sua vicenda è raccontata nei rapporti Gerstein, redatti dopo la guerra, e analizzata da storici come Raul Hilberg e Saul Friedländer, che hanno messo in luce la natura strutturale dello sterminio e l’illusione di poter “limitare il male” dall’interno. Anche la storiografia tedesca, a partire dal lavoro di Pierre Joffroy nel volume Kurt Gerstein, restituisce l’immagine di un uomo spezzato tra fede, obbedienza e coscienza, incapace di trovare una via d’uscita efficace.

Gerstein non è la storia di chi si oppone apertamente, ma di chi sceglie di restare “dentro” pensando di poter sabotare, rallentare, denunciare. È la storia di una coscienza che si muove in un sistema che non ammette coscienze. Assiste alle camere a gas di Bełżec, ne osserva il funzionamento tecnico, ne comprende l’abisso morale, e da quel momento vive una frattura insanabile: continuare a svolgere il proprio ruolo o gridare ciò che ha visto, sapendo che probabilmente nessuno vorrà ascoltare.

La sua morte, avvenuta in carcere nel 1945 in circostanze mai del tutto chiarite, chiude una vita segnata da ambiguità tragiche: colpevole per appartenenza, testimone per coscienza. Ma proprio qui sta il valore della sua storia. La vicenda di Gerstein ci ricorda che il male non si regge solo sul fanatismo, ma soprattutto sulle zone grigie, sull’illusione della neutralità, sulla delega morale.

Eppure, nella sua imperfezione, resta una lezione positiva e attuale: la coscienza, anche quando arriva tardi o fallisce, lascia tracce. I rapporti di Gerstein sono oggi una delle testimonianze più importanti sul funzionamento dello sterminio. Non hanno salvato vite allora, ma hanno contribuito a costruire verità, memoria e responsabilità dopo. Ed è da questa consapevolezza che nasce il compito di oggi: non credere mai che “stare dentro” basti, e ricordare che ogni sistema disumano inizia quando troppi rinunciano a scegliere davvero.


domenica 1 febbraio 2026

13 sigillo dell'Orange nel Derby. La febbre sale a 41


 

Per una volta partiamo dallo scenario. È stato davvero bello e intenso vedere le tribune del PalaBrumar gremite, cariche di passione e di tifo, capaci di regalare uno spettacolo unico. Un clima che ha esaltato i protagonisti in campo, autori di una partita vibrante e di grande intensità.

L’avvio è un susseguirsi di continui capovolgimenti di fronte che mettono in evidenza la qualità dei giocatori, capaci di ripartenze fulminee. Nei primi minuti il match si sviluppa su binari di grande equilibrio, con un rocambolesco 2-2 sui pali, anche se il computo finale dei legni vedrà l’Orange nettamente avanti 6 a 2.

A sbloccare la gara è il capitano Ibra, e non poteva essere altrimenti, bravo a capitalizzare una bella discesa. In successione arrivano le reti di Caracciolo, al posto giusto nel momento giusto, di Itria, che fa valere tutta la sua esperienza, e del Condor, che con il compasso battezza l’angolo più lontano.

L’Avis prova a reagire, ma resta stordita dalla gragnuola di colpi subita. Il copione non cambia nella ripresa, con la squadra di casa che controlla la sfuriata dell’Isola, costretta a ricorrere più volte al portiere di movimento. Curallo trova il pertugio giusto dalla distanza e, a pochi minuti dalla fine, Tizzano realizza la rete della bandiera.

Finisce in festa per l’Orange, che mette il tredicesimo sigillo stagionale davanti al proprio pubblico e si lancia con entusiasmo e fiducia verso il big match della prossima settimana a Cornedo. Una sfida che profuma di verità, capace di dire molto – forse tutto – su questo finale di stagione, tra ambizioni, sogni e la voglia di continuare a scrivere una storia che, partita dopo partita, si fa sempre più intensa.

domenica 25 gennaio 2026

Quando un presidente confonde la forza con il comando. Emuli differenti


Negli ultimi mesi alcune testate e commentatori hanno suggerito che Theodore Roosevelt possa essere letto come un antesignano di Donald Trump: un presidente energico, decisionista, insofferente ai vincoli e capace di incarnare una leadership personale e muscolare. Un paragone che nasce soprattutto dallo stile, più che dalla sostanza, e che merita di essere guardato con attenzione. Perché se Trump sembra aspirare a una statura “rooseveltiana”, è proprio nel confronto con Roosevelt che emergono tutte le distanze.

Roosevelt credeva nel potere come responsabilità pubblica. Il suo decisionismo non era fine a sé stesso, ma orientato a un obiettivo preciso: rafforzare lo Stato, correggere gli squilibri del capitalismo, combattere i monopoli e rendere più solida la democrazia americana. Il carisma serviva a spingere il sistema in avanti, non a piegarlo al leader.

Emblematico, in questo senso, è il suo rapporto con i Rough Riders. Quel reggimento volontario, divenuto mito nazionale, non era una milizia personale né un corpo ideologico. Era, al contrario, il simbolo dell’America che Roosevelt aveva in mente: cowboy e studenti di Harvard, immigrati e figli dell’establishment, uomini di origini sociali e culturali diversissime uniti sotto la stessa bandiera. Per Roosevelt la forza della nazione stava proprio lì, nella pluralità che diventa comunità.

Per questo Roosevelt non concepiva la violenza come strumento contro un “nemico interno”. Il suo celebre big stick riguardava la politica estera e la deterrenza internazionale, non la repressione del dissenso domestico. Anche nei momenti di forte conflitto sociale, Roosevelt intervenne per stabilizzare e mediare, non per dividere gli americani in campi contrapposti.

Trump, invece, sembra richiamarsi solo alla superficie del modello rooseveltiano: il linguaggio diretto, la retorica della forza, l’idea del leader come figura dominante. Ma dove Roosevelt usava il potere per includere e costruire, Trump lo utilizza per polarizzare. Dove Roosevelt rafforzava le istituzioni, Trump le mette sotto pressione. Dove Roosevelt vedeva un’unica comunità nazionale, Trump tende a contrapporre un’America “vera” a un’America “nemica”.

Il paradosso è evidente: Trump aspira alla grandezza storica di Roosevelt, ma rifiuta ciò che quella grandezza richiede — visione, senso del limite, rispetto profondo delle istituzioni democratiche. Roosevelt fu un riformatore autoritario dentro la democrazia. Trump è un leader populista che la democrazia la mette alla prova. Ed è in questa differenza che il paragone, alla fine, si dissolve.


sabato 24 gennaio 2026

Gianni e l’infanzia che non se n’è mai andata

 

Metti una sera ad ascoltare l’idolo della tua gioventù calcistica. E all’improvviso il tempo si piega, si arrotola su sé stesso, e ti ritrovi lì. Era l’epoca dei pantaloni a zampa d’elefante e dei basettoni, quelli veri – me li ricordo ancora, folti e vistosi, sul volto di mio padre. Erano gli anni delle prime grandi riprese televisive, quando lo slow motion sembrava una magia e il calcio era ancora istinto, non lavagna.

Era il tempo degli Zigoni, dei Romeo Benetti, di Bonimba e di Bettega. Un calcio ruvido, diretto, umano. E poi c’era lui. L’Abatino. Quello che dava del tu al pallone. Un talento irripetibile, capace di accendere lo stadio con un gesto e di spegnerlo con un silenzio. Estro puro, carattere impossibile, genio e sregolatezza. Uno che non chiedeva permesso.

Erano anche gli anni in cui, se tifavi Milan, soffrivi fino in fondo. La fatal Verona, il gol annullato all’ultimo nel 71/72, la quasi retrocessione del ’77. E tu, dodicenne, portavi quei colori come una bandiera scomoda, invisa al novantacinque per cento dei tuoi coetanei, ma proprio per questo ancora più tua.

Poi, quando meno te lo aspettavi, arrivò la stella. Il decimo scudetto. Non era il Milan degli invincibili o dei cannibali. Era il Milan normale, quello che vinceva contro il destino. E sopra tutti, ancora lui: Gianni. L’uomo dei miracoli, come raccontava lo zio di Abatantuono.

Tutto questo l’ho ascoltato questa sera. E non perché l’ho intervistato, né perché fossi lì da cronista. Ma perché è stato un tuffo al cuore, un ritorno a un’infanzia che allora sembrava magari triste, e invece era felicità pura, perché condivisa con chi oggi non c’è più. È lì che ho preso il morbo. Quello di Gianni.



Continuità e solidità: gli Orange superano il Val Dlans

 

Terza partita del girone di ritorno e terza vittoria consecutiva per i ragazzi di Patané, che allungano ulteriormente sulla seconda in classifica – fermata dal Real Sesto – portando a dodici punti il margine di vantaggio. Un patrimonio importante, costruito con continuità e personalità.

La sfida contro il Val Dlans non è stata semplice. Nonostante la posizione di classifica, gli ospiti hanno messo in campo intensità e orgoglio, impegnando a lungo Amico e compagni, privi di Ibra, squalificato per la giornata. Il primo tempo è stato duro, combattuto, ricco di occasioni e di emozioni, ma a rompere l’equilibrio ci ha pensato Angelino, baby face dal cuore grande, che ha mandato gli Orange al riposo in vantaggio.

In avvio di ripresa è arrivato il raddoppio firmato da Montauro, ma il Val Dlans ha reagito accorciando le distanze e riaprendo momentaneamente la gara. Nel finale, però, gli Orange hanno gestito con lucidità, trovando ancora il gol con Angelino e poi con Amico, che ha chiuso definitivamente l’incontro.

Il 4–1 finale porta la squadra a 38 punti, con 12 vittorie e 2 pareggi, miglior attacco, miglior difesa e una differenza reti di +37. Dati importanti, che confermano il valore del lavoro svolto, ma che non cambiano l’approccio: all’orizzonte ci attendono il derby con Isola e la trasferta di Cornedo, due test significativi per misurare ulteriormente il percorso intrapreso.


venerdì 23 gennaio 2026

Cosa fa di un uomo un uomo. Non la sua nascita ma le scelte che fa: Albert Battel



Nel ricordare la Shoah, la Giornata della Memoria non serve solo a commemorare le vittime, ma anche a interrogarsi sulle scelte individuali dentro uno dei sistemi più criminali della storia. In questo senso, la figura di Albert Battel rappresenta una storia scomoda e potente, capace di rompere le semplificazioni.

Battel era un avvocato tedesco e tenente della riserva della Wehrmacht, in servizio nel 1942 a Przemyśl, nella Polonia occupata. Non era un oppositore esterno al regime, né un eroe “puro”: era un ufficiale dell’esercito tedesco, iscritto al Partito Nazionalsocialista. Proprio per questo, la sua scelta assume un valore straordinario.

Quando le SS decisero la liquidazione del ghetto della città, Battel ordinò il blocco armato dell’unico ponte di accesso, arrivando a minacciare l’uso delle armi contro i reparti delle SS. Nello stesso giorno fece evacuare centinaia di ebrei, nascondendoli in una caserma militare. Grazie a quell’atto di disobbedienza, circa 500 persone furono salvate dalla deportazione nel campo di sterminio di Bełżec.

La sua vicenda dimostra che anche dentro un sistema criminale la responsabilità individuale non scompare. La Wehrmacht, nel suo insieme, collaborò con il regime nazista, ma Battel dimostra che la scelta morale era possibile, anche a costo di conseguenze personali gravissime.

Ricordare Albert Battel nella Giornata della Memoria significa affermare che la memoria non è solo condanna del passato, ma richiamo al presente: non esistono contesti che annullino del tutto la coscienza. Anche quando obbedire è la norma, scegliere di non farlo resta una possibilità.


Il culto del capo Nicola Bombacci

Il culto del capo è il filo rosso che attraversa le grandi derive del Novecento, a destra come a sinistra. È il momento in cui la politica...