domenica 1 novembre 2026

Dolcetto o Lecco? Per l’Orange uno scherzetto da tre goal nel finale di partita


Un pareggio che lascia l’amaro in bocca all’Orange Futsal, che aveva accarezzato la seconda vittoria casalinga dopo un primo tempo di grande intensità, chiuso con un convincente 3-0. Ma il Lecco, squadra tignosa e mai doma, trascinata da un Rafinha in grande spolvero, ha saputo ribaltare l’inerzia della gara, facendo vedere le streghe – e nella notte di Halloween non poteva essere altrimenti – alla retroguardia orange, soprattutto grazie all’utilizzo del portiere di movimento.

Alla fine, un pareggio tutto sommato giusto per quanto visto sul parquet, in una partita vivace, combattuta e ricca di occasioni, con pali e traverse a fare da protagonisti su entrambi i fronti. L’Orange ha mostrato il suo volto migliore nella prima frazione, aggressivo, determinato e pungente, salvo poi perdere un po’ di sicurezza nella ripresa, quando i lombardi hanno alzato il baricentro e aumentato la pressione.

Guardando il bicchiere mezzo pieno, resta l’ottima prestazione di Piazza, autore di una doppietta, e la crescita costante di Giacomo Amico, sempre più convincente per personalità e presenza nel roster di mister Patanè. Ma soprattutto emerge una squadra che, rispetto alla passata stagione, ha decisamente alzato i giri del motore, mostrando qualità, intensità e una maggiore consapevolezza dei propri mezzi.

Resta il rammarico per una vittoria sfumata dopo averla avuta a lungo in pugno, ma anche la sensazione che questo Orange abbia tutte le carte in regola per togliersi delle soddisfazioni. A patto di imparare a gestire i momenti difficili con la stessa determinazione con cui sa dominare quelli favorevoli.

Ora il campionato si concede una settimana di pausa, ma non gli orange, attesi dalla trasferta di Coppa della Divisione. Alla ripresa delle ostilità si farà rotta verso il Triveneto, con la voglia di ripartire da quanto di buono mostrato finora e, magari, con un pizzico di cinismo in più.



Marcatori 2 Piazza, 1 Montauro Ibra (orange) 2 Rafinha, 1 De Felice Perazzetta (Lecco)

venerdì 30 ottobre 2026

QUANDO LA STORIA DIVENTA UN MANUALE DI ISTRUZIONI Von Clausewitz e il marketing

 


C'è qualcosa di singolare, e per certi versi di grottesco, nel vedere i manager del XXI secolo cercare ispirazione in un generale prussiano dell'Ottocento. Eppure Carl von Clausewitz, autore del celebre Della guerra, è diventato uno dei riferimenti della moderna cultura manageriale. Le sue riflessioni sulle guerre napoleoniche vengono oggi reinterpretate come strategie commerciali, tecniche di marketing e modelli di leadership. Il passaggio è stato quasi naturale. Basta sostituire qualche parola e il gioco è fatto: il nemico diventa il concorrente, il campo di battaglia il mercato, le truppe i dipendenti e la conquista del territorio si trasforma nella conquista dei clienti. Ed ecco Napoleone accomodarsi idealmente in un consiglio di amministrazione, mentre le sue campagne militari diventano presentazioni PowerPoint.

Del resto, il linguaggio aziendale è ormai un bollettino di guerra. Si attaccano nuovi mercati, si difendono posizioni, si conquistano clienti, si lanciano offensive commerciali e si combattono guerre dei prezzi. Persino una promozione al supermercato può assumere i contorni di una brillante operazione strategica. Ma Clausewitz era assai meno banale di certi suoi interpreti. Aveva compreso che la guerra non è un fine, bensì uno strumento subordinato a un obiettivo politico. Prima di decidere come combattere, occorre sapere perché farlo e quale risultato si intende raggiungere. Una lezione che molti manager farebbero bene a ricordare: aumentare le vendite non significa necessariamente costruire un'impresa migliore.

C'è poi il concetto di attrito, uno dei più interessanti del pensiero clausewitziano. Nessun piano, per quanto accurato, sopravvive indenne al confronto con la realtà. Imprevisti, informazioni incomplete, errori e comportamenti umani possono mandare all'aria anche la strategia più raffinata. Non accade forse lo stesso nelle aziende, dove sofisticati piani industriali e analisi di mercato finiscono talvolta per infrangersi contro la semplice imprevedibilità delle persone?

Clausewitz sapeva che la strategia non consiste nel prevedere tutto, ma nel saper decidere anche nell'incertezza. Un insegnamento particolarmente attuale in un'epoca nella quale algoritmi, statistiche e intelligenza artificiale possano anticipare ogni comportamento del consumatore.

Il problema, tuttavia, nasce quando la metafora militare smette di essere uno strumento di analisi e diventa una filosofia aziendale. Perché un'impresa non è un esercito, un concorrente non è necessariamente un nemico e un cliente non è un territorio da occupare. Il mercato, a differenza della guerra, non richiede sempre uno sconfitto per produrre un vincitore. Le imprese possono crescere collaborando, innovando, condividendo conoscenze e costruendo alleanze. Lo dimostra soprattutto il mondo delle piccole imprese, dove reti, filiere e relazioni rappresentano spesso un vantaggio competitivo più importante di qualsiasi strategia commerciale.

Eppure continuiamo a celebrare il manager combattente, il leader capace di annientare la concorrenza, il dirigente che conquista quote di mercato come fossero territori nemici. Una retorica che trasforma ogni scelta economica in una prova di forza e ogni successo in una vittoria sull'avversario. Il paradosso è evidente: abbiamo preso un pensatore che cercava di comprendere la complessità e i limiti della guerra e lo abbiamo trasformato in un consulente di marketing.

Forse sarebbe utile tornare a leggere Clausewitz senza pretendere di ricavare da ogni battaglia napoleonica una ricetta per aumentare il fatturato.

Scopriremmo che la sua lezione più preziosa non riguarda soltanto come affrontare un avversario, ma soprattutto la capacità di valutare obiettivi, risorse e conseguenze delle proprie decisioni.

Perché la vera intelligenza strategica non consiste nel vincere ogni battaglia, ma nel comprendere quali meritino di essere combattute. E forse la forma più alta di saggezza è riconoscere che non ogni vittoria rappresenta una conquista e non ogni rinuncia una sconfitta.»


martedì 27 ottobre 2026

KARÁNSEBES 1788: QUANDO NON SAI COMUNICARE HAI PERSO


Ovvero, come perdere una battaglia senza che l'avversario si presenti

Nella storia militare ci sono grandi vittorie, sconfitte memorabili e imprese eroiche. Poi ci sono gli austriaci che, nel 1788, riuscirono a fare qualcosa di decisamente più originale: combattere una battaglia contro sé stessi. E perderla.

Siamo a Karánsebes, nell'attuale Romania. L'esercito dell'imperatore Giuseppe II d'Asburgo è impegnato nella guerra contro l'Impero ottomano. Migliaia di soldati, cannoni, cavalleria, ufficiali e un'organizzazione militare che, almeno sulla carta, dovrebbe garantire una certa efficienza. Il problema è che la carta, evidentemente, non aveva letto il piano di battaglia.

Secondo il racconto più popolare, tutto comincia quando alcuni cavalleggeri austriaci incontrano dei venditori di acquavite. La guerra può aspettare, la sete no. Si beve, si discute e, quando altri soldati chiedono di partecipare alla festa, nasce una lite. Parte uno sparo. Qualcuno grida: «Arrivano i turchi!». E da quel momento il buon senso presenta le dimissioni. L'esercito asburgico è un concentrato di nazionalità e lingue differenti. Gli ordini vengono fraintesi, i reparti si scambiano per nemici, qualcuno spara, qualcun altro risponde. Secondo la leggenda, persino l'artiglieria decide di partecipare, prendendo di mira i propri commilitoni.

Insomma, un esercito perfettamente organizzato per affrontare il nemico, purché il nemico fosse l'esercito stesso. La tradizione racconta di 10.000 morti. Una cifra clamorosa, ma storicamente non dimostrata, così come diversi dettagli della vicenda. Un episodio di panico e fuoco amico ci fu; il resto è stato probabilmente ingigantito nei racconti successivi. Ma il paradosso rimane straordinario. Gli ottomani, che avrebbero dovuto essere i protagonisti della battaglia, si ritrovarono praticamente disoccupati. Gli austriaci avevano già provveduto da soli.

E qui arriva la lezione, valida ancora oggi.

Quando manca la comunicazione, quando nessuno ascolta, tutti impartiscono ordini e ciascuno interpreta la realtà a modo proprio, non serve un avversario particolarmente brillante per combinare un disastro. Basta un'organizzazione convinta di sapere perfettamente quello che sta facendo. A Karánsebes gli austriaci dimostrarono che per perdere una guerra non è indispensabile avere un nemico. A volte basta una riunione mal gestita, qualche ordine incomprensibile e un gruppo di persone assolutamente convinte di avere ragione.

domenica 25 ottobre 2026

Il Nido dell’Aquila va in fumo. La storia ha il senso dell’ironia

Ci sono notizie che sembrano scritte da uno sceneggiatore particolarmente sarcastico. Una di queste riguarda il Nido dell'Aquila, il celebre rifugio di Hitler sulle Alpi bavaresi, che sarebbe stato divorato dalle fiamme.

Costruito nel 1938 a 1.834 metri di altitudine, il Kehlsteinhaus era uno dei simboli della megalomania nazista. Un edificio spettacolare, raggiungibile attraverso una strada scavata nella montagna e un ascensore nella roccia. Un luogo pensato per impressionare il mondo, anche se Hitler, curiosamente, lo frequentò poco. Evidentemente, persino lui aveva qualche problema con le alte sfere.

Sopravvissuto alla guerra e trasformato in attrazione turistica, il Nido dell'Aquila è diventato uno dei luoghi più conosciuti della storia del Terzo Reich.

E qui arriva il paradosso. Il nazismo aveva una certa dimestichezza con il fuoco. Bruciava libri nelle piazze, incendiava sinagoghe, riduceva città in macerie e utilizzava i forni crematori per cancellare esseri umani. Il fuoco era uno degli strumenti con cui pretendeva di eliminare tutto ciò che non corrispondeva alla propria delirante visione del mondo.

Naturalmente, un edificio in fiamme non è paragonabile a quelle atrocità. Ma l'ironia della sorte è difficile da ignorare. Hitler voleva un Reich millenario. È durato dodici anni. Il suo Nido dell'Aquila, almeno, ha resistito più a lungo.

Evidentemente, chi ha passato la vita a giocare col fuoco non dovrebbe stupirsi se, prima o poi, gli brucia anche il nido.



venerdì 23 ottobre 2026

«ROMAGNA MIA»: ORANGE FUTSAL ASTI, IN TRASFERTA È UN’ALTRA MUSICA!


Tre viaggi, tre vittorie. Ibra dirige l'orchestra, Montauro mette il sigillo e gli Orange conquistano Cesena.

Chissà cosa avrebbe pensato Raoul Casadei, il re del liscio romagnolo, vedendo gli Orange arrivare a Cesena e imporre il proprio ritmo. Perché in Romagna la musica è una cosa seria, ma questa volta a dirigere l'orchestra sono stati gli uomini di Patanè, con Ibra a far cantare la fisarmonica e Montauro a scandire il tempo. Tre trasferte, tre vittorie: una tournée senza stecche, almeno lontano dal PalaBrumar.

L'Orange Futsal Asti conferma la propria vocazione corsara e torna dalla Romagna con altri tre punti che la proiettano in una posizione di classifica decisamente al di là delle aspettative. Un piazzamento che, tuttavia, non è frutto del caso, ma racconta la qualità di un gruppo cresciuto nel corso degli anni, capace di adattarsi con intelligenza, spirito di sacrificio e una buona dose di personalità a un campionato di livello decisamente superiore.

La trasferta romagnola porta in dote un morale alle stelle, una tripletta di un Ibra sempre più padrone della classifica marcatori del girone e una compattezza difensiva che, fatta eccezione per qualche apprensione nel finale, rende particolarmente dolce il viaggio di ritorno.

Il primo tempo scorre su ritmi piuttosto blandi, con le due formazioni attente soprattutto a non concedere spazi. Gli Orange, però, crescono con il passare dei minuti e proprio quando l'intervallo sembra destinato ad arrivare in pareggio (sigillo di Angelino), ecco il guizzo di Ibra, che a meno di sessanta secondi dalla sirena si inventa la giocata del vantaggio.

La ripresa, pareggio di Traversari a parte, è un monologo astigiano. Ibra sale nuovamente in cattedra e firma altre due reti, mentre l'algoritmo Orange Montauro trova dalla distanza il sigillo che sembra mettere definitivamente in cassaforte il risultato.

Ma il Cesena non ha alcuna intenzione di alzare bandiera bianca. I romagnoli gettano il cuore oltre l'ostacolo, approfittano di qualche disattenzione e riescono a ricucire il triplo svantaggio, trasformando gli ultimi minuti in una prova di nervi per gli uomini di Patanè.

A due minuti dalla conclusione, però, l'espulsione dell'uomo di punta cesenate limita le possibilità di rimonta dei padroni di casa e permette agli Orange di amministrare il vantaggio fino alla sirena conclusiva.

La classifica, intanto, recita dodici punti. Un bottino che certifica la bontà del lavoro svolto e la maturità raggiunta da una squadra che ha imparato a soffrire senza perdere la propria identità. Ora, però, bisogna sfatare il paradosso di questo avvio di stagione: l'Orange viaggia come un treno lontano da Asti, ma deve tornare a fare punti anche al PalaBrumar.

E l'occasione arriverà proprio nel pomeriggio della notte delle streghe, quando ad attendere gli Orange ci sarà il Lecco. Un avversario tutt'altro che accomodante, per una sfida che promette scintille. D'altra parte, ad Halloween, tra fantasmi, streghe e sortilegi, si potrebbe spezzare l'incantesimo.


La guerra, i generali e l'illusione della forza



"Se non avesse svoltato a destra. Se avesse proseguito lungo l'autostrada. Se non avesse fatto così freddo."

Non sono le giustificazioni di Heinz Guderian per il fallimento della corsa tedesca verso Mosca nel 1941, ma le considerazioni di quello che dovrebbe essere l'uomo più potente del mondo, il presidente Usa. Un novello Sun Tzu che, dall'alto della propria posizione, si arrovella nel tentativo di impartire lezioni di strategia militare a Paesi sovrani e generali di eserciti che non comanda.

Eppure la storia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Soprattutto a chi pretende di interpretare le guerre come una partita a scacchi, nella quale basta muovere il pezzo più potente per avere ragione dell'avversario. Viviamo un'epoca in cui la tecnologia ha trasformato profondamente il campo di battaglia. Droni, intelligenza artificiale, sistemi satellitari e armamenti sempre più sofisticati sembrano aver consegnato la superiorità militare a chi dispone delle maggiori risorse economiche e tecnologiche.

Ma la guerra continua a dimostrare che, molto spesso, piccolo è bello. O quantomeno terribilmente efficace. I possenti T-34 della Seconda guerra mondiale e i loro modernissimi discendenti, almeno sulla carta, dovrebbero avere vita facile contro avversari meno equipaggiati. E invece non è così. La superiorità dei mezzi non garantisce quella sul terreno, né tantomeno la vittoria politica. In quasi tutti i conflitti degli ultimi ottant'anni, e anche in molti precedenti, intelligence, operazioni dei commando, guerriglia e resistenza dietro le linee hanno spesso pesato quanto, se non più, della potenza di fuoco degli eserciti convenzionali.

Basta guardare all'Afghanistan, dove prima gli inglesi, poi i sovietici e infine gli americani con i loro alleati hanno sperimentato, in epoche e circostanze differenti, quanto sia difficile piegare un territorio e una popolazione attraverso la sola forza militare.

E come dimenticare il Vietnam? Una guerra nella quale la sproporzione tecnologica non impedì a un avversario determinato di logorare una delle più grandi potenze militari della storia. Gli esempi potrebbero continuare, fino ai conflitti contemporanei, dove un drone relativamente economico può mettere fuori combattimento un mezzo da milioni di euro e un semplice lanciarazzi anticarro può trasformarsi in una minaccia per sistemi d'arma infinitamente più costosi.

È il paradosso della guerra moderna: si investono risorse immense per costruire strumenti sempre più sofisticati, salvo scoprire che l'avversario può trovare il modo di neutralizzarli con mezzi assai più modesti. Naturalmente la tecnologia conta, eccome. Ma non basta. Non può sostituire la conoscenza del territorio, la capacità di adattamento, l'intelligence, la determinazione di chi combatte e, soprattutto, la volontà di resistere.

La guerra combattuta a colpi di tecnologia continuerà sempre a fare i conti con la resilienza umana. E questa è una variabile che nessun algoritmo, per quanto evoluto, riesce a governare completamente. È proprio per questo che dovrebbe tornare centrale il primato della politica.

Perché se la superiorità militare non garantisce la vittoria, e se persino la vittoria sul campo non assicura una pace duratura, allora continuare a considerare le armi come la soluzione definitiva dei conflitti significa non aver compreso una delle lezioni più ricorrenti della storia. La mediazione, il negoziato e la diplomazia non sono manifestazioni di debolezza. Sono gli strumenti attraverso i quali la politica può raggiungere risultati che gli eserciti, anche i più potenti, non sono necessariamente in grado di ottenere.

Del resto, già Sun Tzu, molti secoli prima dell'invenzione dei carri armati, dei missili e dei droni, aveva individuato il principio fondamentale dell'arte militare: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere. Forse è proprio questa la lezione che dovrebbero ricordare i moderni strateghi da conferenza stampa.

Perché il generale più grande non è necessariamente quello che vince più battaglie.

È quello che riesce a rendere inutile combatterle.


domenica 18 ottobre 2026

Operation Underworld: quando lo Zio Sam chiamò gli amici degli amici


Nel 1942, mentre gli Stati Uniti combattevano contro le potenze dell'Asse, la Marina americana scelse un alleato improbabile: la criminalità organizzata di New York. Una vicenda in cui la ragion di Stato finì per prevalere su ogni altra considerazione.

In guerra non sempre si scelgono gli alleati. Talvolta si scelgono quelli che servono. E quando la posta in gioco è la sopravvivenza di una nazione, anche ciò che in tempo di pace appare inaccettabile può diventare uno strumento da utilizzare. Tutto serve per portare a casa la vittoria, purché si abbia la lucidità di distinguere il fine dai mezzi e, soprattutto, di comprendere il prezzo che quei mezzi comportano. È in questa zona grigia della storia che nasce Operation Underworld, una delle operazioni più singolari dell'intelligence americana durante la Seconda guerra mondiale.

Nel febbraio del 1942 il transatlantico francese Normandie, requisito dagli Stati Uniti e destinato a essere trasformato in nave militare con il nome di USS Lafayette, prese fuoco nel porto di New York e si rovesciò. L'incendio fu accidentale, ma il timore di sabotaggi nemici era reale. I porti della costa orientale rappresentavano un'arteria vitale per lo sforzo bellico: da quelle banchine transitavano uomini, armi, munizioni e rifornimenti destinati ai fronti di guerra.

La Marina aveva uomini, mezzi e autorità. Ma non possedeva qualcosa di altrettanto importante: il controllo informale delle banchine, dei mercati, delle relazioni tra lavoratori e di quel mondo sotterraneo che sfuggiva agli apparati ufficiali.

Quel potere apparteneva, almeno in parte, alla criminalità organizzata. Joe “Socks” Lanza, figura influente nel mercato ittico newyorkese, divenne uno dei primi interlocutori dell'intelligence navale. Attraverso di lui si cercò di raggiungere lavoratori portuali, pescatori ed equipaggi che potevano osservare movimenti sospetti e facilitare la raccolta di informazioni. La collaborazione arrivò poi a coinvolgere ambienti legati a Lucky Luciano, allora detenuto.

Non fu una conversione morale dei gangster al patriottismo, né un'improvvisa assoluzione delle loro attività criminali. Fu un accordo di convenienza, nel quale interessi differenti finirono temporaneamente per incontrarsi.

L'importanza strategica di Underworld non risiedeva nella potenza militare, ma nella capacità di proteggere ciò che rendeva possibile combattere: la logistica. Un esercito può disporre delle armi migliori, ma senza carburante, munizioni e rifornimenti non va da nessuna parte. E un porto paralizzato può fare danni quanto una battaglia perduta.

La rete di Lanza consentì agli investigatori navali di entrare in ambienti altrimenti difficilmente accessibili. L'influenza di Luciano e dei suoi intermediari contribuì a mantenere operative le banchine e a facilitare la sorveglianza dei movimenti sospetti. Il giudizio storico sull'efficacia dell'operazione resta discusso: non esistono prove che quella collaborazione abbia sventato specifici sabotaggi tedeschi, ma una ricostruzione pubblicata nel 2025 dalla rivista Naval History dell'U.S. Naval Institute ne riconosce l'utilità per la sicurezza portuale.

Poi arrivò la Sicilia. Nel luglio del 1943 gli Alleati sbarcarono sull'isola con l'Operazione Husky. Anche in questo caso l'intelligence americana cercò di sfruttare contatti e conoscenze degli ambienti italoamericani per ottenere informazioni sulla geografia, sui porti e sulle condizioni locali. Sarebbe storicamente scorretto attribuire alla mafia il successo dello sbarco: la stessa Marina statunitense considera il suo contributo possibile ma limitato.


Rimane, tuttavia, una questione di straordinario interesse. Gli Stati Uniti accettarono di trattare con uomini che avevano costruito il proprio potere attraverso estorsioni, intimidazioni e controllo criminale del territorio. Non perché ne condividessero i metodi, ma perché ritenevano di poterne utilizzare le capacità per raggiungere un obiettivo superiore.

La storia, del resto, è piena di alleanze improbabili. La guerra obbliga spesso a distinguere ciò che è desiderabile da ciò che è necessario. Ma non bisogna confondere il pragmatismo con l'assenza di conseguenze: nel 1946 la pena di Lucky Luciano venne commutata e il boss fu espulso verso l'Italia. Anche quella decisione alimentò interrogativi sul rapporto tra collaborazione bellica e concessioni al potere criminale. Operation Underworld racconta dunque qualcosa di più di un accordo segreto tra ammiragli e gangster. Racconta il lato meno celebrato della vittoria, quello fatto di compromessi, informazioni, relazioni personali e decisioni che difficilmente troverebbero posto nei discorsi ufficiali. Perché la guerra non si vince soltanto sui campi di battaglia. Si vince nei porti, nelle fabbriche, lungo le rotte commerciali, negli uffici dell'intelligence e talvolta persino nei luoghi dove uno Stato, in condizioni normali, non dovrebbe mai cercare i propri alleati. La vera lezione di Underworld, però, non è che ogni mezzo sia giustificato dal risultato. È che la vittoria può richiedere compromessi straordinari, ma non cancella mai la responsabilità di averli scelti.


Ed è forse proprio questa la differenza tra vincere una guerra e poter raccontare, senza imbarazzo, come la si è vinta.

Dolcetto o Lecco? Per l’Orange uno scherzetto da tre goal nel finale di partita

Un pareggio che lascia l’amaro in bocca all’Orange Futsal, che aveva accarezzato la seconda vittoria casalinga dopo un primo tempo di grand...