Molto spesso la Seconda guerra mondiale viene raccontata come il risultato della pura volontà di dominio di Hitler e del militarismo giapponese. Storici come Adam Tooze mostrano però un quadro più complesso: sia la Nazi Germany sia l’Empire of Japan entrarono in guerra anche perché si sentivano economicamente vulnerabili.
Nel suo The Wages of Destruction, Tooze spiega che la Germania nazista era potente militarmente ma fragile sul piano delle risorse. Mancavano petrolio, materie prime e sicurezza alimentare, mentre gli Stati Uniti e l’URSS avevano capacità industriali enormemente superiori. Per Hitler, conquistare l’Est europeo significava costruire un impero autosufficiente capace di sostenere una lunga competizione globale.
Lo stesso vale in parte per il Giappone. Tokyo dipendeva dalle importazioni di petrolio e materie prime e vide gli embarghi americani come una minaccia esistenziale. La spinta verso il Sud-est asiatico nacque anche da qui: assicurarsi energia e risorse prima di essere strangolati economicamente.
Questo però non significa che tedeschi e giapponesi combattessero “solo” per motivi economici. L’economia e il dominio politico erano inseparabili. Per ottenere sicurezza economica immaginavano infatti enormi imperi militari sotto controllo tedesco o giapponese.
In altre parole, la conquista non era un obiettivo separato dai problemi economici: era la soluzione che quei regimi pensavano necessaria per risolverli.


