“Vado
a dormire, che alle 3 mi sveglio e vado giù a vedere la partita: c’è
mio figlio che gioca.” Una
frase detta quasi a mezza voce, rubata nel post partita dell’ultima
di campionato. Una frase semplice, quasi smozzicata. Eppure dentro
quella frase c’è tutto. C’è l’anima dell’Orange Futsal
Asti. C’è l’humus su cui è cresciuta questa società: la
famiglia.
Perché
qui il futsal non è solo uno sport. È condivisione, è crescita, è
appartenenza. Nella città di Alfieri è qualcosa di più di una
passione: è un credo. E allora forse non è un caso. Perché la
numerologia, in certi momenti, sembra davvero avere un senso. A dieci
anni esatti da quel rigore di Ramon che regalava lo scudetto ai
galletti orange, sugli spalti c’erano dei bambini. Guardavano,
sognavano, respiravano quell’impresa. Oggi quei bambini sono
diventati uomini. E hanno fatto qualcosa di straordinario.
Dopo
aver riportato la prima squadra nei quartieri che contano del futsal
italiano, hanno scritto un nuovo capitolo: la Coppa Italia di
categoria. Un trofeo che non è solo una vittoria, ma la
certificazione di un percorso, di una visione, di un investimento
continuo sui giovani. Una partita perfetta. Disegnata con precisione
chirurgica dal tandem Patanè–Davi: un’iperbole fatta di attese,
ripartenze, accelerazioni brucianti. Suolate, sinistri, assist e
parate. Un campionario completo di futsal.

Di
fronte, una Roma 1927 costruita per vincere, come sottolineato anche
da Patanè nel post gara. Ma il campo ha raccontato altro. Un primo
tempo in cui le occasioni migliori parlano astigiano, fino a quando
la rete si gonfia su quella maledetta
di Merlo: marchio di fabbrica, firma riconoscibile, simbolo di un
giocatore al passo d’addio con il mondo giovanile ma già
protagonista di un futuro sempre più azzurro. Poi la svolta. Un
minuto che cambia tutto. Merlo e Ferrara, su assist di un Alves
dominante (MVP del torneo), mandano in bambola gli avversari,
annichiliti
poi dalla spizzata di Amico. E
poi dodici minuti di resistenza feroce contro il portiere di
movimento. Quando arriva il fischio finale, il tabellone è
inequivocabile: 4-0
per i piemontesi.
Un
trionfo. L’ultimo alloro della juniores risaliva al 2018. Poi una
lunga sfilza di secondi posti. Il giorno prima, con il direttore
sportivo, li guardavamo uno a uno: quei piatti, simbolo di chi è
arrivato vicino, di chi ha sfiorato, di chi ha atteso.
Mancava
qualcosa. Mancava una coppa. Quella coppa oggi è arrivata. A
compimento di un lavoro costruito nel tempo, con pazienza, visione e
fiducia nei giovani, come ricordano il direttore sportivo Marco
Caccialupi e il presidente Pier Giorgio Pascolati.
E
allora la chiosa non può che essere quella del capitano, Alessandro
Merlo: “Abbiamo fatto la storia. Abbiamo fermato una squadra che,
se non sbaglio, non perdeva da maggio 2023… basta già questo! Lo
abbiamo fatto senza subire gol, con cinismo, grinta, unione,
passione, appartenenza. Sono fiero e orgoglioso di quello che abbiamo
fatto: è il frutto del lavoro di anni. Lo meritavamo da tanto… e
ora finalmente abbiamo vinto la Coppa Italia.”