Povero Annibale. Dopo aver attraversato mezza Europa con un esercito di decine di migliaia di uomini, cavalli ed elefanti, dopo aver sconfitto i Romani a Trebbia, al Trasimeno e a Canne, dopo aver trascorso duemila anni nei libri di storia come uno dei più grandi strateghi militari di sempre, si ritrova oggi candidato d'ufficio nel dibattito politico italiano. L'ultima reincarnazione del condottiero cartaginese lo vede trasformato in testimonial motivazionale: «Ad Annibale dissero che non si potevano attraversare le Alpi». Sottinteso: i visionari vincono, gli scettici perdono, dunque ogni progetto politico osteggiato dai critici sarebbe una moderna traversata alpina.
Peccato che Annibale fosse un generale cartaginese nato nell'attuale Tunisia, figlio di una delle più importanti famiglie aristocratiche del Mediterraneo antico, educato in una società cosmopolita, mercantile e profondamente intrecciata con il mondo africano, iberico e orientale. Insomma, probabilmente l'ultima figura storica che avrebbe accettato serenamente di essere ridotta a slogan per un comizio.
Il problema, tuttavia, non è Annibale. Il problema è la politica. La politica contemporanea soffre di una curiosa sindrome: l'impossibilità di sostenere una tesi senza scomodare un morto illustre. Se bisogna parlare di coraggio, ecco spuntare Churchill. Se occorre difendere l'ordine, arriva Giulio Cesare. Per discutere di identità nazionale compare Garibaldi. Se serve giustificare una battaglia contro il sistema, ecco Annibale che scende dalle Alpi con gli elefanti, pronto a condividere un post sui social.
È una sorta di servizio di leva postumo. I protagonisti della storia vengono arruolati senza possibilità di obiezione di coscienza. Eppure la storia è molto più complicata degli slogan. Annibale non attraversò le Alpi perché qualcuno gli aveva detto che era impossibile. Le attraversò perché aveva elaborato una strategia militare precisa, cercando di colpire Roma nel punto più vulnerabile. E pagò quella scelta con perdite enormi. Non era un influencer della resilienza, ma un comandante che assunse rischi calcolati in una guerra.
Il paradosso è che, seguendo questa logica, si potrebbe sostenere tutto e il contrario di tutto. Annibale potrebbe diventare europeista perché attraversava le frontiere senza passaporto; ambientalista perché usava elefanti anziché mezzi a combustione; fautore dell'integrazione mediterranea perché tunisino di nascita e spagnolo d'adozione. Assurdo? Certamente. Quanto il tentativo di trasformarlo in un testimonial politico del XXI secolo.
Forse sarebbe più onesto lasciare Annibale dov'è: sulle Alpi, nei manuali di storia e nella memoria di una delle più straordinarie imprese militari dell'antichità. E chiedere ai politici di attraversare le proprie montagne con idee, programmi e risultati, senza costringere i grandi del passato a scendere ogni volta in campo per conto terzi.





