Come diceva Flaiano, il popolo italiano ha sempre bisogno di un potente da omaggiare, di una figura forte da venerare. Vale nella politica, ma evidentemente anche nello sport.
L'ultimo caso è Jannik Sinner, quest'anno forse insidiato, nell'immaginario collettivo, da Kimi Antonelli. Perché noi italiani abbiamo una straordinaria capacità: quando nasce un campione, nel giro di poco tempo lo trasformiamo in qualcosa di più. Non basta ammirarlo. Bisogna celebrarlo, raccontarlo, seguirlo ovunque. E possibilmente farsi un selfie. Torino ha avuto la fortuna, ma soprattutto la capacità, di aggiudicarsi le ATP Finals – e qui va ricordato anche il lavoro fatto a suo tempo da chi contribuì a credere e investire nella candidatura (vero Ruben) – e da allora vive un'epopea tennistica di prim'ordine.
Nel frattempo, sull'onda di Sinner, il tennis italiano ha continuato a sfornare campioni. Magari nessuno ancora alla sua altezza, ma abbastanza forti da permetterci di vincere ripetutamente la Coppa Davis e di riportare l'Italia stabilmente ai vertici del tennis mondiale. Poi accade l'impensabile: anche i campioni sono esseri umani. Non sono intelligenze artificiali. Possono stancarsi, possono farsi male, possono aver bisogno di fermarsi. E così l'altoatesino-monegasco salterà l'edizione 2026 delle Finals torinesi.
Apriti cielo.
Scatta immediatamente l'esodo al contrario: biglietti rimessi in vendita, programmi cambiati, delusione collettiva. I peana sulla sua assenza assumono quasi i toni di un lutto nazionale, come se al Pala Alpitour, senza il nostro numero uno, improvvisamente non ci fosse più nulla da vedere. E qui, francamente, qualcosa non torna.
Perché gli appassionati di tennis avranno comunque davanti i migliori giocatori del mondo, atleti che si sfideranno al massimo livello possibile. Roba che per decenni avremmo pagato oro per poter vedere dal vivo in Italia. E allora la domanda sorge spontanea: siamo diventati davvero un Paese di appassionati di tennis oppure siamo semplicemente seguaci di Sinner? Perché sono due cose molto diverse.
Il vero appassionato vuole vedere il rovescio, il servizio, la risposta, la strategia, il talento. Vuole assistere a una partita tra due fuoriclasse indipendentemente dal passaporto che hanno in tasca. L'altro vuole esserci perché c'è Sinner. Vuole fotografarlo, raccontare di averlo visto, magari aspettarlo davanti all'hotel per strappare un'immagine da mettere sui social. E se Sinner non c'è, improvvisamente anche il tennis sembra perdere interesse.
Adesso aspettiamoci pure le profezie: crollerà il turismo a Torino, gli alberghi resteranno vuoti, i ristoranti deserti. E soprattutto ci saranno giornalisti disperati che, dopo aver trascorso giorni accovacciati davanti all'hotel in attesa di raccontarci a che ora Sinner è uscito, dove ha cenato e con chi si è allenato, dovranno affrontare il più terribile degli imprevisti : raccontare il tennis.
Che, pensandoci bene, non sarebbe neppure una cattiva idea.






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