Ogni tanto la politica riscopre la patrimoniale come se fosse una grande novità. C'è chi la propone, chi la demonizza, chi la considera la soluzione a tutti i problemi e chi, invece, la vede come il male assoluto. In realtà, l'idea ha più di duemila anni. Correva l'anno 6 d.C. quando Ottaviano Augusto introdusse la Vicesima hereditatium, quella che gli storici considerano la prima vera imposta di successione dell'età romana. L'aliquota era semplice: il 5% del patrimonio ereditato. Un ventesimo del valore dei beni, da cui il nome vicesima.
Viene quasi spontaneo pensare che si trattasse di una misura redistributiva o di un modo per riequilibrare la ricchezza. Niente di tutto questo. Augusto aveva un problema molto concreto: garantire un futuro ai legionari che, dopo vent'anni o più di servizio, lasciavano l'esercito. Occorreva assicurare loro un'indennità di congedo, una sorta di trattamento di fine servizio, e creare un fondo stabile per sostenere quella spesa. Per farlo istituì l'Aerarium militare, una cassa dedicata alimentata proprio dalla tassa sulle successioni. In altre parole, anche l'Impero romano doveva fare i conti con la sostenibilità della spesa pubblica.
Cambiano i secoli. Cambiano gli strumenti. Ma il problema resta sorprendentemente attuale. Fa sorridere pensare che uno dei primi grandi interventi fiscali della storia non fosse destinato a costruire acquedotti o templi, bensì a finanziare quello che oggi definiremmo, con un linguaggio molto moderno, il TFR dei militari. Forse, se Augusto avesse avuto un ufficio stampa, il giorno dopo i giornali avrebbero titolato:
"Patrimoniale del 5% per garantire il trattamento di fine servizio dei legionari." E probabilmente non sarebbero mancati editoriali, talk show e opinionisti pronti a dividersi tra favorevoli e contrari. Perché, a ben vedere, cambiano gli strumenti della comunicazione, ma il dibattito pubblico sembra seguire da sempre gli stessi copioni. La storia, però, ha il pregio di ricordarci che molte delle idee che oggi sembrano nuove sono, in realtà, antiche quanto la civiltà.
Naturalmente questo non significa che le soluzioni di duemila anni fa possano essere trasferite automaticamente al presente. Le economie, le società e gli Stati sono profondamente cambiati. Ma conoscere la storia aiuta a guardare i grandi temi del nostro tempo con una prospettiva diversa. Del resto, già Tacito aveva colto una verità destinata a non invecchiare mai: Nervus rerum pecunia est. "Il denaro è il nervo di tutte le cose." Una frase scritta quasi duemila anni fa e che continua a spiegare, forse meglio di tanti editoriali, perché ogni epoca finisca inevitabilmente per discutere di tasse, patrimoni e finanza pubblica.
In fondo, la prossima volta che sentiremo parlare di una "nuova" patrimoniale, varrà la pena ricordare che tanto nuova non è. Ottaviano Augusto ci era arrivato... duemila anni fa.





