C'è qualcosa che mi colpisce nelle polemiche nate intorno al bordocampista di DAZN che, convinto di stare registrando un intervento e non di essere in diretta, ha interpretato quel momento con un approccio evidentemente diverso da quello che avrebbe avuto sapendo di essere già in onda. Si può discutere dell'errore, naturalmente. Si può discutere di chi avrebbe dovuto avvisarlo, di un ritorno audio che forse non è arrivato, di un segnale non percepito, di una comunicazione che evidentemente non ha funzionato. Ma, sinceramente, non è questo l'aspetto che trovo più interessante.
Non mi interessa mettere sul banco degli imputati il giornalista e nemmeno cercare un tecnico da accusare. Mi colpisce molto di più la scarsissima indulgenza con cui oggi giudichiamo l'errore degli altri, soprattutto quando quell'errore avviene davanti a una telecamera e può essere registrato, ritagliato, condiviso e commentato migliaia di volte.
In pochi minuti un errore professionale può trasformarsi in una gogna mediatica. Arrivano le sentenze, le battute, gli esperti improvvisati, quelli che spiegano come avrebbe dovuto comportarsi, quelli che assicurano che loro non avrebbero mai commesso un errore simile. E allora a tutti coloro che pontificano con tanta sicurezza vorrei fare una domanda molto semplice: vi siete mai trovati davvero davanti a una telecamera, con un microfono aperto, sapendo di avere pochi secondi per costruire un pensiero e pronunciarlo in maniera comprensibile davanti a migliaia di persone?
Perché da casa è tutto semplice. La frase giusta viene sempre in mente. Il tono è quello corretto. La battuta sarebbe stata migliore. Il concetto sarebbe stato espresso diversamente. Ma una diretta non funziona così. In una diretta i secondi contano. Qualcuno ti dà la linea e improvvisamente devi esserci. Devi aprire un collegamento, mettere insieme informazioni e pensieri, ascoltare quello che arriva nell'auricolare, osservare ciò che accade intorno a te e contemporaneamente parlare sapendo che non esiste il tasto "annulla".
Chiunque abbia provato anche una sola volta a parlare davanti a una telecamera conosce quella strana alterazione del tempo. Cinque secondi possono sembrare lunghissimi quando aspetti di andare in onda e diventare improvvisamente pochissimi quando devi trovare le prime parole. Devi costruire una frase mentre la stai già pronunciando. Devi sapere dove vuoi arrivare prima ancora di avere completamente deciso come arrivarci. E se qualcosa nella catena tecnica o comunicativa non funziona come ti aspetti, puoi sbagliare.
Non significa che chi lavora in televisione non debba essere preparato. Al contrario: essere professionisti significa allenarsi proprio a gestire l'imprevisto. E naturalmente un errore può essere analizzato e criticato. Ma esiste una differenza enorme tra criticare una prestazione e mettere alla gogna una persona.
È questa distinzione che mi sembra stiamo progressivamente perdendo.
I social hanno creato un gigantesco tribunale nel quale tutti siamo contemporaneamente pubblico, pubblico ministero e giudice. Abbiamo il replay, possiamo riascoltare una frase dieci volte, fermarla, isolarla dal contesto e analizzare ogni parola. Chi era davanti alla telecamera, invece, aveva un'unica possibilità e pochi secondi per decidere.
Noi giudichiamo con il fermo immagine ciò che qualcun altro ha dovuto vivere in tempo reale. Ed è una differenza enorme. C'è poi qualcosa di profondamente umano che rischiamo di dimenticare. La professionalità non consiste nel non sbagliare mai. Nessun giornalista, conduttore, tecnico, medico, insegnante, imprenditore o lavoratore attraversa una carriera senza commettere errori. La professionalità si misura anche nella capacità di gestirli, comprenderli e non ripeterli.
Naturalmente esistono errori gravi e responsabilità che devono essere accertate. Non tutto può essere giustificato con la pressione del momento. Ma proprio per questo dovremmo essere capaci di distinguere un comportamento grave da un incidente, una responsabilità sostanziale da un'imprecisione, l'inadeguatezza professionale da un momento andato male.
La domanda che dovremmo farci prima di partecipare alla prossima gogna digitale è forse molto semplice: io, nella stessa situazione, avrei certamente fatto meglio? Non seduto sul divano. Non dopo aver visto il video tre volte. Non avendo avuto dieci minuti per costruire la risposta perfetta. Lì. In quel momento. Con una telecamera davanti, un auricolare nell'orecchio, qualcuno che ti parla dalla regia, il rumore intorno e pochi secondi per capire cosa sta succedendo e trasformarlo in parole.
Forse sì. Forse avremmo fatto meglio. Oppure avremmo esitato, pronunciato una frase infelice, perso il filo o interpretato male un'indicazione. È proprio questa possibilità che dovrebbe renderci un po' più prudenti quando giudichiamo gli altri.
Non si tratta di rinunciare alla critica. Si tratta di recuperare l'indulgenza. Quella capacità, sempre più rara, di riconoscere che dietro uno schermo non c'è soltanto un professionista da valutare, ma una persona sottoposta a pressioni, tempi e imprevisti che noi, comodamente dall'altra parte della telecamera, non possiamo percepire fino in fondo. Perché l'errore di una diretta può durare pochi secondi. La gogna che costruiamo intorno a quei pochi secondi, invece, può durare molto più a lungo.
E forse, prima di premere "pubblica" sul prossimo commento indignato, dovremmo ricordarci che tutti pretendiamo comprensione quando siamo noi a sbagliare. Sarebbe utile imparare a concederne un po' anche agli altri.




