Ci
sono uomini che sembrano attraversare la storia senza appartenere
davvero a un solo luogo. Uomini che partono da un angolo d’Europa e
finiscono per trovarsi, anni dopo, nel cuore di eventi che cambiano
il destino di interi continenti. Carlo
Camillo Di Rudio
fu uno di questi uomini. Nacque
a Belluno nel 1832, tra le montagne venete, in una famiglia
aristocratica. Avrebbe potuto vivere una vita tranquilla, fatta di
privilegi e di sicurezza. Ma l’Europa di quegli anni era
attraversata da un vento nuovo, un vento che parlava di libertà e di
popoli che volevano decidere il proprio destino. Le idee di Giuseppe
Mazzini
circolavano tra i giovani come un richiamo irresistibile. Non erano
soltanto parole: erano una promessa di futuro.
Di
Rudio ne rimase affascinato. Era giovane, inquieto, e sentiva che la
sua vita doveva avere un significato più grande. Così, quando il
Risorgimento
italiano
accese le rivolte contro il dominio austriaco, non ebbe esitazioni.
Si unì ai volontari che combattevano per l’indipendenza. In quei
giorni incontrò uno degli uomini più straordinari del suo tempo,
Giuseppe
Garibaldi.
Garibaldi era molto più di un comandante: era un simbolo. Tra quei
volontari non contavano i titoli nobiliari o le ricchezze, ma solo il
coraggio. Di Rudio dimostrò di averne.
Ma
il suo destino non era quello di fermarsi a una sola battaglia.
L’Europa di metà Ottocento era un continente inquieto,
attraversato da complotti e rivoluzioni. Alcuni patrioti italiani
erano convinti che la causa dell’Italia potesse essere accelerata
colpendo il potere che dominava il continente. Così nel 1858 Di
Rudio si trovò coinvolto nel piano organizzato da Felice
Orsini
per uccidere l’imperatore francese Napoleone
III. La
scena si svolse davanti all’Opera di Parigi. Era sera, le carrozze
arrivavano tra le luci dei lampioni e la folla elegante si accalcava
all’ingresso. Poi, all’improvviso, il fragore delle bombe
squarciò la notte. Il piano però non riuscì. L’imperatore
sopravvisse e i congiurati vennero catturati. Il processo fu rapido e
severo. La sentenza per Di Rudio fu la condanna a morte.
In
quel momento sembrava che la sua storia dovesse finire lì. Ma
accadde qualcosa di inatteso: la pena fu commutata. Non la
ghigliottina, ma la deportazione in una delle colonie penali più
terribili dell’impero francese, nella Guyana sudamericana. Fu così
che Di Rudio venne spedito nella famigerata Isola
del Diavolo. Lì
il tempo sembrava fermarsi. La giungla soffocava ogni cosa, l’aria
era pesante, le febbri tropicali e il lavoro forzato spegnevano
lentamente la vita dei prigionieri. Molti non sopravvivevano a lungo.
Ma Di Rudio non era disposto a rassegnarsi. Continuava a pensare alla
libertà, e a come riconquistarla. Una notte riuscì a fuggire
insieme ad alcuni compagni. Rubarono una piccola imbarcazione e si
lanciarono in mare aperto. Fu una fuga disperata, tra onde, fame e
sete, senza sapere se sarebbero mai arrivati a riva. Eppure
riuscirono a salvarsi. Dopo un viaggio lungo e incerto Di Rudio
raggiunse prima l’Inghilterra e poi gli Stati Uniti.
Sembrava
l’inizio di una nuova vita. Ma anche l’America stava
attraversando una delle sue ore più drammatiche. Nel 1861 scoppiò
la American
Civil War,
la guerra civile tra Nord e Sud. Ancora una volta Di Rudio scelse da
che parte stare: si arruolò nell’esercito dell’Unione. Combatté
come aveva già fatto in Europa, portando con sé l’esperienza
delle rivoluzioni e delle guerre del Vecchio Continente. Terminata
la guerra rimase nell’esercito. La sua carriera lo portò nel
leggendario 7° Cavalleria, il reggimento comandato da uno degli
ufficiali più celebri della frontiera americana, George
Armstrong Custer.
Le grandi pianure dell’Ovest erano allora il teatro di una nuova e
dura frontiera, dove l’esercito degli Stati Uniti si scontrava con
le nazioni native.
Nel
1876 quel reggimento entrò nella leggenda. Nelle praterie del
Montana incontrò una grande coalizione di guerrieri Lakota e
Cheyenne. Lo scontro passò alla storia come la Battle
of the Little Bighorn.
Fu una battaglia feroce e rapidissima. Il distaccamento guidato da
Custer venne circondato e annientato. In poche ore il campo di
battaglia si riempì di silenzio e di fumo. Eppure,
ancora una volta, Di Rudio riuscì a sopravvivere. Si nascose lungo
il fiume, tra i cespugli, rimanendo immobile per quasi due giorni
mentre attorno a lui si muovevano i guerrieri vittoriosi. Solo quando
la battaglia era ormai finita riuscì a ricongiungersi con i soldati
americani rimasti.
Negli
anni successivi continuò a servire nell’esercito fino al grado di
maggiore e infine si ritirò in California. Morì nel 1910, lontano
dalle montagne dove era nato. Guardando
la sua vita sembra quasi impossibile pensare che appartenga a un solo
uomo. Fu patriota del Risorgimento, cospiratore contro un imperatore,
prigioniero in una colonia penale nella giungla e ufficiale della
cavalleria americana nelle grandi pianure dell’Ovest. Servì le
idee di Mazzini,
combatté con Garibaldi
e cavalcò nelle campagne militari di Custer.
Una
vita che attraversa rivoluzioni, imperi e frontiere.
Una vita
che sembra uscita da un romanzo, e che invece è stata interamente
reale.