lunedì 11 maggio 2026

Under 19 Orange batte il Lecco 5 a 0 e vola tra le migliori otto in Italia


 

Quella sporca dozzina” è il celebre film ambientato durante la Seconda guerra mondiale in cui un gruppo apparentemente improbabile, ribelle e istintivo riesce a compiere un’impresa impossibile grazie alla forza del collettivo. Se esiste un paragone sportivo capace di richiamarne lo spirito, nel mondo del futsal porta inevitabilmente a questi Dodici.

I ragazzi under 19 dell’Orange Futsal, tra Coppa Italia e playoff, stanno costruendo qualcosa che va oltre ogni aspettativa. Una nidiata terribile, capace di non sbagliare un colpo, di crescere partita dopo partita e di trasformare entusiasmo, organizzazione e coraggio in risultati concreti. L’eliminazione di una concorrente pericolosa e attrezzata come il Lecco non è stata soltanto una vittoria: è stata una dichiarazione d’intenti.

Ora i Dodici sono tra le migliori otto d’Italia. Ci speravamo, forse lo immaginavamo nei sogni di inizio stagione, ma oggi è realtà. E quel sogno continua prendendo la forma di uno scudetto che resta difficilissimo, forse persino folle da inseguire, ma che rappresenterebbe il premio perfetto per una società che questo 2025-2026 lo ricorderà comunque per sempre.

Davanti ai ragazzi di Patanè troviamo ora la Fenice Mestre. Un altro avversario duro, scorbutico, uno di quelli che non concedono nulla. Due partite da vivere col fiato sospeso, due sfide che possono spalancare le porte della Final Four e consegnare definitivamente questa squadra alla storia.

Sognare non costa nulla. Crederci ancora meno.

Il 17 e il 24 maggio saranno due porte girevoli verso qualcosa di enorme. E comunque vada, sarà stato fantastico.



domenica 10 maggio 2026

Pupi vecchio cuore granata infiamma la platea a Lessona


La sala del teatro di Lessona è piena. Capelli bianchi, occhi lucidi e cuore granata. I ragazzi degli anni Settanta sono tutti lì, stretti uno accanto all’altro, con addosso quella nostalgia che appartiene solo a chi ha vissuto davvero il Toro. Hanno visto il furore agonistico del Poeta del gol, l’uomo capace di incendiare il Comunale e di servire assist perfetti a Pupi, al secolo Paolino Pulici.

Per il popolo granata Pulici non è soltanto un ex attaccante. È un simbolo. L’anima di quel Torino che, ventisette anni dopo Superga, riuscì a riportare il triangolo tricolore sotto la Mole. Un pezzo di identità collettiva. E allora il racconto diventa un fiume di memoria. Dalla rete a Boranga che valse uno scudetto, alle battaglie per diventare capocannoniere, dagli scontri ruvidi con Danova fino all’incontro in via Roma con l’Avvocato Agnelli, tra sfottò reciproci e stima autentica. Perché l’Avvocato, in fondo, aveva sempre avuto un debole per i giocatori sanguigni, quelli che non si tiravano mai indietro.

Pulici parla e la sala ride, applaude, si commuove. I ricordi scorrono veloci come un contropiede di quegli anni. Poi arriva l’immancabile bagno di folla: autografi su fotografie ingiallite dal tempo, biglietti custoditi per decenni, maglie di ogni epoca. Perfino l’improbabile vessillo di Ansaldi, che con quel Toro lì non c’entra nulla. Ma è il granata che attecchisce. Cambiano i giocatori, cambiano gli anni, cambiano le delusioni. Quel colore invece resta addosso. E forse è proprio questo il cuore Toro. Quello di una generazione che ha conosciuto tante delusioni, forse, ma che continua ad amare senza misura. Perché essere del Toro non è soltanto tifare una squadra. È un modo di stare al mondo.


sabato 9 maggio 2026

Costruire per restare lucidi. duecento mattoni


 

Si racconta che Winston Churchill, quando la testa gli si riempiva di rumore, uscisse e si mettesse a posare mattoni, uno dopo l’altro, sempre uguali, sempre nello stesso gesto, duecento al giorno dicono, una cifra perfetta, troppo perfetta per essere vera, perché la realtà raramente è così precisa, i muri a Chartwell li costruiva davvero, con le mani sporche e la giacca impolverata, ma nessuno teneva il conto e in fondo non serviva, perché il punto non è la quantità ma quello che succede mentre lo fai, è la scelta di tirarti fuori, anche solo per un momento, dal vortice che ti gira in testa, di abbassare il volume del caos per tornare a pensare con ordine, perché quando la mente si blocca non ti presenta i problemi uno alla volta, te li rovescia addosso tutti insieme, senza gerarchie, senza appigli, e allora non ti serve un’idea brillante, ti serve spazio, distanza, un gesto semplice che ti permetta di rallentare e rimettere a fuoco, il mattone in questo senso è perfetto, pesa, sta nelle mani, si appoggia, si sistema, ti obbliga a stare lì, a fare una cosa alla volta, e in quel fare apparentemente inutile succede qualcosa di molto concreto, ti estranei abbastanza da non essere più travolto, ma non così tanto da scappare, ti metti in una zona intermedia dove puoi ricominciare a ragionare, e piano piano il caos si scompone, non perché è sparito, ma perché hai trovato il modo di guardarlo senza subirlo, ed è lì che cambia tutto, perché non è costruire il muro il vero obiettivo, è ricostruire un margine di lucidità, è tornare a governare il pensiero invece di esserne schiacciato, e allora magari quei duecento mattoni non sono mai esistiti, ma l’idea sì, ed è quella che conta, la capacità di fermarti senza fermarti davvero, di prenderti una distanza operativa per rientrare con più chiarezza, perché alla fine non si esce dai momenti difficili con uno scatto improvviso, ma con un ritorno lento alla calma, un mattone alla volta, mentre dentro, finalmente, smette di urlare tutto insieme e ricomincia a parlarti in modo comprensibile.







venerdì 8 maggio 2026

Non è stata solo un Adunata ma una Comunità. W gli alpini


Un anno fa Biella si preparava a vivere l’Adunata degli Alpini. C’era l’attesa, quella vera, fatta di giorni che scorrono veloci e di notti in cui si pensa a quello che deve ancora essere fatto. C’era anche un po’ di ansia, quella degli ultimi dettagli, degli incastri, delle responsabilità. Sembrava tutto enorme, quasi troppo grande.

Poi, però, è arrivato il momento. E in pochi istanti la città ha cambiato volto. Biella e il suo territorio sono diventati qualcosa di diverso: un mosaico vivo, colorato, a tratti persino pittoresco, fatto di volti, di voci, di storie che si intrecciavano. Una tre giorni intensa, irripetibile, che ha riempito strade e piazze ma soprattutto ha riempito le persone.

Tra i ricordi che restano, ce n’è uno che vale più di tanti altri. La ricerca della location perfetta per l’apertura del mattino con la Rai. Ore passate a camminare sotto la pioggia, con il freddo che si infilava nelle ossa, a guardare spazi, a immaginare inquadrature, a cercare il punto giusto. Niente era scontato. Si provava, si cambiava, si discuteva, si tornava indietro. In quel momento non era solo organizzazione: era il tentativo di raccontare al meglio la città, di darle il palcoscenico che meritava. E forse proprio lì si è capito quanto tutti ci tenessero davvero.

È stato un evento storico, di quelli che si raccontano negli anni. E c’è una soddisfazione profonda nell’averne fatto parte, nel sapere di aver contribuito, anche solo in minima parte, a qualcosa di così grande.

Ma se devo fermarmi un attimo e pensare a ciò che davvero è rimasto, non sono solo le immagini o i numeri. È un’altra cosa. È quella sensazione diffusa, quasi tangibile, di comunità. La voglia di stare insieme, senza sovrastrutture. Il piacere di incontrarsi, di riconoscersi, anche senza conoscersi.

Gli Alpini hanno portato questo: un modo semplice, diretto, autentico di vivere le relazioni. Pacche sulle spalle, sorrisi, strette di mano che non avevano bisogno di parole. Un senso di gruppo che non esclude, ma accoglie. Un’idea di amicizia che si costruisce anche in pochi minuti, ma resta.

Per qualche giorno, tutto questo è diventato il volto di Biella. Non solo una città che ospita, ma una comunità che partecipa, che si apre, che si riconosce nei valori di chi passa.

E forse è proprio questa l’eredità più forte che ci ha lasciato l’Adunata: la consapevolezza che, al di là degli eventi e delle celebrazioni, ciò che conta davvero è la capacità di stare insieme. Di fare gruppo. Di sentirsi parte di qualcosa che va oltre il singolo.

Una lezione semplice, ma potentissima. E che, a distanza di un anno, vale ancora la pena ricordare.

mercoledì 6 maggio 2026

Da Hornby a Budapest: una fede, non una scelta


 

Febbre a 90° non è solo un film. È un manifesto. È la grammatica sentimentale di chi vive il calcio non come intrattenimento, ma come parte di sé. E nasce da una penna che quella malattia l’ha raccontata meglio di chiunque altro: Nick Hornby. Non parla di vittorie, o meglio, non solo. Parla di attesa, di sconfitte, di rituali, di domeniche storte e di ritorni allo stadio anche quando tutto ti direbbe di restare a casa. Parla di una fedeltà che non si spiega e non si giustifica. La vivi e basta. Essere tifosi, in quel senso lì, non è esaltarsi quando vinci. È restare quando perdi. È sapere che il risultato è solo una parte, che quello che conta davvero è il percorso, la continuità, quel filo invisibile che ti lega a una maglia, a un colore, a una storia che a un certo punto hai deciso di fare tua. E allora succede che quest’anno, a Budapest, alla finale di Champions league non tiferai contro una squadra ma tiferai a favore.

A favore di una squadra di Londra che, grazie a Nick Hornby, è diventata anche tua. Non per nascita, non per geografia, ma per scelta. Per affinità. Perché ti sei riconosciuto in quel modo di vivere il calcio, più romantico che vincente, più ostinato che logico. E in fondo è questo il punto: non scegli una squadra perché vince. La scegli perché ti rappresenta. E quando succede, non torni più indietro.

lunedì 4 maggio 2026

“Il diavolo veste Prada 2”: meno moda, più giornalismo.


A vent’anni di distanza dal primo capitolo, Il diavolo veste Prada 2 cambia pelle. Rimane l’ambientazione nel mondo della moda, ma il centro del racconto si sposta altrove: non più solo estetica, potere e stile, ma il cuore pulsante – e oggi fragile – dell’editoria. Il film parte da un dato evidente: la crisi della carta stampata. Le redazioni sono attraversate da trasformazioni profonde, strette tra il crollo delle vendite, la pressione dei social e quella che ormai è diventata una vera e propria dittatura dei numeri. Visualizzazioni, engagement, click: il valore sembra misurarsi solo lì.

È in questo contesto che la narrazione prende una direzione diversa rispetto al passato. Se il primo film raccontava il potere della moda, questo secondo capitolo, anche se non disdegna passaggi glamour, racconta il potere – e la fatica – del racconto. È, a tutti gli effetti, molto più “journalism oriented”. Uno dei momenti chiave è la costruzione di una grande intervista da copertina, decisamente cross mediale. Non è solo una scena, ma una dichiarazione di metodo: ricerca, confronto, lavoro di redazione, presenza di un editor competente che guida, corregge, indirizza. Un lavoro quasi controcorrente rispetto alla velocità superficiale dei contenuti digitali.

Ed è proprio lì che il film alza il livello. Perché non si limita a mostrare la crisi, ma prova a indicare una possibile risposta: il valore del magazine come prodotto editoriale pensato, costruito, curato. Non un contenuto qualsiasi, ma qualcosa su cui puntare davvero per la promozione, per il racconto, per l’identità. La moda resta sullo sfondo, ma diventa quasi un linguaggio, un contesto attraverso cui parlare di altro. Di come si costruisce una storia, di come si seleziona un’immagine, di come si dà forma a un’idea.

La scena finale è, da questo punto di vista, esplicita. “Le bozze della copertina sono pronte” Non è solo un passaggio narrativo. È un gesto simbolico. Un vero e proprio atto d’amore verso la carta stampata. Una carta stampata che, per sopravvivere, deve forse diventare sempre più patinata, curata, distintiva. Ma che, proprio per questo, continua ad avere un valore che va oltre il numero di visualizzazioni. E alla fine il messaggio è chiaro: in un mondo dominato dalla velocità e dai numeri, c’è ancora spazio per qualcosa che richiede tempo, competenza e visione.



venerdì 1 maggio 2026

Oltre Bowie: l’uomo dietro l’icona



Non è una retrospettiva classica su David Bowie. È piuttosto un percorso costruito attorno a una figura chiave, spesso rimasta ai margini: Terry Burns. È attraverso di lui che si entra davvero nel mondo di Bowie, in una lettura più intima, più fragile e, per certi versi, più autentica. Il dispositivo della mostra è chiaro: non raccontare Bowie come icona già compiuta, ma ricostruire il processo con cui quell’identità si è formata. Immagini, testi, materiali dialogano tra loro mettendo in relazione episodi biografici, riferimenti culturali e trasformazioni artistiche. È un racconto che non semplifica, ma stratifica. E poi c’è la parte visiva, che colpisce subito. Una selezione di fotografie iconiche, potenti, che hanno segnato la storia della musica e che accompagnano il visitatore dentro un’epoca. Non c’è solo Bowie – il Duca Bianco, figura elegante e inquieta – ma anche presenze come Bob Dylan e Mick Jagger, che contribuiscono a costruire un contesto più ampio, quasi corale. Il risultato è una mostra piacevole, ma soprattutto immersiva. Si respira un clima da storia della musica, quello vero, fatto di passaggi, influenze, rotture. Non è solo nostalgia: è la sensazione concreta di tornare indietro nel tempo e vedere come certe immagini, certi volti, certi suoni abbiano costruito un immaginario che ancora oggi funziona. Ed è proprio lì che la mostra trova la sua forza: non celebra semplicemente un mito, ma mostra come quel mito è nato.

Under 19 Orange batte il Lecco 5 a 0 e vola tra le migliori otto in Italia

  “ Quella sporca dozzina” è il celebre film ambientato durante la Seconda guerra mondiale in cui un gruppo apparentemente improbabile, rib...