mercoledì 7 ottobre 2026

Sinner non gioca: possiamo ancora guardare il tennis ?

 

Come diceva Flaiano, il popolo italiano ha sempre bisogno di un potente da omaggiare, di una figura forte da venerare. Vale nella politica, ma evidentemente anche nello sport.

L'ultimo caso è Jannik Sinner, quest'anno forse insidiato, nell'immaginario collettivo, da Kimi Antonelli. Perché noi italiani abbiamo una straordinaria capacità: quando nasce un campione, nel giro di poco tempo lo trasformiamo in qualcosa di più. Non basta ammirarlo. Bisogna celebrarlo, raccontarlo, seguirlo ovunque. E possibilmente farsi un selfie. Torino ha avuto la fortuna, ma soprattutto la capacità, di aggiudicarsi le ATP Finals – e qui va ricordato anche il lavoro fatto a suo tempo da chi contribuì a credere e investire nella candidatura (vero Ruben) – e da allora vive un'epopea tennistica di prim'ordine.

Nel frattempo, sull'onda di Sinner, il tennis italiano ha continuato a sfornare campioni. Magari nessuno ancora alla sua altezza, ma abbastanza forti da permetterci di vincere ripetutamente la Coppa Davis e di riportare l'Italia stabilmente ai vertici del tennis mondiale. Poi accade l'impensabile: anche i campioni sono esseri umani. Non sono intelligenze artificiali. Possono stancarsi, possono farsi male, possono aver bisogno di fermarsi. E così l'altoatesino-monegasco salterà l'edizione 2026 delle Finals torinesi.

Apriti cielo.

Scatta immediatamente l'esodo al contrario: biglietti rimessi in vendita, programmi cambiati, delusione collettiva. I peana sulla sua assenza assumono quasi i toni di un lutto nazionale, come se al Pala Alpitour, senza il nostro numero uno, improvvisamente non ci fosse più nulla da vedere. E qui, francamente, qualcosa non torna.

Perché gli appassionati di tennis avranno comunque davanti i migliori giocatori del mondo, atleti che si sfideranno al massimo livello possibile. Roba che per decenni avremmo pagato oro per poter vedere dal vivo in Italia. E allora la domanda sorge spontanea: siamo diventati davvero un Paese di appassionati di tennis oppure siamo semplicemente seguaci di Sinner? Perché sono due cose molto diverse.

Il vero appassionato vuole vedere il rovescio, il servizio, la risposta, la strategia, il talento. Vuole assistere a una partita tra due fuoriclasse indipendentemente dal passaporto che hanno in tasca. L'altro vuole esserci perché c'è Sinner. Vuole fotografarlo, raccontare di averlo visto, magari aspettarlo davanti all'hotel per strappare un'immagine da mettere sui social. E se Sinner non c'è, improvvisamente anche il tennis sembra perdere interesse.

Adesso aspettiamoci pure le profezie: crollerà il turismo a Torino, gli alberghi resteranno vuoti, i ristoranti deserti. E soprattutto ci saranno giornalisti disperati che, dopo aver trascorso giorni accovacciati davanti all'hotel in attesa di raccontarci a che ora Sinner è uscito, dove ha cenato e con chi si è allenato, dovranno affrontare il più terribile degli imprevisti : raccontare il tennis.

Che, pensandoci bene, non sarebbe neppure una cattiva idea.



L’arte tattica di Arriano: la falange e l’organizzazione dell’esercito antico



Arriano, il cui nome completo è Lucio Flavio Arriano, fu uno storico, uomo politico e comandante militare greco vissuto tra il I e il II secolo d.C. Servì nell’Impero romano e ricoprì importanti incarichi pubblici, tra cui quello di governatore della Cappadocia. È noto soprattutto per l’Anabasi di Alessandro, ma scrisse anche l’Arte tattica, un trattato dedicato all’organizzazione e alle manovre degli eserciti antichi.

Nell’Arte tattica Arriano descrive con grande precisione la falange macedone, cioè la formazione di fanteria pesante resa celebre da Filippo II e Alessandro Magno. La falange era composta da soldati schierati in file molto ordinate e compatte, armati soprattutto della sarissa, una lunga lancia che permetteva alle prime file di creare una vera barriera di punte contro il nemico.

La forza della falange dipendeva soprattutto dalla disciplina e dal coordinamento. Ogni soldato doveva mantenere con precisione la propria posizione, perché l’efficacia della formazione nasceva dall’unità del gruppo più che dall’azione individuale. Arriano dedica molta attenzione alle distanze tra gli uomini, alla profondità delle file e ai diversi modi in cui lo schieramento poteva essere modificato.

A seconda della situazione, la falange poteva stringersi oppure allargarsi, avanzare, cambiare direzione e adattarsi al terreno. Il comandante doveva quindi essere capace di impartire ordini chiari e di far muovere migliaia di uomini come se fossero un unico corpo.

Arriano descrive anche la struttura gerarchica della falange, suddivisa in reparti sempre più grandi, ciascuno affidato a propri comandanti. Questo sistema permetteva di controllare meglio le truppe e di eseguire manovre complesse.

La falange era particolarmente efficace negli scontri frontali e sui terreni pianeggianti, dove poteva mantenere compattezza e ordine. Era invece più vulnerabile su terreni irregolari o quando veniva attaccata ai fianchi.

La descrizione di Arriano è importante perché ci permette di capire quanto la guerra antica dipendesse non solo dal coraggio dei soldati, ma anche da organizzazione, geometria dello schieramento, disciplina e capacità di manovra.




domenica 4 ottobre 2026

Impresa a Merate dell'Orange. Vittoria e terzo posto in classifica


 

Impresa dei ragazzi di Patanè, che a Merate portano a casa il risultato pieno contro i Saints Pagnano e conquistano tre punti pesantissimi, che li proiettano al terzo posto nel campionato Élite. Una partita indirizzata bene fin dalle prime battute, con una squadra sempre attenta e precisa, capace di imporre il proprio gioco e il proprio futsal. I lombardi sono andati sotto di due reti già nel primo tempo e, nella ripresa, hanno pagato gli attacchi e la pressione di Ibra e compagni, che hanno continuato a spingere fino al 6-0.

Nel finale sono arrivate le due reti dei padroni di casa, che hanno mitigato il passivo del Saints Pagnano, senza però intaccare lo spirito con cui Ibra e compagni hanno condotto la gara. Una prestazione di grande personalità, costruita con attenzione, qualità e determinazione.

Da segnalare, oltre alla doppietta del capitano, già a quota sei reti in campionato, anche le marcature del solito Algoritmo e di Vitellaro. A completare il pomeriggio ci hanno pensato Cesari, protagonista di una prestazione eccellente tra i pali, e Cavallo, autore del suo primo centro in Élite.

Un successo che ripaga gli sforzi e il lavoro di una squadra che continua a crescere, in un campionato nel quale Mantova e soprattutto Mestre stanno facendo gara a sé. Alle loro spalle, però, la lotta resta apertissima e questi tre punti rappresentano una preziosa iniezione di fiducia per Ibra e compagni.

Una fiducia da alimentare con la massima attenzione, perché tra sette giorni al Palabrumar arriverà la Dolomiti Energia. L'obiettivo è continuare sulla strada intrapresa, con la stessa intensità e la stessa determinazione mostrate a Merate.


Saints Pagnano - Orange 2  - 6  ( 0 2 pt)

Marcatori 2 Ibra 1 Cesari, Cavallo, Montauro, Vitellaro


sabato 3 ottobre 2026

Elvira Federico, l’arte di far parlare le persone (Tutto il Buono ritorna con nuovi personaggi e storie)

 


Nuove storie da ascoltare, nuovi volti da conoscere, nuove conversazioni capaci di sorprenderci e, qualche volta, di farci cambiare prospettiva. Tutto il Buono torna nelle case dei piemontesi forte dell’affetto del pubblico e di una formula che ha trovato nella curiosità, nella leggerezza e nel piacere autentico del racconto la propria cifra.

Al centro c’è ancora Elvira Federico, con la sua eleganza, la sua presenza scenica e quella capacità speciale di mettere le persone a proprio agio. Ma soprattutto con la voglia di andare oltre la superficie, di superare le risposte già pronte e arrivare a ciò che rende ogni persona davvero unica. Perché una buona intervista non è fatta soltanto di domande e risposte. È un incontro. È uno spazio nel quale, poco alla volta, ci si conosce, ci si ascolta e si abbassano le difese. Ed è proprio lì che possono nascere le parole più sincere, i ricordi più belli, le emozioni più inattese.

Elvira accompagna i suoi ospiti con curiosità e sensibilità, alternando sorriso e ironia, leggerezza e profondità. Personaggi conosciuti e volti meno noti, professionisti, artisti, imprenditori e persone con storie tutte da scoprire. Si parlerà di successi e passioni, di sogni realizzati e di strade cambiate, di momenti difficili, cadute e ripartenze. E ci saranno anche quelle domande un po’ più scomode, quelle che arrivano quando meno te le aspetti, ma che spesso aprono le conversazioni più interessanti.

Perché Tutto il Buono vuole raccontare le persone prima ancora dei personaggi. Cercare quel dettaglio che non conoscevamo, quella risposta che non ci aspettavamo, quella piccola confessione che improvvisamente ci fa vedere un volto conosciuto con occhi diversi. È questo il viaggio di Elvira: incontrare le persone, ascoltarle davvero e accompagnare il pubblico dentro le loro storie, con rispetto, empatia, eleganza e quel pizzico di irriverenza che non guasta mai.

Tutto il Buono riparte così. Con nuove storie, nuove emozioni e nuove conversazioni. Perché, dietro ogni volto, c’è sempre molto più di quello che già conosciamo.


venerdì 2 ottobre 2026

Peppe che mi racconti ?


Era questo l’incipit, nemmeno troppo manzoniano, di ogni incontro con Antonio Buonocore. E da lì, quasi inevitabilmente, cominciava una conversazione. Antonio era una persona di cultura sopraffina, partenopeo dentro e fuori, con un animo dolce e pulito e una curiosità intellettuale fuori dal comune. Con lui le chiacchierate difficilmente rimanevano chiacchiere: diventavano confronti, a volte anche serrati, capaci di spaziare su argomenti di grande respiro culturale.

Ho avuto la fortuna di condividere con Antonio la vicepresidenza dell’Istituto Storico di Varallo e ogni occasione di confronto con lui è stata per me un momento di autentico arricchimento. Perché Antonio aveva una qualità non così comune: non custodiva la propria cultura per sé, sentiva il bisogno di condividerla, di farla circolare, di trasformarla in occasione di conoscenza per gli altri.

Amava profondamente il volontariato e negli anni ci siamo incrociati in mille e più progetti. Era vulcanico nelle idee, nelle proposte e nell’entusiasmo con cui le portava avanti. Ma dietro quell’energia c’era soprattutto una profonda attenzione verso il prossimo. Il suo era un amore disinteressato o, forse, interessato a una sola cosa: stimolare conoscenza, curiosità e cultura. Lasciare qualcosa agli altri. Aprire una porta, accendere una domanda, provocare un pensiero.

Per questo oggi la comunità di Vercelli perde una grande risorsa. Una di quelle persone che contribuiscono alla vita di una città non soltanto per ciò che fanno, ma soprattutto per ciò che riescono a mettere in movimento negli altri. Io perdo un amico sincero e leale e uno di quei rari interlocutori con i quali non si parlava mai soltanto per riempire il tempo. Con Antonio una conversazione lasciava sempre qualcosa: un dubbio, un’idea, una curiosità in più. Forse è proprio questo il privilegio di aver incontrato certe persone: continuare a dialogare con loro anche quando non possono più risponderci.



il business dell insoddisfazione: la favola delle Api


C’è una vecchia battuta che dice: «Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto». Bernard Mandeville, tre secoli fa, avrebbe probabilmente sorriso. Perché nella sua Favola delle api sostiene qualcosa di altrettanto irriverente: se fossimo tutti improvvisamente virtuosi, forse il mondo sarebbe moralmente migliore, ma la nostra economia avrebbe qualche problema.

Il suo alveare, infatti, è ricco e prospero proprio perché le api sono tutt’altro che perfette. Sono ambiziose, vanitose, desiderano il superfluo, competono, spendono, vogliono distinguersi dalle altre. Poi decidono di diventare oneste, sobrie e virtuose. Smettono di desiderare ciò che non serve, rinunciano agli eccessi e imparano ad accontentarsi. Ed è proprio allora che l’alveare entra in crisi. Mandeville sintetizza la provocazione con una formula diventata celebre: “Vizi privati, pubblici benefici”.

Naturalmente non ci sta suggerendo di diventare peggiori. Ci mette davanti a una contraddizione che, trecento anni dopo, continua a riguardarci molto da vicino. Che cosa succederebbe se diventassimo davvero le persone che diciamo di voler essere? Se fossimo tutti sobri, moderati e soddisfatti compreremmo meno, cambieremmo meno spesso automobile, telefono e vestiti, non avremmo bisogno dell’ultimo modello e probabilmente smetteremmo di confrontare continuamente quello che abbiamo con quello che possiedono gli altri. Saremmo forse persone migliori, ma sicuramente consumatori peggiori.

Ed è qui che il paradosso diventa interessante. Condanniamo l’avidità, ma ammiriamo la ricchezza. Critichiamo la vanità, ma abbiamo costruito intere industrie intorno al desiderio di apparire. Insegniamo ai nostri figli che non è importante possedere, mentre ci preoccupiamo quando diminuiscono i consumi. Predichiamo la sostenibilità, ma vogliamo economie che continuino a crescere. Guardiamo con sospetto il superfluo dimenticando che milioni di persone lavorano producendo proprio ciò di cui, in senso stretto, potremmo fare a meno.

Il nostro alveare, del resto, non vive più soltanto dei bisogni. Vive soprattutto dei desideri. E il desiderio è un carburante formidabile perché non si esaurisce mai. Appena otteniamo qualcosa, qualcos’altro diventa desiderabile. E se per caso arrivassimo a sentirci soddisfatti, c’è sempre qualcuno pronto a ricordarci che esiste un telefono più nuovo, una macchina più bella, un viaggio più esclusivo, un corpo più perfetto, una vita apparentemente più felice della nostra.

Così lavoriamo per comprare, compriamo per essere soddisfatti, mostriamo ciò che abbiamo comprato, guardiamo ciò che hanno gli altri e ricominciamo a desiderare. Una macchina quasi perfetta, nella quale persino la nostra insoddisfazione produce valore economico.

E allora la domanda di Mandeville diventa molto più seria della sua provocazione iniziale: può esistere una società prospera che non abbia bisogno di convincerci continuamente che quello che abbiamo non basta?

Forse è questo il vero confine etico da cercare. Non tra desiderio e rinuncia, e nemmeno tra ricchezza e povertà, ma tra il legittimo desiderio di migliorare la propria vita e la condanna a non sentirla mai abbastanza. Tra avere dei desideri ed essere governati dai desideri.

In fondo, le api di Mandeville facevano esattamente questo: lavoravano, competevano, consumavano e desideravano. Noi abbiamo aggiunto soltanto qualche algoritmo capace di suggerirci cosa desiderare.

E continuiamo a pensare di osservare quell’alveare dall’esterno.

Ma l’alveare siamo noi.


mercoledì 30 settembre 2026

Gran Galà della Moda: quando il bello diventa atmosfera


 

Le luci a San Siro sono spente, ma la serata milanese è tutt’altro che finita. Poco distante, l’ippodromo ribolle ancora del rumore degli zoccoli che affrontano i lunghi rettilinei di una passione sportiva antica, mentre al Domus Garden si respira una serata che sembra appartenere più alla fine dell’estate che all’inizio dell’autunno.

È in questa cornice che San Siro cambia improvvisamente abito. Il verde diventa passerella, le luci disegnano forme e colori, i tessuti prendono vita sui corpi di modelli e modelle e il patio sembra trasformarsi, per una sera, in una piccola stairway to heaven del buon gusto e della joie de vivre.

È il Gran Galà della Moda, ma definirlo soltanto una sfilata sarebbe riduttivo. Qui la moda diventa atmosfera, incontro, piacere di stare insieme. Le creazioni che attraversano la passerella raccontano ricerca, eleganza e personalità, indossate da modelli e modelle che diventano interpreti di una certa idea, quasi epicurea, del bello: non qualcosa da osservare a distanza, ma qualcosa da vivere.

La passerella si alterna a momenti musicali di grande qualità, che entrano nel racconto della serata e ne scandiscono il ritmo, mentre tutt’intorno continua un altro spettacolo, spontaneo e discreto: quello delle conversazioni, degli incontri, degli sguardi e di quel chiacchiericcio ai bordi che appartiene alle serate riuscite, quando le persone non sono semplicemente spettatrici ma parte dell’atmosfera.



E in mezzo a tutto questo c’è Flaviano Brutto di Novella 2000. Lo vedi muoversi con naturalezza tra un tavolo e la passerella, tra un saluto e una presentazione, e viene quasi spontaneo pensarlo come un direttore d’orchestra senza bacchetta. Non dirige la musica, ma relazioni e incontri, con quell’occhio allenato di chi sa riconoscere il bello e, soprattutto, sa metterlo nella luce giusta.

Moda e musica finiscono così per mescolarsi alla convivialità, in una Milano che per una sera sembra concedersi il lusso di rallentare e dedicarsi semplicemente al piacere delle cose belle.

Forse è proprio questo il senso più autentico del Gran Galà della Moda: ricordarci che il buon gusto non è soltanto ciò che indossiamo. È un modo di scegliere, di incontrarsi, di stare insieme e, qualche volta, anche di godersi la vita.



Perché l’eleganza, quando è autentica, non ha bisogno di farsi notare. Ha soltanto bisogno di essere vissuta.

Sinner non gioca: possiamo ancora guardare il tennis ?

  Come diceva Flaiano, il popolo italiano ha sempre bisogno di un potente da omaggiare, di una figura forte da venerare. Vale nella politic...