giovedì 25 giugno 2026

A “Tutto il buono” di Elvira Federico la storia di Adriano Formoso, tra scienza, musica e umanità


 

Tra i protagonisti di Tutto il buono, merita certamente attenzione la scelta di dedicare uno spazio ad Adriano Formoso. Una scelta tutt'altro che scontata, che rispecchia bene lo spirito della trasmissione di Elvira Federico: andare oltre i nomi più noti per raccontare persone che, spesso lontano dai riflettori, costruiscono percorsi originali e mettono competenze e sensibilità al servizio degli altri.

Adriano Formoso è uno di quei personaggi difficili da racchiudere in una sola definizione. Psicoterapeuta, ricercatore, musicista e autore, ha costruito negli anni un percorso professionale in cui la dimensione scientifica convive con quella artistica, nella convinzione che il benessere della persona passi anche attraverso linguaggi capaci di raggiungere le emozioni più profonde. Al di là degli studi e delle teorie sviluppate, ciò che colpisce di Formoso è soprattutto l'approccio umano con cui affronta il proprio lavoro: l'attenzione all'ascolto, la volontà di offrire strumenti per affrontare ansia, stress e fragilità contemporanee e la capacità di utilizzare la musica non come semplice spettacolo, ma come occasione di incontro e relazione.

La puntata offrirà così al pubblico l'opportunità di conoscere non soltanto un professionista che indaga il rapporto tra mente, emozioni e suono, ma anche una persona che ha fatto dell'umanità, dell'ascolto e della ricerca di un benessere autentico il filo conduttore della propria esperienza personale e professionale. In un tempo in cui spesso prevalgono rumore e superficialità, raccontare storie come la sua significa restituire valore a percorsi meno visibili ma non per questo meno significativi. E’ proprio tutto il buono

mercoledì 24 giugno 2026

Operazione Greif: la grande beffa di Skorzeny che seminò il panico tra gli Alleati



È il dicembre del 1944 e in Europa molti iniziano a pensare che la guerra sia ormai agli sgoccioli. Gli Alleati hanno liberato la Francia, sono entrati in Belgio e avanzano verso la Germania. Nelle retrovie americane si respira quasi un clima da vigilia di Natale: c'è chi immagina già di trascorrere le feste a casa l'anno successivo e chi è convinto che la macchina militare tedesca sia ormai incapace di reagire.

A Berlino, però, Adolf Hitler non è disposto ad arrendersi all'inevitabile. Vuole tentare un ultimo colpo di mano, una scommessa disperata che possa dividere le forze angloamericane e costringerle a negoziare. Nasce così l'offensiva delle Ardenne, quella che gli americani ricorderanno come la Battle of the Bulge, la battaglia del rigonfiamento.

Per accompagnare questa offensiva Hitler pensa a qualcosa di inusuale, quasi da romanzo di spionaggio. Chiama uno dei suoi uomini più celebri, Otto Skorzeny. Alto quasi due metri, con la caratteristica cicatrice sul volto riportata durante un duello studentesco, Skorzeny è già una leggenda nel Terzo Reich. È l'uomo che nel settembre del 1943 aveva guidato l'operazione sul Gran Sasso riportando Benito Mussolini sotto il controllo tedesco. La propaganda nazista ne ha fatto una sorta di supercommando, un personaggio avvolto da un'aura quasi cinematografica.

Hitler gli assegna una missione singolare: infiltrare soldati tedeschi dietro le linee alleate travestiti da militari americani. Devono confondere il nemico, cambiare la segnaletica stradale, interrompere le comunicazioni, impartire ordini falsi e, se possibile, favorire la conquista dei ponti sul fiume Mosa, indispensabili per la riuscita dell'offensiva.

L'idea appare geniale sulla carta, ma si scontra subito con la realtà. Skorzeny scopre che trovare soldati che parlino un inglese convincente è quasi impossibile. Migliaia di uomini vengono esaminati. Alcuni conoscono poche parole apprese a scuola, altri riescono a cavarsela con espressioni elementari. Soltanto pochissimi hanno una padronanza della lingua sufficiente a passare per americani.

Anche l'equipaggiamento è insufficiente. Servirebbero jeep statunitensi, uniformi originali, mezzi corazzati americani. Invece si recuperano pochi veicoli catturati e si dipingono carri armati tedeschi cercando di farli sembrare degli Sherman. L'effetto è più teatrale che realistico.

Quando l'offensiva parte, il 16 dicembre 1944, piccoli gruppi di infiltrati riescono comunque a penetrare nelle retrovie alleate. Alcuni spostano cartelli stradali, altri diffondono informazioni fuorvianti. Il danno materiale è limitato, ma quello psicologico è enorme.

In poche ore si diffonde il panico. La voce corre velocemente: «Ci sono tedeschi travestiti da americani». I posti di blocco si moltiplicano. Chiunque può diventare sospetto.

Le domande rivolte ai soldati assumono contorni quasi surreali. «Chi gioca nei New York Yankees?», «Qual è la capitale dell'Illinois?», «Chi è il marito di Betty Grable?». Ufficiali di alto grado vengono fermati da semplici sentinelle. Persino il generale Eisenhower vede limitati i propri spostamenti per timore di un attentato. Si racconta che anche lui sia stato sottoposto a controlli di identità particolarmente rigorosi.

In realtà l'operazione è già destinata al fallimento. Gli infiltrati sono troppo pochi, spesso traditi dall'accento, da gesti poco naturali o da una conoscenza approssimativa della cultura americana. Molti vengono catturati e alcuni saranno processati e fucilati come spie.

Eppure l'Operazione Greif lascia un segno profondo nella memoria della guerra. Non per i risultati militari, che furono modesti, ma per aver dimostrato quanto la guerra moderna possa essere combattuta anche sul terreno della percezione, della paura e della disinformazione. Per alcuni giorni, nel cuore dell'inverno del 1944, l'esercito più potente del mondo si ritrovò a guardarsi alle spalle, diffidando persino dei propri uomini. Fu probabilmente il più grande successo di Skorzeny: non conquistare un ponte o distruggere una divisione nemica, ma insinuare il dubbio. E in guerra, talvolta, il dubbio può rivelarsi un'arma potente quanto un carro armato.


venerdì 19 giugno 2026

Maria Antonietta e il conte svedese: una delle storie d'amore più misteriose d'Europa


 

Quando il giovane conte svedese Hans Axel von Fersen arrivò a Versailles nel 1774 aveva appena diciannove anni. Bello, colto, elegante e appartenente a una delle famiglie più influenti della Svezia, conquistò rapidamente i salotti della corte più raffinata d'Europa. Tra le persone che rimasero colpite dal fascino del giovane aristocratico vi fu anche la dauphine di Francia, la futura regina Maria Antonietta. I due si conobbero a un ballo in maschera all'Opéra di Parigi. Lei aveva diciotto anni, era sposata con il futuro Luigi XVI e stava ancora cercando di adattarsi alla rigida etichetta di Versailles. Lui era un brillante uomo di mondo, destinato a diventare uno dei personaggi più discussi del suo tempo.

Negli anni successivi Fersen tornò più volte in Francia. Partecipò persino alla guerra d'indipendenza americana, distinguendosi come ufficiale. Ma il suo pensiero sembrò rimanere spesso rivolto a Versailles. Le lettere e il diario del conte mostrano un rapporto sempre più stretto con Maria Antonietta, alimentando nei secoli il sospetto che tra i due sia nata una vera relazione amorosa.

Le prove definitive, tuttavia, non esistono. Alcune lettere furono censurate o riscritte, altre sono state recentemente analizzate con tecniche scientifiche che hanno permesso di recuperare parole cancellate, tra cui espressioni particolarmente affettuose. Gli storici restano divisi: per alcuni furono semplicemente amici fedeli; per altri, amanti costretti a vivere il proprio sentimento nell'ombra di una monarchia ormai in crisi. Ciò che è certo è che Fersen fu uno degli organizzatori del tentativo di fuga della famiglia reale nel 1791. Fu lui a predisporre la carrozza che avrebbe dovuto condurre Luigi XVI, Maria Antonietta e i loro figli al sicuro, lontano da Parigi. Il piano fallì a Varennes e segnò l'inizio della fine della monarchia francese.

Maria Antonietta salì sulla ghigliottina nel 1793. Fersen non si sposò mai. Continuò a servire la corona svedese fino alla sua tragica morte nel 1810, linciato dalla folla di Stoccolma in circostanze ancora oggi controverse.

Forse non sapremo mai se Maria Antonietta e Hans Axel von Fersen furono davvero amanti. Ma poche storie hanno saputo unire con tanta forza amore, politica, rivoluzione e tragedia, lasciando dietro di sé uno dei più affascinanti enigmi sentimentali della storia europea.









giovedì 18 giugno 2026

Annibale il remigrante tunisino.


Povero Annibale. Dopo aver attraversato mezza Europa con un esercito di decine di migliaia di uomini, cavalli ed elefanti, dopo aver sconfitto i Romani a Trebbia, al Trasimeno e a Canne, dopo aver trascorso duemila anni nei libri di storia come uno dei più grandi strateghi militari di sempre, si ritrova oggi candidato d'ufficio nel dibattito politico italiano. L'ultima reincarnazione del condottiero cartaginese lo vede trasformato in testimonial motivazionale: «Ad Annibale dissero che non si potevano attraversare le Alpi». Sottinteso: i visionari vincono, gli scettici perdono, dunque ogni progetto politico osteggiato dai critici sarebbe una moderna traversata alpina.

Peccato che Annibale fosse un generale cartaginese nato nell'attuale Tunisia, figlio di una delle più importanti famiglie aristocratiche del Mediterraneo antico, educato in una società cosmopolita, mercantile e profondamente intrecciata con il mondo africano, iberico e orientale. Insomma, probabilmente l'ultima figura storica che avrebbe accettato serenamente di essere ridotta a slogan per un comizio.

Il problema, tuttavia, non è Annibale. Il problema è la politica. La politica contemporanea soffre di una curiosa sindrome: l'impossibilità di sostenere una tesi senza scomodare un morto illustre. Se bisogna parlare di coraggio, ecco spuntare Churchill. Se occorre difendere l'ordine, arriva Giulio Cesare. Per discutere di identità nazionale compare Garibaldi. Se serve giustificare una battaglia contro il sistema, ecco Annibale che scende dalle Alpi con gli elefanti, pronto a condividere un post sui social.

È una sorta di servizio di leva postumo. I protagonisti della storia vengono arruolati senza possibilità di obiezione di coscienza. Eppure la storia è molto più complicata degli slogan. Annibale non attraversò le Alpi perché qualcuno gli aveva detto che era impossibile. Le attraversò perché aveva elaborato una strategia militare precisa, cercando di colpire Roma nel punto più vulnerabile. E pagò quella scelta con perdite enormi. Non era un influencer della resilienza, ma un comandante che assunse rischi calcolati in una guerra.

Il paradosso è che, seguendo questa logica, si potrebbe sostenere tutto e il contrario di tutto. Annibale potrebbe diventare europeista perché attraversava le frontiere senza passaporto; ambientalista perché usava elefanti anziché mezzi a combustione; fautore dell'integrazione mediterranea perché tunisino di nascita e spagnolo d'adozione. Assurdo? Certamente. Quanto il tentativo di trasformarlo in un testimonial politico del XXI secolo.

Forse sarebbe più onesto lasciare Annibale dov'è: sulle Alpi, nei manuali di storia e nella memoria di una delle più straordinarie imprese militari dell'antichità. E chiedere ai politici di attraversare le proprie montagne con idee, programmi e risultati, senza costringere i grandi del passato a scendere ogni volta in campo per conto terzi.

lunedì 15 giugno 2026

La Formula 1 del vino



A guardarla da bordo strada sembra quasi di assistere a un Gran Premio di Formula 1. C'è la preparazione, c'è la tensione prima della partenza, ci sono le squadre che si concentrano sugli ultimi dettagli e c'è perfino una griglia di partenza. Solo che al posto delle monoposto ci sono le botti. La Corsa delle Botti di Nizza Monferrato è una di quelle tradizioni che riescono a tenere insieme storia, identità e spettacolo. Quando le botti vengono schierate lungo il percorso, il pubblico sa che sta per iniziare qualcosa di unico. Poi arriva lo start, e la gara prende vita.

Da quel momento in poi inizia una corsa tanto spettacolare quanto impegnativa. Guidare una botte non è affatto semplice. A differenza di un'automobile non segue una traiettoria precisa, tende a sbandare, a cercare una propria direzione, a mettere costantemente alla prova chi la conduce. Servono forza fisica, resistenza, equilibrio e soprattutto una tecnica affinata negli anni.

È qui che si vede la differenza tra i partecipanti. Non basta spingere. Occorre saper accompagnare la botte, anticiparne i movimenti, correggerne le deviazioni e mantenerla in corsa senza perdere velocità. Una sfida che tra curve e cambi di ritmo, diventa una vera prova di abilità.

Le botti sembrano trasformarsi in monoposto impazzite che cercano continuamente di sfuggire al controllo dei loro conducenti. Le braccia si tendono, i muscoli si irrigidiscono, il fiato si accorcia e ogni metro conquistato richiede uno sforzo enorme. È una gara dura, autentica, capace di mettere a dura prova anche gli atleti più preparati. Ma il bello della Corsa delle Botti non è soltanto la competizione. È il clima che la circonda. È il senso di appartenenza dei team, il tifo della gente, la partecipazione di una comunità che si ritrova attorno a una delle proprie tradizioni più sentite.




E quando la fatica lascia spazio ai festeggiamenti, il premio più grande non è soltanto la vittoria. Sono le bottiglie di Nizza e dei grandi vini del territorio che accompagnano la festa finale. Rossi o bianchi che siano, diventano il simbolo di una tradizione che celebra il lavoro, la convivialità e la cultura del vino. La Corsa delle Botti è molto più di una gara, alla fine la vera vittoria non è al traguardo. È vedere un'intera comunità fermarsi per una botte che corre, tifare come fosse una finale e ritrovarsi insieme davanti a un bicchiere di vino.

sabato 13 giugno 2026

Piemontesi: fatti non parole


 

«Quando un piemontese ha smesso di dire qualcosa, tace». È una frase attribuita a Giovanni Giolitti che, al di là dell'effettiva formulazione originale, racchiude un tratto profondo dell'identità piemontese.

In poche parole descrive un modo di essere che rifugge gli eccessi, le parole inutili e l'esibizione. Non è il silenzio di chi non ha nulla da dire, ma quello di chi considera le parole un bene prezioso da utilizzare con misura. Prima si parla, poi si agisce. E quando non c'è più nulla da aggiungere, si lascia spazio ai fatti.

È una caratteristica che ha accompagnato il Piemonte nella sua storia. Una terra che raramente ha amato le celebrazioni rumorose e che ha costruito gran parte della propria forza attraverso il lavoro quotidiano, la concretezza e il senso del dovere. Dai campi alle officine, dalle botteghe alle fabbriche, generazioni di piemontesi hanno spesso preferito dimostrare il proprio valore attraverso ciò che facevano piuttosto che attraverso ciò che raccontavano.

In un'epoca dominata dalla comunicazione permanente, dai commenti istantanei e dall'obbligo di esprimere continuamente un'opinione, questo insegnamento appare quasi controcorrente. Oggi il rischio non è il silenzio, ma il rumore. Si parla molto, spesso troppo, e non sempre per aggiungere valore alla discussione.

L'aforisma attribuito a Giolitti ci ricorda invece il valore della sobrietà. Non come chiusura o riservatezza fine a sé stessa, ma come capacità di distinguere ciò che è importante da ciò che è superfluo. È una forma di rispetto verso gli altri e verso sé stessi.

Forse è anche per questo che il Piemonte continua a essere una terra capace di produrre eccellenze nei campi più diversi: dall'industria all'agroalimentare, dalla ricerca alla cultura. Dietro molti successi piemontesi non troviamo proclami altisonanti, ma persone che hanno scelto di concentrarsi sul proprio lavoro, lasciando che fossero i risultati a parlare.

Naturalmente il mondo è cambiato. Oggi saper comunicare è fondamentale e nessuno può pensare che basti lavorare bene senza raccontarlo. Ma tra la necessità di comunicare e l'esigenza di commentare tutto esiste una differenza sostanziale.

L'attualità di quella frase sta proprio qui. Ci ricorda che la credibilità nasce ancora dai fatti. Che le parole hanno valore quando accompagnano le azioni. E che, talvolta, il modo migliore per rafforzare un messaggio è evitare di aggiungere parole inutili.

Quando un piemontese ha finito di dire ciò che conta, non sente il bisogno di riempire il silenzio. Sa che, da quel momento in poi, devono parlare i fatti.

giovedì 11 giugno 2026

WW2 L uomo che scrutava il tempo Stagg e l'operazione Overlord


 

C'è un aspetto dello sbarco in Normandia che raramente viene raccontato. Non riguarda le spiagge di Omaha o Utah, non riguarda i paracadutisti lanciati dietro le linee tedesche e nemmeno le migliaia di navi che attraversarono la Manica. Riguarda l'attesa. È il tema al centro di Pressure, il film appena uscito nelle sale americane che racconta le 72 ore precedenti al D-Day attraverso gli occhi del meteorologo scozzese James Stagg e del generale Dwight Eisenhower. Una prospettiva insolita ma straordinariamente affascinante, perché sposta l'attenzione dall'azione alla decisione che la rese possibile.

Quando pensiamo allo sbarco del 6 giugno 1944 immaginiamo la più grande operazione anfibia della storia. In realtà, prima ancora che anfibia, fu un'immensa operazione di attesa. Oltre 150.000 uomini erano pronti a partire. Milioni di tonnellate di materiali erano state accumulate per quella che sarebbe diventata l'Operazione Overlord. Tutto era pronto. Tranne una cosa: il tempo atmosferico.

La storia ci ha abituati a immaginare i grandi eventi come il risultato della volontà degli uomini. In quei giorni, invece, il destino dell'Europa dipese dalle nuvole, dal vento e dalle onde. Il D-Day era inizialmente previsto per il 5 giugno. Ma il maltempo che si stava abbattendo sulla Manica rischiava di trasformare l'operazione in una catastrofe. I paracadutisti avrebbero potuto essere dispersi, i bombardamenti perdere precisione, i mezzi da sbarco rovesciarsi prima ancora di raggiungere la costa. Fu allora che entrò in scena James Stagg, il capo meteorologo alleato. Senza satelliti, computer o radar moderni, basandosi su dati incompleti e osservazioni raccolte in mezzo oceano, individuò una breve finestra di miglioramento per il 6 giugno. Non una certezza. Una possibilità. La tensione che racconta Pressure nasce proprio da questo. Eisenhower non doveva scegliere tra una soluzione giusta e una sbagliata. Doveva decidere in condizioni di incertezza assoluta. Rinviare significava rischiare di compromettere mesi di preparazione. Partire significava affidare il destino di centinaia di migliaia di uomini a una previsione meteorologica.

Oggi siamo abituati a pretendere risposte immediate, dati certi e decisioni rapide. Quella notte, invece, i vertici alleati sperimentarono una delle condizioni più difficili che esistano: dover scegliere senza avere la garanzia di avere ragione. Forse è proprio questo l'insegnamento più attuale di quella vicenda. Le grandi decisioni non nascono sempre dalla forza o dalla velocità. Spesso nascono dalla capacità di attendere, di osservare e di comprendere quando è arrivato il momento di agire. Il 5 giugno 1944, dopo aver ascoltato i suoi collaboratori, Eisenhower pronunciò poche parole: "Ok, let's go". In quel momento non iniziò ancora lo sbarco. Iniziò qualcosa di ancora più importante: la fine dell'attesa. La storia non cambia soltanto nei giorni delle grandi battaglie, cambia nelle stanze silenziose dove qualcuno deve trovare il coraggio di decidere mentre il mondo aspetta.

A “Tutto il buono” di Elvira Federico la storia di Adriano Formoso, tra scienza, musica e umanità

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