L’Energy Saving ha provato a riaprirla inserendo il portiere di movimento a dodici minuti dalla fine, trovando anche una rete, ma la fase difensiva ha retto con compattezza, chiudendo linee di passaggio e concedendo pochissime conclusioni pulite. Gestione matura del vantaggio e controllo totale fino al triplice fischio.Una vittoria larga, che vale fiducia, morale e consapevolezza dei propri mezzi. Ma ora il livello si alza. Contro il Cornedo fischio d’inizio alle 19 di martedì 3 marzo.
ResGestae
mercoledì 18 febbraio 2026
Orange avanti in Coppa
lunedì 16 febbraio 2026
Breaking Bad Koivonen
La Lapponia era un deserto bianco. Il vento tagliava la pelle, il silenzio pesava più dello zaino. Aimo Koivunen sciava per restare vivo. Dietro di lui, il nemico. Davanti, solo neve infinita. Era esausto. Le gambe cedevano, la vista si offuscava. Nella tasca aveva il pervitin: piccole compresse distribuite ai soldati per restare svegli, per combattere la stanchezza, per non sentire il freddo. Doveva prenderne una. Solo una. Ma le mani tremavano. Il cuore batteva forte. In un gesto disperato, ingoiò tutte le pastiglie insieme.
Il mondo esplose in luce e velocità.
La fatica scomparve. La paura si dissolse. Sciò come se il vento lo spingesse, come se il suo corpo non avesse più limiti. Giorno e notte si confusero. La neve diventò un mare luminoso, il tempo un’eco lontana. Il pervitin lo teneva sveglio, lo bruciava dall’interno, lo trascinava oltre ogni soglia umana. Ma ogni miracolo ha un prezzo.
Il cuore correva più veloce degli sci. La fame diventò un vuoto feroce. Quando colpì una mina e venne scaraventato nella neve, il suo corpo era già al limite. Eppure si rialzò. Continuò. Sempre avanti. Quando lo trovarono, settimane dopo, era un’ombra: magrissimo, febbricitante, con il cuore impazzito. Ma respirava ancora. Il pervitin gli aveva dato ali di fuoco, spingendolo oltre l’impossibile. E in quell’inferno bianco, tra delirio e sopravvivenza, Aimo Koivunen era riuscito a fare l’unica cosa che contava:
restare vivo.
sabato 14 febbraio 2026
Innamorati sempre di più..... dell'Orange
Il futsal dà. Il futsal toglie. E in un pomeriggio carico di tensione e speranza, il futsal consacra. Senza Patanè in panchina, con Davì a guidare il gruppo. Senza il primo portiere Amico, sostituito da un attento e coraggioso Cesari. Con ancora negli occhi le scorie della sconfitta in Veneto. Eppure l’Orange Futsal Asti sceglie di reagire. Il Quartu parte con ferocia. Pressione alta, ritmo intenso. Siddi è il più rapido su una corta respinta e firma lo 0-1. Per qualche minuto l’Orange accusa il colpo. Il peso della recente sconfitta si fa sentire. Ma la squadra non si disunisce. Da quel momento cambia l’inerzia. Cara viene letteralmente bombardato dai tentativi piemontesi, costretto a una serie di interventi decisivi per tenere in vita i suoi. Vitellaro accende il motore. Il Condor colpisce con tempismo e potenza. Merlo incanta con una giocata d’alta scuola che strappa applausi. L’Orange domina, crea, spinge. Si fa parare anche due tiri liberi, ma continua a martellare. All’intervallo il tabellone dice 3-1. Un risultato che fotografa la superiorità e l’intensità di Ibra e compagni. In apertura di ripresa arriva la firma che sembra chiudere i conti.
Montauro. Lucido. Spietato. 4-1. La squadra di casa continua a costruire occasioni, ma Cara si oppone più volte con interventi che tengono aperta la partita. Siddi trova la sua seconda rete. 4-2. Il Quartu inserisce il portiere di movimento. Tre minuti lunghissimi. La tensione sale. La difesa arancionera stringe i denti. Quando serve sangue freddo, Montauro si trasforma in certezza matematica. Recupera palla. Riparte. Imposta. E poi ancora. Due recuperi trasformati in sentenza. La partita viene definitivamente messa in ghiaccio. Le buone notizie che arrivano dal Montfleury rendono il pomeriggio ancora più dolce. La cantera Orange guarda avanti con entusiasmo. Non è stata solo una vittoria. È stata una dimostrazione di carattere, profondità e fame. Il sogno non è mai stato così vicino.
Orange vs Quartu 4 2 (3 -1)
Marcatori: 2 Siddi 1 Vitellaro, Merlo, Piazza, Montauro
venerdì 13 febbraio 2026
La non comunicazione odierna
Se non applaudi, rosichi. Se non ti allinei, sei frustrato. Se provi ad argomentare, ti serve un antiacido. È il trionfo della superficialità. È la resa del pensiero. È l’arte raffinata di non rispondere nel merito. Perché dire “rosichi” è più facile che spiegare perché hai ragione. Dire “Maloox” è più semplice che sostenere un confronto serio. Ma a forza di ridere di tutto, abbiamo smesso di prendere sul serio qualsiasi cosa. Il dissenso è diventato un difetto caratteriale.
La critica una malattia dello stomaco. Sembra davvero di assistere alle dinamiche di un asilo: chi non gioca come me viene preso in giro. E invece no. Un confronto vero richiede spessore. Richiede ascolto. Richiede la fatica di argomentare. La democrazia – anche quella digitale – non è un meme Non è uno slogan. Non è una presa in giro ripetuta in loop.
Si
può anche essere duri, si può essere appassionati, si può essere
in disaccordo totale. Ma ridurre tutto a “rosichi” è la
sconfitta di chi non ha altro da dire. E sì, possiamo dirlo
chiaramente: ha stancato. Se questo è il livello del dibattito, non
è l’altro che deve prendere il Maloox. È il confronto pubblico
che ha bisogno di una cura.
domenica 8 febbraio 2026
Dopo 19 partite cade l' Orange. Adesso sei finali
Prima o poi doveva succedere.
L’Orange Futsal cade al PalaDeGasperi al cospetto di un Cornedo quanto mai arrembante, che merita la vittoria al termine di una vera battaglia, intensa e combattuta, in cui entrambe le squadre hanno dato tutto sotto il profilo agonistico e sportivo. Campo difficile, corto, perfetto per esaltare le ripartenze. Cornedo squadra solida, ricca di individualità esperte e abituata a questi ritmi. Eppure è l’Orange a partire forte. Il primo tempo dei ragazzi di Patanè è semplicemente sontuoso: ritmo, personalità, gioco. A venti secondi dall’intervallo è Vitellaro a mettere il sigillo con una rete pesantissima che manda le squadre negli spogliatoi con il vantaggio meritato. Nella ripresa arrivano alcune occasioni per chiuderla, ma non vengono concretizzate. Ed è lì che il Cornedo riemerge, alza i giri, ribalta l’inerzia e si porta sul 2-1. Il portiere di movimento, che in altre occasioni aveva dato segnali importanti, questa volta non riesce a incidere e il 3-1 finale diventa un passivo forse troppo pesante per quanto visto nel doppio confronto.
Resta però un dato che conta più di tutto: nove punti di vantaggio a sei partite dalla fine. La sensazione è chiara: le prossime saranno sei finali. Con un vantaggio non da poco — la fortuna di giocarne quattro sotto il nostro cielo, a partire già dalla prossima settimana contro Quartu. E permetteteci, oggi più che mai, un plauso enorme a questi ragazzi: si chiude una striscia straordinaria di 19 partite consecutive senza sconfitte, 16 in questa stagione e 3 nella precedente. Le cadute fanno rumore.
Ma sono anche quelle che ricordano a tutti quanto in alto si era arrivati. Adesso si riparte. Con la testa, con il carattere, con la fame. Perché i campionati non li vince chi non cade mai, ma chi dopo essere caduto sa rialzarsi per primo
venerdì 6 febbraio 2026
“Biella ma non ci vivrei.”
Un adesivo, una frase secca, apparentemente innocua. Eppure basta questo per accendere polemiche, commenti, crociate digitali. Biella diventa improvvisamente un simbolo. Non una città, ma un pretesto. Non un luogo reale, ma una superficie su cui proiettare frustrazioni, orgogli, rivendicazioni
Forse è solo ironia. Forse è solo un calembour. Forse è soltanto fine divertissement, di quelli che nascono per strappare un sorriso e muoiono lì. E invece no. La frase pesa, viene sezionata, interpretata, processata. C’è chi si sente offeso. Chi si sente chiamato in causa. Chi sente il dovere morale di spiegare “come stanno davvero le cose”.
L’adesivo diventa un grido di ribellione. O, al contrario, una mancanza di rispetto. Per qualcuno è sarcasmo intelligente. Per altri è snobismo urbano. Per altri ancora è tradimento territoriale. Intanto Biella resta lì. Con la sua storia laniera, il suo silenzio operoso, le sue contraddizioni. Ignara del fatto che un adesivo la stia trasformando in trend. La verità? Non c’è una verità. C’è solo il bisogno continuo di prendere posizione. Di schierarsi. Di dimostrare di aver capito più degli altri. E poi arrivano loro.
I soliti hater. Quelli che non ridono mai. Quelli che “io so”, “io c’ero”, “io vi spiego”. Ma l’ironia non chiede il permesso. Non spiega. Non giustifica. Passa, punge, scappa. Forse “Biella ma non ci vivrei” non dice nulla di Biella. Dice molto di noi. Del nostro rapporto con i luoghi, con l’identità, con l’autoironia che spesso manca. Alla fine resta un adesivo. Non un manifesto politico. Non un attacco culturale.
Solo una frase che fa rumore perché viviamo di rumore.
E mentre ci si accapiglia online, l’adesivo ha già vinto. Perché ha fatto quello che doveva fare: far parlare, far sorridere, far discutere. E poi andare avanti. il vero problema dei biellesi non è l’adesivo, non è l’identità, non è l’orgoglio ferito. Il vero problema è che non sanno parcheggiare e probabilmente mancano i parcheggi. Provare per credere
mercoledì 4 febbraio 2026
Il culto del capo Nicola Bombacci
Il culto del capo è il filo rosso che attraversa le grandi derive del Novecento, a destra come a sinistra. È il momento in cui la politica smette di essere confronto e diventa fede, quando la complessità viene sacrificata in nome di una guida ritenuta infallibile, capace – si dice – di incarnare da sola il popolo, la nazione, la rivoluzione. È dentro questa logica che si colloca la parabola di Nicola Bombacci, figura emblematica di come le ideologie, svuotate della democrazia, possano trasformarsi in contenitori intercambiabili.
Bombacci nasce comunista e muore fascista, ma il passaggio non è una conversione improvvisa: è una continuità. Dalla devozione per Lenin all’adesione totale a Benito Mussolini, ciò che resta costante è la centralità del capo come motore della storia. Cambia il colore della bandiera, non la struttura del potere. Il leader diventa la scorciatoia: al posto delle istituzioni, al posto del pluralismo, al posto del conflitto democratico. Dove c’è il capo, non servono mediazioni; dove c’è il capo, il dissenso diventa tradimento.
Storicamente, il culto del capo ha sempre prosperato nei momenti di crisi profonda: disordine sociale, paura economica, frustrazione collettiva. È allora che la promessa dell’uomo solo al comando appare rassicurante. Ma è una rassicurazione ingannevole. Perché il capo non risolve la complessità: la nega. E nel negarla, costruisce un nemico, semplifica il mondo, chiede obbedienza invece di responsabilità.
La parabola di Bombacci ci ricorda che il vero spartiacque non è tra destra e sinistra, ma tra democrazia e autoritarismo. Quando la politica rinuncia alle regole, al confronto e ai limiti del potere, il culto del capo diventa il linguaggio comune di ogni estremismo. Ed è qui che la storia smette di essere passato: perché ogni volta che si invoca un capo “che decide”, “che risolve”, “che parla a nome di tutti”, quel meccanismo torna a mettersi in moto.
Orange avanti in Coppa
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