lunedì 17 agosto 2026

Appunti di viaggio - Dortmund dove il calcio è una religione


Il Westfalenstadion di Dortmund, con i suoi inconfondibili colori gialloneri, è molto più di uno stadio: è la carta d'identità di una città che ha scelto di fare del calcio uno dei pilastri della propria identità. Qui il Borussia Dortmund non è soltanto una squadra, ma un simbolo collettivo, capace di unire generazioni e trasformare ogni partita in un rito.

Pochi minuti prima del fischio d'inizio di ogni partita succede qualcosa di unico. Le migliaia di tifosi della Südtribüne, il celebre "Muro Giallo", intonano You'll Never Walk Alone. È uno dei pochi stadi fuori dall'Inghilterra dove questo inno viene cantato con la stessa intensità e lo stesso trasporto emotivo. In quei quattro minuti non esistono classifiche, campionati o rivalità: esiste soltanto un popolo che si riconosce nella propria squadra. Non è un caso che il Borussia Dortmund sia diventato una delle grandi realtà del calcio europeo. La Champions League conquistata nel 1997 contro la Juventus e quella soltanto sfiorata nel 2013, persa nella finale tutta tedesca contro il Bayern Monaco, raccontano di una società che ha saputo costruire la propria grandezza senza mai rinunciare alla propria anima popolare.

Superati i cancelli gialloneri dello stadio verso il centro cittadino ci si dirige verso una struttura impossibile da non notare: un gigantesco pallone sospeso accanto alla biblioteca cittadina. È il simbolo del Deutsches Fußballmuseum, il Museo Nazionale del Calcio Tedesco. Già dall'esterno si comprende che non si tratta di un semplice museo, ma di un vero tempio dedicato alla storia del pallone. Appena entrati si viene accolti da una tecnologia spettacolare fatta di schermi immersivi, effetti sonori, installazioni interattive e proiezioni monumentali. Tutto il percorso si sviluppa lungo tre grandi filoni: la FIFA Fußball-Weltmeisterschaft (la Coppa del Mondo), la Bundesliga e l'evoluzione del calcio come fenomeno sportivo e culturale.

Una lunga scala mobile accompagna il visitatore al piano dedicato alla Coppa del Mondo. Qui la Germania celebra con orgoglio i suoi quattro titoli mondiali. Ma, inevitabilmente, si arriva davanti all'episodio che continua a dividere il mondo del calcio: la finale del 1966 contro l'Inghilterra e il celebre "gol fantasma" di Geoff Hurst. Per la maggior parte dei visitatori tedeschi quel pallone non ha mai oltrepassato completamente la linea di porta. Una disputa che, a quasi sessant'anni di distanza, continua a far discutere e che il museo racconta lasciando spazio alla passione prima ancora che alla tecnologia.

Poi è un susseguirsi di cimeli che raccontano la storia del calcio tedesco. Le scarpe di Gerd Müller, le maglie di Andreas Brehme, i guanti di Oliver Kahn, il pallone calciato da Mario Götze nella finale del 2014. Ogni teca racconta una pagina della storia della Mannschaft e riporta alla memoria imprese che hanno segnato intere generazioni di tifosi. Per noi italiani, inevitabilmente, il cuore corre altrove. C'è la consolazione di rivedere le immagini della semifinale del Mondiale 2006, quando il sinistro di Fabio Grosso e il contropiede di Alessandro Del Piero spensero il sogno tedesco proprio a Dortmund. Da allora, però, il nostro calcio ha vissuto più ombre che luci, e quel ricordo assume quasi il sapore di un'epoca irripetibile.

Tra i tanti omaggi presenti nel museo, uno mi rende particolarmente orgoglioso: la dedica a Vittorio Pozzo, l'unico commissario tecnico della storia capace di vincere due Mondiali consecutivi. Poco più avanti, quasi strappando un sorriso, riecheggia anche un altro pezzo di storia del nostro calcio: il celebre "Strunz!" urlato da Giovanni Trapattoni durante la sua conferenza stampa al Bayern Monaco. Un momento entrato di diritto nell'immaginario collettivo degli appassionati.

Il bello del Deutsches Fußballmuseum è che non si limita a raccontare il calcio: lo fa vivere. Puoi metterti nei panni di un telecronista e commentare una finale di Champions League, cimentarti con giochi interattivi, rivivere le emozioni delle grandi partite attraverso installazioni immersive e filmati spettacolari. Per qualche ora smetti di essere un visitatore e torni semplicemente a essere quel bambino che si emozionava davanti a un pallone.

È forse questa la magia del museo. Non importa quale squadra tu tifi, quanti anni abbia o da dove provenga. Ogni sala riesce a riportarti all'origine della tua passione, quando bastava un campetto, una porta improvvisata e un pallone per sentirsi i protagonisti della finale più importante del mondo.

Quando esci, guardi ancora una volta il grande pallone all'ingresso e ripensi a una frase di Ernst Happel, che sintetizza meglio di qualsiasi altra ciò che si prova lasciando Dortmund: "Un giorno senza calcio è un giorno sprecato."

Dopo aver visitato questo museo è davvero difficile darle torto.

Teutoburgo, il mito di Arminio e la memoria selettiva della Germania


 

C'è una sensazione che accompagna chi visita la Selva di Teutoburgo. Non è soltanto quella di trovarsi in uno dei luoghi più celebri della storia europea, ma di entrare in un racconto costruito nei secoli. Un racconto nel quale Arminio, il principe dei Cherusci che nel 9 d.C. annientò tre legioni romane guidate da Publio Quintilio Varo, viene celebrato come il padre della libertà tedesca. Eppure, la storia è molto più complessa del mito. Arminio non nacque come nemico dell'Impero. Al contrario, era profondamente inserito nel sistema romano. Figlio dell'aristocrazia dei Cherusci, venne educato a Roma, ottenne la cittadinanza romana, raggiunse il rango equestre e comandò reparti ausiliari dell'esercito imperiale. Conosceva perfettamente la tattica militare romana, la lingua, l'organizzazione e perfino le debolezze dell'esercito che avrebbe poi sconfitto. Fu proprio questo "doppio volto" a renderlo uno dei più grandi strateghi dell'antichità.

La battaglia che cambiò la storia

Nel settembre del 9 d.C. Arminio convinse il governatore Publio Quintilio Varo ad attraversare la Selva di Teutoburgo per sedare una presunta rivolta. Era una trappola. Tre legioni romane – la XVII, XVIII e XIX – furono distrutte in un'imboscata durata diversi giorni. Circa ventimila uomini persero la vita e Roma subì una delle sconfitte più gravi della propria storia. Quella sconfitta cambiò la strategia imperiale. Il Reno divenne progressivamente il confine stabile dell'Impero e Roma rinunciò definitivamente alla conquista della Germania oltre il fiume. La narrazione nazionale tedesca ha trasformato Arminio nell'eroe che liberò il popolo germanico dall'oppressione romana. Ma la realtà storica appare meno romantica. Nel I secolo non esisteva una Germania e non esisteva un popolo tedesco unito. Esistevano decine di tribù spesso in guerra tra loro.

Arminio non combatteva per uno Stato nazionale che sarebbe nato quasi duemila anni dopo. Il suo obiettivo era molto più concreto: costruire una grande alleanza tribale sotto la propria guida, impedire che Roma trasformasse quei territori in una provincia e sottrarre le popolazioni locali all'amministrazione imperiale, ai tributi e al controllo romano. Anche il peso fiscale rappresentava un elemento di forte malcontento. L'introduzione delle imposte romane e del sistema amministrativo imperiale rischiava infatti di limitare l'autonomia delle élite locali. Difendere l'indipendenza significava anche evitare di pagare le tasse a Roma. In altre parole, dietro l'epica della libertà si intrecciavano ambizioni personali, interessi politici ed economici e il desiderio di guidare un territorio senza interferenze esterne.

La rivincita di Roma dimenticata

Visitando Teutoburgo colpisce soprattutto una grande assenza. Ovunque si celebra la vittoria di Arminio. Quasi nulla racconta ciò che accadde appena sette anni dopo. Nel 16 d.C. il generale Germanico attraversò il Reno, riconquistò il campo della disfatta di Varo, recuperò due delle tre aquile legionarie perdute e affrontò Arminio nella battaglia di Idistaviso. Quella volta fu Roma a vincere. La sconfitta di Arminio segnò l'inizio del suo declino politico e militare. Pochi anni dopo sarebbe stato assassinato Eppure Idistaviso sembra quasi scomparsa dalla memoria collettiva. Persino individuarne oggi l'esatta localizzazione sulle mappe è difficile Minden, Rinteln il Weser ? Perché? Perché la memoria storica non coincide mai perfettamente con la storia. Le nazioni tendono a ricordare gli episodi che rafforzano la propria identità e a relegare in secondo piano quelli che la mettono in discussione.

Da capo tribale a padre della nazione

La trasformazione di Arminio in simbolo nazionale avvenne soprattutto nell'Ottocento. Durante il Romanticismo e il processo di unificazione tedesca guidato da Otto von Bismarck, la sua figura venne reinterpretata come quella dell'uomo che aveva unito i Germani contro l'invasore straniero. Nel 1875 fu inaugurato nei pressi di Detmold il monumentale Hermannsdenkmal, una gigantesca statua che ancora oggi domina la parte bassa della Selva di Teutoburgo. Non rappresentava più il capo dei Cherusci. Rappresentava la nascita della Germania. Da quel momento Arminio entrò stabilmente nell'immaginario collettivo tedesco.

Un mito ancora vivo

Il suo nome continua ancora oggi a essere presente nella vita quotidiana. La squadra di calcio Arminia Bielefeld, ad esempio, prende il nome proprio da Arminio. Numerose strade, monumenti, associazioni e luoghi pubblici richiamano ancora il suo ricordo. Nel Novecento anche il nazionalsocialismo cercò di appropriarsi della sua figura, inserendola nel proprio pantheon simbolico accanto a Bismarck, Federico Barbarossa e Federico il Grande, presentandolo come il primo difensore della razza e della patria tedesca. Un'operazione propagandistica che deformò ulteriormente il personaggio storico. Il viaggio nella Selva di Teutoburgo lascia quindi una riflessione più ampia. Arminio non fu il fondatore della Germania. Fu un principe germanico (quando si dice la doppiezza della storia, il nome del generale romano che lo sconfisse) romanizzato che sfruttò la propria conoscenza dell'Impero per costruire un'alleanza tra tribù, conquistare il potere e respingere il dominio romano. La sua vittoria fu reale. Ma altrettanto reale fu la successiva rivincita di Roma. La differenza è che una battaglia è diventata mito, mentre l'altra è quasi scomparsa dalla memoria. Ed è forse questa la lezione più affascinante del viaggio: la storia racconta i fatti, ma sono i popoli, nei secoli, a scegliere quali fatti ricordare e quali lasciare nell'ombra.



sabato 8 agosto 2026

Quando i referendum non mobilitano gli elettori: il caso della Prussia del 1931

 

I referendum sono uno degli strumenti più importanti della democrazia diretta, ma la loro efficacia dipende soprattutto dalla partecipazione dei cittadini. Quando l'affluenza è troppo bassa, anche consultazioni molto dibattute possono trasformarsi in un fallimento politico.

Un esempio emblematico è il plebiscito del 9 agosto 1931 in Prussia, allora il più grande Stato della Repubblica di Weimar. Promosso dall'organizzazione nazionalista e antirepubblicana Stahlhelm, il referendum puntava a sciogliere anticipatamente il Landtag prussiano e a far cadere il governo socialdemocratico di Otto Braun.

Nonostante una campagna molto intensa e il sostegno di diverse forze ostili al governo, gli elettori non risposero in massa all'appello. Alle urne si presentò appena il 39,21% degli aventi diritto, ben al di sotto del quorum del 50% richiesto dalla legge. Di conseguenza, il referendum fu dichiarato nullo e il Landtag rimase in carica.

Il caso dimostra come un referendum possa trasformarsi in un boomerang per i suoi promotori. La mancata partecipazione, infatti, può rappresentare non solo disinteresse, ma anche una scelta politica: in presenza di un quorum, l'astensione può diventare uno strumento attraverso cui gli elettori decidono di non favorire il raggiungimento dell'obiettivo referendario.

La storia offre numerosi esempi di consultazioni fallite proprio per la scarsa affluenza. Il plebiscito prussiano del 1931 ricorda che il successo di un referendum non dipende soltanto dal consenso raccolto tra chi vota, ma anche dalla capacità di coinvolgere una parte significativa dell'intero corpo elettorale.


lunedì 3 agosto 2026

L avvocato che scommise contro il tempo e..... perse


 

Nel 1965 sembrava un affare come tanti. Lei aveva novant'anni, non aveva eredi diretti e viveva nel suo appartamento ad Arles. Lui era un avvocato di quarantasette anni, André-François Raffray, che decise di acquistare quell'immobile con una formula molto diffusa in Francia: il contratto "en viager". Il meccanismo era semplice. L'acquirente non pagava subito l'intero valore della casa, ma versava al proprietario una rendita mensile fino alla sua morte. Alla scomparsa del venditore, l'immobile passava definitivamente all'acquirente. Sulla carta era un'operazione quasi matematica. Jeanne Calment aveva novant'anni. Le statistiche erano tutte dalla parte dell'avvocato. Il valore dell'appartamento corrispondeva a circa dieci anni di rendita: anche immaginando una longevità eccezionale, nessuno avrebbe potuto prevedere ciò che sarebbe accaduto. Ma il tempo, qualche volta, ama prendersi gioco dei calcoli degli uomini.

Jeanne non solo superò i cento anni, ma continuò a vivere con sorprendente vitalità. Mentre l'avvocato continuava a versarle puntualmente la rendita, la signora Calment spegneva una candela dopo l'altra, fino a diventare la persona più longeva della storia. Alla fine accadde l'impensabile. Non fu Jeanne a morire per prima. Nel dicembre del 1994 fu proprio André-François Raffray a spegnersi, a settantasette anni, stroncato da un tumore al colon. Aveva pagato la rendita per quasi trent'anni senza mai diventare proprietario dell'appartamento.

L'obbligo passò allora alla moglie, che continuò a versare il vitalizio. Quando Jeanne Calment morì, il 4 agosto 1997, all'età di 122 anni e 164 giorni, la famiglia Raffray aveva pagato l'immobile per oltre trent'anni, sborsando complessivamente una somma stimata in più del doppio del valore originario della casa. La vicenda è diventata uno dei casi più celebri della storia dei contratti "en viager", tanto da essere studiata ancora oggi nelle facoltà di diritto ed economia. Ma forse la vera lezione va oltre il diritto. L'avvocato aveva fatto i conti con il mercato, con le statistiche e con le probabilità. Si era dimenticato di una sola variabile: la vita.

E la vita, a volte, ama sorprendere anche i migliori calcolatori.


venerdì 31 luglio 2026

Tito Morsero C'è ancora un'Italia che sorprende


 

E poi ci sono i servizi che, senza fare rumore, finiscono per conquistare il pubblico. Non perché inseguano la polemica o la cronaca nera, ma perché raccontano persone. Persone vere, con storie capaci di lasciare qualcosa.

Come quella dell'avvocato Tito Morsero. Tra poco compirà 85 anni, ma continua a essere una vera icona del tennis, capace ancora oggi di competere ai massimi livelli delle categorie veterani. Per un principe del foro, abituato a vivere tra codici, sentenze e aule di tribunale, mescolare il diritto con il rovescio sembra quasi un gioco di parole. E invece è molto di più. È la dimostrazione che la passione non conosce età, che la disciplina non va mai in pensione e che la voglia di migliorarsi può accompagnare una persona per tutta la vita.

Tre allenamenti alla settimana, una forma fisica costruita con costanza, ma soprattutto uno spirito invidiabile. Quello di chi non vive di rimpianti, ma di entusiasmo. Di chi non smette mai di mettersi alla prova e continua a guardare avanti con il sorriso.

Sono storie come questa che meritano di essere raccontate. Sono quelle che ci ricordano che esiste un'Italia laboriosa, generosa, silenziosa, fatta di persone che ogni giorno, senza cercare i riflettori, danno il buon esempio. È la stessa Italia che racconta anche Elvira Federico con Tutto il buono, andando alla ricerca di esperienze che spesso non fanno notizia, ma che fanno bene a chi le ascolta.

Viviamo in un tempo in cui troppo spesso prevalgono la rabbia, la contrapposizione e la ricerca dello scontro. Sembra quasi che faccia più notizia ciò che divide rispetto a ciò che unisce. Eppure il Paese è pieno di uomini e donne che, con il loro impegno, la loro professionalità, il volontariato, lo sport o semplicemente con il loro modo di vivere, dimostrano ogni giorno che esiste anche un'altra Italia.

Forse dovremmo raccontarla più spesso. Non per nascondere i problemi, che ci sono e vanno affrontati, ma per ricordarci che i buoni esempi hanno un valore enorme. Educano, ispirano, fanno nascere speranza e aiutano soprattutto i più giovani a capire che il talento, senza sacrificio, non basta e che la passione è una straordinaria forza capace di attraversare il tempo.

Anche questo è fare informazione. Raccontare ciò che funziona, dare voce alle storie positive, valorizzare chi, con il proprio esempio, rende migliore la comunità in cui vive.

Noi, come Rete7, cerchiamo di fare anche questo. Perché il bene, spesso, fa meno rumore del male. Ma quando viene raccontato con sincerità, lascia un segno molto più profondo.


Franco Baresi - per sempre immortale




 

Conservo ancora, gelosamente, il biglietto della finale di Coppa dei Campioni del 1989. Un semplice rettangolo di carta filigranata che, per molti, non sarebbe altro che un vecchio ricordo. Per me è molto di più. È il certificato di un viaggio. Un viaggio iniziato da bambino, con le lacrime della Fatal Verona del 1973, quando sembrava impossibile immaginare che un giorno il Milan sarebbe tornato sul tetto d'Europa. Sedici anni di attese, di delusioni, di speranze, fino a quella notte di Barcellona in cui tutto trovò finalmente compimento.

Quel biglietto racconta la mia crescita. Racconta gli anni della giovinezza, delle amicizie nate in curva, delle domeniche vissute aspettando il fischio d'inizio, dei chilometri macinati per seguire una squadra che era molto più di undici uomini in campo. Racconta le partenze all'alba, i panini mangiati in fretta, le interminabili attese davanti ai cancelli, la famiglia trascinata allo stadio e sistemata nel vecchio parterre di San Siro. Racconta un'epoca in cui il calcio era soprattutto condivisione, appartenenza, scoperta del mondo.




E poi ci sei tu. Quando venisti a Biella e mi firmasti quel biglietto, non autografasti soltanto un pezzo di carta. Mettesti il sigillo su uno dei periodi più belli della mia vita. Fu come chiudere un cerchio iniziato tanti anni prima. Per chi, come me, è nato negli anni Sessanta, Franco Baresi, il nostro "Kaiser Franz", soprannome che richiamava l'altro immenso libero Franz Beckenbauer, è stato molto più di un campione. È stato il simbolo di un riscatto possibile.

Non eri il giocatore più spettacolare del mondo. Non vivevi di colpi di genio o di virtuosismi. Eri il capitano che, con il sacrificio, l'intelligenza, la grinta e un senso del dovere fuori dal comune, dimostrava che il talento da solo non basta. Che si può diventare i migliori attraverso il lavoro quotidiano, la serietà e il coraggio. Forse è proprio per questo che era così facile identificarsi in te.

Perché, in fondo, la tua parabola assomigliava a quella di tante persone comuni: affrontare le difficoltà, rialzarsi, non arrendersi mai. Era un insegnamento che andava ben oltre il calcio. Oggi perdiamo uno degli ultimi simboli di quella stagione irripetibile. Ma insieme a te riaffiorano i volti degli amici, i sogni di ragazzi che credevano che tutto fosse possibile, gli anni dello studio, dei primi lavori, degli amori, delle speranze.

Non è nostalgia. È memoria. Perché ci sono uomini che, pur avendo scritto pagine straordinarie di sport, finiscono per raccontare anche la vita di chi li ha ammirati.

E tu sei stato uno di questi.

Per sempre Immortale.

mercoledì 29 luglio 2026

I coccodrilli e la verifica delle fonti


 

C'è uno sport che negli ultimi anni sembra conoscere un successo crescente. Potremmo chiamarlo la politica del coccodrillo e del selfie con il morto. Accade ogni volta che una persona conosciuta lascia questa terra. Nel giro di pochi minuti i social si riempiono di fotografie scattate anni prima, magari durante un convegno, una cerimonia o un incontro occasionale. Improvvisamente tutti diventano amici fraterni del defunto, tutti hanno un ricordo indelebile, tutti sentono il bisogno di esibire quella foto come una sorta di certificato di vicinanza.

Più che un gesto di cordoglio, sembra una gara a dimostrare: "Io c'ero. Anch'io lo conoscevo." Il dolore, quello vero, è un'altra cosa. Non ha bisogno di essere fotografato, né tantomeno pubblicato. Appartiene alla sfera personale, al rispetto verso chi non c'è più e verso i suoi familiari. Il problema, però, non riguarda soltanto i social. Sempre più spesso questo meccanismo contagia anche il giornalismo.

La corsa ad arrivare per primi porta a sacrificare la regola più importante di questa professione: verificare la notizia. È successo ancora ieri con la falsa notizia della morte del capitano del Milan degli Immortali, il "Piscinin". Alcuni organi di informazione, anche autorevoli, lo avevano già consegnato alla storia, salvo poi dover fare precipitosamente marcia indietro. Un errore che avrebbe potuto essere evitato con una semplice telefonata, con una verifica presso la famiglia o attraverso una fonte ufficiale.

Il giornalismo, quello vero, si è sempre fondato su un principio tanto semplice quanto impegnativo: meglio arrivare un minuto dopo che pubblicare una notizia sbagliata. Oggi, invece, sembra prevalere la logica opposta. Prima si pubblica, poi – eventualmente – si corregge. Ma nel frattempo la notizia falsa ha già fatto il giro della rete, è stata condivisa, commentata, rilanciata e, spesso, rimane impressa nella memoria collettiva anche dopo la smentita.

Paradossalmente è proprio Internet, spesso accusata di diffondere fake news, a offrire gli strumenti per evitarle. I dubbi, le smentite, le rettifiche e le repliche compaiono in tempo reale. Basta fermarsi qualche minuto, confrontare le fonti, attendere una conferma. Chi fa informazione dovrebbe avere il coraggio di cestinare una notizia quando la sua provenienza non è certa. Non è un segno di debolezza, ma di professionalità. Perché il primo dovere del giornalista non è arrivare prima degli altri: è raccontare la verità.

E forse dovremmo impararlo anche tutti noi. Non ogni lutto richiede un post. Non ogni conoscenza occasionale diventa un'amicizia da esibire. A volte il rispetto si manifesta nel modo più semplice e più difficile: con il silenzio. Perché il cordoglio non si misura dal numero di selfie pubblicati, ma dalla sincerità con cui si onora la memoria di una persona. E la credibilità dell'informazione non si costruisce sulla velocità, ma sulla pazienza di verificare i fatti prima di consegnarli, davvero, urbi et orbi.

Appunti di viaggio - Dortmund dove il calcio è una religione

Il Westfalenstadion di Dortmund, con i suoi inconfondibili colori gialloneri, è molto più di uno stadio: è la carta d'identità di una ...