Chi frequenta conferenze stampa, consigli comunali, mattinali delle forze dell'ordine o semplicemente le piazze dove ogni giorno nasce una notizia lo sa bene: i giornalisti finiscono per diventare una sorta di famiglia allargata. Ci si incontra quasi quotidianamente, si aspetta insieme l'arrivo di un protagonista, si commentano gli avvenimenti, ci si punzecchia con una battuta, si discute, si scherza. Sempre con un taccuino in tasca, una tazzina di caffè tra le mani, una sigaretta – per chi ancora la fuma – o un immancabile pezzo di liquirizia come per il sottoscritto. È un piccolo mondo fatto di rituali, di complicità e di confronti che spesso vanno ben oltre la cronaca. Walter era parte di quel mondo. Era una presenza discreta ma inconfondibile. Un'icona del giornalismo biellese, ma soprattutto uno straordinario appassionato e conoscitore della storia militare.
Con lui bastava una fotografia della Normandia, un bunker sulla costa atlantica o una vecchia cartina per iniziare discussioni che potevano durare parecchio. Ognuno portava il proprio viaggio, le proprie letture, le proprie curiosità. Lui, con la sua competenza, era capace di trasformare un dettaglio apparentemente insignificante nella chiave per comprendere una battaglia, una scelta strategica o un episodio dimenticato della Prima o della Seconda guerra mondiale. A chi lo conosceva poco poteva sembrare distratto, quasi assorto. In realtà osservava tutto. Ascoltava molto più di quanto parlasse. Era un professionista preparato, curioso, profondamente umile. Di quelli che non avevano bisogno di ostentare ciò che sapevano.
Mancheranno le discussioni sulla storia, i confronti sulle campagne militari, la ricerca di quel particolare che sfuggiva agli altri ma che Walter riusciva sempre a riportare alla luce. Mancherà quel piacere raro di confrontarsi con qualcuno che studiava la storia non per coltivare nostalgie, ma per comprendere meglio gli uomini e il loro tempo.
Buon viaggio, Walter.



