mercoledì 10 giugno 2026

WW2 Il paradosso della Shinano: la nave più potente, la vita più breve


 Diciassette ore di mare aperto furono tutto ciò che la Japanese aircraft carrier Shinano ebbe in sorte dopo anni di progettazione e costruzione. Eppure non era una nave qualunque. Con oltre 70.000 tonnellate di dislocamento, era la più grande portaerei mai realizzata fino ad allora, un colosso nato dallo scafo di una corazzata della classe Yamato-class battleship. Acciaio, potenza e tecnologia concentrati in una nave che il Giappone considerava uno dei suoi ultimi assi nella manica.

La sera del 28 novembre 1944 lasciò il porto di Yokosuka. A vederla avanzare nell'oscurità sembrava invincibile. Il suo ponte di volo si estendeva come una città galleggiante, le lamiere corazzate erano tra le più spesse mai installate su una portaerei e il suo nome era così segreto che gli americani ne ignoravano perfino l'esistenza.

Ma la Shinano nascondeva una fragilità invisibile. La guerra aveva imposto tempi impossibili. Molti lavori non erano terminati, alcune paratie non erano state collaudate e centinaia di operai erano ancora a bordo. Quel gigante era stato mandato in mare prima di essere davvero pronto.

Per tutta la notte navigò verso Kure, scortato da cacciatorpediniere. Nelle stesse ore, poco lontano, il sommergibile americano USS Archerfish (SS-311) seguiva la sua scia. Per il comandante americano quella sagoma immensa era un mistero. Non poteva sapere che stava inseguendo la più grande portaerei del mondo.

Alle 3:15 del mattino del 29 novembre arrivò l'attacco. Sei siluri partirono dal sommergibile. Quattro colpirono il bersaglio.

La Shinano non esplose. Non si spezzò. Continuò a navigare. Una nave costruita per sopravvivere ai combattimenti sembrava aver assorbito il colpo. Ma sotto il ponte l'acqua stava vincendo una battaglia silenziosa. Passava da un compartimento all'altro, invadeva locali che avrebbero dovuto restare isolati, piegava lentamente la nave verso il mare.

Per ore l'equipaggio combatté contro l'allagamento. Le pompe lavorarono senza sosta. I marinai chiusero portelli, trasportarono materiali, cercarono di salvare il salvabile. Ma il colosso continuava a inclinarsi.

Quando il sole era ormai alto sull'oceano, divenne chiaro che la partita era persa. Poco prima delle undici del mattino la nave si rovesciò lentamente su un fianco. Uomini e detriti finirono in mare. Il comandante Toshio Abe scelse di restare a bordo.

Poi il gigante scomparve.

La Shinano era stata costruita per cambiare il corso della guerra. Non lanciò mai un aereo, non combatté mai una battaglia e non completò nemmeno il suo primo viaggio. La sua intera vita operativa durò appena diciassette ore: abbastanza per trasformarla in una leggenda.


domenica 7 giugno 2026

Il bordocampista, quando il calcio si prende meno sul serio


C'è una figura che negli ultimi anni ha trovato una dimensione tutta sua nel racconto televisivo del calcio: il bordocampista. Nato per raccogliere sensazioni, umori e retroscena a pochi metri dalle panchine, oggi è diventato spesso il ponte tra il gioco e il divertimento. E forse va bene così. Perché ci sono partite che si raccontano con la tattica, i numeri e le statistiche. E poi ci sono le partite delle leggende, quelle in cui il risultato conta fino a un certo punto e dove il vero spettacolo è ritrovare personaggi che hanno scritto pagine di calcio e che oggi si concedono il lusso di raccontarsi con leggerezza.

È qui che il bordocampista trova il suo habitat naturale. Con una telecamera in mano e la libertà di muoversi ai margini del campo, diventa una sorta di esploratore del lato più umano del calcio. Raccoglie battute, sfottò, ricordi, provocazioni e aneddoti che altrimenti andrebbero persi. E come si fa a non sorridere davanti alle uscite di Senso d'Oppio (la maglietta sto yamal è da cineteca) o di Guarena? Come si fa a non divertirsi quando Ferrante, Tiribocchi o Pasquale Bruno alternano ricordi seri a battute che raccontano perfettamente l'atmosfera della giornata? E come non apprezzare le incursioni goliardiche di musicisti e personaggi come Matteo Baronetto che entrano nel gioco con lo spirito giusto?

In quei momenti il calcio torna ad essere ciò che è sempre stato: un grande racconto popolare. Non c'è nulla di costruito. Non ci sono conferenze stampa, dichiarazioni preparate o frasi studiate. C'è soltanto il piacere di stare insieme, di ricordare e di scherzare. Forse è proprio questo il segreto del successo di certe trasmissioni e di certi eventi. Far capire che dietro i campioni, dietro le maglie e dietro le carriere ci sono persone. Persone che sanno ancora ridere di sé stesse, prendere in giro gli amici di una vita e condividere con il pubblico un pezzo della propria storia. E allora ben vengano i bordocampisti quando riescono a catturare questi momenti.

Perché a volte una battuta racconta un personaggio meglio di una scheda tecnica. E una risata condivisa spiega il calcio molto più di tante analisi tattiche. Soprattutto quando in campo non ci sono soltanto ex giocatori, ma vecchi amici che per novanta minuti (pardon settanta) tornano ragazzi.

venerdì 5 giugno 2026

Ciao Peppo



Con la scomparsa di Peppo Sacchi se ne va uno dei protagonisti più coraggiosi e visionari della storia della comunicazione italiana. Un uomo che, quando tutto sembrava immutabile, ebbe il coraggio di immaginare un sistema diverso e la determinazione di battersi perché diventasse realtà. Il suo nome è legato a Telebiella, la prima televisione via cavo italiana, un'esperienza che avrebbe cambiato per sempre il panorama dell'informazione e della comunicazione nel nostro Paese.

In un'epoca in cui il monopolio televisivo appariva inscalfibile, Sacchi intuì che la tecnologia poteva aprire nuove strade alla libertà di espressione, all'informazione locale e al pluralismo delle idee. Non si limitò a immaginarlo. Lo fece. Fu una battaglia lunga, difficile e spesso solitaria. Una battaglia culturale, perché dietro la richiesta di poter trasmettere liberamente non c'era soltanto un'innovazione tecnologica: c'era l'idea che la democrazia si rafforza quando si moltiplicano le voci, i punti di vista e le opportunità di comunicare. Il percorso avviato da Telebiella contribuì infatti ad aprire una breccia nel monopolio radiotelevisivo dell'epoca, anticipando trasformazioni che avrebbero portato alla nascita delle televisioni locali e alla progressiva liberalizzazione dell'etere. Oggi può sembrare normale accendere una televisione e scegliere tra decine di emittenti nazionali e territoriali. Negli anni Sessanta e Settanta non lo era affatto.

Per questo Peppo Sacchi va ricordato come uno di coloro che hanno contribuito a cambiare il rapporto tra informazione, tecnologia e libertà nel nostro Paese. Da Biella lanciò una sfida che sembrava impossibile e che invece contribuì a riscrivere una parte importante della storia italiana della comunicazione. Una lezione di coraggio imprenditoriale, di innovazione e di ostinazione che ancora oggi conserva tutta la sua attualità.

martedì 2 giugno 2026

Grazie ragazzi. Vice campioni d'Italia


Complimenti alla Roma 1927 per la conquista del terzo Scudetto Under 19 consecutivo. Un risultato che testimonia la forza di una società capace di confermarsi ai massimi livelli del futsal giovanile italiano. Ma oggi è soprattutto il giorno dei ringraziamenti. Un grazie enorme a Merlo e compagni per una stagione semplicemente straordinaria, una di quelle che lasciano il segno. La vittoria del campionato di A2, a cui hanno concorso diversi elementi dell Under, la conquista della Coppa Italia Under 19 e ora il titolo di vicecampioni d'Italia rappresentano un percorso che merita soltanto applausi. Un gruppo che ha lavorato senza sosta da agosto fino a giugno, affrontando ogni sfida con serietà, qualità e spirito di squadra. Un gruppo che ha saputo crescere, emozionare e portare in alto il nome dell'Orange sui campi di tutta Italia.

La finale di oggi non cambia il valore di quanto costruito in questi mesi. La Roma ha messo grande intensità nei primi minuti, trovando subito il doppio vantaggio e indirizzando una gara che richiedeva un'impresa per essere rimessa in discussione. Ma il risultato dell'ultimo incontro non può cancellare né ridimensionare ciò che questa squadra ha saputo realizzare durante l'intera stagione. Essere vicecampioni d'Italia non è un traguardo qualunque. Significa appartenere all'élite del futsal nazionale, confrontarsi alla pari con le migliori realtà del Paese e guadagnarsi rispetto ovunque. Per questo oggi prevale soprattutto l'orgoglio. L'orgoglio per una squadra che ha saputo vincere, crescere e rappresentare al meglio i colori orange. L'orgoglio per mister Patanè, per lo staff, per la società e per questi ragazzi che hanno scritto una pagina importante della storia recente dell'Asti.

Le coppe conquistate resteranno negli albi d'oro. Ma ciò che rende speciale questa stagione è il percorso compiuto insieme, la mentalità costruita giorno dopo giorno e la consapevolezza di aver consegnato l'Asti tra le grandi del futsal italiano.

E se oggi si chiude una stagione straordinaria, il bello è che c'è già una nuova sfida all'orizzonte. Ancora Asti contro Roma. Ancora una volta in palio un trofeo. Grazie alla vittoria della Coppa Italia Under 19, l'Orange tornerà a contendersi la Supercoppa Italiana proprio contro i campioni d'Italia. Un'altra grande vetrina, un'altra occasione per misurarsi con il meglio del futsal giovanile nazionale. Una conferma del valore di questo gruppo e un motivo in più per guardare al futuro con fiducia. Grazie ragazzi. Avete regalato un'annata che resterà nella memoria di tutti gli appassionati del futsal astigiano.

Tredici anni e l'eternità: Joseph Bara, il tamburino della Repubblica


 

Joseph Bara, o Barra come spesso venne chiamato, aveva appena tredici anni. Era un ragazzo povero della campagna francese, troppo giovane per essere un soldato eppure già immerso nel vortice della Rivoluzione. Faceva il tamburino nell'esercito repubblicano, uno di quei ragazzi che con il rullo del tamburo davano il passo alle colonne in marcia e cercavano di farsi coraggio in mezzo al fragore delle armi. Era il dicembre del 1793. La Francia era lacerata dalla guerra civile della Vandea. Bara stava conducendo due cavalli quando venne intercettato dagli insorti realisti. La storia, mescolando realtà e leggenda, racconta che gli fu chiesto di gridare "Viva il Re" per salvarsi la vita. Lui avrebbe risposto "Viva la Repubblica" e venne ucciso. Gli storici discutono ancora su quanto vi sia di vero e quanto di costruzione simbolica, ma il fatto essenziale resta: un ragazzo morì nel pieno della tempesta rivoluzionaria e la sua morte divenne il racconto di una generazione.

Robespierre ne fece un eroe della Repubblica. Jacques-Louis David lo dipinse come un giovane martire, bello e fragile come un personaggio dell'antichità. La Francia rivoluzionaria vide in quel ragazzo non tanto il soldato, quanto il simbolo della giovinezza che si sacrifica per un ideale. Forse, però, il modo migliore per ricordarlo oggi non è quello della propaganda. È quello suggerito da Edgar Morin, il grande pensatore della complessità scomparso pochi giorni fa, che per tutta la vita ci ha invitato a guardare gli esseri umani nella loro interezza, senza trasformarli in statue o slogan. Morin ci ha insegnato che la storia è fatta di luci e ombre, di realtà e mito, di individui concreti che diventano simboli più grandi di loro stessi. Così Bara non è soltanto il piccolo eroe della Repubblica. È un ragazzo di tredici anni trascinato dagli eventi del suo tempo, diventato immortale perché gli uomini hanno bisogno di raccontare il coraggio, la fedeltà e la speranza attraverso dei volti. E il suo volto, da oltre due secoli, continua ad affacciarsi dalla storia con la purezza malinconica dell'infanzia e con la forza dei miti che non smettono mai di interrogare il presente



Flaviano Brutto conquista “Tutto il Buono”: stile, eleganza e personalità in tv


Certe persone non entrano semplicemente in uno studio televisivo. Lo illuminano. È quello che è accaduto con la partecipazione di Flaviano Brutto a Tutto il Buono, il programma condotto da Elvira Federico. Trendsetter, fashion consultant, personaggio eclettico e riconoscibile, Flaviano Brutto rappresenta da anni una figura fuori dagli schemi nel panorama della moda e del lifestyle italiano. Un uomo che ha costruito la propria identità senza inseguire le mode, ma spesso anticipandole.

La sua presenza a Tutto il Buono ha portato in televisione qualcosa che oggi non è affatto scontato: autenticità. La naturale eleganza di chi vive il bello come cultura, esperienza e modo di stare al mondo. Nel salotto televisivo di Elvira Federico ha confermato ciò che chi lo segue già conosce: dietro gli outfit ricercati, gli eventi glamour e le fotografie da copertina c'è una persona che ha fatto della positività e della valorizzazione del bello una vera filosofia di vita.

La sua partecipazione a Tutto il Buono non è stata soltanto un'ospitata televisiva. È stata la dimostrazione che stile, educazione, classe e capacità di comunicare possono ancora trovare spazio in una narrazione che troppo spesso rincorre soltanto il rumore. E l’accoppiata Federico Brutto si dimostra assolutamente vincente.

Le vedove di Maldini, e i professoroni da tastiera: al Milan serve unità



C'è una parte del tifo milanista che sembra aver smesso di tifare il Milan per tifare le proprie idee. Le vedove di Maldini, quelle di Theo Hernandez, gli allenatori virtuali, i direttori sportivi da tastiera e i commentatori seriali che, a ogni risultato negativo, trovano un nuovo bersaglio da colpire. Nel mirino, ormai da mesi, c'è soprattutto Gerry Cardinale, come se fosse diventato il responsabile unico di ogni problema rossonero. Eppure una domanda sarebbe doverosa: qual è l'interesse del Milan nel trasformare il proprio proprietario nel nemico?

Si può discutere ogni scelta. Si possono criticare acquisti, cessioni, dirigenti e risultati. Fa parte del calcio. Ma c'è una differenza enorme tra la critica e la delegittimazione continua. Il Milan oggi è anche un'azienda. Una delle grandi aziende sportive europee, con investimenti importanti, obiettivi economici e sportivi che devono necessariamente camminare insieme. Pensare che chi ha investito centinaia di milioni nel club abbia interesse a danneggiarlo o a ridimensionarlo è semplicemente illogico.

Cardinale non è Berlusconi e non ha mai preteso di esserlo. Sono epoche diverse, modelli diversi, mercati diversi. Ma una cosa resta vera: chi mette soldi, tempo, energie e reputazione in una società calcistica lo fa perché vuole vederla crescere e vincere. Per questo sparare quotidianamente contro la proprietà rischia di diventare un esercizio autolesionista. Un suicidio sportivo e ambientale. Perché si finisce per indebolire ulteriormente un contesto che avrebbe invece bisogno di stabilità, lucidità e sostegno.

Questo non significa rinunciare allo spirito critico. Significa capire che esiste un confine tra il dissenso e la demolizione sistematica. Significa comprendere che si può essere in disaccordo con una scelta senza trasformare ogni decisione in una guerra di religione.

Lo stesso vale per le continue contrapposizioni tra passato e presente. Paolo Maldini è una leggenda del Milan e nessuno potrà mai cancellare ciò che rappresenta per la storia rossonera. Ma una leggenda non può diventare un'arma da utilizzare quotidianamente contro chi è venuto dopo.

I social hanno amplificato tutto. Oggi ogni tifoso si sente allenatore, direttore sportivo, osservatore e amministratore delegato. Dopo novanta minuti arrivano sentenze definitive, processi sommari, condanne senza appello. Ma il calcio vero non funziona così. È fatto di cicli, di intuizioni, di errori, di ripartenze e di pazienza. Una parola che sembra scomparsa dal vocabolario del calcio moderno. Lo dico da uno che vide Milan-Sambenedettese allo stadio. Da uno che ha conosciuto il Milan delle vittorie leggendarie ma anche quello delle stagioni difficili. Da uno che sa che la grandezza di questa maglia non nasce dall'assenza delle difficoltà, ma dalla capacità di attraversarle.

Oggi il Milan non ha bisogno di altre guerre interne. Non ha bisogno di vedove, fazioni o tribunali popolari. Ha bisogno di una proprietà che impari dai propri errori, di una dirigenza che costruisca un progetto credibile e di una tifoseria che ritrovi la consapevolezza di ciò che rappresenta. Perché allo stadio non si va per un dirigente, per un allenatore o per un proprietario. Si va per quei colori che ci accompagnano da una vita, per una passione che spesso sfugge alla logica e per una storia che ci è stata consegnata da chi ci ha preceduto. Presidenti, dirigenti, allenatori e campioni passano. Alcuni diventano leggenda, altri vengono dimenticati. Il Milan resta.

E il compito di tutti noi non è dividerci in fazioni o cercare ogni giorno un nuovo colpevole. È continuare a sostenere, criticare quando serve, ma soprattutto costruire. Insieme. Perché il Milan non appartiene a una corrente di pensiero, a un hashtag o a una nostalgia. Appartiene a una comunità di persone che da generazioni si riconoscono negli stessi colori.

E quei colori meritano qualcosa di più del rumore. Meritano fiducia, passione e la volontà di scrivere insieme il prossimo capitolo della nostra storia.

WW2 Il paradosso della Shinano: la nave più potente, la vita più breve

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