giovedì 23 luglio 2026

Ciao Walter


Chi frequenta conferenze stampa, consigli comunali, mattinali delle forze dell'ordine o semplicemente le piazze dove ogni giorno nasce una notizia lo sa bene: i giornalisti finiscono per diventare una sorta di famiglia allargata. Ci si incontra quasi quotidianamente, si aspetta insieme l'arrivo di un protagonista, si commentano gli avvenimenti, ci si punzecchia con una battuta, si discute, si scherza. Sempre con un taccuino in tasca, una tazzina di caffè tra le mani, una sigaretta – per chi ancora la fuma – o un immancabile pezzo di liquirizia come per il sottoscritto. È un piccolo mondo fatto di rituali, di complicità e di confronti che spesso vanno ben oltre la cronaca. Walter era parte di quel mondo. Era una presenza discreta ma inconfondibile. Un'icona del giornalismo biellese, ma soprattutto uno straordinario appassionato e conoscitore della storia militare.

Con lui bastava una fotografia della Normandia, un bunker sulla costa atlantica o una vecchia cartina per iniziare discussioni che potevano durare parecchio. Ognuno portava il proprio viaggio, le proprie letture, le proprie curiosità. Lui, con la sua competenza, era capace di trasformare un dettaglio apparentemente insignificante nella chiave per comprendere una battaglia, una scelta strategica o un episodio dimenticato della Prima o della Seconda guerra mondiale. A chi lo conosceva poco poteva sembrare distratto, quasi assorto. In realtà osservava tutto. Ascoltava molto più di quanto parlasse. Era un professionista preparato, curioso, profondamente umile. Di quelli che non avevano bisogno di ostentare ciò che sapevano.

Mancheranno le discussioni sulla storia, i confronti sulle campagne militari, la ricerca di quel particolare che sfuggiva agli altri ma che Walter riusciva sempre a riportare alla luce. Mancherà quel piacere raro di confrontarsi con qualcuno che studiava la storia non per coltivare nostalgie, ma per comprendere meglio gli uomini e il loro tempo.

Buon viaggio, Walter.



Da Massimo Decimo Meridio a Marco Pisellonio


L'abuso della storia è diventato ormai un mantra. Tutti si atteggiano a generali vittoriosi, pronti a brandire il fascio littorio delle celebrazioni della Roma imperiale, salvo poi ignorarne il significato storico e simbolico. Mi torna alla mente una battuta de Il Gladiatore. Quando a Massimo Decimo Meridio viene prospettata una carriera politica, risponde: «Preferisco vedere il mio avversario negli occhi piuttosto che alle spalle.» È forse la definizione più efficace della differenza tra il campo di battaglia e la politica: nel primo il nemico porta un'uniforme, nella seconda spesso si confonde tra gli alleati. Forse anche per questo in Italia c'è una certa fascinazione per il "generale prestato alla politica", come se il comando di un esercito fosse automaticamente una scuola di governo. La storia, però, racconta qualcosa di diverso. Così può capitare che chi ha servito il grigioverde si ritrovi a navigare nei ben più insidiosi mari della battaglia politica. E da Massimo Decimo Meridio a Marco Pisellonio, diciamolo, il salto è un attimo

L'ultimo grande condottiero che possa essere definito tale, almeno nella tradizione italiana, fu probabilmente Eugenio di Savoia, il comandante che nel 1706 liberò Torino dall'assedio francese e divenne uno dei più grandi strateghi della storia europea. Dopo di lui, il bilancio è molto meno glorioso. Il Risorgimento produsse figure straordinarie, ma anche comandanti discussi. L'Italia unita attraversò le sconfitte di Custoza e Lissa, gli errori di Luigi Cadorna, le tragedie del Novecento e le pagine più controverse di Rodolfo Graziani. L'eccezione fu Armando Diaz, che seppe ricostruire un esercito dopo Caporetto e condurlo alla vittoria di Vittorio Veneto. Garibaldi, più che un generale di accademia, fu un capo capace di trasformare un ideale in forza militare. La sua vera arma non era la tattica, ma la capacità di convincere uomini comuni a seguirlo.

Forse è proprio questo che insegna la storia: i veri condottieri non hanno bisogno di evocare Roma imperiale per legittimarsi, né di trasformare ogni confronto politico in una battaglia epica. La storia è una disciplina seria, non un guardaroba dal quale estrarre, di volta in volta, l'elmo o il fascio che più conviene alla polemica del giorno.

domenica 19 luglio 2026

Fatti non foste per viver come bruti . Nolan e l'Odissea


 

Molti si aspettavano un film dominato dalla spettacolarità, dagli effetti visivi e dalle grandi battaglie. Christopher Nolan, invece, compie una scelta diversa e, a mio avviso, molto più coraggiosa.

Il suo film è prima di tutto un'opera filosofica. Dietro il racconto epico emerge continuamente una riflessione sull'uomo, sul destino, sulla conoscenza e sul prezzo delle proprie scelte. I lunghi dialoghi – in particolare quelli con Theron e Zendaya – e i continui flashback possono apparire meno immediati a chi cerca esclusivamente ritmo e azione, ma rappresentano il cuore del film. È lì che Nolan costruisce il senso della storia.

Sarebbe stato facile cedere alla tentazione di trasformare il mito in una sequenza di effetti speciali. Sarebbe stata probabilmente la strada più semplice e più commerciale. Nolan, invece, preferisce affidarsi alle parole, ai silenzi e ai dilemmi morali dei protagonisti, ricordandoci che il vero conflitto non è quello combattuto sul campo di battaglia, ma quello che ogni uomo affronta dentro sé stesso.

Per questo il film mi ha ricordato il celebre verso di Dante:

«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»

È proprio la ricerca della conoscenza, il desiderio di comprendere il proprio destino e di superare i propri limiti che attraversa tutta l'opera. L'epica diventa così il pretesto per raccontare qualcosa di profondamente umano.

Forse non è il film più spettacolare di Nolan. Ma è certamente uno dei suoi più maturi, perché rinuncia all'effetto facile per restituire centralità alle idee. E in un cinema sempre più dominato dalla ricerca dell'immagine perfetta, è una scelta che merita di essere riconosciuta


martedì 14 luglio 2026

L'ultimo mostro è l'orgoglio: hybris


Bellerofonte fu uno dei più grandi eroi della mitologia greca. Con l'aiuto della dea Atena riuscì a domare Pegaso, il cavallo alato, e grazie a lui sconfisse la terribile Chimera, il mostro che seminava morte e distruzione. Vinse poi i Solimi, affrontò le Amazzoni e superò ogni prova che gli venne imposta. Nessun'impresa sembrava ormai impossibile. Ma proprio il successo lo condusse verso il suo nemico più insidioso. Le vittorie gli fecero credere di essere diverso dagli altri uomini. Non più un mortale favorito dagli dèi, ma quasi un loro pari. Così, accecato dalla convinzione di meritare un posto tra gli immortali, montò Pegaso e tentò di raggiungere l'Olimpo.

Per i Greci questo aveva un nome preciso: hybris. La hybris non era semplicemente la superbia. Era l'illusione di non avere più limiti, il momento in cui l'uomo smette di riconoscere la misura delle cose e si convince che il successo gli attribuisca diritti che nessun essere umano può reclamare. È il peccato di chi confonde il talento con l'infallibilità, il merito con il privilegio, la forza con l'onnipotenza. Zeus non ebbe bisogno di scagliare un fulmine. Gli bastò inviare un piccolo tafano che punse Pegaso. Il cavallo si imbizzarrì e Bellerofonte precipitò sulla terra.

Il messaggio del mito è tanto semplice quanto profondo: il più grande degli eroi non fu sconfitto dalla Chimera, né dalle Amazzoni, né dagli eserciti che aveva affrontato. Fu sconfitto da se stesso. Per questo la storia di Bellerofonte continua a parlarci ancora oggi. Ogni successo porta con sé un rischio sottile: credere che ciò che abbiamo conquistato ci renda superiori agli altri o immuni dall'errore. È proprio in quel momento che nasce la hybris, e con essa ha inizio la caduta.

La vera grandezza non consiste nell'arrivare più in alto degli altri, ma nel ricordare, anche quando si è in vetta, di essere ancora uomini. La Chimera era un mostro che viveva fuori da Bellerofonte. L'orgoglio, invece, abitava dentro di lui. Ed è questo il mostro più difficile da riconoscere e il più pericoloso da sconfiggere.


 

venerdì 10 luglio 2026

La Terra di Mezzo nasce nelle trincee della Somme?


 

La Prima guerra mondiale non ha lasciato soltanto milioni di morti. Ha lasciato anche una generazione di scrittori chiamata a raccontare l'indicibile. Uno, J. R. R. Tolkien, quell'inferno lo visse in prima persona, combattendo nelle trincee della Battaglia della Somme. L'altro, T. S. Eliot, ne colse le macerie morali e spirituali, trasformandole nel suo capolavoro, The Waste Land. Due opere diversissime, due linguaggi opposti, ma forse una stessa domanda: come si racconta un mondo dopo che la civiltà ha conosciuto l'orrore?

Quando pensiamo a Tolkien immaginiamo Hobbit, Elfi, maghi e castelli. Difficilmente pensiamo a un giovane ufficiale britannico immerso nel fango, tra reticolati, esplosioni e compagni che non sarebbero più tornati a casa. Sopravvisse alla guerra quasi per caso, colpito dalla febbre da trincea, mentre molti dei suoi amici persero la vita. Anni dopo avrebbe sempre respinto l'idea che Il Signore degli Anelli fosse un'allegoria della Grande Guerra. E aveva ragione. La sua non è la cronaca del conflitto. Ma gli scrittori non dimenticano ciò che hanno vissuto.

C'è un'immagine che lega Tolkien a Eliot: quella della terra devastata.

Eliot la chiamò The Waste Land, la "terra desolata", simbolo di una civiltà svuotata dalla guerra. Tolkien la trasformò, inconsapevolmente o forse inevitabilmente, nelle pianure di Mordor. È difficile non vedere nella desolazione di Gorgoroth un'eco della No Man's Land, quella "terra di nessuno" tra le trincee dove il fango aveva sostituito i prati e gli alberi erano diventati tronchi anneriti dalle granate. Ma è proprio qui che i due autori si separano.

Eliot racconta un mondo che sembra aver perso ogni speranza. Tolkien, invece, sceglie una strada diversa. A salvare la Terra di Mezzo non sono re invincibili o grandi condottieri, ma due piccoli Hobbit. Dopo aver conosciuto l'orrore della guerra, sembra quasi dirci che il destino del mondo non dipende dalla forza, ma dal coraggio, dalla lealtà e dalla capacità delle persone comuni di non arrendersi.

Forse è questo il vero lascito della Prima guerra mondiale nella sua opera. Non un'allegoria, che Tolkien avrebbe certamente rifiutato, ma una memoria trasformata in mito. La guerra non spiega la Terra di Mezzo, ma probabilmente le ha dato un'anima.

Ed è forse anche per questo che, a distanza di anni, continuiamo a leggere Il Signore degli Anelli non soltanto come un romanzo fantasy, ma come una storia profondamente umana. Dietro la lotta contro Sauron, in fondo, si intravede ancora quella domanda che segnò un'intera generazione: come si torna a sperare dopo aver attraversato la terra di nessuno?

A tutto il buono Cosimo Altavilla e la continuità d'impresa



La continuità d'impresa non è soltanto un passaggio generazionale. È il momento in cui un patrimonio costruito nel tempo cambia mani senza perdere la propria identità. In un'impresa infatti, insieme alle quote societarie si trasferiscono esperienza, relazioni, competenze, cultura del lavoro e quel sapere che spesso non è scritto in nessun manuale, ma vive nelle persone. ,Ogni ricambio generazionale rappresenta una sfida. Da un lato c'è chi ha dedicato una vita alla crescita dell'azienda e deve imparare ad affidarla a una nuova guida; dall'altro ci sono giovani imprenditori chiamati a raccogliere un'eredità importante, con la responsabilità di innovare senza disperdere ciò che ha reso quell'impresa solida e riconoscibile.

La continuità non significa conservare il passato, ma renderlo capace di affrontare il futuro. Le imprese che riescono a trasmettere conoscenze, valori e capacità imprenditoriali sono quelle che hanno maggiori possibilità di affrontare le trasformazioni tecnologiche, ambientali e di mercato senza perdere le proprie radici.

Trasmettere un'impresa significa consegnare a una nuova generazione molto più di un'attività economica. Significa affidare una storia, una reputazione costruita nel tempo e un patrimonio di valori che rappresenta una parte essenziale del tessuto economico e sociale dei nostri territori. È questo il vero significato della continuità d'impresa: custodire il meglio del passato per renderlo protagonista del futuro.

Questo il tema della puntata di tutto il buono condotta magistralmente come sempre da Elvira Federico

giovedì 9 luglio 2026

Il calcio entra nella storia (e la storia entra nel calcio)


C'è stato un momento in cui ho pensato che il calcio potesse essere raccontato attraverso la storia. Era il periodo degli Europei e immaginavo le partite come l'epilogo simbolico di rivalità nate secoli prima: nazionali che, almeno nell'immaginario, tornavano ad affrontarsi dopo essersi incrociate sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Un gioco, certo, ma con un fondo di fascino.

Oggi l'intelligenza artificiale ha trasformato quell'idea in qualcosa di molto più spettacolare. Prima di ogni partita compaiono brevi filmati che sembrano trailer hollywoodiani: i conquistadores spagnoli che marciano contro gli Aztechi messicani, i vichinghi guidati da Erling Haaland che sbarcano sulle coste del Brasile, legionari, guerrieri e cavalieri che si preparano alla battaglia. In pochi secondi una semplice sfida calcistica assume il respiro di un racconto epico.

Naturalmente qualche licenza artistica non manca. La più divertente, almeno per me, è vedere Napoleone Bonaparte trasformarsi in Kylian Mbappé. L'imperatore con la feluca che presta il volto al fuoriclasse del Real Madrid è un accostamento che fa sorridere: difficile immaginare il piccolo Corso nei panni di uno degli attaccanti più esplosivi del calcio moderno.

Più complicato è il caso dell'Argentina, che non dispone di un immaginario storico altrettanto immediato. Forse soltanto un confronto con il Regno Unito richiamerebbe inevitabilmente la Guerra delle Falkland, mentre negli altri casi è meno semplice trovare un riferimento altrettanto evocativo.

Al di là di questi dettagli, l'idea resta estremamente affascinante. La storia offre un linguaggio universale fatto di simboli, personaggi ed eventi che arricchiscono il racconto sportivo e lo rendono qualcosa di più di una semplice presentazione della partita. In fondo, già gli antichi Latini ci ricordavano che historia magistra vitae est. E forse, oggi, grazie all'intelligenza artificiale, la storia può diventare anche una straordinaria chiave narrativa per raccontare il calcio, lasciando spazio, di tanto in tanto, a qualche licenza poetica che contribuisce a rendere ancora più coinvolgente lo spettacolo.

Ciao Walter

Chi frequenta conferenze stampa, consigli comunali, mattinali delle forze dell'ordine o semplicemente le piazze dove ogni giorno nasce ...