giovedì 14 maggio 2026

il Divin Codino e gli anni in cui sognavamo davanti a un pallone


Non sono più le Notti Magiche inseguendo un gol sotto il cielo di Italia ’90, né i pomeriggi sospesi e incandescenti dell’estate americana del 1994. Eppure, quando Roberto Baggio entra nella sala dell’Oval, il tempo sembra fermarsi per qualche istante. L’ovazione che lo accoglie non è soltanto un applauso per un ex calciatore: è il tributo a un campione che ha saputo trasformare il calcio in emozione pura, lasciando un segno profondo nell’immaginario di intere generazioni.

La memoria corre inevitabilmente a quel pomeriggio infuocato del 20 settembre 1987, in un San Siro ribollente di passione per il Milan degli olandesi. Sembrava dovesse essere la celebrazione del nuovo calcio rossonero, e invece il giovane Baggio, insieme a Diaz, gelò lo stadio con lampi di talento che già lasciavano intuire l’arrivo di qualcosa di irripetibile.

Da lì in avanti il Divin Codino avrebbe attraversato il calcio italiano lasciando ovunque una scia di stupore: Firenze lo trasformò in poesia popolare, Torino in un simbolo tanto discusso quanto magnifico, Milano nella consacrazione definitiva, mentre Bologna e Brescia custodirono gli ultimi lampi romantici di un calcio che stava lentamente cambiando pelle.

Ed è quella stessa passione che riaffiora durante la presentazione del libro scritto insieme alla figlia. Nella sala si intravedono vecchie maglie azzurre consumate dal tempo, custodite quasi come reliquie di un’Italia che sapeva ancora riconoscersi davanti a un pallone che rotolava verso la porta. Baggio parla poco, quasi sottovoce, come ha sempre fatto. Non ha mai avuto bisogno di grandi proclami: sul campo bastavano un controllo orientato, una punizione all’incrocio o un dribbling improvviso per raccontare tutto.

Si muoveva con la grazia di Nureyev e la precisione di un maestro d’armi. Anche nei campi più pesanti o imperfetti riusciva a rendere il calcio qualcosa di vicino all’arte. Fragile e fortissimo allo stesso tempo, capace di portarsi addosso il peso delle sconfitte senza mai smettere di cercare bellezza nel gioco.

E forse il momento più autentico arriva alla fine. In mezzo alla folla c’è un bambino con una maglia azzurra attillata, il codino legato dietro la testa come negli anni ’90, che si avvicina stringendo tra le mani una lettera piena di aspettative, emozioni e sogni. Baggio la prende con delicatezza, accenna un sorriso e per un attimo sembra che il tempo non sia mai passato davvero. Perché alcuni campioni non appartengono soltanto al calcio: appartengono ai ricordi, alle speranze e a quella parte di noi che continua ostinatamente a credere nella magia.

mercoledì 13 maggio 2026

LUIGI Nava il temporeggiatore


Il generale Luigi Nava è una figura che ancora oggi divide gli storici. Per alcuni fu un comandante troppo prudente, quasi paralizzato dal timore di sbagliare; per altri fu uno dei pochi ufficiali italiani della Grande Guerra a comprendere davvero cosa significasse mandare migliaia di uomini a morire sulle montagne.

Nell’estate del 1915, mentre l’Italia entrava nella guerra con l’idea di un’avanzata rapida verso le linee austro-ungariche, Nava comandava la 4ª Armata sulle Dolomiti. Davanti aveva montagne impossibili, creste di roccia, neve, artiglierie piazzate in alto e soldati che spesso combattevano più contro il freddo che contro il nemico. Cadorna pretendeva offensiva immediata, velocità, aggressività. Nava invece rallentava, studiava, consolidava le posizioni. Non voleva lanciare i suoi uomini in assalti che riteneva inutili e sanguinosi.

Per il comando supremo quella cautela divenne quasi una colpa morale. In un esercito dove il valore si misurava nella capacità di attaccare a ogni costo, Nava appariva debole, esitante, poco “guerriero”. Il 25 settembre 1915 venne rimosso dal comando con accuse pesantissime: mancavano, secondo Cadorna, energia e decisione.

Ma il punto vero è proprio questo: Nava era un pusillanime o semplicemente un comandante che aveva troppo rispetto per la vita dei suoi soldati? Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità. Non aveva il temperamento aggressivo che la guerra totale pretendeva, ma intuiva con lucidità che quelle montagne avrebbero divorato intere generazioni. In un’epoca in cui molti generali misuravano il successo contando i metri conquistati, lui forse guardava anche il numero dei morti.

lunedì 11 maggio 2026

Under 19 Orange batte il Lecco 5 a 0 e vola tra le migliori otto in Italia


 

Quella sporca dozzina” è il celebre film ambientato durante la Seconda guerra mondiale in cui un gruppo apparentemente improbabile, ribelle e istintivo riesce a compiere un’impresa impossibile grazie alla forza del collettivo. Se esiste un paragone sportivo capace di richiamarne lo spirito, nel mondo del futsal porta inevitabilmente a questi Dodici.

I ragazzi under 19 dell’Orange Futsal, tra Coppa Italia e playoff, stanno costruendo qualcosa che va oltre ogni aspettativa. Una nidiata terribile, capace di non sbagliare un colpo, di crescere partita dopo partita e di trasformare entusiasmo, organizzazione e coraggio in risultati concreti. L’eliminazione di una concorrente pericolosa e attrezzata come il Lecco non è stata soltanto una vittoria: è stata una dichiarazione d’intenti.

Ora i Dodici sono tra le migliori otto d’Italia. Ci speravamo, forse lo immaginavamo nei sogni di inizio stagione, ma oggi è realtà. E quel sogno continua prendendo la forma di uno scudetto che resta difficilissimo, forse persino folle da inseguire, ma che rappresenterebbe il premio perfetto per una società che questo 2025-2026 lo ricorderà comunque per sempre.

Davanti ai ragazzi di Patanè troviamo ora la Fenice Mestre. Un altro avversario duro, scorbutico, uno di quelli che non concedono nulla. Due partite da vivere col fiato sospeso, due sfide che possono spalancare le porte della Final Four e consegnare definitivamente questa squadra alla storia.

Sognare non costa nulla. Crederci ancora meno.

Il 17 e il 24 maggio saranno due porte girevoli verso qualcosa di enorme. E comunque vada, sarà stato fantastico.



domenica 10 maggio 2026

Pupi vecchio cuore granata infiamma la platea a Lessona


La sala del teatro di Lessona è piena. Capelli bianchi, occhi lucidi e cuore granata. I ragazzi degli anni Settanta sono tutti lì, stretti uno accanto all’altro, con addosso quella nostalgia che appartiene solo a chi ha vissuto davvero il Toro. Hanno visto il furore agonistico del Poeta del gol, l’uomo capace di incendiare il Comunale e di servire assist perfetti a Pupi, al secolo Paolino Pulici.

Per il popolo granata Pulici non è soltanto un ex attaccante. È un simbolo. L’anima di quel Torino che, ventisette anni dopo Superga, riuscì a riportare il triangolo tricolore sotto la Mole. Un pezzo di identità collettiva. E allora il racconto diventa un fiume di memoria. Dalla rete a Boranga che valse uno scudetto, alle battaglie per diventare capocannoniere, dagli scontri ruvidi con Danova fino all’incontro in via Roma con l’Avvocato Agnelli, tra sfottò reciproci e stima autentica. Perché l’Avvocato, in fondo, aveva sempre avuto un debole per i giocatori sanguigni, quelli che non si tiravano mai indietro.

Pulici parla e la sala ride, applaude, si commuove. I ricordi scorrono veloci come un contropiede di quegli anni. Poi arriva l’immancabile bagno di folla: autografi su fotografie ingiallite dal tempo, biglietti custoditi per decenni, maglie di ogni epoca. Perfino l’improbabile vessillo di Ansaldi, che con quel Toro lì non c’entra nulla. Ma è il granata che attecchisce. Cambiano i giocatori, cambiano gli anni, cambiano le delusioni. Quel colore invece resta addosso. E forse è proprio questo il cuore Toro. Quello di una generazione che ha conosciuto tante delusioni, forse, ma che continua ad amare senza misura. Perché essere del Toro non è soltanto tifare una squadra. È un modo di stare al mondo.


sabato 9 maggio 2026

Costruire per restare lucidi. duecento mattoni


 

Si racconta che Winston Churchill, quando la testa gli si riempiva di rumore, uscisse e si mettesse a posare mattoni, uno dopo l’altro, sempre uguali, sempre nello stesso gesto, duecento al giorno dicono, una cifra perfetta, troppo perfetta per essere vera, perché la realtà raramente è così precisa, i muri a Chartwell li costruiva davvero, con le mani sporche e la giacca impolverata, ma nessuno teneva il conto e in fondo non serviva, perché il punto non è la quantità ma quello che succede mentre lo fai, è la scelta di tirarti fuori, anche solo per un momento, dal vortice che ti gira in testa, di abbassare il volume del caos per tornare a pensare con ordine, perché quando la mente si blocca non ti presenta i problemi uno alla volta, te li rovescia addosso tutti insieme, senza gerarchie, senza appigli, e allora non ti serve un’idea brillante, ti serve spazio, distanza, un gesto semplice che ti permetta di rallentare e rimettere a fuoco, il mattone in questo senso è perfetto, pesa, sta nelle mani, si appoggia, si sistema, ti obbliga a stare lì, a fare una cosa alla volta, e in quel fare apparentemente inutile succede qualcosa di molto concreto, ti estranei abbastanza da non essere più travolto, ma non così tanto da scappare, ti metti in una zona intermedia dove puoi ricominciare a ragionare, e piano piano il caos si scompone, non perché è sparito, ma perché hai trovato il modo di guardarlo senza subirlo, ed è lì che cambia tutto, perché non è costruire il muro il vero obiettivo, è ricostruire un margine di lucidità, è tornare a governare il pensiero invece di esserne schiacciato, e allora magari quei duecento mattoni non sono mai esistiti, ma l’idea sì, ed è quella che conta, la capacità di fermarti senza fermarti davvero, di prenderti una distanza operativa per rientrare con più chiarezza, perché alla fine non si esce dai momenti difficili con uno scatto improvviso, ma con un ritorno lento alla calma, un mattone alla volta, mentre dentro, finalmente, smette di urlare tutto insieme e ricomincia a parlarti in modo comprensibile.







venerdì 8 maggio 2026

Non è stata solo un Adunata ma una Comunità. W gli alpini


Un anno fa Biella si preparava a vivere l’Adunata degli Alpini. C’era l’attesa, quella vera, fatta di giorni che scorrono veloci e di notti in cui si pensa a quello che deve ancora essere fatto. C’era anche un po’ di ansia, quella degli ultimi dettagli, degli incastri, delle responsabilità. Sembrava tutto enorme, quasi troppo grande.

Poi, però, è arrivato il momento. E in pochi istanti la città ha cambiato volto. Biella e il suo territorio sono diventati qualcosa di diverso: un mosaico vivo, colorato, a tratti persino pittoresco, fatto di volti, di voci, di storie che si intrecciavano. Una tre giorni intensa, irripetibile, che ha riempito strade e piazze ma soprattutto ha riempito le persone.

Tra i ricordi che restano, ce n’è uno che vale più di tanti altri. La ricerca della location perfetta per l’apertura del mattino con la Rai. Ore passate a camminare sotto la pioggia, con il freddo che si infilava nelle ossa, a guardare spazi, a immaginare inquadrature, a cercare il punto giusto. Niente era scontato. Si provava, si cambiava, si discuteva, si tornava indietro. In quel momento non era solo organizzazione: era il tentativo di raccontare al meglio la città, di darle il palcoscenico che meritava. E forse proprio lì si è capito quanto tutti ci tenessero davvero.

È stato un evento storico, di quelli che si raccontano negli anni. E c’è una soddisfazione profonda nell’averne fatto parte, nel sapere di aver contribuito, anche solo in minima parte, a qualcosa di così grande.

Ma se devo fermarmi un attimo e pensare a ciò che davvero è rimasto, non sono solo le immagini o i numeri. È un’altra cosa. È quella sensazione diffusa, quasi tangibile, di comunità. La voglia di stare insieme, senza sovrastrutture. Il piacere di incontrarsi, di riconoscersi, anche senza conoscersi.

Gli Alpini hanno portato questo: un modo semplice, diretto, autentico di vivere le relazioni. Pacche sulle spalle, sorrisi, strette di mano che non avevano bisogno di parole. Un senso di gruppo che non esclude, ma accoglie. Un’idea di amicizia che si costruisce anche in pochi minuti, ma resta.

Per qualche giorno, tutto questo è diventato il volto di Biella. Non solo una città che ospita, ma una comunità che partecipa, che si apre, che si riconosce nei valori di chi passa.

E forse è proprio questa l’eredità più forte che ci ha lasciato l’Adunata: la consapevolezza che, al di là degli eventi e delle celebrazioni, ciò che conta davvero è la capacità di stare insieme. Di fare gruppo. Di sentirsi parte di qualcosa che va oltre il singolo.

Una lezione semplice, ma potentissima. E che, a distanza di un anno, vale ancora la pena ricordare.

mercoledì 6 maggio 2026

Da Hornby a Budapest: una fede, non una scelta


 

Febbre a 90° non è solo un film. È un manifesto. È la grammatica sentimentale di chi vive il calcio non come intrattenimento, ma come parte di sé. E nasce da una penna che quella malattia l’ha raccontata meglio di chiunque altro: Nick Hornby. Non parla di vittorie, o meglio, non solo. Parla di attesa, di sconfitte, di rituali, di domeniche storte e di ritorni allo stadio anche quando tutto ti direbbe di restare a casa. Parla di una fedeltà che non si spiega e non si giustifica. La vivi e basta. Essere tifosi, in quel senso lì, non è esaltarsi quando vinci. È restare quando perdi. È sapere che il risultato è solo una parte, che quello che conta davvero è il percorso, la continuità, quel filo invisibile che ti lega a una maglia, a un colore, a una storia che a un certo punto hai deciso di fare tua. E allora succede che quest’anno, a Budapest, alla finale di Champions league non tiferai contro una squadra ma tiferai a favore.

A favore di una squadra di Londra che, grazie a Nick Hornby, è diventata anche tua. Non per nascita, non per geografia, ma per scelta. Per affinità. Perché ti sei riconosciuto in quel modo di vivere il calcio, più romantico che vincente, più ostinato che logico. E in fondo è questo il punto: non scegli una squadra perché vince. La scegli perché ti rappresenta. E quando succede, non torni più indietro.

il Divin Codino e gli anni in cui sognavamo davanti a un pallone

Non sono più le Notti Magiche inseguendo un gol sotto il cielo di Italia ’90, né i pomeriggi sospesi e incandescenti dell’estate americana d...