martedì 2 giugno 2026

Grazie ragazzi. Vice campioni d'Italia


Complimenti alla Roma 1927 per la conquista del terzo Scudetto Under 19 consecutivo. Un risultato che testimonia la forza di una società capace di confermarsi ai massimi livelli del futsal giovanile italiano. Ma oggi è soprattutto il giorno dei ringraziamenti. Un grazie enorme a Merlo e compagni per una stagione semplicemente straordinaria, una di quelle che lasciano il segno. La vittoria del campionato di A2, a cui hanno concorso diversi elementi dell Under, la conquista della Coppa Italia Under 19 e ora il titolo di vicecampioni d'Italia rappresentano un percorso che merita soltanto applausi. Un gruppo che ha lavorato senza sosta da agosto fino a giugno, affrontando ogni sfida con serietà, qualità e spirito di squadra. Un gruppo che ha saputo crescere, emozionare e portare in alto il nome dell'Orange sui campi di tutta Italia.

La finale di oggi non cambia il valore di quanto costruito in questi mesi. La Roma ha messo grande intensità nei primi minuti, trovando subito il doppio vantaggio e indirizzando una gara che richiedeva un'impresa per essere rimessa in discussione. Ma il risultato dell'ultimo incontro non può cancellare né ridimensionare ciò che questa squadra ha saputo realizzare durante l'intera stagione. Essere vicecampioni d'Italia non è un traguardo qualunque. Significa appartenere all'élite del futsal nazionale, confrontarsi alla pari con le migliori realtà del Paese e guadagnarsi rispetto ovunque. Per questo oggi prevale soprattutto l'orgoglio. L'orgoglio per una squadra che ha saputo vincere, crescere e rappresentare al meglio i colori orange. L'orgoglio per mister Patanè, per lo staff, per la società e per questi ragazzi che hanno scritto una pagina importante della storia recente dell'Asti.

Le coppe conquistate resteranno negli albi d'oro. Ma ciò che rende speciale questa stagione è il percorso compiuto insieme, la mentalità costruita giorno dopo giorno e la consapevolezza di aver consegnato l'Asti tra le grandi del futsal italiano.

E se oggi si chiude una stagione straordinaria, il bello è che c'è già una nuova sfida all'orizzonte. Ancora Asti contro Roma. Ancora una volta in palio un trofeo. Grazie alla vittoria della Coppa Italia Under 19, l'Orange tornerà a contendersi la Supercoppa Italiana proprio contro i campioni d'Italia. Un'altra grande vetrina, un'altra occasione per misurarsi con il meglio del futsal giovanile nazionale. Una conferma del valore di questo gruppo e un motivo in più per guardare al futuro con fiducia. Grazie ragazzi. Avete regalato un'annata che resterà nella memoria di tutti gli appassionati del futsal astigiano.

Tredici anni e l'eternità: Joseph Bara, il tamburino della Repubblica


 

Joseph Bara, o Barra come spesso venne chiamato, aveva appena tredici anni. Era un ragazzo povero della campagna francese, troppo giovane per essere un soldato eppure già immerso nel vortice della Rivoluzione. Faceva il tamburino nell'esercito repubblicano, uno di quei ragazzi che con il rullo del tamburo davano il passo alle colonne in marcia e cercavano di farsi coraggio in mezzo al fragore delle armi. Era il dicembre del 1793. La Francia era lacerata dalla guerra civile della Vandea. Bara stava conducendo due cavalli quando venne intercettato dagli insorti realisti. La storia, mescolando realtà e leggenda, racconta che gli fu chiesto di gridare "Viva il Re" per salvarsi la vita. Lui avrebbe risposto "Viva la Repubblica" e venne ucciso. Gli storici discutono ancora su quanto vi sia di vero e quanto di costruzione simbolica, ma il fatto essenziale resta: un ragazzo morì nel pieno della tempesta rivoluzionaria e la sua morte divenne il racconto di una generazione.

Robespierre ne fece un eroe della Repubblica. Jacques-Louis David lo dipinse come un giovane martire, bello e fragile come un personaggio dell'antichità. La Francia rivoluzionaria vide in quel ragazzo non tanto il soldato, quanto il simbolo della giovinezza che si sacrifica per un ideale. Forse, però, il modo migliore per ricordarlo oggi non è quello della propaganda. È quello suggerito da Edgar Morin, il grande pensatore della complessità scomparso pochi giorni fa, che per tutta la vita ci ha invitato a guardare gli esseri umani nella loro interezza, senza trasformarli in statue o slogan. Morin ci ha insegnato che la storia è fatta di luci e ombre, di realtà e mito, di individui concreti che diventano simboli più grandi di loro stessi. Così Bara non è soltanto il piccolo eroe della Repubblica. È un ragazzo di tredici anni trascinato dagli eventi del suo tempo, diventato immortale perché gli uomini hanno bisogno di raccontare il coraggio, la fedeltà e la speranza attraverso dei volti. E il suo volto, da oltre due secoli, continua ad affacciarsi dalla storia con la purezza malinconica dell'infanzia e con la forza dei miti che non smettono mai di interrogare il presente



Flaviano Brutto conquista “Tutto il Buono”: stile, eleganza e personalità in tv


Certe persone non entrano semplicemente in uno studio televisivo. Lo illuminano. È quello che è accaduto con la partecipazione di Flaviano Brutto a Tutto il Buono, il programma condotto da Elvira Federico. Trendsetter, fashion consultant, personaggio eclettico e riconoscibile, Flaviano Brutto rappresenta da anni una figura fuori dagli schemi nel panorama della moda e del lifestyle italiano. Un uomo che ha costruito la propria identità senza inseguire le mode, ma spesso anticipandole.

La sua presenza a Tutto il Buono ha portato in televisione qualcosa che oggi non è affatto scontato: autenticità. La naturale eleganza di chi vive il bello come cultura, esperienza e modo di stare al mondo. Nel salotto televisivo di Elvira Federico ha confermato ciò che chi lo segue già conosce: dietro gli outfit ricercati, gli eventi glamour e le fotografie da copertina c'è una persona che ha fatto della positività e della valorizzazione del bello una vera filosofia di vita.

La sua partecipazione a Tutto il Buono non è stata soltanto un'ospitata televisiva. È stata la dimostrazione che stile, educazione, classe e capacità di comunicare possono ancora trovare spazio in una narrazione che troppo spesso rincorre soltanto il rumore. E l’accoppiata Federico Brutto si dimostra assolutamente vincente.

Le vedove di Maldini, e i professoroni da tastiera: al Milan serve unità



C'è una parte del tifo milanista che sembra aver smesso di tifare il Milan per tifare le proprie idee. Le vedove di Maldini, quelle di Theo Hernandez, gli allenatori virtuali, i direttori sportivi da tastiera e i commentatori seriali che, a ogni risultato negativo, trovano un nuovo bersaglio da colpire. Nel mirino, ormai da mesi, c'è soprattutto Gerry Cardinale, come se fosse diventato il responsabile unico di ogni problema rossonero. Eppure una domanda sarebbe doverosa: qual è l'interesse del Milan nel trasformare il proprio proprietario nel nemico?

Si può discutere ogni scelta. Si possono criticare acquisti, cessioni, dirigenti e risultati. Fa parte del calcio. Ma c'è una differenza enorme tra la critica e la delegittimazione continua. Il Milan oggi è anche un'azienda. Una delle grandi aziende sportive europee, con investimenti importanti, obiettivi economici e sportivi che devono necessariamente camminare insieme. Pensare che chi ha investito centinaia di milioni nel club abbia interesse a danneggiarlo o a ridimensionarlo è semplicemente illogico.

Cardinale non è Berlusconi e non ha mai preteso di esserlo. Sono epoche diverse, modelli diversi, mercati diversi. Ma una cosa resta vera: chi mette soldi, tempo, energie e reputazione in una società calcistica lo fa perché vuole vederla crescere e vincere. Per questo sparare quotidianamente contro la proprietà rischia di diventare un esercizio autolesionista. Un suicidio sportivo e ambientale. Perché si finisce per indebolire ulteriormente un contesto che avrebbe invece bisogno di stabilità, lucidità e sostegno.

Questo non significa rinunciare allo spirito critico. Significa capire che esiste un confine tra il dissenso e la demolizione sistematica. Significa comprendere che si può essere in disaccordo con una scelta senza trasformare ogni decisione in una guerra di religione.

Lo stesso vale per le continue contrapposizioni tra passato e presente. Paolo Maldini è una leggenda del Milan e nessuno potrà mai cancellare ciò che rappresenta per la storia rossonera. Ma una leggenda non può diventare un'arma da utilizzare quotidianamente contro chi è venuto dopo.

I social hanno amplificato tutto. Oggi ogni tifoso si sente allenatore, direttore sportivo, osservatore e amministratore delegato. Dopo novanta minuti arrivano sentenze definitive, processi sommari, condanne senza appello. Ma il calcio vero non funziona così. È fatto di cicli, di intuizioni, di errori, di ripartenze e di pazienza. Una parola che sembra scomparsa dal vocabolario del calcio moderno. Lo dico da uno che vide Milan-Sambenedettese allo stadio. Da uno che ha conosciuto il Milan delle vittorie leggendarie ma anche quello delle stagioni difficili. Da uno che sa che la grandezza di questa maglia non nasce dall'assenza delle difficoltà, ma dalla capacità di attraversarle.

Oggi il Milan non ha bisogno di altre guerre interne. Non ha bisogno di vedove, fazioni o tribunali popolari. Ha bisogno di una proprietà che impari dai propri errori, di una dirigenza che costruisca un progetto credibile e di una tifoseria che ritrovi la consapevolezza di ciò che rappresenta. Perché allo stadio non si va per un dirigente, per un allenatore o per un proprietario. Si va per quei colori che ci accompagnano da una vita, per una passione che spesso sfugge alla logica e per una storia che ci è stata consegnata da chi ci ha preceduto. Presidenti, dirigenti, allenatori e campioni passano. Alcuni diventano leggenda, altri vengono dimenticati. Il Milan resta.

E il compito di tutti noi non è dividerci in fazioni o cercare ogni giorno un nuovo colpevole. È continuare a sostenere, criticare quando serve, ma soprattutto costruire. Insieme. Perché il Milan non appartiene a una corrente di pensiero, a un hashtag o a una nostalgia. Appartiene a una comunità di persone che da generazioni si riconoscono negli stessi colori.

E quei colori meritano qualcosa di più del rumore. Meritano fiducia, passione e la volontà di scrivere insieme il prossimo capitolo della nostra storia.

lunedì 1 giugno 2026

La bella del tricolore: Asti e Roma, quaranta minuti per la storia si giocano lo scudetto under 19



I ragazzini terribili di Patanè sono ancora lì. Sul pezzo, concentrati, affamati. Un’altra vittoria, un’altra prova di maturità, un altro passo verso la storia. La Casertana, autentica sorpresa di questo campionato, si arrende 6 a 1 e domani sarà ancora Asti contro Roma 1927. Per la terza volta in stagione. Una sfida che ormai ha il sapore delle grandi rivalità, di quelle che segnano un’annata e restano nella memoria.

A gennaio sorrise la Roma. Qualche settimana dopo fu l’Orange a prendersi la rivincita. Adesso c’è la bella. Quaranta minuti per decidere tutto. Da una parte i campioni in carica, che inseguono l’ennesima conferma e vogliono continuare a sfoggiare il triangolo tricolore sul petto. Dall’altra una squadra coraggiosa e talentuosa, costruita dal Principe Patanè con pazienza, idee e personalità, capace di trasformare una stagione già straordinaria in qualcosa di ancora più grande.

Nella giornata che precede gli 80 anni della Repubblica Roma ha superato il Catania soltanto ai rigori, tocca all’Orange Asti affrontare la Casertana. I campani partono senza timori reverenziali e dimostrano subito perché siano arrivati fino a questo punto del torneo. La partita resta in equilibrio nelle prime battute, con le due squadre attente a non concedere nulla. Ma quando Merlo prende in mano la bacchetta e inizia a dirigere l’orchestra, si cambia passo. Caracciolo, Angelino e Amico trovano le reti e inventano giocate, accelerano il ritmo e scavano un solco sempre più profondo.




Gli Orange dominano il possesso, creano occasioni in serie e si concedono persino il lusso di sprecare qualche contropiede di troppo. Il risultato avrebbe potuto assumere proporzioni ancora più larghe, ma la Casertana non smette mai di lottare e nella ripresa prova a riaprire la gara. I campani alzano il baricentro, aumentano l’intensità e per alcuni minuti mettono alle strette Vercelli e compagni, costringendoli a una difesa attenta e ordinata. Il momento decisivo arriva con l’espulsione per proteste del capitano della Casertana. Un episodio che spezza definitivamente gli equilibri e indirizza il finale. Merlo e compagni ne approfittano con la freddezza delle grandi squadre, gestiscono il vantaggio e colpiscono ancora fino al definitivo 6 a 1.




Il risultato potrebbe far pensare a una passeggiata, ma non lo è stata affatto. Le semifinali non sono mai semplici. Servono testa, gambe e carattere. E questa squadra ha dimostrato di possederli tutti. Lo ha fatto per tutta la stagione, superando ostacoli, confermando il proprio valore nei momenti decisivi e guadagnandosi il diritto di giocarsi tutto nell’ultimo assalto. Adesso resta un ultimo atto. Asti contro Roma 1927. La sfida che tutti aspettavano. I campioni contro gli sfidanti. L’esperienza contro l’entusiasmo. Minuti che valgono un’intera stagione. E come direbbe Antonio Ligabue, pittore istintivo e visionario originario di Guastalla dove si svolgono le finali, che vedeva il capolavoro quando gli altri vedevano soltanto un uomo controcorrente, l'Asti si presenta all'ultimo atto con la forza di chi ha creduto nel proprio destino fin dal primo giorno. Quaranta minuti per completare l'opera. Poi sarà il tempo della storia.









 

sabato 30 maggio 2026

Edgar Morin, il filosofo che ci ha insegnato a diffidare delle verità semplici


Con Edgar Morin scompare uno degli ultimi grandi interpreti del Novecento, ma soprattutto una voce che ha attraversato il nostro tempo invitandoci a guardare il mondo senza cedere alla tentazione delle spiegazioni facili. In un'epoca che ama dividere tutto in bianco e nero, amici e nemici, giusto e sbagliato, Morin ha costruito la propria riflessione attorno a una parola che oggi appare più attuale che mai: complessità. Per Morin la storia non è una marcia trionfale verso il progresso, né una sequenza ordinata di cause ed effetti. È un intreccio di contraddizioni, casualità, errori, intuizioni e possibilità. È il luogo in cui convivono contemporaneamente grandezza e miseria dell'essere umano.

Nelle sue Lezioni della storia emerge con forza una convinzione maturata attraversando guerre, ideologie e trasformazioni epocali: la civiltà non è mai una conquista definitiva. Ogni generazione deve difenderla, ricostruirla e ripensarla. Il progresso può avanzare, ma può anche arretrare. La democrazia può rafforzarsi, ma può anche indebolirsi. Nulla è garantito una volta per sempre. Morin diffidava profondamente di chi sosteneva di possedere risposte assolute. Aveva visto il Novecento produrre sistemi politici e culturali convinti di aver trovato la soluzione definitiva ai problemi dell'uomo. La storia, invece, gli aveva insegnato che ogni verità totalizzante contiene il rischio dell'errore e che la libertà nasce spesso dalla capacità di mettere in discussione le proprie certezze.

Tra le sue riflessioni più note vi è quella sulla necessità di costruire una "testa ben fatta" piuttosto che una "testa ben piena". Non accumulare nozioni, ma sviluppare la capacità di collegare i fenomeni, comprendere le relazioni, leggere la realtà nella sua interezza. Un messaggio che oggi, nell'epoca dell'informazione continua e delle opinioni istantanee, assume un valore quasi rivoluzionario. Per Morin la grande lezione della storia è che l'incertezza non è una debolezza da eliminare, ma una condizione naturale dell'esistenza umana. L'uomo deve imparare a convivere con essa senza rifugiarsi nel dogma, nell'ideologia o nella semplificazione. Forse è proprio questa la sua eredità più preziosa. Averci ricordato che comprendere il mondo significa accettarne la complessità. Che dietro ogni evento esistono molte cause, dietro ogni crisi molte responsabilità, dietro ogni scelta molte conseguenze.

In un tempo che premia le risposte rapide e le convinzioni granitiche, Morin ci lascia un insegnamento controcorrente: il dubbio non è il contrario della conoscenza, ma spesso il suo punto di partenza. E forse nessuna frase sintetizza meglio il suo pensiero di questa: «Bisogna imparare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze». Una lezione che vale per la politica, per l'economia, per la società e, soprattutto, per la vita.

martedì 26 maggio 2026

Tifare davvero anche quando fa male. La storia insegna

 

Psicodramma Milan. La sconfitta di domenica sera ha fatto infuriare i tifosi più accesi, e in parte è inevitabile. Perdere fa male sempre, ancora di più quando perdi qualcosa che ormai sentivi già tua. Ma il calcio, come la vita, è fatto anche di sliding doors, di occasioni mancate, di treni che sembrano arrivati in stazione e invece ripartono lasciandoti fermo sul binario.

Chi tifa davvero lo sa. Lo sa chi ha vissuto la fatal Verona, chi ha pianto retrocessioni impensabili, ma anche chi ha dovuto ingoiare la spietata lotteria dei rigori a Istanbul. Eppure il calcio, a volte, sa restituire quello che toglie. Perché la fortuna, il destino o semplicemente il caso ogni tanto decidono di aiutarti. Non è un caso che una frase sia rimasta scolpita nella memoria dei milanisti: “Dopo Istanbul c’è sempre Atene”. Una frase che negli anni è diventata quasi una promessa, un messaggio di speranza, la dimostrazione che dopo le cadute possono arrivare rivincite ancora più grandi.

La storia del Milan, come quella di ogni grande club, non è fatta soltanto di trionfi e notti leggendarie. È fatta anche di cadute, stagioni storte, cicli che finiscono e altri che devono ancora iniziare.

Dopo sette anni di vacche grasse possono arrivarne altrettanti di vacche magre. Fa parte del gioco. Fa parte della grandezza stessa di una squadra: saper attraversare anche i momenti peggiori senza perdere identità.

Quello che invece continua a sembrarmi insopportabile è sentire dire “io tifo contro”. No. Questo non è tifare. I colori si sostengono sempre, soprattutto quando le cose vanno male. È troppo facile esserci solo quando si alzano coppe e si vincono scudetti. E poi un minimo di rispetto va sempre riconosciuto a chi ci mette soldi, tempo e passione. I presidenti sanno benissimo che investire nel calcio raramente significa fare affari. Dietro ci sono orgoglio, ego, passione, desiderio di lasciare qualcosa. Si possono criticare scelte, risultati e strategie, ma non si può negare che senza quella follia emotiva certe storie non esisterebbero nemmeno.

Chiudiamo allora questa stagione per quello che è stata: un’annata con poche gioie e molte delusioni. Ma anche i finali servono. Perché a volte proprio la chiusura di un ciclo — e forse anche dell’avventura repertiana — può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo.

Il calcio funziona così. Quando pensi che una storia sia finita davvero, spesso è proprio lì che ne sta nascendo un’altra.


Grazie ragazzi. Vice campioni d'Italia

Complimenti alla Roma 1927 per la conquista del terzo Scudetto Under 19 consecutivo. Un risultato che testimonia la forza di una società c...