Donald Trump avrebbe vinto la guerra del Vietnam in una settimana. Quella in Afghanistan in poche settimane. L'Ucraina doveva risolverla in ventiquattr'ore. A questo punto, se fosse nato qualche secolo prima, avrebbe probabilmente aiutato in modo proficuo Napoleone a Waterloo, salvato Cesare dalle Idi di marzo e convinto Hitler a non attaccare Stalin.
L'ultima perla arriva dall'Iowa: per vincere in Vietnam, secondo Trump, sarebbe bastato bombardare Ho Chi Minh City invece delle foreste. Peccato che durante la guerra quella città si chiamasse Saigon e fosse la capitale del Vietnam del Sud, alleato degli americani, e quindi brulicante di compatrioti di Trump. Un dettaglio geografico, naturalmente. D'altronde, quando sei convinto di poter vincere tutte le guerre, distinguere gli amici dai nemici diventa una fastidiosa perdita di tempo.
Nel frattempo, l'Ucraina continua a combattere, Gaza fatica a trovare una pace stabile e le tensioni con l'Iran non sono certo svanite. Trump annuncia successi, rivendica mediazioni, distribuisce vittorie come fossero gadget elettorali. Alcuni accordi sono stati raggiunti, ma la pace, quella vera, continua a dimostrarsi meno impressionabile dei suoi comunicati.
Il problema è che le guerre non sono compravendite immobiliari. Non basta alzare la voce, mettere dei dazi commerciali, minacciare di bombardare qualcuno e dichiarare chiusa la trattativa. Soprattutto quando, come in Vietnam, il prezzo lo hanno pagato milioni di persone. E qui entra in scena Forrest Gump.
Forrest in Vietnam aveva attraversato la giungla, visto morire i compagni e rischiato la pelle per salvare gli amici. Trump, invece, durante quella guerra aveva ottenuto un'esenzione dalla leva per uno sperone osseo al piede, può capitare. Due americani, due modi diversi di conoscere il Vietnam: uno ci è entrato correndo sotto le bombe, l'altro oggi spiega come avrebbe dovuto bombardarlo. Forrest diceva: «Stupido è chi lo stupido fa».
E forse è proprio questa la differenza: Forrest sembrava ingenuo, ma sapeva riconoscere il pericolo, l'amicizia e il valore di una vita. Trump pretende di insegnare la guerra a chi l'ha combattuta, possibilmente senza aver mai dovuto imparare la strada per il fronte. Nel film Forrest correva per salvarsi la vita e quella degli altri. Nella versione trumpiana sarebbe bastato fermarsi, chiamare un bombardiere e dichiarare vittoria.
Forrest aveva almeno una virtù che al presidente sembra mancare: sapeva quando era il momento di smettere di parlare. E questo è tutto quello che ho da dire su questa guerra.»




