domenica 30 agosto 2026

Mladić e la memoria selettiva: senza conoscere la storia non possiamo capire i Balcani

 

Le immagini di chi ancora oggi rende omaggio a Ratko Mladić possono indignare. Ma non dovrebbero stupire chi conosce la storia dei Balcani. Su Mladić il giudizio non può che essere netto. È stato condannato per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Srebrenica rimane una delle pagine più terribili della storia europea contemporanea.

Ma condannare non significa rinunciare a comprendere. E comprendere, in questo caso, significa fare ciò che troppo spesso dimentichiamo di fare: studiare la storia.

Per capire perché ancora oggi una parte del mondo serbo possa considerare Mladić un eroe bisogna andare molto più indietro delle guerre jugoslave degli anni Novanta.

La penisola balcanica è stata per secoli una terra di confine, attraversata da imperi, eserciti, religioni, migrazioni e popoli. L'espansione ottomana, la battaglia del Kosovo del 1389, la successiva incorporazione dei territori serbi nell'Impero ottomano e il lunghissimo confronto tra quest'ultimo e le potenze cristiane hanno lasciato tracce profonde nella costruzione delle identità collettive. Per secoli quella regione è stata una frontiera fra mondi differenti. Guerre, incursioni, rivolte, repressioni e spostamenti di popolazione hanno prodotto memorie che sono sopravvissute agli stessi imperi.

Naturalmente sarebbe storicamente sbagliato descrivere i secoli di dominazione ottomana come una guerra permanente tra cristiani e musulmani. Ci furono violenze e discriminazioni, ma anche convivenza, commerci, contaminazioni e lunghi periodi di relativa stabilità. Il punto è un altro: ciò che i popoli ricordano della propria storia non coincide necessariamente con tutta la loro storia.

Il Kosovo ne è un esempio straordinario. Una battaglia medievale è diventata nei secoli parte fondamentale dell'immaginario nazionale serbo: sconfitta, sacrificio, resistenza, identità e infine rinascita.

Quando nell'Ottocento l'Impero ottomano cominciò progressivamente a perdere il controllo dei suoi territori europei, quelle memorie incontrarono la forza crescente dei nazionalismi. La storia diventò così anche uno strumento attraverso il quale costruire le nuove nazioni.

Le guerre balcaniche del 1912 e 1913 mostrarono quanto questa miscela potesse essere esplosiva. E appena un anno dopo fu proprio Sarajevo a fornire la scintilla della Prima guerra mondiale. Non perché i nazionalismi balcanici ne fossero l'unica causa – le responsabilità e le ragioni del conflitto europeo furono enormemente più complesse – ma perché proprio lì si concentravano alcune delle tensioni che attraversavano l'Europa degli imperi.

Poi arrivò la Seconda guerra mondiale. E nei Balcani alla guerra contro gli occupanti si sovrapposero guerra civile, persecuzioni etniche, vendette e regolamenti di conti.

Gli ustascia croati massacrarono serbi, ebrei e rom. Formazioni cetniche serbe furono responsabili a loro volta di massacri contro musulmani e croati. C'erano gli occupanti tedeschi e italiani, i partigiani di Tito, collaborazionisti, nazionalisti e comunità che cercavano semplicemente di sopravvivere. È qui che il discorso sulla memoria diventa decisivo. Perché dopo una guerra del genere non rimangono soltanto i morti. Rimangono i racconti dei morti.

Ogni famiglia conserva i propri. Ogni comunità costruisce il proprio ricordo. Ogni popolo tramanda più facilmente le violenze che ha subito rispetto a quelle che ha commesso. Tito riuscì per decenni a tenere insieme la Jugoslavia anche attraverso una narrazione comune, quella della lotta partigiana e della fratellanza tra i popoli jugoslavi. Ma sotto quella costruzione politica continuarono a vivere memorie familiari, religiose e nazionali molto più antiche.

E quando la Jugoslavia cominciò a sgretolarsi, quelle memorie tornarono a parlare.

Non tornarono però come un libro di storia. Tornarono selezionate. Il serbo poteva ricordare i serbi massacrati dagli ustascia. Il croato poteva ricordare le proprie persecuzioni e la repressione jugoslava. Il musulmano bosniaco aveva la propria memoria delle violenze subite. Ognuno possedeva una storia attraverso la quale sentirsi vittima. Ed è proprio qui che la memoria diventa pericolosa: quando smette di servire a ricordare e comincia a servire a giustificare.

Le guerre degli anni Novanta non furono quindi la semplice prosecuzione inevitabile di odi vecchi di secoli. Sarebbe una lettura troppo facile e persino offensiva verso generazioni di persone che avevano vissuto insieme. Furono guerre determinate da precise scelte politiche, nazionalismi, leadership, propaganda e interessi.

Ma quelle leadership trovarono nella storia un arsenale potentissimo. Bastava scegliere quali morti ricordare. Ed è dentro questo meccanismo che bisogna leggere anche Mladić.

Questo non attenua di un millimetro le sue responsabilità. I crimini commessi contro i serbi nel passato non possono spiegare moralmente, e tantomeno giustificare, Srebrenica. Il dolore ereditato non concede mai il diritto di infliggerne altro.

Ma aiuta a comprendere come lo stesso uomo possa essere considerato un criminale di guerra da milioni di persone e contemporaneamente trasformato da altri nel simbolo del difensore della propria comunità. Ancora più impressionante è vedere giovani che lo celebrano senza avere vissuto quella guerra.

Quei ragazzi non stanno ricordando. Stanno ricordando ciò che è stato insegnato loro a ricordare. Ed è forse questo l'aspetto che dovrebbe interrogarci più delle manifestazioni stesse.

Perché una memoria selettiva può attraversare le generazioni. Può prendere un ragazzo nato molti anni dopo una guerra e consegnargli le paure, i nemici, le umiliazioni e persino le vendette di chi quella guerra l'ha combattuta.

La storia dovrebbe servire esattamente al contrario.

Dovrebbe costringerci ad aggiungere al racconto dei nostri morti anche quello dei morti degli altri. A conoscere le ragioni senza trasformarle in giustificazioni. A distinguere la comprensione dalla assoluzione.

Per questo davanti alle immagini di chi celebra Mladić indignarsi è comprensibile. Stupirsi un po' meno.

La storia non rende inevitabili le guerre e non condanna i popoli a ripetere per sempre gli stessi conflitti. Ma ignorarla ci impedisce di comprendere perché certi simboli continuino a sopravvivere.

La memoria selettiva ci racconta sempre quanto abbiamo sofferto noi. La storia, quando la studiamo davvero, ci obbliga a ricordare anche quanto abbiamo fatto soffrire gli altri.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra usare il passato e comprenderlo


sabato 29 agosto 2026

Stertinio l uomo di fiducia di Germanico


Germania, 15 d.C. Sono trascorsi sei anni dalla disfatta di Teutoburgo, dove l’esercito di Varo era stato annientato da Arminio. Tre legioni, la XVII, la XVIII e la XIX, erano state distrutte e le loro aquile erano cadute nelle mani dei Germani.

Germanico è tornato oltre il Reno e conduce una nuova offensiva. Durante l’avanzata divide le proprie forze e affida a Lucio Stertinio una expedita manus, un reparto leggero e mobile, inviandolo contro i Bructeri.

Stertinio li raggiunge mentre stanno incendiando il proprio territorio per non lasciare risorse ai Romani, li attacca e li disperde. È durante questa operazione che i suoi uomini recuperano una delle insegne perdute sei anni prima.

È l’aquila della Legio XIX.

Tacito registra l’avvenimento in poche righe, ma il valore militare e simbolico del recupero è evidente: una delle tre aquile catturate durante la disfatta di Varo torna nelle mani romane.

Poco dopo Germanico prosegue verso Teutoburgo. L’esercito raggiunge il luogo della battaglia del 9 d.C., dove sono ancora visibili i resti dei legionari caduti. Germanico ordina di seppellire i morti. La sequenza è significativa: prima viene recuperata l’aquila della XIX, poi i Romani tornano sul campo dove quella legione era stata annientata.

Stertinio continua a comparire nelle campagne di Germanico. Gli viene affidato anche il compito di gestire la resa di Segimero, fratello di Segeste, segno che il suo ruolo non era limitato alle operazioni militari.

Nel 16 d.C. lo ritroviamo nuovamente in azione. Mentre Germanico prepara lo scontro con Arminio, gli Angrivari si ribellano alle spalle dell’esercito romano. Germanico reagisce inviando Stertinio con cavalleria e truppe leggere, che intervengono nel loro territorio.

Dopo le successive vittorie romane, Germanico manda ancora Stertinio contro gli Angrivari. Questa volta non è necessario combattere: la popolazione si sottomette e accetta le condizioni imposte dai Romani.

Le fonti non consentono di definirlo propriamente il comandante della cavalleria di Germanico. Il quadro che emerge da Tacito è però abbastanza chiaro: Stertinio era uno degli ufficiali ai quali Germanico affidava reparti mobili e missioni autonome, soprattutto quando erano necessarie rapidità d’azione e capacità di operare lontano dal grosso delle legioni.

Combatte i Bructeri, recupera l’aquila della Legio XIX perduta a Teutoburgo, interviene contro gli Angrivari e partecipa alle operazioni che conducono alla loro sottomissione.

Poche notizie sono rimaste su Lucio Stertinio, ma quelle conservate da Tacito bastano a collocarlo tra gli ufficiali di fiducia di Germanico durante le grandi campagne romane oltre il Reno del 15 e 16 d.C.

giovedì 27 agosto 2026

John Hersey e Hiroshima quando il giornalismo si mette al servizio del lettore


Il reportage che cambiò il punto di osservazione sulla bomba atomica e mostrò la forza di un giornalismo capace di cercare i fatti, ascoltare le persone e lasciare al lettore la libertà di giudicare

Alle 8.15 del 6 agosto 1945 Hiroshima entrò nella storia. Poco più di un anno dopo John Hersey fece qualcosa di apparentemente molto più semplice: riportò dentro quella storia gli esseri umani. È forse questo il modo migliore per comprendere ancora oggi la grandezza di Hiroshima, il reportage pubblicato da The New Yorker il 31 agosto 1946. Non fu soltanto uno straordinario lavoro giornalistico sulla prima città colpita da una bomba atomica, ma una dimostrazione di cosa possa essere il giornalismo quando decide di mettersi realmente al servizio del lettore: cercare, verificare, ascoltare, ricostruire e infine raccontare, senza pretendere di sostituire il proprio giudizio a quello di chi legge.

Hersey era già un giornalista e scrittore affermato. Aveva seguito la Seconda guerra mondiale come corrispondente e nel 1945 aveva ricevuto il Premio Pulitzer per il romanzo A Bell for Adano. Il Pulitzer, quindi, non gli venne assegnato per Hiroshima, come talvolta erroneamente si pensa. Eppure sarebbe stato proprio quel reportage, pubblicato l'anno successivo, a diventare il lavoro indissolubilmente legato al suo nome e uno dei grandi esempi del giornalismo del Novecento.

Per comprenderne la portata bisogna provare a tornare al 1945. La bomba atomica rappresentava qualcosa che l'umanità non aveva mai conosciuto e il racconto era inevitabilmente dominato dalla dimensione militare e tecnologica: la potenza dell'esplosione, l'Enola Gay, Little Boy, il fungo atomico, la distruzione della città, la guerra contro il Giappone, la successiva bomba su Nagasaki e infine la resa. Hiroshima era soprattutto una città vista dall'alto, un obiettivo su una mappa e il luogo nel quale una nuova arma aveva dimostrato una capacità distruttiva fino a quel momento inconcepibile.

Hersey cambia completamente prospettiva. Scende a terra. Non parte dalla bomba, parte dalle persone. Ricostruisce l'esperienza di sei sopravvissuti: Toshiko Sasaki, una giovane impiegata; Masakazu Fujii, medico; Hatsuyo Nakamura, vedova e madre; Wilhelm Kleinsorge, sacerdote gesuita; Terufumi Sasaki, giovane medico; Kiyoshi Tanimoto, pastore metodista. Sei persone diverse che hanno una cosa in comune: alle 8.15 del 6 agosto si trovavano a Hiroshima. Hersey racconta dove erano, cosa stavano facendo, cosa videro, come reagirono e cosa accadde loro nelle ore e nei giorni successivi. È una scelta narrativa apparentemente elementare e proprio per questo potentissima: prima di Hersey Hiroshima era soprattutto una bomba; dopo Hersey Hiroshima diventò sei persone.

C'è poi un elemento del suo lavoro che dice molto sul significato stesso del mestiere giornalistico: Hersey rimane quasi invisibile. Non cerca di spiegare continuamente al lettore quanto sia sconvolgente quello che sta raccontando, non trasforma le proprie emozioni nel centro del reportage e soprattutto non diventa il protagonista della storia. Fa esattamente il contrario: si mette da parte. Intervista, verifica, confronta le testimonianze, ricostruisce gli eventi e organizza una quantità enorme di informazioni, poi lascia che siano i fatti e le persone a occupare la scena. È una concezione del giornalismo che conserva ancora oggi una forza straordinaria, perché il giornalista non dovrebbe necessariamente essere colui che dice al lettore cosa pensare, ma colui che gli permette di comprendere abbastanza per poter pensare autonomamente.

Essere al servizio del lettore significa proprio questo: avere abbastanza curiosità per fare una domanda in più, abbastanza pazienza per cercare un'altra fonte, abbastanza rigore per distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo e abbastanza umiltà per riconoscere che, una volta forniti gli elementi necessari, il giudizio appartiene a chi legge. In questo senso Hiroshima rappresenta perfettamente anche il significato più profondo del giornalismo d'inchiesta. L'inchiesta, infatti, non consiste necessariamente nello scoprire uno scandalo o nel trovare un documento segreto. È innanzitutto un metodo: non accontentarsi della versione immediatamente disponibile della realtà.

Nel 1946 esisteva già una grande narrazione: gli Stati Uniti avevano utilizzato una nuova arma, il Giappone si era arreso e la Seconda guerra mondiale era terminata. Hersey non cancella questa storia e non pretende neppure di risolvere definitivamente l'enorme dibattito storico e morale sull'utilizzo della bomba. Fa qualcosa di giornalisticamente ancora più importante: aggiunge alla storia ciò che mancava. Che cosa significava trovarsi sotto quella bomba? Cosa aveva visto un medico? Cosa aveva fatto una madre per proteggere i propri figli? Cosa succedeva negli ospedali? Come erano sopravvissute le persone? Sono domande semplici che modificano completamente il punto di osservazione. Ed è forse proprio da qui che nasce una delle funzioni più nobili dell'inchiesta: guardare dove tutti stanno già guardando e chiedersi cosa non stiamo vedendo.

La scelta del New Yorker amplificò enormemente la forza di questa operazione. Il 31 agosto 1946 la rivista dedicò sostanzialmente l'intero numero al reportage di Hersey. Per moltissimi lettori americani Hiroshima non veniva più osservata dalla prospettiva dell'aereo che aveva sganciato la bomba, ma da quella delle persone che si trovavano sotto. Questo non cancellava Pearl Harbor, la brutalità della guerra nel Pacifico, i crimini commessi dal Giappone o il dibattito sulle conseguenze che avrebbe potuto avere un'invasione delle isole giapponesi. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra giornalismo e propaganda. Un grande reportage non ha bisogno di cancellare una verità per sostituirla con un'altra: allarga il campo visivo. Dopo aver letto Hersey si poteva continuare a sostenere che l'impiego dell'atomica fosse stato militarmente necessario oppure sostenere il contrario, ma diventava molto più difficile discutere della bomba come di un concetto astratto. Adesso dietro i numeri c'erano dei volti.

Informare, infatti, non significa necessariamente convincere. La propaganda parte da una conclusione e cerca gli elementi necessari per portare il pubblico verso quella conclusione; il giornalismo dovrebbe fare il percorso opposto, partire dalle domande, raccogliere i fatti e mettere il lettore nella condizione di formarsi un'opinione. Hersey non ha bisogno di ripetere che ciò che accadde a Hiroshima fu terribile. Racconta ciò che accadde. Proprio l'assenza di enfasi rende il suo lavoro ancora più potente e il giornalista diventa quasi un tramite tra l'esperienza dei protagonisti e chi legge. Essere al servizio del lettore significa rispettarne l'intelligenza, non semplificare artificialmente la realtà per renderla compatibile con una tesi, ma renderla sufficientemente comprensibile perché possa affrontarne la complessità.

Questa lezione assume forse ancora più valore oggi. Nel 1946 un giornalista doveva raggiungere Hiroshima, trovare i sopravvissuti, parlare con loro, ricostruire gli eventi e solo successivamente pubblicare il proprio lavoro. Oggi una guerra arriva direttamente sul nostro telefono. Video registrati dai droni, fotografie satellitari, immagini dei soldati, testimonianze dei civili, comunicati ufficiali, propaganda, account anonimi e contenuti manipolati si mescolano continuamente. Abbiamo a disposizione una quantità di informazioni che Hersey non avrebbe potuto neppure immaginare, ma avere più informazioni non significa necessariamente essere meglio informati. Anzi, proprio l'abbondanza rende ancora più importante il lavoro del giornalista: verificare, contestualizzare, confrontare fonti contraddittorie, separare ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo e resistere alla velocità con cui una narrazione pretende di trasformarsi immediatamente in verità.

In questo senso Hiroshima ci ricorda anche qualcosa che nell'informazione contemporanea rischiamo di perdere: il giornalismo d'inchiesta ha bisogno di tempo. Tempo per fare domande, per dubitare, per verificare e persino per cambiare idea quando i fatti contraddicono l'ipotesi iniziale. Oggi essere primi sembra talvolta più importante dell'essere completi: una dichiarazione viene pubblicata pochi secondi dopo essere stata pronunciata e un'immagine diventa virale prima ancora che sia possibile stabilire da dove provenga. Il giornalista d'inchiesta deve invece conservare anche il coraggio di dire al proprio lettore: non sappiamo ancora abbastanza. Non è debolezza, è responsabilità.

Quarant'anni dopo la pubblicazione del reportage, nel 1985, Hersey tornò sulle vite dei suoi protagonisti. È un passaggio straordinario perché modifica ancora una volta la prospettiva. La bomba non è più soltanto ciò che accadde alle 8.15 del 6 agosto 1945, ma ciò che continuò ad accadere negli anni successivi: le malattie, le famiglie, il lavoro, la ricostruzione, la memoria e la vita di chi era sopravvissuto. In questo modo Hersey dimostrò che il grande giornalismo non racconta soltanto l'evento, ma può seguirne le conseguenze. Ed è forse questa una delle differenze più profonde tra cronaca e inchiesta: la cronaca inevitabilmente fotografa ciò che accade; l'inchiesta prova a capire perché è accaduto, cosa significa e cosa ha prodotto.

A ottant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la lezione di John Hersey rimane quindi sorprendentemente moderna. Il buon giornalista non dovrebbe avere come obiettivo quello di dimostrare quanto è bravo, non dovrebbe cercare di diventare più importante della storia che racconta e soprattutto non dovrebbe considerare il lettore qualcuno da condurre verso una conclusione prestabilita. Il suo compito è verificare prima di pubblicare, cercare le fonti che mancano, ascoltare anche ciò che mette in discussione la propria interpretazione, dichiarare ciò che non sa, dare un contesto ai numeri, distinguere i fatti dalle opinioni e soprattutto cercare gli esseri umani che rischiano di scomparire dietro le statistiche.

È precisamente ciò che fece John Hersey. Il 6 agosto 1945 il mondo aveva visto Hiroshima dall'alto: una città, una bomba, un fungo atomico, una guerra che si avvicinava alla conclusione. Un anno dopo Hersey spostò il punto di osservazione di poche migliaia di metri. Scese a terra e, attraverso sei persone, costrinse milioni di lettori a osservare lo stesso evento da una prospettiva completamente diversa. Non disse loro cosa dovessero pensare. Diede loro qualcosa di molto più prezioso: gli elementi per poter pensare.

Forse è proprio questa, ancora oggi, la funzione più alta del giornalismo d'inchiesta: non scegliere al posto del lettore, ma metterlo nella condizione di scegliere consapevolmente cosa pensare.

martedì 25 agosto 2026

Una storia biellese Eriberto Ramella Germanin il socialista ucciso dagli squadristi nel 1921 al Favaro


 

Il nome di Eriberto Ramella Germanin è comparso il 25 agosto 2026 sulle pagine del Corriere della Sera, riportando alla luce una vicenda del Biellese che racconta bene il clima politico e sociale nel quale il fascismo iniziò ad affermarsi. Ramella Germanin era socialista, consigliere provinciale e assessore del Comune di Cossila. Aveva 38 anni quando, il 13 maggio 1921, venne ucciso a Favaro durante un'aggressione squadrista.

Per comprendere quanto accadde bisogna tornare all'Italia del primo dopoguerra. Il Paese usciva dal cosiddetto Biennio rosso del 1919-1920, caratterizzato da scioperi, occupazioni delle fabbriche e delle terre, crescita delle organizzazioni socialiste e sindacali e una fortissima conflittualità sociale. Nel Biellese, territorio industriale e operaio, il movimento socialista aveva radici particolarmente profonde.

Tra la fine del 1920 e il 1921 lo scenario cambia rapidamente. Alla mobilitazione socialista si contrappone la crescita dello squadrismo fascista: spedizioni punitive, assalti alle sedi politiche e sindacali, alle cooperative e alle Camere del lavoro, intimidazioni e violenze contro militanti e amministratori socialisti. È in questo contesto che si arriva al 13 maggio 1921.

Quel giorno a Favaro è previsto un comizio del giovane avvocato e candidato liberale Anton Dante Coda. Nel paese arrivano anche gruppi di squadristi fascisti che sostengono la sua candidatura.

Ramella Germanin gestisce una trattoria a Favaro ed è proprio attorno al locale che prende forma l'episodio. Secondo le ricostruzioni disponibili, alcuni fascisti entrano nella trattoria e iniziano le provocazioni. La tensione cresce rapidamente e lo scontro si sposta all'esterno, nel clima già molto acceso che accompagna il comizio.

Ramella Germanin viene affrontato in evidente inferiorità numerica – il Corriere della Sera ricorda l'episodio come un'aggressione «dodici contro uno» – e nel corso degli scontri viene raggiunto mortalmente da colpi d'arma da fuoco. Anche suo fratello Edmondo rimane gravemente ferito.

La morte di Ramella Germanin provoca una forte reazione nel Biellese e viene proclamato uno sciopero generale di protesta.

C'è poi un aspetto della storia che merita di essere ricordato. Gli squadristi presenti a Favaro sostenevano in quella fase la candidatura di Anton Dante Coda, ma il percorso politico dello stesso Coda avrebbe successivamente preso una direzione molto diversa. Dopo l'affermazione del fascismo entrò progressivamente in contrasto con il regime e il suo studio torinese divenne un luogo d'incontro dell'antifascismo. Durante la Resistenza sarebbe poi entrato nel Comitato di Liberazione Nazionale, in rappresentanza dell'area liberale.

Una parabola che restituisce anche la complessità di quegli anni, nei quali alleanze, posizioni politiche e schieramenti erano destinati a cambiare profondamente con la trasformazione del fascismo da movimento protagonista delle violenze squadriste a regime.

L'uccisione di Ramella Germanin avviene infatti nel maggio del 1921. Mussolini non è ancora al governo e manca quasi un anno e mezzo alla Marcia su Roma, ma la violenza politica è già diventata uno degli strumenti attraverso i quali il fascismo conquista progressivamente spazio e potere sul territorio.

La vicenda di Eriberto Ramella Germanin racconta quindi, attraverso una storia piemontese, il passaggio dal Biennio rosso alla reazione squadrista e mostra come l'affermazione del fascismo non inizi improvvisamente nell'ottobre del 1922. Prima della Marcia su Roma ci furono le piazze, le spedizioni punitive, gli assalti alle organizzazioni dei lavoratori e gli scontri che attraversarono città e piccoli centri italiani.

E il 13 maggio 1921 quella violenza arrivò anche davanti alla trattoria di Eriberto Ramella Germanin, a Favaro.

Overextension quando la guerra diventa la trappola del più forte



Da Napoleone alle guerre dei droni: per una grande potenza il tempo può trasformarsi da alleato in nemico C'è una parola che può aiutare a leggere molte delle guerre degli ultimi tre secoli: overextension, la sovraestensione della potenza. È il momento in cui un Paese militarmente superiore scopre che essere più forte dell'avversario non significa necessariamente riuscire a vincere la guerra. La superiorità può essere schiacciante all'inizio, ma se non viene trasformata rapidamente in un risultato politico, con il passare del tempo entrano in gioco altre variabili: le distanze, la logistica, i rifornimenti, la capacità industriale, il costo delle armi, gli alleati, il consenso dell'opinione pubblica e soprattutto la capacità dell'avversario di adattarsi e continuare a combattere.

È questo il vero problema per una grande potenza: se vuole sfruttare appieno la propria superiorità deve cercare di raggiungere gli obiettivi della guerra nel più breve tempo possibile. Non esiste un numero di giorni valido per ogni conflitto. Esiste però una dinamica ricorrente nella storia: più una guerra si prolunga senza produrre un risultato politico decisivo, più aumenta il rischio di impantanarsi. E quando una guerra di movimento diventa una guerra di logoramento, la differenza iniziale di potenza può progressivamente perdere importanza.

Napoleone lo scoprì in Russia nel 1812. Quando la Grande Armée attraversò il Niemen, l'imperatore francese disponeva di una forza enorme, composta da centinaia di migliaia di uomini provenienti da gran parte dell'Europa napoleonica. Era la rappresentazione visibile di una potenza apparentemente irresistibile. Ma proprio quelle dimensioni contenevano una fragilità: un esercito immenso doveva essere alimentato, rifornito, mantenuto in movimento e collegato alle proprie retrovie. Ogni chilometro percorso verso est rendeva tutto più difficile.

I russi potevano permettersi ciò che Napoleone non poteva permettersi: cedere spazio e guadagnare tempo. L'esercito francese avanzava, ma avanzando consumava se stesso. Le linee di rifornimento diventavano sempre più lunghe, gli uomini diminuivano, i cavalli morivano, le comunicazioni diventavano più difficili. Dopo la sanguinosissima battaglia di Borodino, Napoleone arrivò a Mosca. Apparentemente aveva raggiunto il proprio obiettivo militare. Ma Alessandro I non chiese la pace.

Questo è forse il punto più importante dell'intera campagna: Napoleone aveva conquistato Mosca senza aver vinto la guerra.

Il problema non fu quindi soltanto il celebre inverno russo. Quando arrivò il grande freddo, la situazione francese era già gravemente compromessa. Napoleone era entrato nella trappola dell'overextension: aveva conquistato una quantità enorme di territorio senza riuscire a trasformare quelle conquiste in una decisione politica. Più rimaneva in Russia, più il tempo lavorava contro di lui.

All'epoca anche le comunicazioni rappresentavano una parte essenziale del problema. Gli ordini viaggiavano attraverso corrieri e dispacci, le informazioni potevano impiegare giorni per raggiungere i comandanti e la distanza dal centro politico diventava anche distanza informativa. Oggi satelliti, reti digitali e sistemi di comunicazione consentono di seguire un conflitto quasi in tempo reale, ma questo non ha eliminato il problema del tempo. Lo ha semplicemente trasformato.

Oggi una guerra viene infatti combattuta contemporaneamente sul campo e davanti all'opinione pubblica. Il processo era già iniziato nell'Ottocento, quando il telegrafo e i primi grandi reportage dalla guerra di Crimea cominciarono a ridurre la distanza tra il fronte e i cittadini. Con la radio e soprattutto con la televisione il rapporto diventò ancora più stretto. Durante il Vietnam le immagini della guerra entrarono nelle case degli americani e contribuirono, insieme alle perdite, ai costi e alla difficoltà di individuare una conclusione convincente del conflitto, a rendere sempre più problematica la sua sostenibilità politica.

Internet e i social network hanno portato questo processo all'estremo. Oggi la telecamera di un drone può registrare un attacco e quelle immagini possono circolare nel mondo pochi minuti dopo. Ogni successo può diventare propaganda, ogni errore può trasformarsi in una crisi comunicativa e ogni perdita può entrare immediatamente nel dibattito politico. Per una grande potenza questo significa che anche il consenso è diventato una risorsa da consumare durante una guerra.

Vietnam e Afghanistan mostrano un altro aspetto fondamentale dell'overextension. L'attore militarmente più debole non deve necessariamente sconfiggere frontalmente la grande potenza. In determinate guerre può bastargli sopravvivere. Continuare a combattere. Rendere progressivamente più costosa la presenza dell'avversario e aspettare che, nella società della potenza intervenuta, cominci a diffondersi una domanda molto semplice: perché siamo ancora qui?

La guerra cambia così natura. All'inizio la domanda è: chi è militarmente più forte? Dopo anni può diventare: chi è disposto a continuare più a lungo?

Le guerre contemporanee dei droni rendono questo problema ancora più interessante perché stanno modificando persino il rapporto tra superiorità tecnologica e superiorità economica. Per decenni abbiamo immaginato l'evoluzione militare come una corsa verso sistemi sempre più sofisticati e costosi. Oggi sistemi relativamente economici come i droni della famiglia Shahed di origine iraniana mostrano una logica differente.

Non avrebbe senso sostenere che ogni Shahed venga contrastato con un missile Patriot: le difese aeree sono stratificate e utilizzano strumenti diversi a seconda della minaccia. Il problema strategico è però evidente. Un drone relativamente economico può costringere il difensore ad attivare radar, guerra elettronica, sistemi contraerei e, in determinate circostanze, intercettori il cui costo può essere enormemente superiore a quello della minaccia.

È una forma moderna di logoramento.

Non bisogna infatti guardare soltanto al valore del drone abbattuto. Bisogna chiedersi quanto costa impedirgli di raggiungere il bersaglio. Se un sistema offensivo relativamente economico obbliga continuamente l'avversario a utilizzare risorse scarse e molto più costose, anche l'intercettazione riuscita può contribuire alla pressione economica e industriale sul difensore.

La risposta sarà probabilmente sempre più tecnologica ma, paradossalmente, anche più economica. A un drone non sarà conveniente contrapporre sistematicamente un missile da milioni: sempre più spesso si cercherà di contrapporre un altro drone, un sistema di guerra elettronica o comunque un intercettore sufficientemente economico da rendere sostenibile lo scambio.

La guerra del futuro potrebbe quindi essere combattuta attraverso tecnologie sofisticatissime, ma seguendo una logica sorprendentemente antica: quanto costa produrre, quanto velocemente posso produrre e per quanto tempo posso continuare a farlo?

La tecnologia torna così a incontrare l'industria. Non basta progettare il sistema migliore. Bisogna poterlo costruire in quantità sufficienti, sostituirlo rapidamente, modificarlo quando l'avversario sviluppa una contromisura e mantenere aperta una catena di approvvigionamento capace di funzionare per mesi o anni.

Ed è qui che torniamo all'overextension. Una grande potenza dispone normalmente del massimo vantaggio nella fase iniziale del conflitto. Se riesce a trasformarlo rapidamente in un risultato politico, può evitare la trappola. Se invece la guerra si prolunga e si impantana, cambia progressivamente il terreno sul quale viene misurata la forza.

Dopo mesi o anni non conta più soltanto chi possiede l'aereo migliore, il missile più preciso o il sistema tecnologicamente più avanzato. Conta chi produce più munizioni, chi sostituisce più rapidamente i mezzi perduti, chi dispone delle materie prime necessarie, chi mantiene aperte le proprie catene logistiche, chi conserva gli alleati, chi riesce a finanziare il conflitto e chi mantiene il consenso della propria popolazione.

La tecnologia può quindi rendere una battaglia velocissima senza rendere necessariamente breve una guerra. Anzi, droni economici, sistemi autonomi e capacità di produzione diffuse possono consentire anche a un avversario più debole di sopravvivere abbastanza a lungo da trascinare quello più forte proprio dove non vorrebbe trovarsi: in una guerra di logoramento senza una chiara via d'uscita.

Da Napoleone nella Russia del 1812 alle guerre dei droni del XXI secolo sono cambiate quasi tutte le tecnologie. La velocità delle comunicazioni è diventata istantanea, il campo di battaglia è osservabile dai satelliti e macchine relativamente economiche possono colpire obiettivi a centinaia di chilometri di distanza. Ma una delle domande fondamentali della guerra è rimasta sorprendentemente simile.

Non basta chiedersi chi è più forte quando la guerra comincia.

Bisogna chiedersi chi riuscirà ancora a sostenerla quando sarà durata molto più di quanto entrambi avevano previsto.

È allora che nasce l'overextension. Ed è allora che per la potenza militarmente superiore il rischio più grande non è necessariamente essere sconfitta sul campo, ma impantanarsi in una guerra che non riesce più né a vincere rapidamente né a concludere alle proprie condizioni.


lunedì 24 agosto 2026

Appunti di viaggio: Tubinga la città dove è bello camminare e pensare


 

Ci sono città che si visitano e altre che, quasi senza accorgersene, invitano a rallentare. Tubinga appartiene alla seconda categoria. Forse perché è una città universitaria, forse perché tra queste strade sono passati filosofi, poeti e pensatori, o forse semplicemente perché tutto sembra predisposto per camminare senza una meta precisa, osservare e lasciare spazio ai pensieri.

La prima cosa che colpisce è l'architettura tedesca del centro storico, con le case a graticcio, le facciate strette e i colori che interrompono qualsiasi idea di una Germania grigia e severa. Gialli, rossi, verdi, azzurri si rincorrono lungo le vie e intorno alle piazze, creando un'atmosfera calda, quasi fiabesca. E poi ci sono i piccoli bar, i tavolini all'aperto, le persone che si fermano a parlare e quei dettagli che raccontano molto più di un monumento: le ceste e le cassette di libri lasciate fuori dalle porte, libri da guardare, sfogliare, prendere, come se in una città legata da secoli alla cultura fosse naturale che anche i libri abitassero le strade.

Tubinga è del resto una città nella quale il pensiero ha lasciato tracce profonde. Qui hanno studiato o vissuto figure come Hegel, Hölderlin e Schelling, e passeggiando per il centro è difficile non percepire questo rapporto particolare tra la città, l'università e la cultura. Non è una presenza monumentale o celebrativa: sembra piuttosto qualcosa che continua a vivere nella quotidianità.

Poi si arriva al Neckar e Tubinga cambia ancora. Le case colorate si specchiano nell'acqua, le caratteristiche barche attraversano lentamente il fiume e per qualche momento il paesaggio può ricordare, in piccolo e con un'identità completamente diversa, il rapporto che Venezia ha costruito con i suoi canali. Non una piccola Venezia, perché Tubinga non ha bisogno di assomigliare a nessun'altra città, ma un luogo nel quale l'acqua diventa parte dell'architettura e del modo stesso di vivere lo spazio urbano.

Ed è probabilmente questo ciò che mi è rimasto maggiormente dell'ultima visita. Non un singolo edificio o un monumento, ma un'atmosfera: le case colorate, l'acqua, i libri fuori dalle porte, i bar, gli studenti, le strade raccolte e quella sensazione di trovarsi in una città costruita a misura di persona.

In un'epoca nella quale attraversiamo sempre più velocemente città, informazioni e perfino pensieri, Tubinga sembra suggerire esattamente il contrario: fermarsi, camminare, osservare.

Forse non è un caso che tanti pensatori siano passati da qui. Ci sono luoghi che aiutano a correre e produrre, altri che invitano a consumare. Tubinga sembra fatta per qualcosa di molto più semplice e oggi quasi prezioso: camminare e pensare.

domenica 23 agosto 2026

L'errore in diretta e la gogna: abbiamo perso il diritto di sbagliare ?


C'è qualcosa che mi colpisce nelle polemiche nate intorno al bordocampista di DAZN che, convinto di stare registrando un intervento e non di essere in diretta, ha interpretato quel momento con un approccio evidentemente diverso da quello che avrebbe avuto sapendo di essere già in onda. Si può discutere dell'errore, naturalmente. Si può discutere di chi avrebbe dovuto avvisarlo, di un ritorno audio che forse non è arrivato, di un segnale non percepito, di una comunicazione che evidentemente non ha funzionato. Ma, sinceramente, non è questo l'aspetto che trovo più interessante.

Non mi interessa mettere sul banco degli imputati il giornalista e nemmeno cercare un tecnico da accusare. Mi colpisce molto di più la scarsissima indulgenza con cui oggi giudichiamo l'errore degli altri, soprattutto quando quell'errore avviene davanti a una telecamera e può essere registrato, ritagliato, condiviso e commentato migliaia di volte.

In pochi minuti un errore professionale può trasformarsi in una gogna mediatica. Arrivano le sentenze, le battute, gli esperti improvvisati, quelli che spiegano come avrebbe dovuto comportarsi, quelli che assicurano che loro non avrebbero mai commesso un errore simile. E allora a tutti coloro che pontificano con tanta sicurezza vorrei fare una domanda molto semplice: vi siete mai trovati davvero davanti a una telecamera, con un microfono aperto, sapendo di avere pochi secondi per costruire un pensiero e pronunciarlo in maniera comprensibile davanti a migliaia di persone?

Perché da casa è tutto semplice. La frase giusta viene sempre in mente. Il tono è quello corretto. La battuta sarebbe stata migliore. Il concetto sarebbe stato espresso diversamente. Ma una diretta non funziona così. In una diretta i secondi contano. Qualcuno ti dà la linea e improvvisamente devi esserci. Devi aprire un collegamento, mettere insieme informazioni e pensieri, ascoltare quello che arriva nell'auricolare, osservare ciò che accade intorno a te e contemporaneamente parlare sapendo che non esiste il tasto "annulla".

Chiunque abbia provato anche una sola volta a parlare davanti a una telecamera conosce quella strana alterazione del tempo. Cinque secondi possono sembrare lunghissimi quando aspetti di andare in onda e diventare improvvisamente pochissimi quando devi trovare le prime parole. Devi costruire una frase mentre la stai già pronunciando. Devi sapere dove vuoi arrivare prima ancora di avere completamente deciso come arrivarci. E se qualcosa nella catena tecnica o comunicativa non funziona come ti aspetti, puoi sbagliare.

Non significa che chi lavora in televisione non debba essere preparato. Al contrario: essere professionisti significa allenarsi proprio a gestire l'imprevisto. E naturalmente un errore può essere analizzato e criticato. Ma esiste una differenza enorme tra criticare una prestazione e mettere alla gogna una persona.

È questa distinzione che mi sembra stiamo progressivamente perdendo.

I social hanno creato un gigantesco tribunale nel quale tutti siamo contemporaneamente pubblico, pubblico ministero e giudice. Abbiamo il replay, possiamo riascoltare una frase dieci volte, fermarla, isolarla dal contesto e analizzare ogni parola. Chi era davanti alla telecamera, invece, aveva un'unica possibilità e pochi secondi per decidere.

Noi giudichiamo con il fermo immagine ciò che qualcun altro ha dovuto vivere in tempo reale. Ed è una differenza enorme. C'è poi qualcosa di profondamente umano che rischiamo di dimenticare. La professionalità non consiste nel non sbagliare mai. Nessun giornalista, conduttore, tecnico, medico, insegnante, imprenditore o lavoratore attraversa una carriera senza commettere errori. La professionalità si misura anche nella capacità di gestirli, comprenderli e non ripeterli.

Naturalmente esistono errori gravi e responsabilità che devono essere accertate. Non tutto può essere giustificato con la pressione del momento. Ma proprio per questo dovremmo essere capaci di distinguere un comportamento grave da un incidente, una responsabilità sostanziale da un'imprecisione, l'inadeguatezza professionale da un momento andato male.

La domanda che dovremmo farci prima di partecipare alla prossima gogna digitale è forse molto semplice: io, nella stessa situazione, avrei certamente fatto meglio? Non seduto sul divano. Non dopo aver visto il video tre volte. Non avendo avuto dieci minuti per costruire la risposta perfetta. Lì. In quel momento. Con una telecamera davanti, un auricolare nell'orecchio, qualcuno che ti parla dalla regia, il rumore intorno e pochi secondi per capire cosa sta succedendo e trasformarlo in parole.

Forse sì. Forse avremmo fatto meglio. Oppure avremmo esitato, pronunciato una frase infelice, perso il filo o interpretato male un'indicazione. È proprio questa possibilità che dovrebbe renderci un po' più prudenti quando giudichiamo gli altri.

Non si tratta di rinunciare alla critica. Si tratta di recuperare l'indulgenza. Quella capacità, sempre più rara, di riconoscere che dietro uno schermo non c'è soltanto un professionista da valutare, ma una persona sottoposta a pressioni, tempi e imprevisti che noi, comodamente dall'altra parte della telecamera, non possiamo percepire fino in fondo. Perché l'errore di una diretta può durare pochi secondi. La gogna che costruiamo intorno a quei pochi secondi, invece, può durare molto più a lungo.

E forse, prima di premere "pubblica" sul prossimo commento indignato, dovremmo ricordarci che tutti pretendiamo comprensione quando siamo noi a sbagliare. Sarebbe utile imparare a concederne un po' anche agli altri.

Mladić e la memoria selettiva: senza conoscere la storia non possiamo capire i Balcani

  Le immagini di chi ancora oggi rende omaggio a Ratko Mladić possono indignare. Ma non dovrebbero stupire chi conosce la storia dei Balcan...