C'è
una parte del tifo milanista che sembra aver smesso di tifare il
Milan per tifare le proprie idee. Le vedove di Maldini, quelle di
Theo Hernandez, gli allenatori virtuali, i direttori sportivi da
tastiera e i commentatori seriali che, a ogni risultato negativo,
trovano un nuovo bersaglio da colpire. Nel mirino, ormai da mesi, c'è
soprattutto Gerry Cardinale, come se fosse diventato il responsabile
unico di ogni problema rossonero. Eppure una domanda sarebbe
doverosa: qual è l'interesse del Milan nel trasformare il proprio
proprietario nel nemico?
Si
può discutere ogni scelta. Si possono criticare acquisti, cessioni,
dirigenti e risultati. Fa parte del calcio. Ma c'è una differenza
enorme tra la critica e la delegittimazione continua. Il Milan oggi è
anche un'azienda. Una delle grandi aziende sportive europee, con
investimenti importanti, obiettivi economici e sportivi che devono
necessariamente camminare insieme. Pensare che chi ha investito
centinaia di milioni nel club abbia interesse a danneggiarlo o a
ridimensionarlo è semplicemente illogico.
Cardinale
non è Berlusconi e non ha mai preteso di esserlo. Sono epoche
diverse, modelli diversi, mercati diversi. Ma una cosa resta vera:
chi mette soldi, tempo, energie e reputazione in una società
calcistica lo fa perché vuole vederla crescere e vincere. Per questo
sparare quotidianamente contro la proprietà rischia di diventare un
esercizio autolesionista. Un suicidio sportivo e ambientale. Perché
si finisce per indebolire ulteriormente un contesto che avrebbe
invece bisogno di stabilità, lucidità e sostegno.
Questo
non significa rinunciare allo spirito critico. Significa capire che
esiste un confine tra il dissenso e la demolizione sistematica.
Significa comprendere che si può essere in disaccordo con una scelta
senza trasformare ogni decisione in una guerra di religione.
Lo
stesso vale per le continue contrapposizioni tra passato e presente.
Paolo Maldini è una leggenda del Milan e nessuno potrà mai
cancellare ciò che rappresenta per la storia rossonera. Ma una
leggenda non può diventare un'arma da utilizzare quotidianamente
contro chi è venuto dopo.
I
social hanno amplificato tutto. Oggi ogni tifoso si sente allenatore,
direttore sportivo, osservatore e amministratore delegato. Dopo
novanta minuti arrivano sentenze definitive, processi sommari,
condanne senza appello. Ma il calcio vero non funziona così. È
fatto di cicli, di intuizioni, di errori, di ripartenze e di
pazienza. Una parola che sembra scomparsa dal vocabolario del calcio
moderno. Lo dico da uno che vide Milan-Sambenedettese allo stadio. Da
uno che ha conosciuto il Milan delle vittorie leggendarie ma anche
quello delle stagioni difficili. Da uno che sa che la grandezza di
questa maglia non nasce dall'assenza delle difficoltà, ma dalla
capacità di attraversarle.
Oggi
il Milan non ha bisogno di altre guerre interne. Non ha bisogno di
vedove, fazioni o tribunali popolari. Ha bisogno di una proprietà
che impari dai propri errori, di una dirigenza che costruisca un
progetto credibile e di una tifoseria che ritrovi la consapevolezza
di ciò che rappresenta. Perché allo stadio non si va per un
dirigente, per un allenatore o per un proprietario. Si va per quei
colori che ci accompagnano da una vita, per una passione che spesso
sfugge alla logica e per una storia che ci è stata consegnata da chi
ci ha preceduto. Presidenti, dirigenti, allenatori e campioni
passano. Alcuni diventano leggenda, altri vengono dimenticati. Il
Milan resta.
E
il compito di tutti noi non è dividerci in fazioni o cercare ogni
giorno un nuovo colpevole. È continuare a sostenere, criticare
quando serve, ma soprattutto costruire. Insieme. Perché il Milan non
appartiene a una corrente di pensiero, a un hashtag o a una
nostalgia. Appartiene a una comunità di persone che da generazioni
si riconoscono negli stessi colori.
E
quei colori meritano qualcosa di più del rumore. Meritano fiducia,
passione e la volontà di scrivere insieme il prossimo capitolo della
nostra storia.