Non è una retrospettiva classica su David Bowie. È piuttosto un percorso costruito attorno a una figura chiave, spesso rimasta ai margini: Terry Burns. È attraverso di lui che si entra davvero nel mondo di Bowie, in una lettura più intima, più fragile e, per certi versi, più autentica. Il dispositivo della mostra è chiaro: non raccontare Bowie come icona già compiuta, ma ricostruire il processo con cui quell’identità si è formata. Immagini, testi, materiali dialogano tra loro mettendo in relazione episodi biografici, riferimenti culturali e trasformazioni artistiche. È un racconto che non semplifica, ma stratifica. E poi c’è la parte visiva, che colpisce subito. Una selezione di fotografie iconiche, potenti, che hanno segnato la storia della musica e che accompagnano il visitatore dentro un’epoca. Non c’è solo Bowie – il Duca Bianco, figura elegante e inquieta – ma anche presenze come Bob Dylan e Mick Jagger, che contribuiscono a costruire un contesto più ampio, quasi corale. Il risultato è una mostra piacevole, ma soprattutto immersiva. Si respira un clima da storia della musica, quello vero, fatto di passaggi, influenze, rotture. Non è solo nostalgia: è la sensazione concreta di tornare indietro nel tempo e vedere come certe immagini, certi volti, certi suoni abbiano costruito un immaginario che ancora oggi funziona. Ed è proprio lì che la mostra trova la sua forza: non celebra semplicemente un mito, ma mostra come quel mito è nato.
ResGestae
venerdì 1 maggio 2026
mercoledì 29 aprile 2026
Politica e televisione
In Italia, per molti anni, la televisione “ad uso politico” è stata confinata in spazi rigidi e altamente controllati. Le tribune politiche ideate da Jader Jacobelli rappresentavano uno dei pochi momenti di confronto tra i partiti, ma erano anche il simbolo di una comunicazione lenta, formale e, diciamolo senza troppi giri di parole, spesso noiosa. Dibattiti ingessati, linguaggio distante, poco appeal per il pubblico.
Il cambio di passo arriva con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e il celebre messaggio televisivo del 1994, “L’Italia è il Paese che amo”. È lì che la televisione smette di essere solo uno spazio regolato e diventa strumento diretto di costruzione del consenso.
A quella fase segue l’introduzione della par condicio, una legge nata con l’obiettivo di garantire equilibrio e pluralismo nell’accesso ai media. Tuttavia, a distanza di anni, è difficile non riconoscerne il carattere ormai anacronistico: una norma pensata per un sistema televisivo che nel frattempo è stato superato da nuove forme di comunicazione, ma che continua ancora oggi a vincolare fortemente il rapporto tra politica e media.
Negli Stati Uniti, il percorso è stato diverso e molto più anticipato. Il primo presidente a comparire in televisione fu Franklin Delano Roosevelt nel 1939, in occasione della Fiera mondiale di New York. Era ancora un’epoca dominata dalla radio, ma quel passaggio segnava già l’inizio di una trasformazione profonda.
La svolta definitiva arriva nel 1960 con il dibattito tra Richard Nixon e John F. Kennedy, il primo vero confronto presidenziale televisivo. È in quel momento che diventa evidente ciò che oggi diamo quasi per scontato: l’immagine conta. Nixon appare stanco, sudato, poco incisivo sul piano visivo; Kennedy, al contrario, risulta sicuro, efficace, convincente. Chi ascolta alla radio percepisce un equilibrio nei contenuti, ma chi guarda la televisione vede un vincitore.
Già nel 1956, peraltro, si era avuto un primo esperimento con il confronto tra Eleanor Roosevelt e Margaret Chase Smith, a dimostrazione di come il mezzo televisivo stesse progressivamente entrando nel cuore del confronto politico.
La partita perfetta ???
Se cerchi la partita perfetta, probabilmente non la trovi in un 3-2 pieno di ribaltamenti, ma in uno 0-0 fatto come si deve. Lo diceva Fabio Capello, e non era una provocazione: era una visione. La perfezione nel calcio non è il caos, è il controllo. PSG–Bayern è stata una partita bellissima, piena di ritmo, occasioni, strappi continui. Emozioni vere, su questo non si discute. Ma proprio per questo difficilmente può essere definita perfetta. Le partite altalenanti sono quelle che accendono il pubblico, che fanno spettacolo, che generano entusiasmo immediato.
Ma spesso sono anche figlie di errori, di squilibri, di difese che si aprono, di squadre che per tratti smettono di essere tali. La perfezione invece è un’altra cosa: è equilibrio, è organizzazione, è capacità di non concedere nulla o quasi. È una partita in cui ogni movimento ha un senso, ogni reparto è collegato, ogni scelta è coerente. Anche – e soprattutto – quando il risultato resta fermo.
Lo 0-0, quando è vero, è la forma più alta di controllo. Non quello piatto e svogliato, ma quello costruito, in cui due squadre si annullano perché sanno esattamente cosa fare. Lì non c’è spettacolo immediato, non ci sono highlight da social, ma c’è calcio allo stato puro.
E allora viene da pensare anche alla semifinale di Champions della scorsa stagione tra Inter e Barcellona: una partita esaltante, piena di colpi di scena, di ribaltamenti, di episodi che ti tengono incollato fino all’ultimo secondo. Una di quelle che restano, che racconti, che rivedi. Ma anche lì, più che la perfezione, c’era l’eccezione, il fuori controllo, il momento in cui il talento e l’errore si inseguono. Oggi però si celebra soprattutto quello: il disordine spettacolare. E partono i peana, spesso da chi non fa davvero il giornalista sportivo ma ammicca al racconto facile, alla superficie, all’adrenalina. Perché è più semplice esaltare una partita piena di gol che spiegare uno 0-0 costruito su dettagli, posizioni, letture. PSG–Bayern di ieri sera è stata una grande partita. Inter–Barcellona della passata stagione una partita memorabile. Ma la perfezione è un’altra cosa. E quasi sempre non fa rumore.
domenica 26 aprile 2026
Repubblica di Weimar quando le crisi economiche aprono il baratro. il cancellierato di Bruning
Durante il governo di Heinrich Brüning, una parte rilevante dell’élite industriale e finanziaria tedesca sostiene inizialmente l’impostazione di rigore e stabilizzazione. Parliamo di grandi gruppi dell’industria pesante e della finanza – figure come Fritz Thyssen o Gustav Krupp – che vedono nell’austerità e nell’ordine dei conti una garanzia per i propri interessi e per la credibilità internazionale della Germania.
Tuttavia, la linea di Brüning non si limita ai tagli: nel tentativo di tenere in equilibrio i conti pubblici introduce anche un aumento della pressione fiscale che coinvolge i redditi più alti e, in parte, anche i grandi gruppi economici. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una strategia di emergenza per fare cassa. Una scelta che contribuisce ad alimentare tensioni anche all’interno dello stesso mondo imprenditoriale.
Il problema è che questo sostegno si concentra sulla stabilità economica, non sulla tenuta democratica. In altre parole: si accetta – e in alcuni casi si tollera – un progressivo svuotamento del Parlamento pur di mantenere controllo e prevedibilità del sistema.
Quando le politiche di Brüning aggravano la crisi sociale, una parte di questi ambienti cambia atteggiamento. Cresce l’idea che serva un potere esecutivo ancora più forte, capace di “mettere ordine” rapidamente, anche a costo di comprimere ulteriormente la democrazia. È in questo clima che alcuni settori dell’élite economica iniziano a guardare con interesse crescente alle forze autoritarie, tra cui il movimento di Adolf Hitler, visto inizialmente come uno strumento per ristabilire stabilità, contenere il conflitto sociale e contrastare il comunismo.
Attenzione però a non semplificare: non esiste un blocco unico e compatto di “grandi industriali” che sostiene fin dall’inizio il nazismo. Le posizioni sono differenziate, spesso opportunistiche e in evoluzione. Ma il punto politico resta: il progressivo disimpegno di una parte delle élite economiche dalla difesa attiva della democrazia contribuisce a indebolire ulteriormente un sistema già fragile.
Il risultato è che, mentre la crisi economica colpisce duramente la società e la politica perde credibilità, viene meno anche uno dei pilastri che avrebbe potuto sostenere la Repubblica. E quando questo equilibrio salta, lo spazio per soluzioni autoritarie si allarga rapidamente.
lunedì 20 aprile 2026
Bluetooth non è un nome a caso: la lezione della storia
A volte pensiamo che la storia sia qualcosa di lontano, utile solo a ricordare ciò che è stato. In realtà è esattamente il contrario. È nei dettagli, nelle storie apparentemente marginali, che si trovano spesso le intuizioni più utili per leggere il presente. Capire, studiare, soffermarsi su ciò che sembra secondario non è un esercizio teorico: è un modo per costruire connessioni. E proprio da una di queste connessioni nasce una delle tecnologie più utilizzate al mondo.
Negli anni ’90 diverse aziende stavano lavorando a sistemi per far comunicare tra loro dispositivi diversi: telefoni, computer, accessori. Il problema era evidente: ognuno seguiva un proprio standard, e il rischio era creare un sistema frammentato, incapace di dialogare. Fu durante uno di questi confronti che emerse l’esigenza di trovare non solo una soluzione tecnica, ma anche un’identità comune.
Perché dietro quel nome c’era un’idea semplice e potente: non solo connettere, ma integrare. E forse è proprio questo il punto. La storia non serve solo a ricordare il passato. Serve a trovare le idee giuste, nel momento giusto.
giovedì 16 aprile 2026
Impantanati nella storia: quando le risaie cambiarono il corso della guerra
Nel 1859, all’inizio della Seconda guerra d’indipendenza, la pianura tra Novarese e Vercellese divenne improvvisamente uno dei punti chiave della campagna militare. L’esercito austriaco, guidato dal generale Ferencz Gyulai, aveva deciso di prendere l’iniziativa: attraversò il Ticino ed entrò in Piemonte con l’obiettivo di avanzare rapidamente e colpire le forze sabaude prima che si consolidasse l’arrivo dei francesi. Sulla carta era una scelta logica. Una pianura ampia, aperta, apparentemente favorevole a un esercito numeroso e ben organizzato. Ma quella pianura aveva una natura diversa. Era primavera, e le risaie del Vercellese erano allagate. Campi trasformati in distese d’acqua, attraversati da canali, rogge, argini stretti. Un ambiente che per chi lo conosceva era familiare, ma che per un esercito in movimento diventava un ostacolo concreto. L’avanzata austriaca perse rapidamente slancio. L’artiglieria faticava a muoversi, i carri si impantanavano, le truppe erano costrette a seguire percorsi obbligati lungo gli argini. Ogni manovra richiedeva tempo, ogni spostamento diventava più lento, più incerto.
Non fu una battaglia, ma fu un rallentamento reale. E in una guerra di movimento, il tempo è decisivo. Mentre l’esercito di Gyulai avanzava con difficoltà, accadde qualcosa che cambiò il corso degli eventi. Le forze franco-piemontesi non scelsero lo scontro frontale. Scelsero una manovra più intelligente. Il 3 giugno 1859 attraversarono il Ticino più a nord, a Turbigo, aggirando lo schieramento austriaco e colpendolo sul fianco. Fu una mossa rapida, efficace, che colse gli austriaci fuori posizione. Il giorno successivo, a Magenta, si combatté la battaglia decisiva. In quel momento, il rallentamento subito nel Vercellese pesò. Non fu l’unico fattore, ma fu uno dei fattori. Perché quella lentezza aveva tolto all’esercito austriaco ciò che gli serviva di più: il tempo e l’iniziativa. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante di quella vicenda. La storia non si decide solo nei grandi scontri, ma anche nei dettagli: nei tempi, nei luoghi, nelle condizioni. Le risaie, con la loro acqua e la loro struttura, non furono solo uno sfondo.
Furono parte della storia. E ci ricordano che, a volte, il territorio — così come è stato costruito e trasformato dall’uomo — può diventare protagonista, capace di rallentare un esercito e di contribuire a cambiare il corso degli eventi.
lunedì 13 aprile 2026
Quante divisioni ha il Papa
«Quante divisioni ha il Papa?». La frase, attribuita a Joseph Stalin durante la Conferenza di Yalta, è una di quelle che non invecchiano mai. Brutale, cinica, essenziale. Riduce tutto a una misura semplice: il potere coincide con la forza. È una frase che torna ogni volta che qualcuno decide di liquidare ciò che non può controllare. È tornata anche oggi, in un contesto completamente diverso, dopo le parole di Donald Trump contro il Papa — un riflesso quasi automatico: se non hai strumenti di pressione, se non hai “peso”, allora non conti davvero. Ma è proprio così? Il Papa non ha divisioni. Non ha eserciti, non ha armi, non ha leve economiche dirette. Eppure attraversa i secoli. Influenza milioni di persone. Interviene nei momenti più delicati della storia, spesso senza alzare la voce. E questo mette a disagio chi ragiona solo in termini di forza.
Perché
esiste un altro tipo di potere, più difficile da misurare: quello
che non si impone, ma si riconosce. Non si conta, ma si ascolta. Non
conquista, ma orienta. È il potere dell’autorevolezza. Già secoli
prima, Sun Tzu lo aveva sintetizzato con una lucidità disarmante ne
L’arte
della guerra:
il generale veramente vittorioso è quello che vince senza
combattere, che non ha bisogno di scendere in campo per dimostrare la
propria forza. Un’idea lontanissima da quella di Stalin, eppure
incredibilmente attuale. Perché chi ha davvero forza non ha bisogno
di esibirla.
Chi ha davvero peso non ha bisogno di imporlo.
Stalin non poteva capirlo — o forse non gli interessava. Il suo
mondo era fatto di carri armati, confini, equilibri militari. Un
mondo dove ciò che non si vede non esiste.
Il punto non è difendere il Papa. Il punto è capire cosa misura davvero il potere, oggi. Viviamo in un’epoca che continua a confondere visibilità con influenza, forza con credibilità, rumore con autorevolezza. Ma sono cose diverse. E spesso vanno in direzioni opposte. La vera domanda, allora, non è quante divisioni hai. La vera domanda è: quanto sei capace di incidere senza doverle usare. Perché chi ha bisogno della forza per farsi ascoltare, in fondo, sta già ammettendo un limite. Chi invece riesce a parlare senza imporre, a essere riconosciuto senza dominare, esercita un potere più sottile — ma anche più duraturo.
Oltre Bowie: l’uomo dietro l’icona
Non è una retrospettiva classica su David Bowie. È piuttosto un percorso costruito attorno a una figura chiave, spesso rimasta ai margini: ...
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(fonte www.arkistudio.eu) TUA MADRE E’ MORTA La parola Collegio ha sempre evocato nelle menti di tutti una connotazione negativ...
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Pascolati , un presidente con un grande aplomb, british style, ma mosso da una grande passione che lo morde e lo lacera dentro. Immancabi...




