Gli stretti: quei pochi chilometri d'acqua per cui l'umanità continua a farsi la guerra
C'è una domanda che ogni tanto vale la pena porsi: quante guerre sono state combattute per conquistare uno stretto? La risposta esatta non la conosce nessuno. Gli storici hanno censito centinaia di battaglie e decine di grandi guerre combattute direttamente o indirettamente per il controllo di questi passaggi. Ma forse la risposta più corretta è un'altra: quasi tutte le grandi potenze della storia, prima o poi, hanno combattuto per uno stretto. Perché gli stretti sono un po' il capolavoro della geografia. Sono minuscoli, spesso larghi solo poche centinaia di metri, eppure hanno il potere di decidere la sorte di interi imperi. Se tutti devono passare da lì, chi controlla quello spazio controlla il traffico, il commercio, gli eserciti e, molto spesso, anche la politica.
L'uomo cambia, la tecnologia cambia, ma la geografia no. E la geografia, a volte, ha un crudele senso dell'umorismo.
Pensateci. Abbiamo costruito portaerei lunghe trecento metri, petroliere gigantesche, sommergibili nucleari e satelliti che fotografano ogni centimetro del pianeta. Poi arriva uno stretto largo un chilometro e mezzo e tutta questa potenza deve mettersi ordinatamente in fila. È successo sempre. Già gli antichi Greci avevano capito che uno stretto valeva più di una pianura. A Salamina, nel 480 avanti Cristo, Temistocle attirò la gigantesca flotta persiana proprio dove le sue navi non avrebbero potuto sfruttare la superiorità numerica. Il mare, improvvisamente, diventò troppo piccolo. La battaglia cambiò la storia dell'Occidente.
Poi ci sono i Dardanelli, probabilmente lo stretto più litigato del pianeta. Se potesse parlare, forse direbbe di aver visto passare più eserciti che pesci. Persiani, Greci, Romani, Bizantini, Veneziani, Ottomani, Russi, Inglesi, Francesi... tutti, almeno una volta, hanno pensato che sarebbe stato meglio averlo dalla propria parte.
E come dar loro torto? Chi controlla i Dardanelli controlla l'accesso al Mar Nero. È una posizione che valeva oro duemila anni fa e continua a valere oro oggi.
Lo stesso discorso vale per il Bosforo. Due continenti separati da poche centinaia di metri d'acqua. Una città, Istanbul, costruita esattamente nel punto in cui la geografia ha deciso di creare uno dei luoghi più strategici del mondo. Non è un caso se prima Bisanzio, poi Costantinopoli e infine Istanbul siano state contese per quasi due millenni. E non pensiamo che queste siano soltanto storie antiche. Oggi le mappe sono diverse, ma il copione è identico.
Lo Stretto di Hormuz è il rubinetto energetico del pianeta. Da lì passa una parte enorme del petrolio mondiale. Bab el-Mandeb è la porta del Mar Rosso. Malacca è l'autostrada marittima dell'Asia. Ogni volta che in televisione sentiamo parlare di tensioni in una di queste aree, dietro le dichiarazioni diplomatiche c'è quasi sempre la stessa domanda che si ponevano già Greci e Persiani: chi controlla il passaggio?
La cosa divertente è che gli stretti, in fondo, non hanno mai chiesto niente a nessuno. Sono lì da milioni di anni. Sono gli uomini che continuano ostinatamente a litigare intorno a loro. Forse, se uno stretto potesse parlare, ci guarderebbe con un certo sarcasmo. Direbbe che in venticinque secoli abbiamo cambiato armi, religioni, imperi, ideologie, perfino il modo di fare la guerra. Eppure, alla fine, torniamo sempre lì. A contenderci gli stessi pochi chilometri d'acqua. È una delle grandi ironie della storia. Pensiamo di essere padroni del mondo, di dominare la natura con la tecnologia e l'ingegno. Poi basta una sottile lingua di mare per ricordarci che, alla fine, è ancora la geografia a decidere dove passa la Storia.
E la Storia, da quelle parti, continua a passare molto spesso con una flotta alle spalle.





