sabato 5 settembre 2026

La notte in cui una sfida tra amici invento due mostri immortali

A volte la storia nasce quasi per caso. Da una serata di pioggia, da qualche libro lasciato sul tavolo e da una sfida tra amici che nessuno immagina possa lasciare un segno. È quello che accadde nel giugno del 1816, sulle rive del lago di Ginevra, a Villa Diodati, dove soggiornava Lord Byron. Intorno a lui si ritrovavano Percy Bysshe Shelley, Claire Clairmont, il giovane medico John William Polidori e una ragazza di appena diciotto anni, Mary Godwin, destinata a diventare Mary Shelley.

Quella del 1816 era un’estate stranissima, tanto da passare alla storia come “l’anno senza estate”. Il freddo, la pioggia e i temporali, legati anche alle conseguenze della gigantesca eruzione del Tambora avvenuta l’anno precedente, costringevano spesso il gruppo a rimanere chiuso nella villa. E così si parlava, si discuteva di letteratura, di scienza, della vita e della morte, si leggevano racconti soprannaturali. Finché Byron lanciò una sfida semplicissima: perché non provare a scrivere ciascuno una storia di fantasmi?

Poteva essere soltanto un modo per passare una serata. Invece quella sfida avrebbe cambiato la storia della letteratura. Mary, inizialmente, non riusciva a trovare un’idea. Poi arrivò una visione: uno studioso che aveva assemblato un corpo ed era riuscito, in qualche modo, a dargli vita. Da quell’immagine sarebbe nato Frankenstein. E forse la cosa più straordinaria è che una ragazza di diciotto anni non inventò semplicemente un mostro: pose una domanda che, più di due secoli dopo, continua a riguardarci. Cosa succede quando l’uomo riesce a creare qualcosa che poi non è più capace di controllare? Una domanda formulata nel 1816 che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della genetica e delle nuove tecnologie, sembra sorprendentemente contemporanea.

Ma da quelle notti nacque anche un altro personaggio destinato a entrare nel nostro immaginario. Byron iniziò un racconto e poi lo abbandonò; Polidori raccolse anche quelle suggestioni e sviluppò The Vampyre. Il suo Lord Ruthven non era più soltanto la creatura mostruosa delle superstizioni popolari: era aristocratico, elegante, affascinante e allo stesso tempo terribilmente pericoloso. Era, in qualche modo, la nascita del vampiro moderno, il modello che avrebbe contribuito ad aprire la strada, molti decenni dopo, al Dracula di Bram Stoker.

La parte più affascinante della storia, però, forse è un’altra: erano tutti giovanissimi. Byron aveva ventotto anni, Shelley ventitré, Polidori venti e Mary appena diciotto. Non erano riuniti a Villa Diodati per cambiare la letteratura occidentale. Erano semplicemente alcuni giovani intelligenti, curiosi e irrequieti, bloccati dal maltempo, che leggevano, discutevano e si sfidavano a immaginare qualcosa che ancora non esisteva. Il 16 giugno 1816 è diventato la data simbolica di quella sfida, anche se le testimonianze fanno pensare che letture, conversazioni e idee si siano sviluppate nell’arco di più giornate.

Ma, in fondo, cambia poco. Da quella villa sul lago di Ginevra uscirono due figure che non ci hanno più abbandonato: la creatura di Frankenstein e il vampiro moderno. Ed è difficile non sorridere pensando che tutto cominciò senza alcuna intenzione solenne, durante un’estate che non sembrava nemmeno un’estate, con alcuni ragazzi costretti in casa dalla pioggia e una sfida lanciata quasi per gioco. A volte per creare qualcosa di immortale non serve sapere di stare facendo la storia. Basta avere qualcuno davanti capace di sfidarti a immaginare ciò che ancora non esiste.





mercoledì 2 settembre 2026

Parla gentilmente e porta con te un grosso bastone: andrai lontano. Muscoli e diplomazia

 

«Parla gentilmente e porta con te un grosso bastone: andrai lontano». La celebre frase di Theodore Roosevelt racconta bene un modo di intendere la politica internazionale che ha attraversato buona parte del Novecento. Si dialoga, si tratta, si cercano accordi, ma facendo capire all’interlocutore che dietro alle parole esiste una forza pronta a essere utilizzata. Era la politica del grosso bastone, la Big Stick diplomacy. E nel mondo di Roosevelt aveva una sua logica: gli Stati Uniti stavano diventando una grande potenza e mostrare la propria superiorità poteva essere sufficiente per convincere un avversario a fare un passo indietro.

A più di un secolo di distanza, osservando quello che accade intorno a noi, sembra quasi che quella filosofia sia tornata di moda. Nei rapporti internazionali sentiamo sempre più spesso parlare il linguaggio degli ultimatum, delle minacce, delle sanzioni, delle dimostrazioni di forza. Prima ancora di sedersi a un tavolo, sembra necessario dimostrare quanto si è forti e quanto potrebbe costare all'altro non accettare le nostre condizioni. Eppure il mondo nel frattempo è profondamente cambiato.

Non esistono più soltanto una grande potenza e un interlocutore molto più debole. Gli interessi economici si intrecciano, le alleanze si sovrappongono e anche una crisi apparentemente lontana può produrre conseguenze economiche, energetiche e sociali a migliaia di chilometri di distanza. E naturalmente esistono capacità militari che rendono molto più pericoloso immaginare che ogni confronto possa essere risolto semplicemente mostrando un bastone più grande di quello dell'avversario. Per questo forse non è la forza a essere diventata superata, ma l'idea che la forza possa sostituire la diplomazia. La politica dovrebbe servire proprio a evitare che ogni contrasto arrivi al punto in cui qualcuno debba mettere alla prova la forza dell'altro.

C'è anche un meccanismo pericoloso che conosciamo bene dalla storia. Più si alza il tono dello scontro, più diventa difficile abbassarlo. Se ogni trattativa viene presentata come una prova di forza, qualsiasi concessione rischia di apparire una sconfitta. E quando nessuno può permettersi di perdere la faccia, anche un compromesso ragionevole diventa politicamente difficile. È forse questo il limite più evidente della politica del grosso bastone applicata al nostro tempo.

E c'è un piccolo paradosso nella celebre frase di Roosevelt. Abbiamo ricordato per più di un secolo il “grosso bastone”, ma abbiamo prestato molta meno attenzione alle prime due parole: “parla gentilmente”. Forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire.

La diplomazia non è debolezza. Il compromesso non è necessariamente una resa. E sedersi attorno a un tavolo non significa rinunciare ai propri interessi. Al contrario, la buona politica internazionale consiste proprio nel riuscire a difenderli senza trasformare ogni divergenza in una prova muscolare.

Il grosso bastone può ancora servire a farsi ascoltare. Ma se diventa l’unico argomento rimasto sul tavolo, significa che la politica ha già fallito.

lunedì 31 agosto 2026

Elvira Federico: Sei mesi di “Tutto il buono”: le storie che abbiamo bisogno di ascoltare


Sei mesi di incontri, volti, emozioni e storie. “Tutto il buono” ha costruito puntata dopo puntata uno spazio diverso nel panorama dell'informazione: un luogo nel quale fermarsi a raccontare quella parte della realtà che troppo spesso fatica a diventare notizia. A guidare questo viaggio è Elvira Federico, che ha saputo imprimere alla trasmissione un'identità precisa attraverso un modo diretto, spontaneo e profondamente umano di incontrare le persone. Una conduzione mai sopra le righe, capace di accompagnare il racconto senza sovrastarlo, lasciando che siano soprattutto i protagonisti e le loro esperienze a parlare.

Viviamo in un tempo scandito da guerre, violenza, crisi, paure e tensioni. Notizie che devono essere raccontate, perché informare significa guardare la realtà anche quando è difficile. Ma la realtà non è fatta soltanto di ciò che va male. Esistono persone che aiutano altre persone, comunità che reagiscono, giovani che costruiscono, volontari che dedicano tempo agli altri, cittadini capaci di gesti straordinari nella loro normalità. Tutto il buono ha scelto di andare a cercare proprio queste storie. Elvira Federico lo fa con curiosità ed empatia, riuscendo a creare con i protagonisti quella confidenza necessaria a far emergere emozioni autentiche. Non cerca il sensazionalismo, cerca l'umanità. Ed è probabilmente questo uno degli elementi che hanno permesso al programma di entrare in sintonia con il pubblico.

Raccontare il bene non significa ignorare i problemi o costruire artificialmente un mondo positivo. Significa raccontare la realtà per intero, dando spazio anche a ciò che normalmente non conquista un titolo o l'apertura di un telegiornale. Forse questi primi sei mesi ci dicono soprattutto questo: abbiamo bisogno, oggi più che mai, di storie che facciano bene al cuore. Storie capaci di restituire fiducia e di ricordarci quanta umanità continui ad esserci intorno a noi. Tutto il buono ha saputo trasformare questa esigenza in un racconto televisivo riconoscibile. E molto della sua identità passa attraverso il sorriso, la sensibilità e la naturalezza di Elvira Federico, capace di raccontare il bene senza renderlo retorico. A settembre il best of e poi  ci rivediamo presto



domenica 30 agosto 2026

Mladić e la memoria selettiva: senza conoscere la storia non possiamo capire i Balcani

 

Le immagini di chi ancora oggi rende omaggio a Ratko Mladić possono indignare. Ma non dovrebbero stupire chi conosce la storia dei Balcani. Su Mladić il giudizio non può che essere netto. È stato condannato per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Srebrenica rimane una delle pagine più terribili della storia europea contemporanea.

Ma condannare non significa rinunciare a comprendere. E comprendere, in questo caso, significa fare ciò che troppo spesso dimentichiamo di fare: studiare la storia.

Per capire perché ancora oggi una parte del mondo serbo possa considerare Mladić un eroe bisogna andare molto più indietro delle guerre jugoslave degli anni Novanta.

La penisola balcanica è stata per secoli una terra di confine, attraversata da imperi, eserciti, religioni, migrazioni e popoli. L'espansione ottomana, la battaglia del Kosovo del 1389, la successiva incorporazione dei territori serbi nell'Impero ottomano e il lunghissimo confronto tra quest'ultimo e le potenze cristiane hanno lasciato tracce profonde nella costruzione delle identità collettive. Per secoli quella regione è stata una frontiera fra mondi differenti. Guerre, incursioni, rivolte, repressioni e spostamenti di popolazione hanno prodotto memorie che sono sopravvissute agli stessi imperi.

Naturalmente sarebbe storicamente sbagliato descrivere i secoli di dominazione ottomana come una guerra permanente tra cristiani e musulmani. Ci furono violenze e discriminazioni, ma anche convivenza, commerci, contaminazioni e lunghi periodi di relativa stabilità. Il punto è un altro: ciò che i popoli ricordano della propria storia non coincide necessariamente con tutta la loro storia.

Il Kosovo ne è un esempio straordinario. Una battaglia medievale è diventata nei secoli parte fondamentale dell'immaginario nazionale serbo: sconfitta, sacrificio, resistenza, identità e infine rinascita.

Quando nell'Ottocento l'Impero ottomano cominciò progressivamente a perdere il controllo dei suoi territori europei, quelle memorie incontrarono la forza crescente dei nazionalismi. La storia diventò così anche uno strumento attraverso il quale costruire le nuove nazioni.

Le guerre balcaniche del 1912 e 1913 mostrarono quanto questa miscela potesse essere esplosiva. E appena un anno dopo fu proprio Sarajevo a fornire la scintilla della Prima guerra mondiale. Non perché i nazionalismi balcanici ne fossero l'unica causa – le responsabilità e le ragioni del conflitto europeo furono enormemente più complesse – ma perché proprio lì si concentravano alcune delle tensioni che attraversavano l'Europa degli imperi.

Poi arrivò la Seconda guerra mondiale. E nei Balcani alla guerra contro gli occupanti si sovrapposero guerra civile, persecuzioni etniche, vendette e regolamenti di conti.

Gli ustascia croati massacrarono serbi, ebrei e rom. Formazioni cetniche serbe furono responsabili a loro volta di massacri contro musulmani e croati. C'erano gli occupanti tedeschi e italiani, i partigiani di Tito, collaborazionisti, nazionalisti e comunità che cercavano semplicemente di sopravvivere. È qui che il discorso sulla memoria diventa decisivo. Perché dopo una guerra del genere non rimangono soltanto i morti. Rimangono i racconti dei morti.

Ogni famiglia conserva i propri. Ogni comunità costruisce il proprio ricordo. Ogni popolo tramanda più facilmente le violenze che ha subito rispetto a quelle che ha commesso. Tito riuscì per decenni a tenere insieme la Jugoslavia anche attraverso una narrazione comune, quella della lotta partigiana e della fratellanza tra i popoli jugoslavi. Ma sotto quella costruzione politica continuarono a vivere memorie familiari, religiose e nazionali molto più antiche.

E quando la Jugoslavia cominciò a sgretolarsi, quelle memorie tornarono a parlare.

Non tornarono però come un libro di storia. Tornarono selezionate. Il serbo poteva ricordare i serbi massacrati dagli ustascia. Il croato poteva ricordare le proprie persecuzioni e la repressione jugoslava. Il musulmano bosniaco aveva la propria memoria delle violenze subite. Ognuno possedeva una storia attraverso la quale sentirsi vittima. Ed è proprio qui che la memoria diventa pericolosa: quando smette di servire a ricordare e comincia a servire a giustificare.

Le guerre degli anni Novanta non furono quindi la semplice prosecuzione inevitabile di odi vecchi di secoli. Sarebbe una lettura troppo facile e persino offensiva verso generazioni di persone che avevano vissuto insieme. Furono guerre determinate da precise scelte politiche, nazionalismi, leadership, propaganda e interessi.

Ma quelle leadership trovarono nella storia un arsenale potentissimo. Bastava scegliere quali morti ricordare. Ed è dentro questo meccanismo che bisogna leggere anche Mladić.

Questo non attenua di un millimetro le sue responsabilità. I crimini commessi contro i serbi nel passato non possono spiegare moralmente, e tantomeno giustificare, Srebrenica. Il dolore ereditato non concede mai il diritto di infliggerne altro.

Ma aiuta a comprendere come lo stesso uomo possa essere considerato un criminale di guerra da milioni di persone e contemporaneamente trasformato da altri nel simbolo del difensore della propria comunità. Ancora più impressionante è vedere giovani che lo celebrano senza avere vissuto quella guerra.

Quei ragazzi non stanno ricordando. Stanno ricordando ciò che è stato insegnato loro a ricordare. Ed è forse questo l'aspetto che dovrebbe interrogarci più delle manifestazioni stesse.

Perché una memoria selettiva può attraversare le generazioni. Può prendere un ragazzo nato molti anni dopo una guerra e consegnargli le paure, i nemici, le umiliazioni e persino le vendette di chi quella guerra l'ha combattuta.

La storia dovrebbe servire esattamente al contrario.

Dovrebbe costringerci ad aggiungere al racconto dei nostri morti anche quello dei morti degli altri. A conoscere le ragioni senza trasformarle in giustificazioni. A distinguere la comprensione dalla assoluzione.

Per questo davanti alle immagini di chi celebra Mladić indignarsi è comprensibile. Stupirsi un po' meno.

La storia non rende inevitabili le guerre e non condanna i popoli a ripetere per sempre gli stessi conflitti. Ma ignorarla ci impedisce di comprendere perché certi simboli continuino a sopravvivere.

La memoria selettiva ci racconta sempre quanto abbiamo sofferto noi. La storia, quando la studiamo davvero, ci obbliga a ricordare anche quanto abbiamo fatto soffrire gli altri.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra usare il passato e comprenderlo


sabato 29 agosto 2026

Stertinio l uomo di fiducia di Germanico


Germania, 15 d.C. Sono trascorsi sei anni dalla disfatta di Teutoburgo, dove l’esercito di Varo era stato annientato da Arminio. Tre legioni, la XVII, la XVIII e la XIX, erano state distrutte e le loro aquile erano cadute nelle mani dei Germani.

Germanico è tornato oltre il Reno e conduce una nuova offensiva. Durante l’avanzata divide le proprie forze e affida a Lucio Stertinio una expedita manus, un reparto leggero e mobile, inviandolo contro i Bructeri.

Stertinio li raggiunge mentre stanno incendiando il proprio territorio per non lasciare risorse ai Romani, li attacca e li disperde. È durante questa operazione che i suoi uomini recuperano una delle insegne perdute sei anni prima.

È l’aquila della Legio XIX.

Tacito registra l’avvenimento in poche righe, ma il valore militare e simbolico del recupero è evidente: una delle tre aquile catturate durante la disfatta di Varo torna nelle mani romane.

Poco dopo Germanico prosegue verso Teutoburgo. L’esercito raggiunge il luogo della battaglia del 9 d.C., dove sono ancora visibili i resti dei legionari caduti. Germanico ordina di seppellire i morti. La sequenza è significativa: prima viene recuperata l’aquila della XIX, poi i Romani tornano sul campo dove quella legione era stata annientata.

Stertinio continua a comparire nelle campagne di Germanico. Gli viene affidato anche il compito di gestire la resa di Segimero, fratello di Segeste, segno che il suo ruolo non era limitato alle operazioni militari.

Nel 16 d.C. lo ritroviamo nuovamente in azione. Mentre Germanico prepara lo scontro con Arminio, gli Angrivari si ribellano alle spalle dell’esercito romano. Germanico reagisce inviando Stertinio con cavalleria e truppe leggere, che intervengono nel loro territorio.

Dopo le successive vittorie romane, Germanico manda ancora Stertinio contro gli Angrivari. Questa volta non è necessario combattere: la popolazione si sottomette e accetta le condizioni imposte dai Romani.

Le fonti non consentono di definirlo propriamente il comandante della cavalleria di Germanico. Il quadro che emerge da Tacito è però abbastanza chiaro: Stertinio era uno degli ufficiali ai quali Germanico affidava reparti mobili e missioni autonome, soprattutto quando erano necessarie rapidità d’azione e capacità di operare lontano dal grosso delle legioni.

Combatte i Bructeri, recupera l’aquila della Legio XIX perduta a Teutoburgo, interviene contro gli Angrivari e partecipa alle operazioni che conducono alla loro sottomissione.

Poche notizie sono rimaste su Lucio Stertinio, ma quelle conservate da Tacito bastano a collocarlo tra gli ufficiali di fiducia di Germanico durante le grandi campagne romane oltre il Reno del 15 e 16 d.C.

giovedì 27 agosto 2026

John Hersey e Hiroshima quando il giornalismo si mette al servizio del lettore


Il reportage che cambiò il punto di osservazione sulla bomba atomica e mostrò la forza di un giornalismo capace di cercare i fatti, ascoltare le persone e lasciare al lettore la libertà di giudicare

Alle 8.15 del 6 agosto 1945 Hiroshima entrò nella storia. Poco più di un anno dopo John Hersey fece qualcosa di apparentemente molto più semplice: riportò dentro quella storia gli esseri umani. È forse questo il modo migliore per comprendere ancora oggi la grandezza di Hiroshima, il reportage pubblicato da The New Yorker il 31 agosto 1946. Non fu soltanto uno straordinario lavoro giornalistico sulla prima città colpita da una bomba atomica, ma una dimostrazione di cosa possa essere il giornalismo quando decide di mettersi realmente al servizio del lettore: cercare, verificare, ascoltare, ricostruire e infine raccontare, senza pretendere di sostituire il proprio giudizio a quello di chi legge.

Hersey era già un giornalista e scrittore affermato. Aveva seguito la Seconda guerra mondiale come corrispondente e nel 1945 aveva ricevuto il Premio Pulitzer per il romanzo A Bell for Adano. Il Pulitzer, quindi, non gli venne assegnato per Hiroshima, come talvolta erroneamente si pensa. Eppure sarebbe stato proprio quel reportage, pubblicato l'anno successivo, a diventare il lavoro indissolubilmente legato al suo nome e uno dei grandi esempi del giornalismo del Novecento.

Per comprenderne la portata bisogna provare a tornare al 1945. La bomba atomica rappresentava qualcosa che l'umanità non aveva mai conosciuto e il racconto era inevitabilmente dominato dalla dimensione militare e tecnologica: la potenza dell'esplosione, l'Enola Gay, Little Boy, il fungo atomico, la distruzione della città, la guerra contro il Giappone, la successiva bomba su Nagasaki e infine la resa. Hiroshima era soprattutto una città vista dall'alto, un obiettivo su una mappa e il luogo nel quale una nuova arma aveva dimostrato una capacità distruttiva fino a quel momento inconcepibile.

Hersey cambia completamente prospettiva. Scende a terra. Non parte dalla bomba, parte dalle persone. Ricostruisce l'esperienza di sei sopravvissuti: Toshiko Sasaki, una giovane impiegata; Masakazu Fujii, medico; Hatsuyo Nakamura, vedova e madre; Wilhelm Kleinsorge, sacerdote gesuita; Terufumi Sasaki, giovane medico; Kiyoshi Tanimoto, pastore metodista. Sei persone diverse che hanno una cosa in comune: alle 8.15 del 6 agosto si trovavano a Hiroshima. Hersey racconta dove erano, cosa stavano facendo, cosa videro, come reagirono e cosa accadde loro nelle ore e nei giorni successivi. È una scelta narrativa apparentemente elementare e proprio per questo potentissima: prima di Hersey Hiroshima era soprattutto una bomba; dopo Hersey Hiroshima diventò sei persone.

C'è poi un elemento del suo lavoro che dice molto sul significato stesso del mestiere giornalistico: Hersey rimane quasi invisibile. Non cerca di spiegare continuamente al lettore quanto sia sconvolgente quello che sta raccontando, non trasforma le proprie emozioni nel centro del reportage e soprattutto non diventa il protagonista della storia. Fa esattamente il contrario: si mette da parte. Intervista, verifica, confronta le testimonianze, ricostruisce gli eventi e organizza una quantità enorme di informazioni, poi lascia che siano i fatti e le persone a occupare la scena. È una concezione del giornalismo che conserva ancora oggi una forza straordinaria, perché il giornalista non dovrebbe necessariamente essere colui che dice al lettore cosa pensare, ma colui che gli permette di comprendere abbastanza per poter pensare autonomamente.

Essere al servizio del lettore significa proprio questo: avere abbastanza curiosità per fare una domanda in più, abbastanza pazienza per cercare un'altra fonte, abbastanza rigore per distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo e abbastanza umiltà per riconoscere che, una volta forniti gli elementi necessari, il giudizio appartiene a chi legge. In questo senso Hiroshima rappresenta perfettamente anche il significato più profondo del giornalismo d'inchiesta. L'inchiesta, infatti, non consiste necessariamente nello scoprire uno scandalo o nel trovare un documento segreto. È innanzitutto un metodo: non accontentarsi della versione immediatamente disponibile della realtà.

Nel 1946 esisteva già una grande narrazione: gli Stati Uniti avevano utilizzato una nuova arma, il Giappone si era arreso e la Seconda guerra mondiale era terminata. Hersey non cancella questa storia e non pretende neppure di risolvere definitivamente l'enorme dibattito storico e morale sull'utilizzo della bomba. Fa qualcosa di giornalisticamente ancora più importante: aggiunge alla storia ciò che mancava. Che cosa significava trovarsi sotto quella bomba? Cosa aveva visto un medico? Cosa aveva fatto una madre per proteggere i propri figli? Cosa succedeva negli ospedali? Come erano sopravvissute le persone? Sono domande semplici che modificano completamente il punto di osservazione. Ed è forse proprio da qui che nasce una delle funzioni più nobili dell'inchiesta: guardare dove tutti stanno già guardando e chiedersi cosa non stiamo vedendo.

La scelta del New Yorker amplificò enormemente la forza di questa operazione. Il 31 agosto 1946 la rivista dedicò sostanzialmente l'intero numero al reportage di Hersey. Per moltissimi lettori americani Hiroshima non veniva più osservata dalla prospettiva dell'aereo che aveva sganciato la bomba, ma da quella delle persone che si trovavano sotto. Questo non cancellava Pearl Harbor, la brutalità della guerra nel Pacifico, i crimini commessi dal Giappone o il dibattito sulle conseguenze che avrebbe potuto avere un'invasione delle isole giapponesi. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra giornalismo e propaganda. Un grande reportage non ha bisogno di cancellare una verità per sostituirla con un'altra: allarga il campo visivo. Dopo aver letto Hersey si poteva continuare a sostenere che l'impiego dell'atomica fosse stato militarmente necessario oppure sostenere il contrario, ma diventava molto più difficile discutere della bomba come di un concetto astratto. Adesso dietro i numeri c'erano dei volti.

Informare, infatti, non significa necessariamente convincere. La propaganda parte da una conclusione e cerca gli elementi necessari per portare il pubblico verso quella conclusione; il giornalismo dovrebbe fare il percorso opposto, partire dalle domande, raccogliere i fatti e mettere il lettore nella condizione di formarsi un'opinione. Hersey non ha bisogno di ripetere che ciò che accadde a Hiroshima fu terribile. Racconta ciò che accadde. Proprio l'assenza di enfasi rende il suo lavoro ancora più potente e il giornalista diventa quasi un tramite tra l'esperienza dei protagonisti e chi legge. Essere al servizio del lettore significa rispettarne l'intelligenza, non semplificare artificialmente la realtà per renderla compatibile con una tesi, ma renderla sufficientemente comprensibile perché possa affrontarne la complessità.

Questa lezione assume forse ancora più valore oggi. Nel 1946 un giornalista doveva raggiungere Hiroshima, trovare i sopravvissuti, parlare con loro, ricostruire gli eventi e solo successivamente pubblicare il proprio lavoro. Oggi una guerra arriva direttamente sul nostro telefono. Video registrati dai droni, fotografie satellitari, immagini dei soldati, testimonianze dei civili, comunicati ufficiali, propaganda, account anonimi e contenuti manipolati si mescolano continuamente. Abbiamo a disposizione una quantità di informazioni che Hersey non avrebbe potuto neppure immaginare, ma avere più informazioni non significa necessariamente essere meglio informati. Anzi, proprio l'abbondanza rende ancora più importante il lavoro del giornalista: verificare, contestualizzare, confrontare fonti contraddittorie, separare ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo e resistere alla velocità con cui una narrazione pretende di trasformarsi immediatamente in verità.

In questo senso Hiroshima ci ricorda anche qualcosa che nell'informazione contemporanea rischiamo di perdere: il giornalismo d'inchiesta ha bisogno di tempo. Tempo per fare domande, per dubitare, per verificare e persino per cambiare idea quando i fatti contraddicono l'ipotesi iniziale. Oggi essere primi sembra talvolta più importante dell'essere completi: una dichiarazione viene pubblicata pochi secondi dopo essere stata pronunciata e un'immagine diventa virale prima ancora che sia possibile stabilire da dove provenga. Il giornalista d'inchiesta deve invece conservare anche il coraggio di dire al proprio lettore: non sappiamo ancora abbastanza. Non è debolezza, è responsabilità.

Quarant'anni dopo la pubblicazione del reportage, nel 1985, Hersey tornò sulle vite dei suoi protagonisti. È un passaggio straordinario perché modifica ancora una volta la prospettiva. La bomba non è più soltanto ciò che accadde alle 8.15 del 6 agosto 1945, ma ciò che continuò ad accadere negli anni successivi: le malattie, le famiglie, il lavoro, la ricostruzione, la memoria e la vita di chi era sopravvissuto. In questo modo Hersey dimostrò che il grande giornalismo non racconta soltanto l'evento, ma può seguirne le conseguenze. Ed è forse questa una delle differenze più profonde tra cronaca e inchiesta: la cronaca inevitabilmente fotografa ciò che accade; l'inchiesta prova a capire perché è accaduto, cosa significa e cosa ha prodotto.

A ottant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la lezione di John Hersey rimane quindi sorprendentemente moderna. Il buon giornalista non dovrebbe avere come obiettivo quello di dimostrare quanto è bravo, non dovrebbe cercare di diventare più importante della storia che racconta e soprattutto non dovrebbe considerare il lettore qualcuno da condurre verso una conclusione prestabilita. Il suo compito è verificare prima di pubblicare, cercare le fonti che mancano, ascoltare anche ciò che mette in discussione la propria interpretazione, dichiarare ciò che non sa, dare un contesto ai numeri, distinguere i fatti dalle opinioni e soprattutto cercare gli esseri umani che rischiano di scomparire dietro le statistiche.

È precisamente ciò che fece John Hersey. Il 6 agosto 1945 il mondo aveva visto Hiroshima dall'alto: una città, una bomba, un fungo atomico, una guerra che si avvicinava alla conclusione. Un anno dopo Hersey spostò il punto di osservazione di poche migliaia di metri. Scese a terra e, attraverso sei persone, costrinse milioni di lettori a osservare lo stesso evento da una prospettiva completamente diversa. Non disse loro cosa dovessero pensare. Diede loro qualcosa di molto più prezioso: gli elementi per poter pensare.

Forse è proprio questa, ancora oggi, la funzione più alta del giornalismo d'inchiesta: non scegliere al posto del lettore, ma metterlo nella condizione di scegliere consapevolmente cosa pensare.

martedì 25 agosto 2026

Una storia biellese Eriberto Ramella Germanin il socialista ucciso dagli squadristi nel 1921 al Favaro


 

Il nome di Eriberto Ramella Germanin è comparso il 25 agosto 2026 sulle pagine del Corriere della Sera, riportando alla luce una vicenda del Biellese che racconta bene il clima politico e sociale nel quale il fascismo iniziò ad affermarsi. Ramella Germanin era socialista, consigliere provinciale e assessore del Comune di Cossila. Aveva 38 anni quando, il 13 maggio 1921, venne ucciso a Favaro durante un'aggressione squadrista.

Per comprendere quanto accadde bisogna tornare all'Italia del primo dopoguerra. Il Paese usciva dal cosiddetto Biennio rosso del 1919-1920, caratterizzato da scioperi, occupazioni delle fabbriche e delle terre, crescita delle organizzazioni socialiste e sindacali e una fortissima conflittualità sociale. Nel Biellese, territorio industriale e operaio, il movimento socialista aveva radici particolarmente profonde.

Tra la fine del 1920 e il 1921 lo scenario cambia rapidamente. Alla mobilitazione socialista si contrappone la crescita dello squadrismo fascista: spedizioni punitive, assalti alle sedi politiche e sindacali, alle cooperative e alle Camere del lavoro, intimidazioni e violenze contro militanti e amministratori socialisti. È in questo contesto che si arriva al 13 maggio 1921.

Quel giorno a Favaro è previsto un comizio del giovane avvocato e candidato liberale Anton Dante Coda. Nel paese arrivano anche gruppi di squadristi fascisti che sostengono la sua candidatura.

Ramella Germanin gestisce una trattoria a Favaro ed è proprio attorno al locale che prende forma l'episodio. Secondo le ricostruzioni disponibili, alcuni fascisti entrano nella trattoria e iniziano le provocazioni. La tensione cresce rapidamente e lo scontro si sposta all'esterno, nel clima già molto acceso che accompagna il comizio.

Ramella Germanin viene affrontato in evidente inferiorità numerica – il Corriere della Sera ricorda l'episodio come un'aggressione «dodici contro uno» – e nel corso degli scontri viene raggiunto mortalmente da colpi d'arma da fuoco. Anche suo fratello Edmondo rimane gravemente ferito.

La morte di Ramella Germanin provoca una forte reazione nel Biellese e viene proclamato uno sciopero generale di protesta.

C'è poi un aspetto della storia che merita di essere ricordato. Gli squadristi presenti a Favaro sostenevano in quella fase la candidatura di Anton Dante Coda, ma il percorso politico dello stesso Coda avrebbe successivamente preso una direzione molto diversa. Dopo l'affermazione del fascismo entrò progressivamente in contrasto con il regime e il suo studio torinese divenne un luogo d'incontro dell'antifascismo. Durante la Resistenza sarebbe poi entrato nel Comitato di Liberazione Nazionale, in rappresentanza dell'area liberale.

Una parabola che restituisce anche la complessità di quegli anni, nei quali alleanze, posizioni politiche e schieramenti erano destinati a cambiare profondamente con la trasformazione del fascismo da movimento protagonista delle violenze squadriste a regime.

L'uccisione di Ramella Germanin avviene infatti nel maggio del 1921. Mussolini non è ancora al governo e manca quasi un anno e mezzo alla Marcia su Roma, ma la violenza politica è già diventata uno degli strumenti attraverso i quali il fascismo conquista progressivamente spazio e potere sul territorio.

La vicenda di Eriberto Ramella Germanin racconta quindi, attraverso una storia piemontese, il passaggio dal Biennio rosso alla reazione squadrista e mostra come l'affermazione del fascismo non inizi improvvisamente nell'ottobre del 1922. Prima della Marcia su Roma ci furono le piazze, le spedizioni punitive, gli assalti alle organizzazioni dei lavoratori e gli scontri che attraversarono città e piccoli centri italiani.

E il 13 maggio 1921 quella violenza arrivò anche davanti alla trattoria di Eriberto Ramella Germanin, a Favaro.

La notte in cui una sfida tra amici invento due mostri immortali

A volte la storia nasce quasi per caso. Da una serata di pioggia, da qualche libro lasciato sul tavolo e da una sfida tra amici che nessuno...