giovedì 27 agosto 2026

John Hersey e Hiroshima quando il giornalismo si mette al servizio del lettore


Il reportage che cambiò il punto di osservazione sulla bomba atomica e mostrò la forza di un giornalismo capace di cercare i fatti, ascoltare le persone e lasciare al lettore la libertà di giudicare

Alle 8.15 del 6 agosto 1945 Hiroshima entrò nella storia. Poco più di un anno dopo John Hersey fece qualcosa di apparentemente molto più semplice: riportò dentro quella storia gli esseri umani. È forse questo il modo migliore per comprendere ancora oggi la grandezza di Hiroshima, il reportage pubblicato da The New Yorker il 31 agosto 1946. Non fu soltanto uno straordinario lavoro giornalistico sulla prima città colpita da una bomba atomica, ma una dimostrazione di cosa possa essere il giornalismo quando decide di mettersi realmente al servizio del lettore: cercare, verificare, ascoltare, ricostruire e infine raccontare, senza pretendere di sostituire il proprio giudizio a quello di chi legge.

Hersey era già un giornalista e scrittore affermato. Aveva seguito la Seconda guerra mondiale come corrispondente e nel 1945 aveva ricevuto il Premio Pulitzer per il romanzo A Bell for Adano. Il Pulitzer, quindi, non gli venne assegnato per Hiroshima, come talvolta erroneamente si pensa. Eppure sarebbe stato proprio quel reportage, pubblicato l'anno successivo, a diventare il lavoro indissolubilmente legato al suo nome e uno dei grandi esempi del giornalismo del Novecento.

Per comprenderne la portata bisogna provare a tornare al 1945. La bomba atomica rappresentava qualcosa che l'umanità non aveva mai conosciuto e il racconto era inevitabilmente dominato dalla dimensione militare e tecnologica: la potenza dell'esplosione, l'Enola Gay, Little Boy, il fungo atomico, la distruzione della città, la guerra contro il Giappone, la successiva bomba su Nagasaki e infine la resa. Hiroshima era soprattutto una città vista dall'alto, un obiettivo su una mappa e il luogo nel quale una nuova arma aveva dimostrato una capacità distruttiva fino a quel momento inconcepibile.

Hersey cambia completamente prospettiva. Scende a terra. Non parte dalla bomba, parte dalle persone. Ricostruisce l'esperienza di sei sopravvissuti: Toshiko Sasaki, una giovane impiegata; Masakazu Fujii, medico; Hatsuyo Nakamura, vedova e madre; Wilhelm Kleinsorge, sacerdote gesuita; Terufumi Sasaki, giovane medico; Kiyoshi Tanimoto, pastore metodista. Sei persone diverse che hanno una cosa in comune: alle 8.15 del 6 agosto si trovavano a Hiroshima. Hersey racconta dove erano, cosa stavano facendo, cosa videro, come reagirono e cosa accadde loro nelle ore e nei giorni successivi. È una scelta narrativa apparentemente elementare e proprio per questo potentissima: prima di Hersey Hiroshima era soprattutto una bomba; dopo Hersey Hiroshima diventò sei persone.

C'è poi un elemento del suo lavoro che dice molto sul significato stesso del mestiere giornalistico: Hersey rimane quasi invisibile. Non cerca di spiegare continuamente al lettore quanto sia sconvolgente quello che sta raccontando, non trasforma le proprie emozioni nel centro del reportage e soprattutto non diventa il protagonista della storia. Fa esattamente il contrario: si mette da parte. Intervista, verifica, confronta le testimonianze, ricostruisce gli eventi e organizza una quantità enorme di informazioni, poi lascia che siano i fatti e le persone a occupare la scena. È una concezione del giornalismo che conserva ancora oggi una forza straordinaria, perché il giornalista non dovrebbe necessariamente essere colui che dice al lettore cosa pensare, ma colui che gli permette di comprendere abbastanza per poter pensare autonomamente.

Essere al servizio del lettore significa proprio questo: avere abbastanza curiosità per fare una domanda in più, abbastanza pazienza per cercare un'altra fonte, abbastanza rigore per distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo e abbastanza umiltà per riconoscere che, una volta forniti gli elementi necessari, il giudizio appartiene a chi legge. In questo senso Hiroshima rappresenta perfettamente anche il significato più profondo del giornalismo d'inchiesta. L'inchiesta, infatti, non consiste necessariamente nello scoprire uno scandalo o nel trovare un documento segreto. È innanzitutto un metodo: non accontentarsi della versione immediatamente disponibile della realtà.

Nel 1946 esisteva già una grande narrazione: gli Stati Uniti avevano utilizzato una nuova arma, il Giappone si era arreso e la Seconda guerra mondiale era terminata. Hersey non cancella questa storia e non pretende neppure di risolvere definitivamente l'enorme dibattito storico e morale sull'utilizzo della bomba. Fa qualcosa di giornalisticamente ancora più importante: aggiunge alla storia ciò che mancava. Che cosa significava trovarsi sotto quella bomba? Cosa aveva visto un medico? Cosa aveva fatto una madre per proteggere i propri figli? Cosa succedeva negli ospedali? Come erano sopravvissute le persone? Sono domande semplici che modificano completamente il punto di osservazione. Ed è forse proprio da qui che nasce una delle funzioni più nobili dell'inchiesta: guardare dove tutti stanno già guardando e chiedersi cosa non stiamo vedendo.

La scelta del New Yorker amplificò enormemente la forza di questa operazione. Il 31 agosto 1946 la rivista dedicò sostanzialmente l'intero numero al reportage di Hersey. Per moltissimi lettori americani Hiroshima non veniva più osservata dalla prospettiva dell'aereo che aveva sganciato la bomba, ma da quella delle persone che si trovavano sotto. Questo non cancellava Pearl Harbor, la brutalità della guerra nel Pacifico, i crimini commessi dal Giappone o il dibattito sulle conseguenze che avrebbe potuto avere un'invasione delle isole giapponesi. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra giornalismo e propaganda. Un grande reportage non ha bisogno di cancellare una verità per sostituirla con un'altra: allarga il campo visivo. Dopo aver letto Hersey si poteva continuare a sostenere che l'impiego dell'atomica fosse stato militarmente necessario oppure sostenere il contrario, ma diventava molto più difficile discutere della bomba come di un concetto astratto. Adesso dietro i numeri c'erano dei volti.

Informare, infatti, non significa necessariamente convincere. La propaganda parte da una conclusione e cerca gli elementi necessari per portare il pubblico verso quella conclusione; il giornalismo dovrebbe fare il percorso opposto, partire dalle domande, raccogliere i fatti e mettere il lettore nella condizione di formarsi un'opinione. Hersey non ha bisogno di ripetere che ciò che accadde a Hiroshima fu terribile. Racconta ciò che accadde. Proprio l'assenza di enfasi rende il suo lavoro ancora più potente e il giornalista diventa quasi un tramite tra l'esperienza dei protagonisti e chi legge. Essere al servizio del lettore significa rispettarne l'intelligenza, non semplificare artificialmente la realtà per renderla compatibile con una tesi, ma renderla sufficientemente comprensibile perché possa affrontarne la complessità.

Questa lezione assume forse ancora più valore oggi. Nel 1946 un giornalista doveva raggiungere Hiroshima, trovare i sopravvissuti, parlare con loro, ricostruire gli eventi e solo successivamente pubblicare il proprio lavoro. Oggi una guerra arriva direttamente sul nostro telefono. Video registrati dai droni, fotografie satellitari, immagini dei soldati, testimonianze dei civili, comunicati ufficiali, propaganda, account anonimi e contenuti manipolati si mescolano continuamente. Abbiamo a disposizione una quantità di informazioni che Hersey non avrebbe potuto neppure immaginare, ma avere più informazioni non significa necessariamente essere meglio informati. Anzi, proprio l'abbondanza rende ancora più importante il lavoro del giornalista: verificare, contestualizzare, confrontare fonti contraddittorie, separare ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo e resistere alla velocità con cui una narrazione pretende di trasformarsi immediatamente in verità.

In questo senso Hiroshima ci ricorda anche qualcosa che nell'informazione contemporanea rischiamo di perdere: il giornalismo d'inchiesta ha bisogno di tempo. Tempo per fare domande, per dubitare, per verificare e persino per cambiare idea quando i fatti contraddicono l'ipotesi iniziale. Oggi essere primi sembra talvolta più importante dell'essere completi: una dichiarazione viene pubblicata pochi secondi dopo essere stata pronunciata e un'immagine diventa virale prima ancora che sia possibile stabilire da dove provenga. Il giornalista d'inchiesta deve invece conservare anche il coraggio di dire al proprio lettore: non sappiamo ancora abbastanza. Non è debolezza, è responsabilità.

Quarant'anni dopo la pubblicazione del reportage, nel 1985, Hersey tornò sulle vite dei suoi protagonisti. È un passaggio straordinario perché modifica ancora una volta la prospettiva. La bomba non è più soltanto ciò che accadde alle 8.15 del 6 agosto 1945, ma ciò che continuò ad accadere negli anni successivi: le malattie, le famiglie, il lavoro, la ricostruzione, la memoria e la vita di chi era sopravvissuto. In questo modo Hersey dimostrò che il grande giornalismo non racconta soltanto l'evento, ma può seguirne le conseguenze. Ed è forse questa una delle differenze più profonde tra cronaca e inchiesta: la cronaca inevitabilmente fotografa ciò che accade; l'inchiesta prova a capire perché è accaduto, cosa significa e cosa ha prodotto.

A ottant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la lezione di John Hersey rimane quindi sorprendentemente moderna. Il buon giornalista non dovrebbe avere come obiettivo quello di dimostrare quanto è bravo, non dovrebbe cercare di diventare più importante della storia che racconta e soprattutto non dovrebbe considerare il lettore qualcuno da condurre verso una conclusione prestabilita. Il suo compito è verificare prima di pubblicare, cercare le fonti che mancano, ascoltare anche ciò che mette in discussione la propria interpretazione, dichiarare ciò che non sa, dare un contesto ai numeri, distinguere i fatti dalle opinioni e soprattutto cercare gli esseri umani che rischiano di scomparire dietro le statistiche.

È precisamente ciò che fece John Hersey. Il 6 agosto 1945 il mondo aveva visto Hiroshima dall'alto: una città, una bomba, un fungo atomico, una guerra che si avvicinava alla conclusione. Un anno dopo Hersey spostò il punto di osservazione di poche migliaia di metri. Scese a terra e, attraverso sei persone, costrinse milioni di lettori a osservare lo stesso evento da una prospettiva completamente diversa. Non disse loro cosa dovessero pensare. Diede loro qualcosa di molto più prezioso: gli elementi per poter pensare.

Forse è proprio questa, ancora oggi, la funzione più alta del giornalismo d'inchiesta: non scegliere al posto del lettore, ma metterlo nella condizione di scegliere consapevolmente cosa pensare.

martedì 25 agosto 2026

Una storia biellese Eriberto Ramella Germanin il socialista ucciso dagli squadristi nel 1921 al Favaro


 

Il nome di Eriberto Ramella Germanin è comparso il 25 agosto 2026 sulle pagine del Corriere della Sera, riportando alla luce una vicenda del Biellese che racconta bene il clima politico e sociale nel quale il fascismo iniziò ad affermarsi. Ramella Germanin era socialista, consigliere provinciale e assessore del Comune di Cossila. Aveva 38 anni quando, il 13 maggio 1921, venne ucciso a Favaro durante un'aggressione squadrista.

Per comprendere quanto accadde bisogna tornare all'Italia del primo dopoguerra. Il Paese usciva dal cosiddetto Biennio rosso del 1919-1920, caratterizzato da scioperi, occupazioni delle fabbriche e delle terre, crescita delle organizzazioni socialiste e sindacali e una fortissima conflittualità sociale. Nel Biellese, territorio industriale e operaio, il movimento socialista aveva radici particolarmente profonde.

Tra la fine del 1920 e il 1921 lo scenario cambia rapidamente. Alla mobilitazione socialista si contrappone la crescita dello squadrismo fascista: spedizioni punitive, assalti alle sedi politiche e sindacali, alle cooperative e alle Camere del lavoro, intimidazioni e violenze contro militanti e amministratori socialisti. È in questo contesto che si arriva al 13 maggio 1921.

Quel giorno a Favaro è previsto un comizio del giovane avvocato e candidato liberale Anton Dante Coda. Nel paese arrivano anche gruppi di squadristi fascisti che sostengono la sua candidatura.

Ramella Germanin gestisce una trattoria a Favaro ed è proprio attorno al locale che prende forma l'episodio. Secondo le ricostruzioni disponibili, alcuni fascisti entrano nella trattoria e iniziano le provocazioni. La tensione cresce rapidamente e lo scontro si sposta all'esterno, nel clima già molto acceso che accompagna il comizio.

Ramella Germanin viene affrontato in evidente inferiorità numerica – il Corriere della Sera ricorda l'episodio come un'aggressione «dodici contro uno» – e nel corso degli scontri viene raggiunto mortalmente da colpi d'arma da fuoco. Anche suo fratello Edmondo rimane gravemente ferito.

La morte di Ramella Germanin provoca una forte reazione nel Biellese e viene proclamato uno sciopero generale di protesta.

C'è poi un aspetto della storia che merita di essere ricordato. Gli squadristi presenti a Favaro sostenevano in quella fase la candidatura di Anton Dante Coda, ma il percorso politico dello stesso Coda avrebbe successivamente preso una direzione molto diversa. Dopo l'affermazione del fascismo entrò progressivamente in contrasto con il regime e il suo studio torinese divenne un luogo d'incontro dell'antifascismo. Durante la Resistenza sarebbe poi entrato nel Comitato di Liberazione Nazionale, in rappresentanza dell'area liberale.

Una parabola che restituisce anche la complessità di quegli anni, nei quali alleanze, posizioni politiche e schieramenti erano destinati a cambiare profondamente con la trasformazione del fascismo da movimento protagonista delle violenze squadriste a regime.

L'uccisione di Ramella Germanin avviene infatti nel maggio del 1921. Mussolini non è ancora al governo e manca quasi un anno e mezzo alla Marcia su Roma, ma la violenza politica è già diventata uno degli strumenti attraverso i quali il fascismo conquista progressivamente spazio e potere sul territorio.

La vicenda di Eriberto Ramella Germanin racconta quindi, attraverso una storia piemontese, il passaggio dal Biennio rosso alla reazione squadrista e mostra come l'affermazione del fascismo non inizi improvvisamente nell'ottobre del 1922. Prima della Marcia su Roma ci furono le piazze, le spedizioni punitive, gli assalti alle organizzazioni dei lavoratori e gli scontri che attraversarono città e piccoli centri italiani.

E il 13 maggio 1921 quella violenza arrivò anche davanti alla trattoria di Eriberto Ramella Germanin, a Favaro.

Overextension quando la guerra diventa la trappola del più forte



Da Napoleone alle guerre dei droni: per una grande potenza il tempo può trasformarsi da alleato in nemico C'è una parola che può aiutare a leggere molte delle guerre degli ultimi tre secoli: overextension, la sovraestensione della potenza. È il momento in cui un Paese militarmente superiore scopre che essere più forte dell'avversario non significa necessariamente riuscire a vincere la guerra. La superiorità può essere schiacciante all'inizio, ma se non viene trasformata rapidamente in un risultato politico, con il passare del tempo entrano in gioco altre variabili: le distanze, la logistica, i rifornimenti, la capacità industriale, il costo delle armi, gli alleati, il consenso dell'opinione pubblica e soprattutto la capacità dell'avversario di adattarsi e continuare a combattere.

È questo il vero problema per una grande potenza: se vuole sfruttare appieno la propria superiorità deve cercare di raggiungere gli obiettivi della guerra nel più breve tempo possibile. Non esiste un numero di giorni valido per ogni conflitto. Esiste però una dinamica ricorrente nella storia: più una guerra si prolunga senza produrre un risultato politico decisivo, più aumenta il rischio di impantanarsi. E quando una guerra di movimento diventa una guerra di logoramento, la differenza iniziale di potenza può progressivamente perdere importanza.

Napoleone lo scoprì in Russia nel 1812. Quando la Grande Armée attraversò il Niemen, l'imperatore francese disponeva di una forza enorme, composta da centinaia di migliaia di uomini provenienti da gran parte dell'Europa napoleonica. Era la rappresentazione visibile di una potenza apparentemente irresistibile. Ma proprio quelle dimensioni contenevano una fragilità: un esercito immenso doveva essere alimentato, rifornito, mantenuto in movimento e collegato alle proprie retrovie. Ogni chilometro percorso verso est rendeva tutto più difficile.

I russi potevano permettersi ciò che Napoleone non poteva permettersi: cedere spazio e guadagnare tempo. L'esercito francese avanzava, ma avanzando consumava se stesso. Le linee di rifornimento diventavano sempre più lunghe, gli uomini diminuivano, i cavalli morivano, le comunicazioni diventavano più difficili. Dopo la sanguinosissima battaglia di Borodino, Napoleone arrivò a Mosca. Apparentemente aveva raggiunto il proprio obiettivo militare. Ma Alessandro I non chiese la pace.

Questo è forse il punto più importante dell'intera campagna: Napoleone aveva conquistato Mosca senza aver vinto la guerra.

Il problema non fu quindi soltanto il celebre inverno russo. Quando arrivò il grande freddo, la situazione francese era già gravemente compromessa. Napoleone era entrato nella trappola dell'overextension: aveva conquistato una quantità enorme di territorio senza riuscire a trasformare quelle conquiste in una decisione politica. Più rimaneva in Russia, più il tempo lavorava contro di lui.

All'epoca anche le comunicazioni rappresentavano una parte essenziale del problema. Gli ordini viaggiavano attraverso corrieri e dispacci, le informazioni potevano impiegare giorni per raggiungere i comandanti e la distanza dal centro politico diventava anche distanza informativa. Oggi satelliti, reti digitali e sistemi di comunicazione consentono di seguire un conflitto quasi in tempo reale, ma questo non ha eliminato il problema del tempo. Lo ha semplicemente trasformato.

Oggi una guerra viene infatti combattuta contemporaneamente sul campo e davanti all'opinione pubblica. Il processo era già iniziato nell'Ottocento, quando il telegrafo e i primi grandi reportage dalla guerra di Crimea cominciarono a ridurre la distanza tra il fronte e i cittadini. Con la radio e soprattutto con la televisione il rapporto diventò ancora più stretto. Durante il Vietnam le immagini della guerra entrarono nelle case degli americani e contribuirono, insieme alle perdite, ai costi e alla difficoltà di individuare una conclusione convincente del conflitto, a rendere sempre più problematica la sua sostenibilità politica.

Internet e i social network hanno portato questo processo all'estremo. Oggi la telecamera di un drone può registrare un attacco e quelle immagini possono circolare nel mondo pochi minuti dopo. Ogni successo può diventare propaganda, ogni errore può trasformarsi in una crisi comunicativa e ogni perdita può entrare immediatamente nel dibattito politico. Per una grande potenza questo significa che anche il consenso è diventato una risorsa da consumare durante una guerra.

Vietnam e Afghanistan mostrano un altro aspetto fondamentale dell'overextension. L'attore militarmente più debole non deve necessariamente sconfiggere frontalmente la grande potenza. In determinate guerre può bastargli sopravvivere. Continuare a combattere. Rendere progressivamente più costosa la presenza dell'avversario e aspettare che, nella società della potenza intervenuta, cominci a diffondersi una domanda molto semplice: perché siamo ancora qui?

La guerra cambia così natura. All'inizio la domanda è: chi è militarmente più forte? Dopo anni può diventare: chi è disposto a continuare più a lungo?

Le guerre contemporanee dei droni rendono questo problema ancora più interessante perché stanno modificando persino il rapporto tra superiorità tecnologica e superiorità economica. Per decenni abbiamo immaginato l'evoluzione militare come una corsa verso sistemi sempre più sofisticati e costosi. Oggi sistemi relativamente economici come i droni della famiglia Shahed di origine iraniana mostrano una logica differente.

Non avrebbe senso sostenere che ogni Shahed venga contrastato con un missile Patriot: le difese aeree sono stratificate e utilizzano strumenti diversi a seconda della minaccia. Il problema strategico è però evidente. Un drone relativamente economico può costringere il difensore ad attivare radar, guerra elettronica, sistemi contraerei e, in determinate circostanze, intercettori il cui costo può essere enormemente superiore a quello della minaccia.

È una forma moderna di logoramento.

Non bisogna infatti guardare soltanto al valore del drone abbattuto. Bisogna chiedersi quanto costa impedirgli di raggiungere il bersaglio. Se un sistema offensivo relativamente economico obbliga continuamente l'avversario a utilizzare risorse scarse e molto più costose, anche l'intercettazione riuscita può contribuire alla pressione economica e industriale sul difensore.

La risposta sarà probabilmente sempre più tecnologica ma, paradossalmente, anche più economica. A un drone non sarà conveniente contrapporre sistematicamente un missile da milioni: sempre più spesso si cercherà di contrapporre un altro drone, un sistema di guerra elettronica o comunque un intercettore sufficientemente economico da rendere sostenibile lo scambio.

La guerra del futuro potrebbe quindi essere combattuta attraverso tecnologie sofisticatissime, ma seguendo una logica sorprendentemente antica: quanto costa produrre, quanto velocemente posso produrre e per quanto tempo posso continuare a farlo?

La tecnologia torna così a incontrare l'industria. Non basta progettare il sistema migliore. Bisogna poterlo costruire in quantità sufficienti, sostituirlo rapidamente, modificarlo quando l'avversario sviluppa una contromisura e mantenere aperta una catena di approvvigionamento capace di funzionare per mesi o anni.

Ed è qui che torniamo all'overextension. Una grande potenza dispone normalmente del massimo vantaggio nella fase iniziale del conflitto. Se riesce a trasformarlo rapidamente in un risultato politico, può evitare la trappola. Se invece la guerra si prolunga e si impantana, cambia progressivamente il terreno sul quale viene misurata la forza.

Dopo mesi o anni non conta più soltanto chi possiede l'aereo migliore, il missile più preciso o il sistema tecnologicamente più avanzato. Conta chi produce più munizioni, chi sostituisce più rapidamente i mezzi perduti, chi dispone delle materie prime necessarie, chi mantiene aperte le proprie catene logistiche, chi conserva gli alleati, chi riesce a finanziare il conflitto e chi mantiene il consenso della propria popolazione.

La tecnologia può quindi rendere una battaglia velocissima senza rendere necessariamente breve una guerra. Anzi, droni economici, sistemi autonomi e capacità di produzione diffuse possono consentire anche a un avversario più debole di sopravvivere abbastanza a lungo da trascinare quello più forte proprio dove non vorrebbe trovarsi: in una guerra di logoramento senza una chiara via d'uscita.

Da Napoleone nella Russia del 1812 alle guerre dei droni del XXI secolo sono cambiate quasi tutte le tecnologie. La velocità delle comunicazioni è diventata istantanea, il campo di battaglia è osservabile dai satelliti e macchine relativamente economiche possono colpire obiettivi a centinaia di chilometri di distanza. Ma una delle domande fondamentali della guerra è rimasta sorprendentemente simile.

Non basta chiedersi chi è più forte quando la guerra comincia.

Bisogna chiedersi chi riuscirà ancora a sostenerla quando sarà durata molto più di quanto entrambi avevano previsto.

È allora che nasce l'overextension. Ed è allora che per la potenza militarmente superiore il rischio più grande non è necessariamente essere sconfitta sul campo, ma impantanarsi in una guerra che non riesce più né a vincere rapidamente né a concludere alle proprie condizioni.


lunedì 24 agosto 2026

Appunti di viaggio: Tubinga la città dove è bello camminare e pensare


 

Ci sono città che si visitano e altre che, quasi senza accorgersene, invitano a rallentare. Tubinga appartiene alla seconda categoria. Forse perché è una città universitaria, forse perché tra queste strade sono passati filosofi, poeti e pensatori, o forse semplicemente perché tutto sembra predisposto per camminare senza una meta precisa, osservare e lasciare spazio ai pensieri.

La prima cosa che colpisce è l'architettura tedesca del centro storico, con le case a graticcio, le facciate strette e i colori che interrompono qualsiasi idea di una Germania grigia e severa. Gialli, rossi, verdi, azzurri si rincorrono lungo le vie e intorno alle piazze, creando un'atmosfera calda, quasi fiabesca. E poi ci sono i piccoli bar, i tavolini all'aperto, le persone che si fermano a parlare e quei dettagli che raccontano molto più di un monumento: le ceste e le cassette di libri lasciate fuori dalle porte, libri da guardare, sfogliare, prendere, come se in una città legata da secoli alla cultura fosse naturale che anche i libri abitassero le strade.

Tubinga è del resto una città nella quale il pensiero ha lasciato tracce profonde. Qui hanno studiato o vissuto figure come Hegel, Hölderlin e Schelling, e passeggiando per il centro è difficile non percepire questo rapporto particolare tra la città, l'università e la cultura. Non è una presenza monumentale o celebrativa: sembra piuttosto qualcosa che continua a vivere nella quotidianità.

Poi si arriva al Neckar e Tubinga cambia ancora. Le case colorate si specchiano nell'acqua, le caratteristiche barche attraversano lentamente il fiume e per qualche momento il paesaggio può ricordare, in piccolo e con un'identità completamente diversa, il rapporto che Venezia ha costruito con i suoi canali. Non una piccola Venezia, perché Tubinga non ha bisogno di assomigliare a nessun'altra città, ma un luogo nel quale l'acqua diventa parte dell'architettura e del modo stesso di vivere lo spazio urbano.

Ed è probabilmente questo ciò che mi è rimasto maggiormente dell'ultima visita. Non un singolo edificio o un monumento, ma un'atmosfera: le case colorate, l'acqua, i libri fuori dalle porte, i bar, gli studenti, le strade raccolte e quella sensazione di trovarsi in una città costruita a misura di persona.

In un'epoca nella quale attraversiamo sempre più velocemente città, informazioni e perfino pensieri, Tubinga sembra suggerire esattamente il contrario: fermarsi, camminare, osservare.

Forse non è un caso che tanti pensatori siano passati da qui. Ci sono luoghi che aiutano a correre e produrre, altri che invitano a consumare. Tubinga sembra fatta per qualcosa di molto più semplice e oggi quasi prezioso: camminare e pensare.

domenica 23 agosto 2026

L'errore in diretta e la gogna: abbiamo perso il diritto di sbagliare ?


C'è qualcosa che mi colpisce nelle polemiche nate intorno al bordocampista di DAZN che, convinto di stare registrando un intervento e non di essere in diretta, ha interpretato quel momento con un approccio evidentemente diverso da quello che avrebbe avuto sapendo di essere già in onda. Si può discutere dell'errore, naturalmente. Si può discutere di chi avrebbe dovuto avvisarlo, di un ritorno audio che forse non è arrivato, di un segnale non percepito, di una comunicazione che evidentemente non ha funzionato. Ma, sinceramente, non è questo l'aspetto che trovo più interessante.

Non mi interessa mettere sul banco degli imputati il giornalista e nemmeno cercare un tecnico da accusare. Mi colpisce molto di più la scarsissima indulgenza con cui oggi giudichiamo l'errore degli altri, soprattutto quando quell'errore avviene davanti a una telecamera e può essere registrato, ritagliato, condiviso e commentato migliaia di volte.

In pochi minuti un errore professionale può trasformarsi in una gogna mediatica. Arrivano le sentenze, le battute, gli esperti improvvisati, quelli che spiegano come avrebbe dovuto comportarsi, quelli che assicurano che loro non avrebbero mai commesso un errore simile. E allora a tutti coloro che pontificano con tanta sicurezza vorrei fare una domanda molto semplice: vi siete mai trovati davvero davanti a una telecamera, con un microfono aperto, sapendo di avere pochi secondi per costruire un pensiero e pronunciarlo in maniera comprensibile davanti a migliaia di persone?

Perché da casa è tutto semplice. La frase giusta viene sempre in mente. Il tono è quello corretto. La battuta sarebbe stata migliore. Il concetto sarebbe stato espresso diversamente. Ma una diretta non funziona così. In una diretta i secondi contano. Qualcuno ti dà la linea e improvvisamente devi esserci. Devi aprire un collegamento, mettere insieme informazioni e pensieri, ascoltare quello che arriva nell'auricolare, osservare ciò che accade intorno a te e contemporaneamente parlare sapendo che non esiste il tasto "annulla".

Chiunque abbia provato anche una sola volta a parlare davanti a una telecamera conosce quella strana alterazione del tempo. Cinque secondi possono sembrare lunghissimi quando aspetti di andare in onda e diventare improvvisamente pochissimi quando devi trovare le prime parole. Devi costruire una frase mentre la stai già pronunciando. Devi sapere dove vuoi arrivare prima ancora di avere completamente deciso come arrivarci. E se qualcosa nella catena tecnica o comunicativa non funziona come ti aspetti, puoi sbagliare.

Non significa che chi lavora in televisione non debba essere preparato. Al contrario: essere professionisti significa allenarsi proprio a gestire l'imprevisto. E naturalmente un errore può essere analizzato e criticato. Ma esiste una differenza enorme tra criticare una prestazione e mettere alla gogna una persona.

È questa distinzione che mi sembra stiamo progressivamente perdendo.

I social hanno creato un gigantesco tribunale nel quale tutti siamo contemporaneamente pubblico, pubblico ministero e giudice. Abbiamo il replay, possiamo riascoltare una frase dieci volte, fermarla, isolarla dal contesto e analizzare ogni parola. Chi era davanti alla telecamera, invece, aveva un'unica possibilità e pochi secondi per decidere.

Noi giudichiamo con il fermo immagine ciò che qualcun altro ha dovuto vivere in tempo reale. Ed è una differenza enorme. C'è poi qualcosa di profondamente umano che rischiamo di dimenticare. La professionalità non consiste nel non sbagliare mai. Nessun giornalista, conduttore, tecnico, medico, insegnante, imprenditore o lavoratore attraversa una carriera senza commettere errori. La professionalità si misura anche nella capacità di gestirli, comprenderli e non ripeterli.

Naturalmente esistono errori gravi e responsabilità che devono essere accertate. Non tutto può essere giustificato con la pressione del momento. Ma proprio per questo dovremmo essere capaci di distinguere un comportamento grave da un incidente, una responsabilità sostanziale da un'imprecisione, l'inadeguatezza professionale da un momento andato male.

La domanda che dovremmo farci prima di partecipare alla prossima gogna digitale è forse molto semplice: io, nella stessa situazione, avrei certamente fatto meglio? Non seduto sul divano. Non dopo aver visto il video tre volte. Non avendo avuto dieci minuti per costruire la risposta perfetta. Lì. In quel momento. Con una telecamera davanti, un auricolare nell'orecchio, qualcuno che ti parla dalla regia, il rumore intorno e pochi secondi per capire cosa sta succedendo e trasformarlo in parole.

Forse sì. Forse avremmo fatto meglio. Oppure avremmo esitato, pronunciato una frase infelice, perso il filo o interpretato male un'indicazione. È proprio questa possibilità che dovrebbe renderci un po' più prudenti quando giudichiamo gli altri.

Non si tratta di rinunciare alla critica. Si tratta di recuperare l'indulgenza. Quella capacità, sempre più rara, di riconoscere che dietro uno schermo non c'è soltanto un professionista da valutare, ma una persona sottoposta a pressioni, tempi e imprevisti che noi, comodamente dall'altra parte della telecamera, non possiamo percepire fino in fondo. Perché l'errore di una diretta può durare pochi secondi. La gogna che costruiamo intorno a quei pochi secondi, invece, può durare molto più a lungo.

E forse, prima di premere "pubblica" sul prossimo commento indignato, dovremmo ricordarci che tutti pretendiamo comprensione quando siamo noi a sbagliare. Sarebbe utile imparare a concederne un po' anche agli altri.

venerdì 21 agosto 2026

La patrimoniale ?! l'aveva già scoperta Ottaviano Augusto 2000 anni fa


 

Ogni tanto la politica riscopre la patrimoniale come se fosse una grande novità. C'è chi la propone, chi la demonizza, chi la considera la soluzione a tutti i problemi e chi, invece, la vede come il male assoluto. In realtà, l'idea ha più di duemila anni. Correva l'anno 6 d.C. quando Ottaviano Augusto introdusse la Vicesima hereditatium, quella che gli storici considerano la prima vera imposta di successione dell'età romana. L'aliquota era semplice: il 5% del patrimonio ereditato. Un ventesimo del valore dei beni, da cui il nome vicesima.

Viene quasi spontaneo pensare che si trattasse di una misura redistributiva o di un modo per riequilibrare la ricchezza. Niente di tutto questo. Augusto aveva un problema molto concreto: garantire un futuro ai legionari che, dopo vent'anni o più di servizio, lasciavano l'esercito. Occorreva assicurare loro un'indennità di congedo, una sorta di trattamento di fine servizio, e creare un fondo stabile per sostenere quella spesa. Per farlo istituì l'Aerarium militare, una cassa dedicata alimentata proprio dalla tassa sulle successioni. In altre parole, anche l'Impero romano doveva fare i conti con la sostenibilità della spesa pubblica.

Cambiano i secoli. Cambiano gli strumenti. Ma il problema resta sorprendentemente attuale. Fa sorridere pensare che uno dei primi grandi interventi fiscali della storia non fosse destinato a costruire acquedotti o templi, bensì a finanziare quello che oggi definiremmo, con un linguaggio molto moderno, il TFR dei militari. Forse, se Augusto avesse avuto un ufficio stampa, il giorno dopo i giornali avrebbero titolato:

"Patrimoniale del 5% per garantire il trattamento di fine servizio dei legionari." E probabilmente non sarebbero mancati editoriali, talk show e opinionisti pronti a dividersi tra favorevoli e contrari. Perché, a ben vedere, cambiano gli strumenti della comunicazione, ma il dibattito pubblico sembra seguire da sempre gli stessi copioni. La storia, però, ha il pregio di ricordarci che molte delle idee che oggi sembrano nuove sono, in realtà, antiche quanto la civiltà.

Naturalmente questo non significa che le soluzioni di duemila anni fa possano essere trasferite automaticamente al presente. Le economie, le società e gli Stati sono profondamente cambiati. Ma conoscere la storia aiuta a guardare i grandi temi del nostro tempo con una prospettiva diversa. Del resto, già Tacito aveva colto una verità destinata a non invecchiare mai: Nervus rerum pecunia est. "Il denaro è il nervo di tutte le cose." Una frase scritta quasi duemila anni fa e che continua a spiegare, forse meglio di tanti editoriali, perché ogni epoca finisca inevitabilmente per discutere di tasse, patrimoni e finanza pubblica.

In fondo, la prossima volta che sentiremo parlare di una "nuova" patrimoniale, varrà la pena ricordare che tanto nuova non è. Ottaviano Augusto ci era arrivato... duemila anni fa.

mercoledì 19 agosto 2026

Appunti di viaggio Münster, dove la pace provò a cambiare la storia


 

Il viaggio in Germania prosegue a Münster, una cittadina non lontana da Dortmund che custodisce uno dei luoghi simbolo della storia europea. È qui che, insieme alla vicina Osnabrück, prese forma la Pace di Westfalia del 1648, l'accordo che pose fine alla Guerra dei Trent'anni, uno dei conflitti più devastanti che il continente abbia mai conosciuto. Dopo decenni di battaglie, carestie e distruzioni, proprio da queste sale iniziò a prendere forma un nuovo modo di immaginare i rapporti tra gli Stati.

Entrando nel Friedenssaal, la storica Sala della Pace del municipio, si ha la sensazione che il tempo si sia fermato. Le boiserie in legno, i banchi dove sedevano gli ambasciatori delle grandi potenze europee, il leggio dal quale ciascun plenipotenziario esponeva le proprie proposte e i ritratti dei protagonisti dell'epoca sono ancora lì, quasi intatti. Basta fermarsi qualche istante per immaginare il silenzio che precedeva ogni intervento, gli sguardi, le tensioni, i lunghi momenti di attesa prima di una risposta. In quelle sale si discutevano non soltanto trattati e confini, ma il destino di interi popoli.

Mi ha colpito un aneddoto tramandato nei secoli. Si racconta che all'epoca si dicesse che "l'inferno fosse vuoto, perché tutti i diavoli erano riuniti a Münster". Una frase ironica ma estremamente efficace per descrivere la complessità di negoziati che durarono anni e che videro seduti allo stesso tavolo sovrani, ambasciatori e diplomatici portatori di interessi spesso inconciliabili. Ognuno difendeva il proprio Paese, la propria fede, il proprio prestigio. Eppure, nonostante tutto, continuarono a parlarsi.

Ma sarebbe un errore pensare che la pace sia nata soltanto tra quelle mura.

La diplomazia del Seicento viveva anche fuori dalle sale ufficiali. Dopo interminabili giornate di discussioni, gli ambasciatori si ritrovavano nelle locande, nelle taverne e nei giardini della città. Münster, per cinque anni, divenne il centro della politica europea: una città attraversata da carrozze, servitori, messaggeri e delegazioni provenienti da ogni angolo del continente. Le trattative continuavano durante i banchetti, nelle passeggiate tra le vie del centro e nelle conversazioni lontane dai rigidi protocolli.

È facile immaginare quei diplomatici seduti attorno a un tavolo di legno, davanti a un calice di vino, simbolo dei ricevimenti più prestigiosi, oppure a una birra westfaliana, già allora parte integrante della tradizione locale. In un'epoca in cui il caffè era ancora una rarità e il tè non aveva ancora conquistato l'Europa continentale, erano queste le bevande che accompagnavano i momenti di confronto. Il vino scioglieva la formalità delle udienze, la birra rendeva più spontanee le conversazioni. Forse proprio davanti a un boccale o a un bicchiere si stemperavano tensioni che poche ore prima sembravano insanabili. Perché spesso la diplomazia più efficace non nasce sotto gli occhi di tutti, ma nei dialoghi informali, quando le persone smettono per un momento di rappresentare uno Stato e tornano semplicemente a confrontarsi come uomini.

La pace raggiunta a Westfalia non fu eterna. L'Europa avrebbe conosciuto altri conflitti e altre guerre. Eppure quei negoziati segnarono una svolta epocale: affermarono il principio che anche i conflitti più duri possono trovare una soluzione attraverso il dialogo, il compromesso e il riconoscimento reciproco tra gli Stati.

Uscendo dal municipio di Münster resta una sensazione difficile da descrivere. Da un lato la consapevolezza che la storia sia spesso fatta di uomini imperfetti, interessi contrapposti e compromessi faticosi. Dall'altro la certezza che, qualche volta, sedersi attorno a un tavolo – magari davanti a un semplice bicchiere di vino o a una birra condivisa – possa cambiare il corso della storia più di mille battaglie.

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