domenica 5 aprile 2026

i discorsi che cambiano la storia: l'apologo di Menenio


 

L’apologo di Menenio Agrippa nasce nell’antica Roma, in un momento di forte tensione sociale. Siamo nel V secolo a.C.: i plebei, stanchi delle disuguaglianze e delle condizioni difficili, decidono di ritirarsi sull’Aventino, rifiutando di collaborare con i patrizi. È una vera e propria secessione. Per riportare equilibrio, viene inviato Menenio Agrippa, uomo politico e abile oratore. Non impone, non minaccia. Racconta.


Dice che un tempo le membra del corpo umano si ribellarono contro lo stomaco, accusandolo di non fare nulla e di vivere del lavoro degli altri. Decisero quindi di smettere di nutrirlo. Ma ben presto si accorsero che, indebolendosi lo stomaco, si indeboliva tutto il corpo: anche braccia, gambe e testa perdevano forza ed energia. Il messaggio era semplice ma potente: ogni parte è necessaria alle altre, e nessuno può funzionare da solo. Se portiamo questo racconto ai giorni nostri, il parallelismo è immediato.


Pensiamo a un’impresa, o più in generale al sistema economico e sociale. Spesso si crea una contrapposizione: tra chi produce e chi organizza, tra lavoratori e direzione, tra imprese e istituzioni. Si tende a pensare che qualcuno contribuisca più di altri, o che qualcuno “trattenga” valore senza restituirlo. Ma come nel racconto di Agrippa, quando una parte si stacca o si contrappone in modo rigido, l’intero sistema si indebolisce. Se manca il lavoro operativo, le strategie non esistono. Se manca il coordinamento, la produzione si disperde. Se manca fiducia, si rompe tutto. Il punto non è stabilire chi conta di più. Il punto è riconoscere che il valore nasce dalla relazione tra le parti.


E oggi, più che mai, in un contesto complesso e interconnesso, il vero equilibrio non si costruisce nella contrapposizione, ma nella capacità di collaborare, riconoscersi e funzionare insieme.


domenica 29 marzo 2026

Orange Futsal è storia. Vince la Coppa Italia


 

Vado a dormire, che alle 3 mi sveglio e vado giù a vedere la partita: c’è mio figlio che gioca.” Una frase detta quasi a mezza voce, rubata nel post partita dell’ultima di campionato. Una frase semplice, quasi smozzicata. Eppure dentro quella frase c’è tutto. C’è l’anima dell’Orange Futsal Asti. C’è l’humus su cui è cresciuta questa società: la famiglia.

Perché qui il futsal non è solo uno sport. È condivisione, è crescita, è appartenenza. Nella città di Alfieri è qualcosa di più di una passione: è un credo. E allora forse non è un caso. Perché la numerologia, in certi momenti, sembra davvero avere un senso. A dieci anni esatti da quel rigore di Ramon che regalava lo scudetto ai galletti orange, sugli spalti c’erano dei bambini. Guardavano, sognavano, respiravano quell’impresa. Oggi quei bambini sono diventati uomini. E hanno fatto qualcosa di straordinario.

Dopo aver riportato la prima squadra nei quartieri che contano del futsal italiano, hanno scritto un nuovo capitolo: la Coppa Italia di categoria. Un trofeo che non è solo una vittoria, ma la certificazione di un percorso, di una visione, di un investimento continuo sui giovani. Una partita perfetta. Disegnata con precisione chirurgica dal tandem Patanè–Davi: un’iperbole fatta di attese, ripartenze, accelerazioni brucianti. Suolate, sinistri, assist e parate. Un campionario completo di futsal.



Di fronte, una Roma 1927 costruita per vincere, come sottolineato anche da Patanè nel post gara. Ma il campo ha raccontato altro. Un primo tempo in cui le occasioni migliori parlano astigiano, fino a quando la rete si gonfia su quella maledetta di Merlo: marchio di fabbrica, firma riconoscibile, simbolo di un giocatore al passo d’addio con il mondo giovanile ma già protagonista di un futuro sempre più azzurro. Poi la svolta. Un minuto che cambia tutto. Merlo e Ferrara, su assist di un Alves dominante (MVP del torneo), mandano in bambola gli avversari, annichiliti poi dalla spizzata di Amico. E poi dodici minuti di resistenza feroce contro il portiere di movimento. Quando arriva il fischio finale, il tabellone è inequivocabile: 4-0 per i piemontesi.

Un trionfo. L’ultimo alloro della juniores risaliva al 2018. Poi una lunga sfilza di secondi posti. Il giorno prima, con il direttore sportivo, li guardavamo uno a uno: quei piatti, simbolo di chi è arrivato vicino, di chi ha sfiorato, di chi ha atteso.
Mancava qualcosa. Mancava una coppa. Quella coppa oggi è arrivata. A compimento di un lavoro costruito nel tempo, con pazienza, visione e fiducia nei giovani, come ricordano il direttore sportivo Marco Caccialupi e il presidente Pier Giorgio Pascolati.


E allora la chiosa non può che essere quella del capitano, Alessandro Merlo: “Abbiamo fatto la storia. Abbiamo fermato una squadra che, se non sbaglio, non perdeva da maggio 2023… basta già questo! Lo abbiamo fatto senza subire gol, con cinismo, grinta, unione, passione, appartenenza. Sono fiero e orgoglioso di quello che abbiamo fatto: è il frutto del lavoro di anni. Lo meritavamo da tanto… e ora finalmente abbiamo vinto la Coppa Italia.”

Il ballo dei debuttanti chiude il campionato Orange


 

Ultimo ballo al PalaBrumar di una stagione da incorniciare. Ed è davvero un ballo dei debuttanti: tanti i giovani in campo, sia tra le fila dell’Orange – Parola, Ciriotti e Carelli (classe 2011) – sia tra quelle dell’Olimpia Verona, con Recchia, Luca e Baccarin. Giovani di grande prospettiva che, complice l’assenza di pressioni di classifica, hanno avuto l’occasione di affacciarsi sul palcoscenico del futuro.

Ne è uscita una partita vivace, ricca di ritmo e di colpi di scena, in cui l’entusiasmo dei più giovani si è intrecciato con la qualità e l’esperienza dei più navigati.

Ad aprire le danze è Montauro, l’“algoritmo” orange, protagonista di una sfida nella sfida con Piazza per il titolo di capocannoniere. Alla fine la spunta il “Condor”, per un’incollatura, al termine di una gara mai realmente in discussione: 6-0 all’intervallo, 10-1 il risultato finale.




Applausi e ovazione per Andrea Carelli, classe 2011, che imposta il gioco con la personalità di un veterano e si concede anche la gioia del gol – che, come da tradizione di spogliatoio, gli costerà un giro di paste al prossimo allenamento.

Si chiude così una stagione straordinaria: 16 vittorie, 4 pareggi e appena 2 sconfitte. Una cavalcata trionfale, dall’inizio alla fine.

L’Orange Futsal torna nell’élite del calcio a 5, là dove dieci anni fa aveva trovato la sua dimensione. Un ritorno meritato, costrui

venerdì 27 marzo 2026

Impresa Orange è ancora finale di Coppa Italia under 19


 

Ci sono vittorie e poi ci sono imprese. Quella dell’Orange nella semifinale di Coppa Italia di categoria contro l’Ardea appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una rimonta epica, di quelle che restano nella memoria.

Il primo tempo è un incubo. Ogni giocata si spegne contro il muro della squadra laziale, ogni tentativo sembra destinato a fallire. L’Orange fatica, inciampa, non trova ritmo né soluzioni. È una battaglia dura, sporca, in cui tutto sembra girare nel verso sbagliato.

Poi, l’intervallo. E qualcosa cambia.

Nella ripresa rientra in campo un’altra squadra. Più feroce, più lucida, più viva. Azione dopo azione, minuto dopo minuto, l’Orange comincia a riscrivere il proprio destino. Serve pazienza, serve qualità, serve cuore. E tutto arriva.

L’assist di Merlo per il gol del pareggio è la consacrazione della rimonta: un gesto di classe che riapre tutto e rompe definitivamente l’equilibrio. Da quel momento in poi è un assalto continuo, una crescita costante, una prova di forza mentale prima ancora che tecnica.

Gli uomini di Patanè non si fermano più. Ribaltano la partita, ribaltano la storia, trasformano una mattinata storta in un’impresa straordinaria.

Adesso resta l’ultimo atto: la finalissima. Ma al di là di quello che sarà il risultato, questa squadra ha già scritto qualcosa di speciale. Un gruppo vero, unito, capace di soffrire e reagire.

E per questo, oggi, c’è solo una cosa da fare: alzarsi in piedi e applaudire.

mercoledì 25 marzo 2026

Ultimi 40 minuti per chiudere una stagione incredibile


 

Ultimi giri di lancette per la Serie A2 di calcio a 5. Dopo la semifinale di Coppa Italia, in cui Ibra e compagni hanno difeso con orgoglio i colori astigiani contro Russi al termine di una vera battaglia sportiva — anticipo di quello che potrebbe essere il livello del prossimo campionato di A2 Élite — gli Orange si preparano all’ultima giornata di campionato contro Verona. Un match che servirà a sancire definitivamente la classifica finale di una stagione che ha visto l’Orange Futsal Asti protagonista assoluta, capace di dominare la competizione dalla prima all’ultima giornata, con continuità, qualità e spirito di squadra.

Una stagione onorata ai massimi livelli, che merita ora una degna passerella finale davanti al proprio pubblico: un momento di saluto, ma anche di arrivederci, per condividere con tifosi e appassionati i risultati raggiunti e guardare con ambizione alla prossima stagione.

Parallelamente, lo sguardo è già proiettato anche sul futuro: alcuni dei giovani protagonisti saranno infatti impegnati a Potenza Picena (27/29 marzo), nelle Marche, per le semifinali della Coppa Italia Under 19 contro Ardea, con l’obiettivo di conquistare l’accesso alla finale.

Un ulteriore tassello di una stagione che non si vuole definire irripetibile, ma che resta senza dubbio straordinaria, per risultati, crescita e prospettive.



Legione straniera: il mito


 

Dentro la Legione trovi uomini che arrivano da ogni parte del mondo: italiani, spagnoli, tedeschi, polacchi… ognuno con una storia diversa, spesso complicata, a volte lasciata indietro di proposito. Non li unisce il passato, non li unisce nemmeno la bandiera da cui provengono. Quello che li tiene insieme è qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più forte: l’appartenenza al corpo. Entrare nella Legione significa accettare regole dure, senza sconti. Significa imparare a resistere, a fidarsi del compagno accanto, a mettere da parte sé stessi per qualcosa di più grande. Non si combatte per la propria terra, ma per la Legione stessa. È lì che nasce quella frase che sintetizza tutto: La Legione è la nostra patria.

In questo contesto, nel 1863, ci troviamo in Messico. La Francia è impegnata in una spedizione militare e anche la Legione viene impiegata sul campo. È una guerra lontana, in un territorio difficile, caldo, ostile.Un piccolo reparto di legionari riceve un compito preciso: proteggere un convoglio. Sono in pochi, poco più di sessanta uomini, guidati dal capitano Jean Danjou. Non è una missione eroica sulla carta. È una di quelle operazioni operative, concrete, che però possono diventare decisive. E infatti qualcosa va storto. Il 30 aprile, nei pressi di Camerone, i legionari vengono circondati da forze messicane molto più numerose. Non si parla di una superiorità lieve: sono circa duemila uomini contro sessantacinque. A quel punto la situazione è chiara a tutti. Non c’è possibilità reale di vittoria, né di ritirata. Danjou raduna i suoi uomini e chiede loro un giuramento: resistere. Non fino a quando è conveniente. Non fino a quando è possibile. Fino alla fine. Si rifugiano in una hacienda e iniziano a difendersi. Le ore passano, gli attacchi si susseguono, il caldo è pesante, l’acqua scarseggia e le munizioni iniziano a finire.

Ma la cosa che colpisce non è tanto il combattimento in sé. È il fatto che nessuno cede. Uomini che non si conoscevano prima, che non parlavano la stessa lingua, restano lì, insieme, a tenere una posizione che sanno di non poter mantenere per sempre. Cadono uno dopo l’altro, ma non si rompe mai quel legame che li tiene uniti. Quando le munizioni finiscono, restano in pochissimi. Feriti, stanchi, ma ancora determinati. A quel punto caricano con le baionette. Non per vincere Ma per restare fedeli a quel giuramento. Solo alla fine, per salvare i superstiti, accettano di arrendersi. E anche chi li ha affrontati riconosce il valore di quella resistenza, concedendo loro l’onore delle armi.

Camerone non è una vittoria militare. Non cambia il corso della guerra. Ma diventa il simbolo di qualcosa che va oltre. Diventa la dimostrazione concreta di cosa significa appartenere alla Legione: mettere il gruppo davanti all’individuo, restare anche quando sarebbe più facile andarsene, portare fino in fondo ciò che si è scelto. Perché alla fine, più che soldati, erano uomini che avevano fatto una scelta. E l’hanno portata fino in fondo.



venerdì 20 marzo 2026

Orange alle Final Four: gruppo, consapevolezza e voglia di provarci


 

Le Final Four di Coppa Italia rappresentano il coronamento di una stagione straordinaria per gli Orange, culminata con la promozione in A2. Un percorso costruito su solidità e continuità, come sottolinea Fabio Montauro: «È il frutto di un lavoro intenso, soprattutto nel girone d’andata, dove abbiamo costruito le basi del nostro cammino».

Determinante, però, è stato il gruppo. «Abbiamo affrontato momenti difficili ma siamo sempre rimasti uniti – spiega il vice capitano Simone Vitellaro – ed è stata proprio questa la nostra forza. Ora vogliamo giocarci tutto fino alla fine».

Sulla stessa linea Alessandro Merlo: «Arrivare fin qui non era scontato, ma abbiamo dimostrato di poter competere a questi livelli grazie alla compattezza della squadra».

Ora la sfida con Russi, avversario solido e organizzato. Serviranno determinazione, lucidità e spirito di squadra. Gli Orange arrivano alle Final Four con entusiasmo e la consapevolezza di potersi giocare le proprie carte.

i discorsi che cambiano la storia: l'apologo di Menenio

  L’apologo di Menenio Agrippa nasce nell’antica Roma, in un momento di forte tensione sociale. Siamo nel V secolo a.C.: i plebei, stanchi ...