La sera del 28 novembre 1944 lasciò il porto di Yokosuka. A vederla avanzare nell'oscurità sembrava invincibile. Il suo ponte di volo si estendeva come una città galleggiante, le lamiere corazzate erano tra le più spesse mai installate su una portaerei e il suo nome era così segreto che gli americani ne ignoravano perfino l'esistenza.
Ma la Shinano nascondeva una fragilità invisibile. La guerra aveva imposto tempi impossibili. Molti lavori non erano terminati, alcune paratie non erano state collaudate e centinaia di operai erano ancora a bordo. Quel gigante era stato mandato in mare prima di essere davvero pronto.
Per tutta la notte navigò verso Kure, scortato da cacciatorpediniere. Nelle stesse ore, poco lontano, il sommergibile americano USS Archerfish (SS-311) seguiva la sua scia. Per il comandante americano quella sagoma immensa era un mistero. Non poteva sapere che stava inseguendo la più grande portaerei del mondo.
Alle 3:15 del mattino del 29 novembre arrivò l'attacco. Sei siluri partirono dal sommergibile. Quattro colpirono il bersaglio.
La Shinano non esplose. Non si spezzò. Continuò a navigare. Una nave costruita per sopravvivere ai combattimenti sembrava aver assorbito il colpo. Ma sotto il ponte l'acqua stava vincendo una battaglia silenziosa. Passava da un compartimento all'altro, invadeva locali che avrebbero dovuto restare isolati, piegava lentamente la nave verso il mare.
Per ore l'equipaggio combatté contro l'allagamento. Le pompe lavorarono senza sosta. I marinai chiusero portelli, trasportarono materiali, cercarono di salvare il salvabile. Ma il colosso continuava a inclinarsi.
Quando il sole era ormai alto sull'oceano, divenne chiaro che la partita era persa. Poco prima delle undici del mattino la nave si rovesciò lentamente su un fianco. Uomini e detriti finirono in mare. Il comandante Toshio Abe scelse di restare a bordo.
Poi il gigante scomparve.
La Shinano era stata costruita per cambiare il corso della guerra. Non lanciò mai un aereo, non combatté mai una battaglia e non completò nemmeno il suo primo viaggio. La sua intera vita operativa durò appena diciassette ore: abbastanza per trasformarla in una leggenda.




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