domenica 18 ottobre 2026

Operation Underworld: quando lo Zio Sam chiamò gli amici degli amici


Nel 1942, mentre gli Stati Uniti combattevano contro le potenze dell'Asse, la Marina americana scelse un alleato improbabile: la criminalità organizzata di New York. Una vicenda in cui la ragion di Stato finì per prevalere su ogni altra considerazione.

In guerra non sempre si scelgono gli alleati. Talvolta si scelgono quelli che servono. E quando la posta in gioco è la sopravvivenza di una nazione, anche ciò che in tempo di pace appare inaccettabile può diventare uno strumento da utilizzare. Tutto serve per portare a casa la vittoria, purché si abbia la lucidità di distinguere il fine dai mezzi e, soprattutto, di comprendere il prezzo che quei mezzi comportano. È in questa zona grigia della storia che nasce Operation Underworld, una delle operazioni più singolari dell'intelligence americana durante la Seconda guerra mondiale.

Nel febbraio del 1942 il transatlantico francese Normandie, requisito dagli Stati Uniti e destinato a essere trasformato in nave militare con il nome di USS Lafayette, prese fuoco nel porto di New York e si rovesciò. L'incendio fu accidentale, ma il timore di sabotaggi nemici era reale. I porti della costa orientale rappresentavano un'arteria vitale per lo sforzo bellico: da quelle banchine transitavano uomini, armi, munizioni e rifornimenti destinati ai fronti di guerra.

La Marina aveva uomini, mezzi e autorità. Ma non possedeva qualcosa di altrettanto importante: il controllo informale delle banchine, dei mercati, delle relazioni tra lavoratori e di quel mondo sotterraneo che sfuggiva agli apparati ufficiali.

Quel potere apparteneva, almeno in parte, alla criminalità organizzata. Joe “Socks” Lanza, figura influente nel mercato ittico newyorkese, divenne uno dei primi interlocutori dell'intelligence navale. Attraverso di lui si cercò di raggiungere lavoratori portuali, pescatori ed equipaggi che potevano osservare movimenti sospetti e facilitare la raccolta di informazioni. La collaborazione arrivò poi a coinvolgere ambienti legati a Lucky Luciano, allora detenuto.

Non fu una conversione morale dei gangster al patriottismo, né un'improvvisa assoluzione delle loro attività criminali. Fu un accordo di convenienza, nel quale interessi differenti finirono temporaneamente per incontrarsi.

L'importanza strategica di Underworld non risiedeva nella potenza militare, ma nella capacità di proteggere ciò che rendeva possibile combattere: la logistica. Un esercito può disporre delle armi migliori, ma senza carburante, munizioni e rifornimenti non va da nessuna parte. E un porto paralizzato può fare danni quanto una battaglia perduta.

La rete di Lanza consentì agli investigatori navali di entrare in ambienti altrimenti difficilmente accessibili. L'influenza di Luciano e dei suoi intermediari contribuì a mantenere operative le banchine e a facilitare la sorveglianza dei movimenti sospetti. Il giudizio storico sull'efficacia dell'operazione resta discusso: non esistono prove che quella collaborazione abbia sventato specifici sabotaggi tedeschi, ma una ricostruzione pubblicata nel 2025 dalla rivista Naval History dell'U.S. Naval Institute ne riconosce l'utilità per la sicurezza portuale.

Poi arrivò la Sicilia. Nel luglio del 1943 gli Alleati sbarcarono sull'isola con l'Operazione Husky. Anche in questo caso l'intelligence americana cercò di sfruttare contatti e conoscenze degli ambienti italoamericani per ottenere informazioni sulla geografia, sui porti e sulle condizioni locali. Sarebbe storicamente scorretto attribuire alla mafia il successo dello sbarco: la stessa Marina statunitense considera il suo contributo possibile ma limitato.


Rimane, tuttavia, una questione di straordinario interesse. Gli Stati Uniti accettarono di trattare con uomini che avevano costruito il proprio potere attraverso estorsioni, intimidazioni e controllo criminale del territorio. Non perché ne condividessero i metodi, ma perché ritenevano di poterne utilizzare le capacità per raggiungere un obiettivo superiore.

La storia, del resto, è piena di alleanze improbabili. La guerra obbliga spesso a distinguere ciò che è desiderabile da ciò che è necessario. Ma non bisogna confondere il pragmatismo con l'assenza di conseguenze: nel 1946 la pena di Lucky Luciano venne commutata e il boss fu espulso verso l'Italia. Anche quella decisione alimentò interrogativi sul rapporto tra collaborazione bellica e concessioni al potere criminale. Operation Underworld racconta dunque qualcosa di più di un accordo segreto tra ammiragli e gangster. Racconta il lato meno celebrato della vittoria, quello fatto di compromessi, informazioni, relazioni personali e decisioni che difficilmente troverebbero posto nei discorsi ufficiali. Perché la guerra non si vince soltanto sui campi di battaglia. Si vince nei porti, nelle fabbriche, lungo le rotte commerciali, negli uffici dell'intelligence e talvolta persino nei luoghi dove uno Stato, in condizioni normali, non dovrebbe mai cercare i propri alleati. La vera lezione di Underworld, però, non è che ogni mezzo sia giustificato dal risultato. È che la vittoria può richiedere compromessi straordinari, ma non cancella mai la responsabilità di averli scelti.


Ed è forse proprio questa la differenza tra vincere una guerra e poter raccontare, senza imbarazzo, come la si è vinta.

domenica 11 ottobre 2026

Orange Futsal, una sconfitta che insegna: nove punti e tante certezze dopo cinque giornate


Si chiude contro la Dolomiti Energia la prima fase del cammino in campionato dell’Orange Futsal Asti. Cinque partite, nove punti conquistati grazie a tre vittorie, due delle quali lontano dal PalaBrumar: un bottino decisamente ragguardevole per una squadra che si affaccia da esordiente a una categoria nuova, nella quale esperienza, attenzione e capacità di leggere i momenti della gara fanno spesso la differenza. È un campionato diverso, dove i dettagli pesano e gli errori si pagano a caro prezzo. La sfida contro i trentini ne è stata una dimostrazione eloquente. Agli ospiti sono bastati i primi cinque minuti per indirizzare la partita, portandosi sul 3-0 e mettendo subito gli Orange nelle condizioni di dover inseguire. Il pressing asfissiante di Caregnato, Anderson e Moufakir ha mandato in affanno la retroguardia astigiana, incapace inizialmente di trovare le giuste contromisure. Qualche correzione in corso d’opera non è bastata a modificare l’inerzia della gara e il primo tempo si è chiuso sul 5-2 per gli ospiti.

Nell’intervallo, spazio anche a un momento di riconoscenza e memoria sportiva, con il doveroso ringraziamento a Paolo Curallo, una delle colonne della storia Orange, protagonista di tante pagine importanti del percorso della società.


Poi di nuovo in campo, con una ripresa di ben altro tenore. Nonostante il quarto sigillo personale di Anderson in avvio, gli Orange hanno progressivamente ritrovato intensità, coraggio e qualità di gioco. La squadra ha cominciato a macinare azioni, cercando con maggiore convinzione la porta avversaria e, grazie anche all'utilizzo del portiere di movimento, è riuscita a mettere in difficoltà una formazione esperta e ben organizzata. L'8-6 finale premia i trentini, ma racconta soltanto in parte una partita nella quale gli astigiani, dopo un avvio da dimenticare, hanno avuto il merito di non arrendersi e di cercare fino all'ultimo di rimettere in discussione il risultato.

Certo, quei primi minuti pesano come macigni nell'economia dell'incontro. E forse qualche scoria della battaglia di Coppa disputata martedì a Caramagna può aver inciso sulla brillantezza iniziale della squadra. Ma sarebbe troppo semplice cercare alibi. In questa categoria non sono concessi passaggi a vuoto, soprattutto contro avversari capaci di trasformare ogni disattenzione in un'occasione da rete. La sconfitta deve allora essere letta come un altro passaggio nel percorso di crescita di un gruppo che sta imparando a misurarsi con una realtà competitiva differente. Nove punti dopo cinque giornate rappresentano un bilancio positivo, ma soprattutto una base sulla quale continuare a lavorare, con la consapevolezza che il salto di categoria richiede qualcosa in più sul piano della continuità, della concentrazione e della gestione dei momenti decisivi. %Adesso il calendario concede qualche giorno per recuperare energie, riordinare le idee e preparare i prossimi impegni. Il 23 ottobre gli Orange saranno di scena a Cesena, un'altra tappa di un percorso che si annuncia impegnativo, ma certamente stimolante.


Orange vs Dolomiti Energia 6 – 8 ( 2 – 5 pt)


Marcatori: 2 Vitellaro 1 Ibra, Piazza, Caracciolo, Angelino (Orange) 4 Anderson, 2 Moukafir 1 Festini Caregnato (Dolomiti)

mercoledì 7 ottobre 2026

Sinner non gioca: possiamo ancora guardare il tennis ?

 

Come diceva Flaiano, il popolo italiano ha sempre bisogno di un potente da omaggiare, di una figura forte da venerare. Vale nella politica, ma evidentemente anche nello sport.

L'ultimo caso è Jannik Sinner, quest'anno forse insidiato, nell'immaginario collettivo, da Kimi Antonelli. Perché noi italiani abbiamo una straordinaria capacità: quando nasce un campione, nel giro di poco tempo lo trasformiamo in qualcosa di più. Non basta ammirarlo. Bisogna celebrarlo, raccontarlo, seguirlo ovunque. E possibilmente farsi un selfie. Torino ha avuto la fortuna, ma soprattutto la capacità, di aggiudicarsi le ATP Finals – e qui va ricordato anche il lavoro fatto a suo tempo da chi contribuì a credere e investire nella candidatura (vero Ruben) – e da allora vive un'epopea tennistica di prim'ordine.

Nel frattempo, sull'onda di Sinner, il tennis italiano ha continuato a sfornare campioni. Magari nessuno ancora alla sua altezza, ma abbastanza forti da permetterci di vincere ripetutamente la Coppa Davis e di riportare l'Italia stabilmente ai vertici del tennis mondiale. Poi accade l'impensabile: anche i campioni sono esseri umani. Non sono intelligenze artificiali. Possono stancarsi, possono farsi male, possono aver bisogno di fermarsi. E così l'altoatesino-monegasco salterà l'edizione 2026 delle Finals torinesi.

Apriti cielo.

Scatta immediatamente l'esodo al contrario: biglietti rimessi in vendita, programmi cambiati, delusione collettiva. I peana sulla sua assenza assumono quasi i toni di un lutto nazionale, come se al Pala Alpitour, senza il nostro numero uno, improvvisamente non ci fosse più nulla da vedere. E qui, francamente, qualcosa non torna.

Perché gli appassionati di tennis avranno comunque davanti i migliori giocatori del mondo, atleti che si sfideranno al massimo livello possibile. Roba che per decenni avremmo pagato oro per poter vedere dal vivo in Italia. E allora la domanda sorge spontanea: siamo diventati davvero un Paese di appassionati di tennis oppure siamo semplicemente seguaci di Sinner? Perché sono due cose molto diverse.

Il vero appassionato vuole vedere il rovescio, il servizio, la risposta, la strategia, il talento. Vuole assistere a una partita tra due fuoriclasse indipendentemente dal passaporto che hanno in tasca. L'altro vuole esserci perché c'è Sinner. Vuole fotografarlo, raccontare di averlo visto, magari aspettarlo davanti all'hotel per strappare un'immagine da mettere sui social. E se Sinner non c'è, improvvisamente anche il tennis sembra perdere interesse.

Adesso aspettiamoci pure le profezie: crollerà il turismo a Torino, gli alberghi resteranno vuoti, i ristoranti deserti. E soprattutto ci saranno giornalisti disperati che, dopo aver trascorso giorni accovacciati davanti all'hotel in attesa di raccontarci a che ora Sinner è uscito, dove ha cenato e con chi si è allenato, dovranno affrontare il più terribile degli imprevisti : raccontare il tennis.

Che, pensandoci bene, non sarebbe neppure una cattiva idea.



L’arte tattica di Arriano: la falange e l’organizzazione dell’esercito antico



Arriano, il cui nome completo è Lucio Flavio Arriano, fu uno storico, uomo politico e comandante militare greco vissuto tra il I e il II secolo d.C. Servì nell’Impero romano e ricoprì importanti incarichi pubblici, tra cui quello di governatore della Cappadocia. È noto soprattutto per l’Anabasi di Alessandro, ma scrisse anche l’Arte tattica, un trattato dedicato all’organizzazione e alle manovre degli eserciti antichi.

Nell’Arte tattica Arriano descrive con grande precisione la falange macedone, cioè la formazione di fanteria pesante resa celebre da Filippo II e Alessandro Magno. La falange era composta da soldati schierati in file molto ordinate e compatte, armati soprattutto della sarissa, una lunga lancia che permetteva alle prime file di creare una vera barriera di punte contro il nemico.

La forza della falange dipendeva soprattutto dalla disciplina e dal coordinamento. Ogni soldato doveva mantenere con precisione la propria posizione, perché l’efficacia della formazione nasceva dall’unità del gruppo più che dall’azione individuale. Arriano dedica molta attenzione alle distanze tra gli uomini, alla profondità delle file e ai diversi modi in cui lo schieramento poteva essere modificato.

A seconda della situazione, la falange poteva stringersi oppure allargarsi, avanzare, cambiare direzione e adattarsi al terreno. Il comandante doveva quindi essere capace di impartire ordini chiari e di far muovere migliaia di uomini come se fossero un unico corpo.

Arriano descrive anche la struttura gerarchica della falange, suddivisa in reparti sempre più grandi, ciascuno affidato a propri comandanti. Questo sistema permetteva di controllare meglio le truppe e di eseguire manovre complesse.

La falange era particolarmente efficace negli scontri frontali e sui terreni pianeggianti, dove poteva mantenere compattezza e ordine. Era invece più vulnerabile su terreni irregolari o quando veniva attaccata ai fianchi.

La descrizione di Arriano è importante perché ci permette di capire quanto la guerra antica dipendesse non solo dal coraggio dei soldati, ma anche da organizzazione, geometria dello schieramento, disciplina e capacità di manovra.




domenica 4 ottobre 2026

Impresa a Merate dell'Orange. Vittoria e terzo posto in classifica


 

Impresa dei ragazzi di Patanè, che a Merate portano a casa il risultato pieno contro i Saints Pagnano e conquistano tre punti pesantissimi, che li proiettano al terzo posto nel campionato Élite. Una partita indirizzata bene fin dalle prime battute, con una squadra sempre attenta e precisa, capace di imporre il proprio gioco e il proprio futsal. I lombardi sono andati sotto di due reti già nel primo tempo e, nella ripresa, hanno pagato gli attacchi e la pressione di Ibra e compagni, che hanno continuato a spingere fino al 6-0.

Nel finale sono arrivate le due reti dei padroni di casa, che hanno mitigato il passivo del Saints Pagnano, senza però intaccare lo spirito con cui Ibra e compagni hanno condotto la gara. Una prestazione di grande personalità, costruita con attenzione, qualità e determinazione.

Da segnalare, oltre alla doppietta del capitano, già a quota sei reti in campionato, anche le marcature del solito Algoritmo e di Vitellaro. A completare il pomeriggio ci hanno pensato Cesari, protagonista di una prestazione eccellente tra i pali, e Cavallo, autore del suo primo centro in Élite.

Un successo che ripaga gli sforzi e il lavoro di una squadra che continua a crescere, in un campionato nel quale Mantova e soprattutto Mestre stanno facendo gara a sé. Alle loro spalle, però, la lotta resta apertissima e questi tre punti rappresentano una preziosa iniezione di fiducia per Ibra e compagni.

Una fiducia da alimentare con la massima attenzione, perché tra sette giorni al Palabrumar arriverà la Dolomiti Energia. L'obiettivo è continuare sulla strada intrapresa, con la stessa intensità e la stessa determinazione mostrate a Merate.


Saints Pagnano - Orange 2  - 6  ( 0 2 pt)

Marcatori 2 Ibra 1 Cesari, Cavallo, Montauro, Vitellaro


sabato 3 ottobre 2026

Elvira Federico, l’arte di far parlare le persone (Tutto il Buono ritorna con nuovi personaggi e storie)

 


Nuove storie da ascoltare, nuovi volti da conoscere, nuove conversazioni capaci di sorprenderci e, qualche volta, di farci cambiare prospettiva. Tutto il Buono torna nelle case dei piemontesi forte dell’affetto del pubblico e di una formula che ha trovato nella curiosità, nella leggerezza e nel piacere autentico del racconto la propria cifra.

Al centro c’è ancora Elvira Federico, con la sua eleganza, la sua presenza scenica e quella capacità speciale di mettere le persone a proprio agio. Ma soprattutto con la voglia di andare oltre la superficie, di superare le risposte già pronte e arrivare a ciò che rende ogni persona davvero unica. Perché una buona intervista non è fatta soltanto di domande e risposte. È un incontro. È uno spazio nel quale, poco alla volta, ci si conosce, ci si ascolta e si abbassano le difese. Ed è proprio lì che possono nascere le parole più sincere, i ricordi più belli, le emozioni più inattese.

Elvira accompagna i suoi ospiti con curiosità e sensibilità, alternando sorriso e ironia, leggerezza e profondità. Personaggi conosciuti e volti meno noti, professionisti, artisti, imprenditori e persone con storie tutte da scoprire. Si parlerà di successi e passioni, di sogni realizzati e di strade cambiate, di momenti difficili, cadute e ripartenze. E ci saranno anche quelle domande un po’ più scomode, quelle che arrivano quando meno te le aspetti, ma che spesso aprono le conversazioni più interessanti.

Perché Tutto il Buono vuole raccontare le persone prima ancora dei personaggi. Cercare quel dettaglio che non conoscevamo, quella risposta che non ci aspettavamo, quella piccola confessione che improvvisamente ci fa vedere un volto conosciuto con occhi diversi. È questo il viaggio di Elvira: incontrare le persone, ascoltarle davvero e accompagnare il pubblico dentro le loro storie, con rispetto, empatia, eleganza e quel pizzico di irriverenza che non guasta mai.

Tutto il Buono riparte così. Con nuove storie, nuove emozioni e nuove conversazioni. Perché, dietro ogni volto, c’è sempre molto più di quello che già conosciamo.


venerdì 2 ottobre 2026

Peppe che mi racconti ?


Era questo l’incipit, nemmeno troppo manzoniano, di ogni incontro con Antonio Buonocore. E da lì, quasi inevitabilmente, cominciava una conversazione. Antonio era una persona di cultura sopraffina, partenopeo dentro e fuori, con un animo dolce e pulito e una curiosità intellettuale fuori dal comune. Con lui le chiacchierate difficilmente rimanevano chiacchiere: diventavano confronti, a volte anche serrati, capaci di spaziare su argomenti di grande respiro culturale.

Ho avuto la fortuna di condividere con Antonio la vicepresidenza dell’Istituto Storico di Varallo e ogni occasione di confronto con lui è stata per me un momento di autentico arricchimento. Perché Antonio aveva una qualità non così comune: non custodiva la propria cultura per sé, sentiva il bisogno di condividerla, di farla circolare, di trasformarla in occasione di conoscenza per gli altri.

Amava profondamente il volontariato e negli anni ci siamo incrociati in mille e più progetti. Era vulcanico nelle idee, nelle proposte e nell’entusiasmo con cui le portava avanti. Ma dietro quell’energia c’era soprattutto una profonda attenzione verso il prossimo. Il suo era un amore disinteressato o, forse, interessato a una sola cosa: stimolare conoscenza, curiosità e cultura. Lasciare qualcosa agli altri. Aprire una porta, accendere una domanda, provocare un pensiero.

Per questo oggi la comunità di Vercelli perde una grande risorsa. Una di quelle persone che contribuiscono alla vita di una città non soltanto per ciò che fanno, ma soprattutto per ciò che riescono a mettere in movimento negli altri. Io perdo un amico sincero e leale e uno di quei rari interlocutori con i quali non si parlava mai soltanto per riempire il tempo. Con Antonio una conversazione lasciava sempre qualcosa: un dubbio, un’idea, una curiosità in più. Forse è proprio questo il privilegio di aver incontrato certe persone: continuare a dialogare con loro anche quando non possono più risponderci.



Operation Underworld: quando lo Zio Sam chiamò gli amici degli amici

Nel 1942, mentre gli Stati Uniti combattevano contro le potenze dell'Asse, la Marina americana scelse un alleato improbabile: la crimin...