Negli ultimi mesi alcune testate e commentatori hanno suggerito che Theodore Roosevelt possa essere letto come un antesignano di Donald Trump: un presidente energico, decisionista, insofferente ai vincoli e capace di incarnare una leadership personale e muscolare. Un paragone che nasce soprattutto dallo stile, più che dalla sostanza, e che merita di essere guardato con attenzione. Perché se Trump sembra aspirare a una statura “rooseveltiana”, è proprio nel confronto con Roosevelt che emergono tutte le distanze.
Roosevelt credeva nel potere come responsabilità pubblica. Il suo decisionismo non era fine a sé stesso, ma orientato a un obiettivo preciso: rafforzare lo Stato, correggere gli squilibri del capitalismo, combattere i monopoli e rendere più solida la democrazia americana. Il carisma serviva a spingere il sistema in avanti, non a piegarlo al leader.
Emblematico, in questo senso, è il suo rapporto con i Rough Riders. Quel reggimento volontario, divenuto mito nazionale, non era una milizia personale né un corpo ideologico. Era, al contrario, il simbolo dell’America che Roosevelt aveva in mente: cowboy e studenti di Harvard, immigrati e figli dell’establishment, uomini di origini sociali e culturali diversissime uniti sotto la stessa bandiera. Per Roosevelt la forza della nazione stava proprio lì, nella pluralità che diventa comunità.
Per questo Roosevelt non concepiva la violenza come strumento contro un “nemico interno”. Il suo celebre big stick riguardava la politica estera e la deterrenza internazionale, non la repressione del dissenso domestico. Anche nei momenti di forte conflitto sociale, Roosevelt intervenne per stabilizzare e mediare, non per dividere gli americani in campi contrapposti.
Trump, invece, sembra richiamarsi solo alla superficie del modello rooseveltiano: il linguaggio diretto, la retorica della forza, l’idea del leader come figura dominante. Ma dove Roosevelt usava il potere per includere e costruire, Trump lo utilizza per polarizzare. Dove Roosevelt rafforzava le istituzioni, Trump le mette sotto pressione. Dove Roosevelt vedeva un’unica comunità nazionale, Trump tende a contrapporre un’America “vera” a un’America “nemica”.
Il paradosso è evidente: Trump aspira alla grandezza storica di Roosevelt, ma rifiuta ciò che quella grandezza richiede — visione, senso del limite, rispetto profondo delle istituzioni democratiche. Roosevelt fu un riformatore autoritario dentro la democrazia. Trump è un leader populista che la democrazia la mette alla prova. Ed è in questa differenza che il paragone, alla fine, si dissolve.

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