Nel 1866 l’Europa era attraversata da una guerra che non riguardava tutti allo stesso modo, ma che tutti erano chiamati a subire. Per l’Italia significava completare l’unità nazionale con la conquista del Veneto. Per l’Austria voleva dire tenere in piedi l’Impero, difendere un equilibrio che stava cedendo sotto il peso della storia. In mezzo a queste due forze c’era un piccolo Stato alpino, il Liechtenstein, formalmente legato all’Austria, ma troppo piccolo per incidere davvero sulle sorti del conflitto. Eppure, come previsto dagli accordi dell’epoca, anche il principato doveva fare la sua parte.
La
sua parte aveva un nome semplice e definitivo: ottanta
uomini del Liechtenstein.
Non
“un reparto”, non “un battaglione”. L’esercito intero.
Erano contadini, artigiani, giovani e padri di famiglia. Partirono da
Vaduz sapendo che la guerra non li aspettava davvero, ma li includeva
per obbligo.
Il loro compito non era conquistare, né difendere città: dovevano
presidiare un tratto di confine alpino verso l’Italia, mentre più
a sud si combattevano le battaglie che decidevano il destino del
Veneto e dell’Impero asburgico.
Per loro la guerra arrivava sotto forma di notizie frammentarie: voci su Custoza, Bezzeca, Garibaldi, Lamarmora, su alleanze che cambiavano, su decisioni prese lontano. Nessuno sparò mai un colpo. Nessuno vide il nemico. Le montagne separavano più di quanto unissero. Fu in quel territorio sospeso — né fronte né retrovia — che incontrarono l’ottantunesimo.
Era italiano. Non un soldato, non un ufficiale. Un uomo qualunque, travolto da una guerra che per l’Italia prometteva una patria più grande, ma che per molti significava solo strade interrotte, lavori persi, famiglie lontane. Parlava della pianura veneta come di una terra che stava cambiando padrone senza chiedere il permesso a chi la abitava. All’inizio era solo un volto amico lungo il cammino. Poi divenne una presenza costante. Condivideva il cibo, il silenzio, le ore inutili. In un conflitto che opponeva Stati e Imperi, lui non rappresentava nessuno, e proprio per questo apparteneva a tutti.
Quando la guerra finì — con il Veneto all’Italia e l’Austria costretta a ripensare sé stessa — gli ottanta uomini del Liechtenstein ricevettero l’ordine di rientrare. Tornavano da una guerra che non avevano combattuto, ma che li aveva comunque attraversati. Solo a casa si accorsero che il conto non tornava. Erano ottantuno.
Nessuno seppe dire quando l’uomo in più fosse diventato parte del gruppo. Nessun verbale lo registrava. Nessuna autorità lo aveva deciso. Era successo semplicemente perché, lungo una guerra fatta di confini e imperi, qualcuno aveva scelto di non restare solo. Due anni dopo, il Liechtenstein avrebbe sciolto per sempre il suo esercito. Ma quella storia rimase come una nota stonata e luminosa nella cronaca del 1866: mentre l’Italia guadagnava un territorio e l’Austria perdeva un pezzo di impero, un piccolo Stato alpino tornava a casa con un uomo in più.

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