Metti una sera ad ascoltare l’idolo della tua gioventù calcistica. E all’improvviso il tempo si piega, si arrotola su sé stesso, e ti ritrovi lì. Era l’epoca dei pantaloni a zampa d’elefante e dei basettoni, quelli veri – me li ricordo ancora, folti e vistosi, sul volto di mio padre. Erano gli anni delle prime grandi riprese televisive, quando lo slow motion sembrava una magia e il calcio era ancora istinto, non lavagna.
Era il tempo degli Zigoni, dei Romeo Benetti, di Bonimba e di Bettega. Un calcio ruvido, diretto, umano. E poi c’era lui. L’Abatino. Quello che dava del tu al pallone. Un talento irripetibile, capace di accendere lo stadio con un gesto e di spegnerlo con un silenzio. Estro puro, carattere impossibile, genio e sregolatezza. Uno che non chiedeva permesso.
Erano anche gli anni in cui, se tifavi Milan, soffrivi fino in fondo. La fatal Verona, il gol annullato all’ultimo nel 71/72, la quasi retrocessione del ’77. E tu, dodicenne, portavi quei colori come una bandiera scomoda, invisa al novantacinque per cento dei tuoi coetanei, ma proprio per questo ancora più tua.
Poi, quando meno te lo aspettavi, arrivò la stella. Il decimo scudetto. Non era il Milan degli invincibili o dei cannibali. Era il Milan normale, quello che vinceva contro il destino. E sopra tutti, ancora lui: Gianni. L’uomo dei miracoli, come raccontava lo zio di Abatantuono.
Tutto questo l’ho ascoltato questa sera. E non perché l’ho intervistato, né perché fossi lì da cronista. Ma perché è stato un tuffo al cuore, un ritorno a un’infanzia che allora sembrava magari triste, e invece era felicità pura, perché condivisa con chi oggi non c’è più. È lì che ho preso il morbo. Quello di Gianni.
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