lunedì 12 gennaio 2026

Ibra cuore Orange



D. La tua storia è quella di un ragazzo cresciuto in questo territorio, che ha calcato parquet diversi ma che è tornato all’origine. Che significato ha oggi indossare la fascia degli Orange?
R. Tornare qui non è stato un passo indietro, ma una scelta consapevole. Ho girato, ho visto altri ambienti, altri modi di vivere il futsal, e tutto questo mi ha fatto crescere. Tornare agli Orange significava riportare quell’esperienza a casa. Essere capitano oggi vuol dire sentire una responsabilità che va oltre il campo: essere un punto di riferimento, un equilibrio, una guida nei momenti difficili. È qualcosa che sento mio.

D. Il girone d’andata parla chiaro: 9 vittorie e 2 pareggi. Vi aspettavate un rendimento del genere?
R. Sapevamo di essere una squadra forte, ma i numeri non arrivano mai per caso. Sono il frutto del lavoro quotidiano, dell’attenzione ai dettagli e della maturità che abbiamo costruito nel tempo. Non abbiamo mai guardato troppo avanti, abbiamo pensato partita dopo partita. Questo equilibrio ci ha permesso di restare solidi anche nei momenti complicati.

D. In due anni siete passati dalle ultime posizioni a una squadra dominante. Cosa è cambiato davvero?
R. È cambiata la mentalità. Prima subivamo le partite, oggi le gestiamo. Abbiamo imparato a soffrire senza disunirci, a vincere senza esaltarci troppo. C’è stata una crescita collettiva: il gruppo è diventato squadra. Ognuno sa cosa deve fare, dentro e fuori dal campo, e questo fa la differenza.

D. Che giudizio dai al lavoro del mister in questo percorso?

R. Il mister ha avuto una visione chiara fin dall’inizio e soprattutto la forza di portarla avanti anche nei momenti più complessi. Ci ha dato un’identità precisa, regole condivise e fiducia, costruendo un percorso che non si è mai basato solo sul risultato immediato. Non ha mai abbassato l’asticella, nemmeno quando i risultati tardavano ad arrivare o quando sarebbe stato più facile cercare scorciatoie. Ha saputo valorizzare i singoli senza perdere di vista l’idea collettiva, facendo sentire ogni giocatore parte di un progetto più grande. Oggi raccogliamo ciò che lui ha seminato con pazienza: una squadra matura, consapevole dei propri mezzi e capace di affrontare le difficoltà con equilibrio e personalità.



D. Nel futsal capita spesso di subire sfottò e talvolta anche insulti dagli spalti. Come si reagisce?
R. Fa parte del gioco, anche se non dovrebbe mai superare certi limiti. La risposta migliore è sempre il campo. Personalmente cerco di trasformare tutto in concentrazione, senza perdere lucidità. Da capitano sento anche il dovere di proteggere i compagni più giovani: il rispetto viene prima di tutto, ma la testa deve restare sulla partita.

D. Come immagini il girone di ritorno?

R. Sarà più difficile dell’andata. Ora tutti ci conoscono, tutti vogliono batterci. Dovremo essere ancora più umili e determinati. Non possiamo permetterci cali di tensione. Se manterremo questo atteggiamento, potremo toglierci grandi soddisfazioni.

D. Cosa ti senti di promettere ai tifosi degli Orange?

R. Posso promettere impegno, serietà e rispetto per questa maglia. Ogni partita sarà giocata fino all’ultimo secondo. Siamo consapevoli di rappresentare una comunità e daremo sempre il massimo per renderla orgogliosa.

D. A livello individuale, ti sei posto un obiettivo?

R. Sì, l’obiettivo delle venti reti è uno stimolo personale, ma viene sempre dopo il bene della squadra. Se arriveranno quei gol e serviranno a vincere, sarà perfetto. Se servirà fare un passo indietro per aiutare il gruppo, lo farò senza esitazioni.


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