domenica 19 luglio 2026

Fatti non foste per viver come bruti . Nolan e l'Odissea


 

Molti si aspettavano un film dominato dalla spettacolarità, dagli effetti visivi e dalle grandi battaglie. Christopher Nolan, invece, compie una scelta diversa e, a mio avviso, molto più coraggiosa.

Il suo film è prima di tutto un'opera filosofica. Dietro il racconto epico emerge continuamente una riflessione sull'uomo, sul destino, sulla conoscenza e sul prezzo delle proprie scelte. I lunghi dialoghi – in particolare quelli con Theron e Zendaya – e i continui flashback possono apparire meno immediati a chi cerca esclusivamente ritmo e azione, ma rappresentano il cuore del film. È lì che Nolan costruisce il senso della storia.

Sarebbe stato facile cedere alla tentazione di trasformare il mito in una sequenza di effetti speciali. Sarebbe stata probabilmente la strada più semplice e più commerciale. Nolan, invece, preferisce affidarsi alle parole, ai silenzi e ai dilemmi morali dei protagonisti, ricordandoci che il vero conflitto non è quello combattuto sul campo di battaglia, ma quello che ogni uomo affronta dentro sé stesso.

Per questo il film mi ha ricordato il celebre verso di Dante:

«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»

È proprio la ricerca della conoscenza, il desiderio di comprendere il proprio destino e di superare i propri limiti che attraversa tutta l'opera. L'epica diventa così il pretesto per raccontare qualcosa di profondamente umano.

Forse non è il film più spettacolare di Nolan. Ma è certamente uno dei suoi più maturi, perché rinuncia all'effetto facile per restituire centralità alle idee. E in un cinema sempre più dominato dalla ricerca dell'immagine perfetta, è una scelta che merita di essere riconosciuta


martedì 14 luglio 2026

L'ultimo mostro è l'orgoglio: hybris


Bellerofonte fu uno dei più grandi eroi della mitologia greca. Con l'aiuto della dea Atena riuscì a domare Pegaso, il cavallo alato, e grazie a lui sconfisse la terribile Chimera, il mostro che seminava morte e distruzione. Vinse poi i Solimi, affrontò le Amazzoni e superò ogni prova che gli venne imposta. Nessun'impresa sembrava ormai impossibile. Ma proprio il successo lo condusse verso il suo nemico più insidioso. Le vittorie gli fecero credere di essere diverso dagli altri uomini. Non più un mortale favorito dagli dèi, ma quasi un loro pari. Così, accecato dalla convinzione di meritare un posto tra gli immortali, montò Pegaso e tentò di raggiungere l'Olimpo.

Per i Greci questo aveva un nome preciso: hybris. La hybris non era semplicemente la superbia. Era l'illusione di non avere più limiti, il momento in cui l'uomo smette di riconoscere la misura delle cose e si convince che il successo gli attribuisca diritti che nessun essere umano può reclamare. È il peccato di chi confonde il talento con l'infallibilità, il merito con il privilegio, la forza con l'onnipotenza. Zeus non ebbe bisogno di scagliare un fulmine. Gli bastò inviare un piccolo tafano che punse Pegaso. Il cavallo si imbizzarrì e Bellerofonte precipitò sulla terra.

Il messaggio del mito è tanto semplice quanto profondo: il più grande degli eroi non fu sconfitto dalla Chimera, né dalle Amazzoni, né dagli eserciti che aveva affrontato. Fu sconfitto da se stesso. Per questo la storia di Bellerofonte continua a parlarci ancora oggi. Ogni successo porta con sé un rischio sottile: credere che ciò che abbiamo conquistato ci renda superiori agli altri o immuni dall'errore. È proprio in quel momento che nasce la hybris, e con essa ha inizio la caduta.

La vera grandezza non consiste nell'arrivare più in alto degli altri, ma nel ricordare, anche quando si è in vetta, di essere ancora uomini. La Chimera era un mostro che viveva fuori da Bellerofonte. L'orgoglio, invece, abitava dentro di lui. Ed è questo il mostro più difficile da riconoscere e il più pericoloso da sconfiggere.


 

venerdì 10 luglio 2026

La Terra di Mezzo nasce nelle trincee della Somme?


 

La Prima guerra mondiale non ha lasciato soltanto milioni di morti. Ha lasciato anche una generazione di scrittori chiamata a raccontare l'indicibile. Uno, J. R. R. Tolkien, quell'inferno lo visse in prima persona, combattendo nelle trincee della Battaglia della Somme. L'altro, T. S. Eliot, ne colse le macerie morali e spirituali, trasformandole nel suo capolavoro, The Waste Land. Due opere diversissime, due linguaggi opposti, ma forse una stessa domanda: come si racconta un mondo dopo che la civiltà ha conosciuto l'orrore?

Quando pensiamo a Tolkien immaginiamo Hobbit, Elfi, maghi e castelli. Difficilmente pensiamo a un giovane ufficiale britannico immerso nel fango, tra reticolati, esplosioni e compagni che non sarebbero più tornati a casa. Sopravvisse alla guerra quasi per caso, colpito dalla febbre da trincea, mentre molti dei suoi amici persero la vita. Anni dopo avrebbe sempre respinto l'idea che Il Signore degli Anelli fosse un'allegoria della Grande Guerra. E aveva ragione. La sua non è la cronaca del conflitto. Ma gli scrittori non dimenticano ciò che hanno vissuto.

C'è un'immagine che lega Tolkien a Eliot: quella della terra devastata.

Eliot la chiamò The Waste Land, la "terra desolata", simbolo di una civiltà svuotata dalla guerra. Tolkien la trasformò, inconsapevolmente o forse inevitabilmente, nelle pianure di Mordor. È difficile non vedere nella desolazione di Gorgoroth un'eco della No Man's Land, quella "terra di nessuno" tra le trincee dove il fango aveva sostituito i prati e gli alberi erano diventati tronchi anneriti dalle granate. Ma è proprio qui che i due autori si separano.

Eliot racconta un mondo che sembra aver perso ogni speranza. Tolkien, invece, sceglie una strada diversa. A salvare la Terra di Mezzo non sono re invincibili o grandi condottieri, ma due piccoli Hobbit. Dopo aver conosciuto l'orrore della guerra, sembra quasi dirci che il destino del mondo non dipende dalla forza, ma dal coraggio, dalla lealtà e dalla capacità delle persone comuni di non arrendersi.

Forse è questo il vero lascito della Prima guerra mondiale nella sua opera. Non un'allegoria, che Tolkien avrebbe certamente rifiutato, ma una memoria trasformata in mito. La guerra non spiega la Terra di Mezzo, ma probabilmente le ha dato un'anima.

Ed è forse anche per questo che, a distanza di anni, continuiamo a leggere Il Signore degli Anelli non soltanto come un romanzo fantasy, ma come una storia profondamente umana. Dietro la lotta contro Sauron, in fondo, si intravede ancora quella domanda che segnò un'intera generazione: come si torna a sperare dopo aver attraversato la terra di nessuno?

A tutto il buono Cosimo Altavilla e la continuità d'impresa



La continuità d'impresa non è soltanto un passaggio generazionale. È il momento in cui un patrimonio costruito nel tempo cambia mani senza perdere la propria identità. In un'impresa infatti, insieme alle quote societarie si trasferiscono esperienza, relazioni, competenze, cultura del lavoro e quel sapere che spesso non è scritto in nessun manuale, ma vive nelle persone. ,Ogni ricambio generazionale rappresenta una sfida. Da un lato c'è chi ha dedicato una vita alla crescita dell'azienda e deve imparare ad affidarla a una nuova guida; dall'altro ci sono giovani imprenditori chiamati a raccogliere un'eredità importante, con la responsabilità di innovare senza disperdere ciò che ha reso quell'impresa solida e riconoscibile.

La continuità non significa conservare il passato, ma renderlo capace di affrontare il futuro. Le imprese che riescono a trasmettere conoscenze, valori e capacità imprenditoriali sono quelle che hanno maggiori possibilità di affrontare le trasformazioni tecnologiche, ambientali e di mercato senza perdere le proprie radici.

Trasmettere un'impresa significa consegnare a una nuova generazione molto più di un'attività economica. Significa affidare una storia, una reputazione costruita nel tempo e un patrimonio di valori che rappresenta una parte essenziale del tessuto economico e sociale dei nostri territori. È questo il vero significato della continuità d'impresa: custodire il meglio del passato per renderlo protagonista del futuro.

Questo il tema della puntata di tutto il buono condotta magistralmente come sempre da Elvira Federico

giovedì 9 luglio 2026

Il calcio entra nella storia (e la storia entra nel calcio)


C'è stato un momento in cui ho pensato che il calcio potesse essere raccontato attraverso la storia. Era il periodo degli Europei e immaginavo le partite come l'epilogo simbolico di rivalità nate secoli prima: nazionali che, almeno nell'immaginario, tornavano ad affrontarsi dopo essersi incrociate sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Un gioco, certo, ma con un fondo di fascino.

Oggi l'intelligenza artificiale ha trasformato quell'idea in qualcosa di molto più spettacolare. Prima di ogni partita compaiono brevi filmati che sembrano trailer hollywoodiani: i conquistadores spagnoli che marciano contro gli Aztechi messicani, i vichinghi guidati da Erling Haaland che sbarcano sulle coste del Brasile, legionari, guerrieri e cavalieri che si preparano alla battaglia. In pochi secondi una semplice sfida calcistica assume il respiro di un racconto epico.

Naturalmente qualche licenza artistica non manca. La più divertente, almeno per me, è vedere Napoleone Bonaparte trasformarsi in Kylian Mbappé. L'imperatore con la feluca che presta il volto al fuoriclasse del Real Madrid è un accostamento che fa sorridere: difficile immaginare il piccolo Corso nei panni di uno degli attaccanti più esplosivi del calcio moderno.

Più complicato è il caso dell'Argentina, che non dispone di un immaginario storico altrettanto immediato. Forse soltanto un confronto con il Regno Unito richiamerebbe inevitabilmente la Guerra delle Falkland, mentre negli altri casi è meno semplice trovare un riferimento altrettanto evocativo.

Al di là di questi dettagli, l'idea resta estremamente affascinante. La storia offre un linguaggio universale fatto di simboli, personaggi ed eventi che arricchiscono il racconto sportivo e lo rendono qualcosa di più di una semplice presentazione della partita. In fondo, già gli antichi Latini ci ricordavano che historia magistra vitae est. E forse, oggi, grazie all'intelligenza artificiale, la storia può diventare anche una straordinaria chiave narrativa per raccontare il calcio, lasciando spazio, di tanto in tanto, a qualche licenza poetica che contribuisce a rendere ancora più coinvolgente lo spettacolo.

sabato 4 luglio 2026

Cher Ami, il piccione che salvò un battaglione


Siamo sinceri. Se oggi qualcuno ci dicesse che un piccione ha cambiato il corso di una battaglia, probabilmente penseremmo a una leggenda. E invece è tutto vero. Non aveva uniforme. Non aveva armi. Non aveva nemmeno coscienza di ciò che stava accadendo. Eppure Cher Ami, un piccolo piccione viaggiatore, riuscì a salvare la vita di quasi duecento soldati americani durante la Prima guerra mondiale. La sua storia è conosciuta grazie al film Il Battaglione Perduto (The Lost Battalion), che racconta uno degli episodi più drammatici dell'offensiva della Mosa-Argonne, l'ultima grande offensiva americana del conflitto e quella che avrebbe contribuito, poche settimane più tardi, alla resa della Germania.

C'è un particolare che rende questa storia ancora più affascinante. Quel piccolo piccione si chiamava Cher Ami, che in francese significa "Caro amico". Un nome scelto molto prima della sua impresa, quando nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto nelle Argonne. I colombi viaggiatori impiegati dall'esercito americano provenivano infatti in gran parte dalla Francia e conservavano i nomi assegnati dagli allevatori francesi. Solo dopo quella missione quel nome avrebbe assunto un significato quasi profetico. Per i soldati del Battaglione Perduto, Cher Ami non era più soltanto un piccione: era diventato davvero il loro "caro amico".

È l'ottobre del 1918. La guerra sta ormai volgendo al termine. Nella fitta Foresta delle Argonne il maggiore Charles Whittlesey guida circa 550 uomini della 77ª Divisione con l'ordine di conquistare una posizione strategica. L'avanzata riesce, ma il successo si trasforma presto in una trappola. Le unità ai fianchi rallentano, i tedeschi chiudono ogni via di fuga e il battaglione rimane completamente isolato. Per cinque giorni quei soldati resistono senza viveri, con pochissima acqua, munizioni sempre più scarse e decine di feriti. Combattono praticamente circondati, aspettando un aiuto che sembra non arrivare mai.

Poi accade l'impensabile. L'artiglieria americana, convinta che quella posizione sia ormai stata conquistata dai tedeschi, inizia a bombardare proprio i propri uomini. Il fuoco amico rischia di fare più vittime del nemico. Bisogna fermarlo immediatamente, ma le linee telefoniche sono state distrutte e tutti i portaordini inviati attraverso il bosco vengono uccisi. L'unica speranza rimasta sono tre piccioni viaggiatori.

Il primo viene abbattuto. Il secondo non arriva a destinazione. Resta soltanto Cher Ami. Whittlesey scrive poche parole su un minuscolo foglio: "Siamo lungo la strada parallela alla quota 276.4. La nostra artiglieria sta bombardando direttamente su di noi. Per l'amor del cielo, fermate il tiro." Il messaggio viene inserito nella piccola capsula fissata alla zampa del piccione. Quando Cher Ami prende il volo, i tedeschi cominciano a sparargli. Un proiettile lo colpisce al petto, un altro gli distrugge un occhio, una zampa rimane quasi completamente recisa. Sarebbe sufficiente perché qualsiasi animale precipitasse a terra. Lui invece continua a volare.

Attraversa il fronte, supera il fumo dell'artiglieria e percorre circa 40 chilometri in poco più di venticinque minuti. Quando raggiunge il quartier generale americano è in fin di vita, ma il messaggio è arrivato. L'artiglieria interrompe immediatamente il bombardamento e poche ore più tardi vengono organizzati i soccorsi. Dei 554 uomini entrati nella foresta, soltanto 194 riusciranno a uscirne vivi. Senza quel volo, probabilmente nessuno di loro ce l'avrebbe fatta.

Anche Cher Ami viene soccorso. I veterinari riescono a salvarlo, ma devono amputargli la zampa ferita, sostituendola con una piccola protesi in legno. Per il coraggio dimostrato riceve la Croix de Guerre, una delle più prestigiose onorificenze francesi, un riconoscimento rarissimo per un animale. Morirà pochi mesi dopo, nel 1919, ma il suo corpo è ancora oggi conservato allo Smithsonian National Museum of American History. Questa storia continua a colpire perché ricorda una verità che la guerra, più di ogni altra cosa, mette in evidenza: gli eventi più grandi dipendono talvolta dai protagonisti più piccoli. In una battaglia che coinvolgeva migliaia di uomini, artiglieria, mitragliatrici e strategie militari, il momento decisivo fu affidato a un animale che pesava meno di mezzo chilo. È una delle grandi ironie della storia: mentre gli uomini costruivano macchine sempre più sofisticate per distruggersi, la salvezza arrivò affidandosi all'istinto, alla fedeltà e alle ali di un semplice piccione.

Forse è anche per questo che la vicenda di Cher Ami continua a parlarci dopo più di un secolo. Nelle grandi crisi siamo portati a pensare che servano sempre uomini straordinari o imprese impossibili. La storia, invece, ci insegna spesso il contrario: a fare la differenza è chi porta fino in fondo il compito che gli è stato affidato. Cher Ami non sapeva di essere un eroe, non conosceva il valore del messaggio che trasportava e ignorava perfino che da quel volo dipendesse la vita di quasi duecento uomini. Continuò semplicemente a volare, nonostante le ferite. È un'immagine che va oltre la guerra e che conserva ancora oggi una sorprendente forza simbolica. Perché anche nella nostra vita capita di sentirci colpiti, rallentati, messi alla prova dalle difficoltà. Eppure, molto spesso, ciò che conta non è quanto siamo feriti, ma la capacità di non interrompere il nostro volo. La storia, in fondo, è piena di grandi imprese nate da gesti piccoli, silenziosi e ostinati. Quella di Cher Ami è una di queste.



Stubby il cane che salvò centinaia di vite fiutando il gas WWI

Non me ne voglia Doggo Daily, ma quando ci si imbatte in una storia come questa si capisce davvero perché il cane venga definito il migliore amico dell'uomo. Non tanto per la fedeltà, che ormai diamo quasi per scontata, né soltanto per la compagnia che riesce a regalarci ogni giorno. È nei momenti più difficili che questo legame rivela tutta la sua forza. Quando il pericolo incombe, il cane è capace di fare ciò che spesso riesce solo ai grandi eroi: mettere la vita degli altri davanti alla propria. È esattamente quello che fece Stubby, un piccolo meticcio che non aveva un pedigree, non aveva ricevuto alcun addestramento militare e probabilmente non sapeva nemmeno cosa fosse una guerra. Eppure riuscì a salvare centinaia di soldati semplicemente facendo ciò che gli veniva più naturale: proteggere il suo branco.

La sua storia comincia nel 1917, quando era poco più di un randagio che si aggirava tra i campi di addestramento dell'esercito americano nel Connecticut in cerca di qualche avanzo di cibo. Fu il caporale Robert Conroy ad accorgersi di lui e ad affezionarsi a quel cane dal muso schiacciato e dalla corporatura compatta, tanto da chiamarlo Stubby, "tarchiato". Tra i due nacque un rapporto speciale e, quando il reparto ricevette l'ordine di partire per la Francia, Conroy decise di portarlo con sé. Lo nascose sulla nave diretta in Europa e, quando gli ufficiali lo scoprirono, Stubby aveva già conquistato tutti. Si racconta che avesse imparato perfino a salutare portando la zampa alla fronte, un gesto che strappò più di un sorriso e gli valse il permesso di restare con il reparto.

Il fronte occidentale, però, non aveva nulla di sorridente. Le trincee erano un mondo di fango, freddo, paura e attese interminabili, interrotte dal fragore dell'artiglieria e dagli assalti improvvisi. Tra le armi più terribili della Prima guerra mondiale c'erano i gas tossici: invisibili, silenziosi e letali. Bastavano pochi minuti perché una nube di cloro o di gas mostarda trasformasse una trincea in una trappola mortale.

Durante uno dei primi attacchi Stubby rimase lui stesso intossicato dal gas. Sopravvisse, ma da quel momento accadde qualcosa di straordinario. Il suo olfatto sembrò affinarsi ancora di più e imparò a riconoscere l'odore dei gas prima che gli uomini si accorgessero del pericolo. Ogni volta che lo percepiva iniziava ad agitarsi, correva lungo la trincea abbaiando con insistenza, saltava addosso ai soldati ancora addormentati e li costringeva a svegliarsi. All'inizio qualcuno lo prendeva per un cane troppo nervoso. Poi, all'orizzonte, compariva la nube tossica e tutti capivano che Stubby aveva dato l'allarme ancora una volta. Quei pochi minuti di anticipo bastavano per indossare le maschere antigas e, in moltissimi casi, per salvare decine di vite.

Ma il suo contributo non finiva lì. Terminati i combattimenti, Stubby si avventurava nella terra di nessuno seguendo l'odore dei soldati feriti. Quando ne individuava uno, abbaiava fino ad attirare i soccorritori. La tradizione racconta anche che riuscì a individuare una spia tedesca infiltrata tra le linee americane, mordendole i pantaloni e trattenendola fino all'arrivo dei militari. Episodi che contribuirono a trasformare quella mascotte in un autentico compagno d'armi.

Nel corso della guerra Stubby partecipò a diciassette battaglie, condividendo con il suo reparto la fame, il freddo, la paura e la speranza. Per quei soldati non era più semplicemente un cane. Era uno di loro. Il primo ad accorgersi del pericolo e, spesso, l'ultimo ad abbandonare il campo, perché continuava a cercare chi aveva bisogno di aiuto.

Quando la guerra finì, Stubby tornò negli Stati Uniti come un eroe nazionale. Partecipò a parate, ricevette numerose decorazioni e incontrò tre presidenti americani, diventando il cane più celebre e probabilmente il più decorato della Prima guerra mondiale.

Eppure il riconoscimento più grande non fu una medaglia. Fu il ricordo dei soldati che, per tutta la vita, raccontarono di essere sopravvissuti grazie a quel piccolo randagio che, una notte, aveva iniziato ad abbaiare qualche minuto prima che il gas raggiungesse la trincea.

Stubby non conosceva la strategia militare, non sapeva cosa fossero il coraggio o l'eroismo. Faceva semplicemente quello che ogni cane fa con chi considera parte della propria famiglia: proteggerlo. Ed è forse proprio questa la ragione per cui, a oltre un secolo di distanza, la sua storia continua a commuovere. Perché ci ricorda che il legame tra l'uomo e il cane non è fatto soltanto di affetto. A volte è fatto di fiducia assoluta. E, in casi straordinari come questo, persino di vite salvate.

mercoledì 1 luglio 2026

La politica e la storia la detta la geografia: gli stretti


 

Gli stretti: quei pochi chilometri d'acqua per cui l'umanità continua a farsi la guerra

C'è una domanda che ogni tanto vale la pena porsi: quante guerre sono state combattute per conquistare uno stretto? La risposta esatta non la conosce nessuno. Gli storici hanno censito centinaia di battaglie e decine di grandi guerre combattute direttamente o indirettamente per il controllo di questi passaggi. Ma forse la risposta più corretta è un'altra: quasi tutte le grandi potenze della storia, prima o poi, hanno combattuto per uno stretto. Perché gli stretti sono un po' il capolavoro della geografia. Sono minuscoli, spesso larghi solo poche centinaia di metri, eppure hanno il potere di decidere la sorte di interi imperi. Se tutti devono passare da lì, chi controlla quello spazio controlla il traffico, il commercio, gli eserciti e, molto spesso, anche la politica.

L'uomo cambia, la tecnologia cambia, ma la geografia no. E la geografia, a volte, ha un crudele senso dell'umorismo.

Pensateci. Abbiamo costruito portaerei lunghe trecento metri, petroliere gigantesche, sommergibili nucleari e satelliti che fotografano ogni centimetro del pianeta. Poi arriva uno stretto largo un chilometro e mezzo e tutta questa potenza deve mettersi ordinatamente in fila. È successo sempre. Già gli antichi Greci avevano capito che uno stretto valeva più di una pianura. A Salamina, nel 480 avanti Cristo, Temistocle attirò la gigantesca flotta persiana proprio dove le sue navi non avrebbero potuto sfruttare la superiorità numerica. Il mare, improvvisamente, diventò troppo piccolo. La battaglia cambiò la storia dell'Occidente.

Poi ci sono i Dardanelli, probabilmente lo stretto più litigato del pianeta. Se potesse parlare, forse direbbe di aver visto passare più eserciti che pesci. Persiani, Greci, Romani, Bizantini, Veneziani, Ottomani, Russi, Inglesi, Francesi... tutti, almeno una volta, hanno pensato che sarebbe stato meglio averlo dalla propria parte.

E come dar loro torto? Chi controlla i Dardanelli controlla l'accesso al Mar Nero. È una posizione che valeva oro duemila anni fa e continua a valere oro oggi.

Lo stesso discorso vale per il Bosforo. Due continenti separati da poche centinaia di metri d'acqua. Una città, Istanbul, costruita esattamente nel punto in cui la geografia ha deciso di creare uno dei luoghi più strategici del mondo. Non è un caso se prima Bisanzio, poi Costantinopoli e infine Istanbul siano state contese per quasi due millenni. E non pensiamo che queste siano soltanto storie antiche. Oggi le mappe sono diverse, ma il copione è identico.

Lo Stretto di Hormuz è il rubinetto energetico del pianeta. Da lì passa una parte enorme del petrolio mondiale. Bab el-Mandeb è la porta del Mar Rosso. Malacca è l'autostrada marittima dell'Asia. Ogni volta che in televisione sentiamo parlare di tensioni in una di queste aree, dietro le dichiarazioni diplomatiche c'è quasi sempre la stessa domanda che si ponevano già Greci e Persiani: chi controlla il passaggio?

La cosa divertente è che gli stretti, in fondo, non hanno mai chiesto niente a nessuno. Sono lì da milioni di anni. Sono gli uomini che continuano ostinatamente a litigare intorno a loro. Forse, se uno stretto potesse parlare, ci guarderebbe con un certo sarcasmo. Direbbe che in venticinque secoli abbiamo cambiato armi, religioni, imperi, ideologie, perfino il modo di fare la guerra. Eppure, alla fine, torniamo sempre lì. A contenderci gli stessi pochi chilometri d'acqua. È una delle grandi ironie della storia. Pensiamo di essere padroni del mondo, di dominare la natura con la tecnologia e l'ingegno. Poi basta una sottile lingua di mare per ricordarci che, alla fine, è ancora la geografia a decidere dove passa la Storia.

E la Storia, da quelle parti, continua a passare molto spesso con una flotta alle spalle.

martedì 30 giugno 2026

l'Anabasi il viaggio che cambia chi lo compie


 

L' Anabasi di Senofonte, scritta nel IV secolo a.C., racconta la spedizione dei Diecimila mercenari greci che, rimasti senza comandante nel cuore dell'Impero persiano, sono costretti a trovare da soli la strada per tornare a casa. È il racconto di un viaggio lungo, difficile e incerto, ma è anche molto di più.

Nel tempo, l'Anabasi è diventata una metafora dell'esistenza. Ogni uomo, prima o poi, affronta la propria "anabasi": un percorso nel quale perde i punti di riferimento, si trova lontano dalle proprie certezze ed è costretto a riscoprire le proprie risorse interiori

Filosoficamente, l'opera rappresenta il passaggio dalla dipendenza all'autonomia. Quando vengono meno il capo, le sicurezze e le protezioni, emerge la responsabilità individuale. Senofonte mostra che la leadership non nasce dal potere, ma dalla competenza, dall'esempio e dalla capacità di infondere fiducia negli altri. L'Anabasi insegna anche che il viaggio conta quanto la meta. Il ritorno non è semplicemente uno spostamento geografico: è una trasformazione interiore. I Diecimila non tornano gli stessi uomini che erano partiti. Le prove affrontate li hanno cambiati. Per questo l'opera è stata letta nei secoli come un racconto di formazione, di resilienza e di rinascita.

Il celebre grido "Il mare! Il mare!" – con cui i soldati salutano la vista del Mar Nero, non celebra soltanto la fine della fatica. Celebra la speranza. È il momento in cui, dopo aver attraversato il caos, si torna a intravedere un orizzonte. Per questo quel grido è diventato uno dei simboli universali della liberazione, del ritorno alla speranza e della vittoria della perseveranza sulla disperazione.

domenica 28 giugno 2026

l'Ape di Carpano what else


 

Duecentoquarant'anni fa un biellese, che oggi definiremmo un alchimista del gusto prima ancora che un imprenditore, mise a punto una ricetta destinata a cambiare per sempre il modo di bere e di stare insieme. Nel retrobottega dell'enoteca di Piazza Castello a Torino dove lavorava, sperimentò l'incontro tra vino, erbe aromatiche, spezie e assenzio. Nessuno poteva immaginare che quella miscela, nata dall'intuizione e dalla sperimentazione di Antonio Benedetto Carpano, sarebbe diventata il vermout, dando origine a una tradizione destinata a conquistare il mondo.

Carpano non partiva da zero. Si ispirò a un'antica pratica: aromatizzare il vino con erbe officinali per renderlo più gradevole e, secondo la cultura dell'epoca, anche benefico per il corpo. Ma fece un passo ulteriore. Trasformò una bevanda dalle proprietà lenitive in un prodotto raffinato, riconoscibile e piacevole, capace di unire la sapienza dell'erborista, la sensibilità del vignaiolo e l'intuito dell'artigiano. Quella che poteva rimanere una curiosità da speziale diventò invece un fenomeno di costume.

Fu proprio in quell'enoteca di Piazza Castello che iniziò a verificarsi qualcosa di nuovo. Sempre più persone arrivavano per assaggiare quella bevanda diversa da tutte le altre. Si racconta che si formassero code per poter bere un bicchiere di quel vino aromatizzato che stava conquistando Torino. Si andava per curiosità, si tornava per piacere, ma soprattutto si rimaneva per incontrarsi, conversare, osservare la città. Attorno a un bicchiere di vermouth nacque, di fatto, un nuovo modo di vivere gli spazi urbani. Non era ancora l'aperitivo come lo intendiamo oggi, ma ne conteneva già tutti gli elementi: il piacere dell'attesa, il gusto della conversazione, il valore della condivisione.

C'è poi un'ironia della storia che merita di essere raccontata. A inventare quella che può essere considerata la madre di tutti gli aperitivi fu proprio un biellese, appartenente a una terra che nell'immaginario collettivo viene spesso descritta come laboriosa, riservata, essenziale, persino un po' schiva. Eppure fu proprio da quella cultura del lavoro silenzioso e della ricerca meticolosa che nacque una delle più straordinarie invenzioni della convivialità italiana.

Il genio di Carpano non fu soltanto quello di trovare l'equilibrio perfetto tra vino, erbe e spezie. Fu soprattutto quello di comprendere, forse senza averne piena consapevolezza, che una bevanda poteva diventare molto più di ciò che conteneva nel bicchiere. Poteva trasformarsi in un rito sociale, in un'abitudine capace di mettere in relazione le persone, di creare occasioni d'incontro, di scandire un momento della giornata.

Per questo, a distanza di 240 anni, il vermout non rappresenta soltanto una delle eccellenze piemontesi più conosciute nel mondo. Rappresenta l'idea che dietro una grande intuizione artigiana possa nascere un cambiamento culturale destinato a durare nei secoli. Prima c'era il vino aromatizzato; dopo Carpano nacque un linguaggio nuovo della socialità. In fondo, non inventò semplicemente una bevanda: inventò un momento della giornata. E con esso un pezzo dell'identità di Torino, del Piemonte e dello stile di vita italiano.



giovedì 25 giugno 2026

A “Tutto il buono” di Elvira Federico la storia di Adriano Formoso, tra scienza, musica e umanità


 

Tra i protagonisti di Tutto il buono, merita certamente attenzione la scelta di dedicare uno spazio ad Adriano Formoso. Una scelta tutt'altro che scontata, che rispecchia bene lo spirito della trasmissione di Elvira Federico: andare oltre i nomi più noti per raccontare persone che, spesso lontano dai riflettori, costruiscono percorsi originali e mettono competenze e sensibilità al servizio degli altri.

Adriano Formoso è uno di quei personaggi difficili da racchiudere in una sola definizione. Psicoterapeuta, ricercatore, musicista e autore, ha costruito negli anni un percorso professionale in cui la dimensione scientifica convive con quella artistica, nella convinzione che il benessere della persona passi anche attraverso linguaggi capaci di raggiungere le emozioni più profonde. Al di là degli studi e delle teorie sviluppate, ciò che colpisce di Formoso è soprattutto l'approccio umano con cui affronta il proprio lavoro: l'attenzione all'ascolto, la volontà di offrire strumenti per affrontare ansia, stress e fragilità contemporanee e la capacità di utilizzare la musica non come semplice spettacolo, ma come occasione di incontro e relazione.

La puntata offrirà così al pubblico l'opportunità di conoscere non soltanto un professionista che indaga il rapporto tra mente, emozioni e suono, ma anche una persona che ha fatto dell'umanità, dell'ascolto e della ricerca di un benessere autentico il filo conduttore della propria esperienza personale e professionale. In un tempo in cui spesso prevalgono rumore e superficialità, raccontare storie come la sua significa restituire valore a percorsi meno visibili ma non per questo meno significativi. E’ proprio tutto il buono

mercoledì 24 giugno 2026

Operazione Greif: la grande beffa di Skorzeny che seminò il panico tra gli Alleati



È il dicembre del 1944 e in Europa molti iniziano a pensare che la guerra sia ormai agli sgoccioli. Gli Alleati hanno liberato la Francia, sono entrati in Belgio e avanzano verso la Germania. Nelle retrovie americane si respira quasi un clima da vigilia di Natale: c'è chi immagina già di trascorrere le feste a casa l'anno successivo e chi è convinto che la macchina militare tedesca sia ormai incapace di reagire.

A Berlino, però, Adolf Hitler non è disposto ad arrendersi all'inevitabile. Vuole tentare un ultimo colpo di mano, una scommessa disperata che possa dividere le forze angloamericane e costringerle a negoziare. Nasce così l'offensiva delle Ardenne, quella che gli americani ricorderanno come la Battle of the Bulge, la battaglia del rigonfiamento.

Per accompagnare questa offensiva Hitler pensa a qualcosa di inusuale, quasi da romanzo di spionaggio. Chiama uno dei suoi uomini più celebri, Otto Skorzeny. Alto quasi due metri, con la caratteristica cicatrice sul volto riportata durante un duello studentesco, Skorzeny è già una leggenda nel Terzo Reich. È l'uomo che nel settembre del 1943 aveva guidato l'operazione sul Gran Sasso riportando Benito Mussolini sotto il controllo tedesco. La propaganda nazista ne ha fatto una sorta di supercommando, un personaggio avvolto da un'aura quasi cinematografica.

Hitler gli assegna una missione singolare: infiltrare soldati tedeschi dietro le linee alleate travestiti da militari americani. Devono confondere il nemico, cambiare la segnaletica stradale, interrompere le comunicazioni, impartire ordini falsi e, se possibile, favorire la conquista dei ponti sul fiume Mosa, indispensabili per la riuscita dell'offensiva.

L'idea appare geniale sulla carta, ma si scontra subito con la realtà. Skorzeny scopre che trovare soldati che parlino un inglese convincente è quasi impossibile. Migliaia di uomini vengono esaminati. Alcuni conoscono poche parole apprese a scuola, altri riescono a cavarsela con espressioni elementari. Soltanto pochissimi hanno una padronanza della lingua sufficiente a passare per americani.

Anche l'equipaggiamento è insufficiente. Servirebbero jeep statunitensi, uniformi originali, mezzi corazzati americani. Invece si recuperano pochi veicoli catturati e si dipingono carri armati tedeschi cercando di farli sembrare degli Sherman. L'effetto è più teatrale che realistico.

Quando l'offensiva parte, il 16 dicembre 1944, piccoli gruppi di infiltrati riescono comunque a penetrare nelle retrovie alleate. Alcuni spostano cartelli stradali, altri diffondono informazioni fuorvianti. Il danno materiale è limitato, ma quello psicologico è enorme.

In poche ore si diffonde il panico. La voce corre velocemente: «Ci sono tedeschi travestiti da americani». I posti di blocco si moltiplicano. Chiunque può diventare sospetto.

Le domande rivolte ai soldati assumono contorni quasi surreali. «Chi gioca nei New York Yankees?», «Qual è la capitale dell'Illinois?», «Chi è il marito di Betty Grable?». Ufficiali di alto grado vengono fermati da semplici sentinelle. Persino il generale Eisenhower vede limitati i propri spostamenti per timore di un attentato. Si racconta che anche lui sia stato sottoposto a controlli di identità particolarmente rigorosi.

In realtà l'operazione è già destinata al fallimento. Gli infiltrati sono troppo pochi, spesso traditi dall'accento, da gesti poco naturali o da una conoscenza approssimativa della cultura americana. Molti vengono catturati e alcuni saranno processati e fucilati come spie.

Eppure l'Operazione Greif lascia un segno profondo nella memoria della guerra. Non per i risultati militari, che furono modesti, ma per aver dimostrato quanto la guerra moderna possa essere combattuta anche sul terreno della percezione, della paura e della disinformazione. Per alcuni giorni, nel cuore dell'inverno del 1944, l'esercito più potente del mondo si ritrovò a guardarsi alle spalle, diffidando persino dei propri uomini. Fu probabilmente il più grande successo di Skorzeny: non conquistare un ponte o distruggere una divisione nemica, ma insinuare il dubbio. E in guerra, talvolta, il dubbio può rivelarsi un'arma potente quanto un carro armato.


venerdì 19 giugno 2026

Maria Antonietta e il conte svedese: una delle storie d'amore più misteriose d'Europa


 

Quando il giovane conte svedese Hans Axel von Fersen arrivò a Versailles nel 1774 aveva appena diciannove anni. Bello, colto, elegante e appartenente a una delle famiglie più influenti della Svezia, conquistò rapidamente i salotti della corte più raffinata d'Europa. Tra le persone che rimasero colpite dal fascino del giovane aristocratico vi fu anche la dauphine di Francia, la futura regina Maria Antonietta. I due si conobbero a un ballo in maschera all'Opéra di Parigi. Lei aveva diciotto anni, era sposata con il futuro Luigi XVI e stava ancora cercando di adattarsi alla rigida etichetta di Versailles. Lui era un brillante uomo di mondo, destinato a diventare uno dei personaggi più discussi del suo tempo.

Negli anni successivi Fersen tornò più volte in Francia. Partecipò persino alla guerra d'indipendenza americana, distinguendosi come ufficiale. Ma il suo pensiero sembrò rimanere spesso rivolto a Versailles. Le lettere e il diario del conte mostrano un rapporto sempre più stretto con Maria Antonietta, alimentando nei secoli il sospetto che tra i due sia nata una vera relazione amorosa.

Le prove definitive, tuttavia, non esistono. Alcune lettere furono censurate o riscritte, altre sono state recentemente analizzate con tecniche scientifiche che hanno permesso di recuperare parole cancellate, tra cui espressioni particolarmente affettuose. Gli storici restano divisi: per alcuni furono semplicemente amici fedeli; per altri, amanti costretti a vivere il proprio sentimento nell'ombra di una monarchia ormai in crisi. Ciò che è certo è che Fersen fu uno degli organizzatori del tentativo di fuga della famiglia reale nel 1791. Fu lui a predisporre la carrozza che avrebbe dovuto condurre Luigi XVI, Maria Antonietta e i loro figli al sicuro, lontano da Parigi. Il piano fallì a Varennes e segnò l'inizio della fine della monarchia francese.

Maria Antonietta salì sulla ghigliottina nel 1793. Fersen non si sposò mai. Continuò a servire la corona svedese fino alla sua tragica morte nel 1810, linciato dalla folla di Stoccolma in circostanze ancora oggi controverse.

Forse non sapremo mai se Maria Antonietta e Hans Axel von Fersen furono davvero amanti. Ma poche storie hanno saputo unire con tanta forza amore, politica, rivoluzione e tragedia, lasciando dietro di sé uno dei più affascinanti enigmi sentimentali della storia europea.









giovedì 18 giugno 2026

Annibale il remigrante tunisino.


Povero Annibale. Dopo aver attraversato mezza Europa con un esercito di decine di migliaia di uomini, cavalli ed elefanti, dopo aver sconfitto i Romani a Trebbia, al Trasimeno e a Canne, dopo aver trascorso duemila anni nei libri di storia come uno dei più grandi strateghi militari di sempre, si ritrova oggi candidato d'ufficio nel dibattito politico italiano. L'ultima reincarnazione del condottiero cartaginese lo vede trasformato in testimonial motivazionale: «Ad Annibale dissero che non si potevano attraversare le Alpi». Sottinteso: i visionari vincono, gli scettici perdono, dunque ogni progetto politico osteggiato dai critici sarebbe una moderna traversata alpina.

Peccato che Annibale fosse un generale cartaginese nato nell'attuale Tunisia, figlio di una delle più importanti famiglie aristocratiche del Mediterraneo antico, educato in una società cosmopolita, mercantile e profondamente intrecciata con il mondo africano, iberico e orientale. Insomma, probabilmente l'ultima figura storica che avrebbe accettato serenamente di essere ridotta a slogan per un comizio.

Il problema, tuttavia, non è Annibale. Il problema è la politica. La politica contemporanea soffre di una curiosa sindrome: l'impossibilità di sostenere una tesi senza scomodare un morto illustre. Se bisogna parlare di coraggio, ecco spuntare Churchill. Se occorre difendere l'ordine, arriva Giulio Cesare. Per discutere di identità nazionale compare Garibaldi. Se serve giustificare una battaglia contro il sistema, ecco Annibale che scende dalle Alpi con gli elefanti, pronto a condividere un post sui social.

È una sorta di servizio di leva postumo. I protagonisti della storia vengono arruolati senza possibilità di obiezione di coscienza. Eppure la storia è molto più complicata degli slogan. Annibale non attraversò le Alpi perché qualcuno gli aveva detto che era impossibile. Le attraversò perché aveva elaborato una strategia militare precisa, cercando di colpire Roma nel punto più vulnerabile. E pagò quella scelta con perdite enormi. Non era un influencer della resilienza, ma un comandante che assunse rischi calcolati in una guerra.

Il paradosso è che, seguendo questa logica, si potrebbe sostenere tutto e il contrario di tutto. Annibale potrebbe diventare europeista perché attraversava le frontiere senza passaporto; ambientalista perché usava elefanti anziché mezzi a combustione; fautore dell'integrazione mediterranea perché tunisino di nascita e spagnolo d'adozione. Assurdo? Certamente. Quanto il tentativo di trasformarlo in un testimonial politico del XXI secolo.

Forse sarebbe più onesto lasciare Annibale dov'è: sulle Alpi, nei manuali di storia e nella memoria di una delle più straordinarie imprese militari dell'antichità. E chiedere ai politici di attraversare le proprie montagne con idee, programmi e risultati, senza costringere i grandi del passato a scendere ogni volta in campo per conto terzi.

lunedì 15 giugno 2026

La Formula 1 del vino



A guardarla da bordo strada sembra quasi di assistere a un Gran Premio di Formula 1. C'è la preparazione, c'è la tensione prima della partenza, ci sono le squadre che si concentrano sugli ultimi dettagli e c'è perfino una griglia di partenza. Solo che al posto delle monoposto ci sono le botti. La Corsa delle Botti di Nizza Monferrato è una di quelle tradizioni che riescono a tenere insieme storia, identità e spettacolo. Quando le botti vengono schierate lungo il percorso, il pubblico sa che sta per iniziare qualcosa di unico. Poi arriva lo start, e la gara prende vita.

Da quel momento in poi inizia una corsa tanto spettacolare quanto impegnativa. Guidare una botte non è affatto semplice. A differenza di un'automobile non segue una traiettoria precisa, tende a sbandare, a cercare una propria direzione, a mettere costantemente alla prova chi la conduce. Servono forza fisica, resistenza, equilibrio e soprattutto una tecnica affinata negli anni.

È qui che si vede la differenza tra i partecipanti. Non basta spingere. Occorre saper accompagnare la botte, anticiparne i movimenti, correggerne le deviazioni e mantenerla in corsa senza perdere velocità. Una sfida che tra curve e cambi di ritmo, diventa una vera prova di abilità.

Le botti sembrano trasformarsi in monoposto impazzite che cercano continuamente di sfuggire al controllo dei loro conducenti. Le braccia si tendono, i muscoli si irrigidiscono, il fiato si accorcia e ogni metro conquistato richiede uno sforzo enorme. È una gara dura, autentica, capace di mettere a dura prova anche gli atleti più preparati. Ma il bello della Corsa delle Botti non è soltanto la competizione. È il clima che la circonda. È il senso di appartenenza dei team, il tifo della gente, la partecipazione di una comunità che si ritrova attorno a una delle proprie tradizioni più sentite.




E quando la fatica lascia spazio ai festeggiamenti, il premio più grande non è soltanto la vittoria. Sono le bottiglie di Nizza e dei grandi vini del territorio che accompagnano la festa finale. Rossi o bianchi che siano, diventano il simbolo di una tradizione che celebra il lavoro, la convivialità e la cultura del vino. La Corsa delle Botti è molto più di una gara, alla fine la vera vittoria non è al traguardo. È vedere un'intera comunità fermarsi per una botte che corre, tifare come fosse una finale e ritrovarsi insieme davanti a un bicchiere di vino.

sabato 13 giugno 2026

Piemontesi: fatti non parole


 

«Quando un piemontese ha smesso di dire qualcosa, tace». È una frase attribuita a Giovanni Giolitti che, al di là dell'effettiva formulazione originale, racchiude un tratto profondo dell'identità piemontese.

In poche parole descrive un modo di essere che rifugge gli eccessi, le parole inutili e l'esibizione. Non è il silenzio di chi non ha nulla da dire, ma quello di chi considera le parole un bene prezioso da utilizzare con misura. Prima si parla, poi si agisce. E quando non c'è più nulla da aggiungere, si lascia spazio ai fatti.

È una caratteristica che ha accompagnato il Piemonte nella sua storia. Una terra che raramente ha amato le celebrazioni rumorose e che ha costruito gran parte della propria forza attraverso il lavoro quotidiano, la concretezza e il senso del dovere. Dai campi alle officine, dalle botteghe alle fabbriche, generazioni di piemontesi hanno spesso preferito dimostrare il proprio valore attraverso ciò che facevano piuttosto che attraverso ciò che raccontavano.

In un'epoca dominata dalla comunicazione permanente, dai commenti istantanei e dall'obbligo di esprimere continuamente un'opinione, questo insegnamento appare quasi controcorrente. Oggi il rischio non è il silenzio, ma il rumore. Si parla molto, spesso troppo, e non sempre per aggiungere valore alla discussione.

L'aforisma attribuito a Giolitti ci ricorda invece il valore della sobrietà. Non come chiusura o riservatezza fine a sé stessa, ma come capacità di distinguere ciò che è importante da ciò che è superfluo. È una forma di rispetto verso gli altri e verso sé stessi.

Forse è anche per questo che il Piemonte continua a essere una terra capace di produrre eccellenze nei campi più diversi: dall'industria all'agroalimentare, dalla ricerca alla cultura. Dietro molti successi piemontesi non troviamo proclami altisonanti, ma persone che hanno scelto di concentrarsi sul proprio lavoro, lasciando che fossero i risultati a parlare.

Naturalmente il mondo è cambiato. Oggi saper comunicare è fondamentale e nessuno può pensare che basti lavorare bene senza raccontarlo. Ma tra la necessità di comunicare e l'esigenza di commentare tutto esiste una differenza sostanziale.

L'attualità di quella frase sta proprio qui. Ci ricorda che la credibilità nasce ancora dai fatti. Che le parole hanno valore quando accompagnano le azioni. E che, talvolta, il modo migliore per rafforzare un messaggio è evitare di aggiungere parole inutili.

Quando un piemontese ha finito di dire ciò che conta, non sente il bisogno di riempire il silenzio. Sa che, da quel momento in poi, devono parlare i fatti.

giovedì 11 giugno 2026

WW2 L uomo che scrutava il tempo Stagg e l'operazione Overlord


 

C'è un aspetto dello sbarco in Normandia che raramente viene raccontato. Non riguarda le spiagge di Omaha o Utah, non riguarda i paracadutisti lanciati dietro le linee tedesche e nemmeno le migliaia di navi che attraversarono la Manica. Riguarda l'attesa. È il tema al centro di Pressure, il film appena uscito nelle sale americane che racconta le 72 ore precedenti al D-Day attraverso gli occhi del meteorologo scozzese James Stagg e del generale Dwight Eisenhower. Una prospettiva insolita ma straordinariamente affascinante, perché sposta l'attenzione dall'azione alla decisione che la rese possibile.

Quando pensiamo allo sbarco del 6 giugno 1944 immaginiamo la più grande operazione anfibia della storia. In realtà, prima ancora che anfibia, fu un'immensa operazione di attesa. Oltre 150.000 uomini erano pronti a partire. Milioni di tonnellate di materiali erano state accumulate per quella che sarebbe diventata l'Operazione Overlord. Tutto era pronto. Tranne una cosa: il tempo atmosferico.

La storia ci ha abituati a immaginare i grandi eventi come il risultato della volontà degli uomini. In quei giorni, invece, il destino dell'Europa dipese dalle nuvole, dal vento e dalle onde. Il D-Day era inizialmente previsto per il 5 giugno. Ma il maltempo che si stava abbattendo sulla Manica rischiava di trasformare l'operazione in una catastrofe. I paracadutisti avrebbero potuto essere dispersi, i bombardamenti perdere precisione, i mezzi da sbarco rovesciarsi prima ancora di raggiungere la costa. Fu allora che entrò in scena James Stagg, il capo meteorologo alleato. Senza satelliti, computer o radar moderni, basandosi su dati incompleti e osservazioni raccolte in mezzo oceano, individuò una breve finestra di miglioramento per il 6 giugno. Non una certezza. Una possibilità. La tensione che racconta Pressure nasce proprio da questo. Eisenhower non doveva scegliere tra una soluzione giusta e una sbagliata. Doveva decidere in condizioni di incertezza assoluta. Rinviare significava rischiare di compromettere mesi di preparazione. Partire significava affidare il destino di centinaia di migliaia di uomini a una previsione meteorologica.

Oggi siamo abituati a pretendere risposte immediate, dati certi e decisioni rapide. Quella notte, invece, i vertici alleati sperimentarono una delle condizioni più difficili che esistano: dover scegliere senza avere la garanzia di avere ragione. Forse è proprio questo l'insegnamento più attuale di quella vicenda. Le grandi decisioni non nascono sempre dalla forza o dalla velocità. Spesso nascono dalla capacità di attendere, di osservare e di comprendere quando è arrivato il momento di agire. Il 5 giugno 1944, dopo aver ascoltato i suoi collaboratori, Eisenhower pronunciò poche parole: "Ok, let's go". In quel momento non iniziò ancora lo sbarco. Iniziò qualcosa di ancora più importante: la fine dell'attesa. La storia non cambia soltanto nei giorni delle grandi battaglie, cambia nelle stanze silenziose dove qualcuno deve trovare il coraggio di decidere mentre il mondo aspetta.

mercoledì 10 giugno 2026

WW2 Il paradosso della Shinano: la nave più potente, la vita più breve


 Diciassette ore di mare aperto furono tutto ciò che la Japanese aircraft carrier Shinano ebbe in sorte dopo anni di progettazione e costruzione. Eppure non era una nave qualunque. Con oltre 70.000 tonnellate di dislocamento, era la più grande portaerei mai realizzata fino ad allora, un colosso nato dallo scafo di una corazzata della classe Yamato-class battleship. Acciaio, potenza e tecnologia concentrati in una nave che il Giappone considerava uno dei suoi ultimi assi nella manica.

La sera del 28 novembre 1944 lasciò il porto di Yokosuka. A vederla avanzare nell'oscurità sembrava invincibile. Il suo ponte di volo si estendeva come una città galleggiante, le lamiere corazzate erano tra le più spesse mai installate su una portaerei e il suo nome era così segreto che gli americani ne ignoravano perfino l'esistenza.

Ma la Shinano nascondeva una fragilità invisibile. La guerra aveva imposto tempi impossibili. Molti lavori non erano terminati, alcune paratie non erano state collaudate e centinaia di operai erano ancora a bordo. Quel gigante era stato mandato in mare prima di essere davvero pronto.

Per tutta la notte navigò verso Kure, scortato da cacciatorpediniere. Nelle stesse ore, poco lontano, il sommergibile americano USS Archerfish (SS-311) seguiva la sua scia. Per il comandante americano quella sagoma immensa era un mistero. Non poteva sapere che stava inseguendo la più grande portaerei del mondo.

Alle 3:15 del mattino del 29 novembre arrivò l'attacco. Sei siluri partirono dal sommergibile. Quattro colpirono il bersaglio.

La Shinano non esplose. Non si spezzò. Continuò a navigare. Una nave costruita per sopravvivere ai combattimenti sembrava aver assorbito il colpo. Ma sotto il ponte l'acqua stava vincendo una battaglia silenziosa. Passava da un compartimento all'altro, invadeva locali che avrebbero dovuto restare isolati, piegava lentamente la nave verso il mare.

Per ore l'equipaggio combatté contro l'allagamento. Le pompe lavorarono senza sosta. I marinai chiusero portelli, trasportarono materiali, cercarono di salvare il salvabile. Ma il colosso continuava a inclinarsi.

Quando il sole era ormai alto sull'oceano, divenne chiaro che la partita era persa. Poco prima delle undici del mattino la nave si rovesciò lentamente su un fianco. Uomini e detriti finirono in mare. Il comandante Toshio Abe scelse di restare a bordo.

Poi il gigante scomparve.

La Shinano era stata costruita per cambiare il corso della guerra. Non lanciò mai un aereo, non combatté mai una battaglia e non completò nemmeno il suo primo viaggio. La sua intera vita operativa durò appena diciassette ore: abbastanza per trasformarla in una leggenda.


domenica 7 giugno 2026

Il bordocampista, quando il calcio si prende meno sul serio


C'è una figura che negli ultimi anni ha trovato una dimensione tutta sua nel racconto televisivo del calcio: il bordocampista. Nato per raccogliere sensazioni, umori e retroscena a pochi metri dalle panchine, oggi è diventato spesso il ponte tra il gioco e il divertimento. E forse va bene così. Perché ci sono partite che si raccontano con la tattica, i numeri e le statistiche. E poi ci sono le partite delle leggende, quelle in cui il risultato conta fino a un certo punto e dove il vero spettacolo è ritrovare personaggi che hanno scritto pagine di calcio e che oggi si concedono il lusso di raccontarsi con leggerezza.

È qui che il bordocampista trova il suo habitat naturale. Con una telecamera in mano e la libertà di muoversi ai margini del campo, diventa una sorta di esploratore del lato più umano del calcio. Raccoglie battute, sfottò, ricordi, provocazioni e aneddoti che altrimenti andrebbero persi. E come si fa a non sorridere davanti alle uscite di Senso d'Oppio (la maglietta sto yamal è da cineteca) o di Guarena? Come si fa a non divertirsi quando Ferrante, Tiribocchi o Pasquale Bruno alternano ricordi seri a battute che raccontano perfettamente l'atmosfera della giornata? E come non apprezzare le incursioni goliardiche di musicisti e personaggi come Matteo Baronetto che entrano nel gioco con lo spirito giusto?

In quei momenti il calcio torna ad essere ciò che è sempre stato: un grande racconto popolare. Non c'è nulla di costruito. Non ci sono conferenze stampa, dichiarazioni preparate o frasi studiate. C'è soltanto il piacere di stare insieme, di ricordare e di scherzare. Forse è proprio questo il segreto del successo di certe trasmissioni e di certi eventi. Far capire che dietro i campioni, dietro le maglie e dietro le carriere ci sono persone. Persone che sanno ancora ridere di sé stesse, prendere in giro gli amici di una vita e condividere con il pubblico un pezzo della propria storia. E allora ben vengano i bordocampisti quando riescono a catturare questi momenti.

Perché a volte una battuta racconta un personaggio meglio di una scheda tecnica. E una risata condivisa spiega il calcio molto più di tante analisi tattiche. Soprattutto quando in campo non ci sono soltanto ex giocatori, ma vecchi amici che per novanta minuti (pardon settanta) tornano ragazzi.

venerdì 5 giugno 2026

Ciao Peppo



Con la scomparsa di Peppo Sacchi se ne va uno dei protagonisti più coraggiosi e visionari della storia della comunicazione italiana. Un uomo che, quando tutto sembrava immutabile, ebbe il coraggio di immaginare un sistema diverso e la determinazione di battersi perché diventasse realtà. Il suo nome è legato a Telebiella, la prima televisione via cavo italiana, un'esperienza che avrebbe cambiato per sempre il panorama dell'informazione e della comunicazione nel nostro Paese.

In un'epoca in cui il monopolio televisivo appariva inscalfibile, Sacchi intuì che la tecnologia poteva aprire nuove strade alla libertà di espressione, all'informazione locale e al pluralismo delle idee. Non si limitò a immaginarlo. Lo fece. Fu una battaglia lunga, difficile e spesso solitaria. Una battaglia culturale, perché dietro la richiesta di poter trasmettere liberamente non c'era soltanto un'innovazione tecnologica: c'era l'idea che la democrazia si rafforza quando si moltiplicano le voci, i punti di vista e le opportunità di comunicare. Il percorso avviato da Telebiella contribuì infatti ad aprire una breccia nel monopolio radiotelevisivo dell'epoca, anticipando trasformazioni che avrebbero portato alla nascita delle televisioni locali e alla progressiva liberalizzazione dell'etere. Oggi può sembrare normale accendere una televisione e scegliere tra decine di emittenti nazionali e territoriali. Negli anni Sessanta e Settanta non lo era affatto.

Per questo Peppo Sacchi va ricordato come uno di coloro che hanno contribuito a cambiare il rapporto tra informazione, tecnologia e libertà nel nostro Paese. Da Biella lanciò una sfida che sembrava impossibile e che invece contribuì a riscrivere una parte importante della storia italiana della comunicazione. Una lezione di coraggio imprenditoriale, di innovazione e di ostinazione che ancora oggi conserva tutta la sua attualità.

martedì 2 giugno 2026

Grazie ragazzi. Vice campioni d'Italia


Complimenti alla Roma 1927 per la conquista del terzo Scudetto Under 19 consecutivo. Un risultato che testimonia la forza di una società capace di confermarsi ai massimi livelli del futsal giovanile italiano. Ma oggi è soprattutto il giorno dei ringraziamenti. Un grazie enorme a Merlo e compagni per una stagione semplicemente straordinaria, una di quelle che lasciano il segno. La vittoria del campionato di A2, a cui hanno concorso diversi elementi dell Under, la conquista della Coppa Italia Under 19 e ora il titolo di vicecampioni d'Italia rappresentano un percorso che merita soltanto applausi. Un gruppo che ha lavorato senza sosta da agosto fino a giugno, affrontando ogni sfida con serietà, qualità e spirito di squadra. Un gruppo che ha saputo crescere, emozionare e portare in alto il nome dell'Orange sui campi di tutta Italia.

La finale di oggi non cambia il valore di quanto costruito in questi mesi. La Roma ha messo grande intensità nei primi minuti, trovando subito il doppio vantaggio e indirizzando una gara che richiedeva un'impresa per essere rimessa in discussione. Ma il risultato dell'ultimo incontro non può cancellare né ridimensionare ciò che questa squadra ha saputo realizzare durante l'intera stagione. Essere vicecampioni d'Italia non è un traguardo qualunque. Significa appartenere all'élite del futsal nazionale, confrontarsi alla pari con le migliori realtà del Paese e guadagnarsi rispetto ovunque. Per questo oggi prevale soprattutto l'orgoglio. L'orgoglio per una squadra che ha saputo vincere, crescere e rappresentare al meglio i colori orange. L'orgoglio per mister Patanè, per lo staff, per la società e per questi ragazzi che hanno scritto una pagina importante della storia recente dell'Asti.

Le coppe conquistate resteranno negli albi d'oro. Ma ciò che rende speciale questa stagione è il percorso compiuto insieme, la mentalità costruita giorno dopo giorno e la consapevolezza di aver consegnato l'Asti tra le grandi del futsal italiano.

E se oggi si chiude una stagione straordinaria, il bello è che c'è già una nuova sfida all'orizzonte. Ancora Asti contro Roma. Ancora una volta in palio un trofeo. Grazie alla vittoria della Coppa Italia Under 19, l'Orange tornerà a contendersi la Supercoppa Italiana proprio contro i campioni d'Italia. Un'altra grande vetrina, un'altra occasione per misurarsi con il meglio del futsal giovanile nazionale. Una conferma del valore di questo gruppo e un motivo in più per guardare al futuro con fiducia. Grazie ragazzi. Avete regalato un'annata che resterà nella memoria di tutti gli appassionati del futsal astigiano.

Fatti non foste per viver come bruti . Nolan e l'Odissea

  Molti si aspettavano un film dominato dalla spettacolarità, dagli effetti visivi e dalle grandi battaglie. Christopher Nolan, invece, com...