domenica 29 marzo 2026

Orange Futsal è storia. Vince la Coppa Italia


 

Vado a dormire, che alle 3 mi sveglio e vado giù a vedere la partita: c’è mio figlio che gioca.” Una frase detta quasi a mezza voce, rubata nel post partita dell’ultima di campionato. Una frase semplice, quasi smozzicata. Eppure dentro quella frase c’è tutto. C’è l’anima dell’Orange Futsal Asti. C’è l’humus su cui è cresciuta questa società: la famiglia.

Perché qui il futsal non è solo uno sport. È condivisione, è crescita, è appartenenza. Nella città di Alfieri è qualcosa di più di una passione: è un credo. E allora forse non è un caso. Perché la numerologia, in certi momenti, sembra davvero avere un senso. A dieci anni esatti da quel rigore di Ramon che regalava lo scudetto ai galletti orange, sugli spalti c’erano dei bambini. Guardavano, sognavano, respiravano quell’impresa. Oggi quei bambini sono diventati uomini. E hanno fatto qualcosa di straordinario.

Dopo aver riportato la prima squadra nei quartieri che contano del futsal italiano, hanno scritto un nuovo capitolo: la Coppa Italia di categoria. Un trofeo che non è solo una vittoria, ma la certificazione di un percorso, di una visione, di un investimento continuo sui giovani. Una partita perfetta. Disegnata con precisione chirurgica dal tandem Patanè–Davi: un’iperbole fatta di attese, ripartenze, accelerazioni brucianti. Suolate, sinistri, assist e parate. Un campionario completo di futsal.



Di fronte, una Roma 1927 costruita per vincere, come sottolineato anche da Patanè nel post gara. Ma il campo ha raccontato altro. Un primo tempo in cui le occasioni migliori parlano astigiano, fino a quando la rete si gonfia su quella maledetta di Merlo: marchio di fabbrica, firma riconoscibile, simbolo di un giocatore al passo d’addio con il mondo giovanile ma già protagonista di un futuro sempre più azzurro. Poi la svolta. Un minuto che cambia tutto. Merlo e Ferrara, su assist di un Alves dominante (MVP del torneo), mandano in bambola gli avversari, annichiliti poi dalla spizzata di Amico. E poi dodici minuti di resistenza feroce contro il portiere di movimento. Quando arriva il fischio finale, il tabellone è inequivocabile: 4-0 per i piemontesi.

Un trionfo. L’ultimo alloro della juniores risaliva al 2018. Poi una lunga sfilza di secondi posti. Il giorno prima, con il direttore sportivo, li guardavamo uno a uno: quei piatti, simbolo di chi è arrivato vicino, di chi ha sfiorato, di chi ha atteso.
Mancava qualcosa. Mancava una coppa. Quella coppa oggi è arrivata. A compimento di un lavoro costruito nel tempo, con pazienza, visione e fiducia nei giovani, come ricordano il direttore sportivo Marco Caccialupi e il presidente Pier Giorgio Pascolati.


E allora la chiosa non può che essere quella del capitano, Alessandro Merlo: “Abbiamo fatto la storia. Abbiamo fermato una squadra che, se non sbaglio, non perdeva da maggio 2023… basta già questo! Lo abbiamo fatto senza subire gol, con cinismo, grinta, unione, passione, appartenenza. Sono fiero e orgoglioso di quello che abbiamo fatto: è il frutto del lavoro di anni. Lo meritavamo da tanto… e ora finalmente abbiamo vinto la Coppa Italia.”

Il ballo dei debuttanti chiude il campionato Orange


 

Ultimo ballo al PalaBrumar di una stagione da incorniciare. Ed è davvero un ballo dei debuttanti: tanti i giovani in campo, sia tra le fila dell’Orange – Parola, Ciriotti e Carelli (classe 2011) – sia tra quelle dell’Olimpia Verona, con Recchia, Luca e Baccarin. Giovani di grande prospettiva che, complice l’assenza di pressioni di classifica, hanno avuto l’occasione di affacciarsi sul palcoscenico del futuro.

Ne è uscita una partita vivace, ricca di ritmo e di colpi di scena, in cui l’entusiasmo dei più giovani si è intrecciato con la qualità e l’esperienza dei più navigati.

Ad aprire le danze è Montauro, l’“algoritmo” orange, protagonista di una sfida nella sfida con Piazza per il titolo di capocannoniere. Alla fine la spunta il “Condor”, per un’incollatura, al termine di una gara mai realmente in discussione: 6-0 all’intervallo, 10-1 il risultato finale.




Applausi e ovazione per Andrea Carelli, classe 2011, che imposta il gioco con la personalità di un veterano e si concede anche la gioia del gol – che, come da tradizione di spogliatoio, gli costerà un giro di paste al prossimo allenamento.

Si chiude così una stagione straordinaria: 16 vittorie, 4 pareggi e appena 2 sconfitte. Una cavalcata trionfale, dall’inizio alla fine.

L’Orange Futsal torna nell’élite del calcio a 5, là dove dieci anni fa aveva trovato la sua dimensione. Un ritorno meritato, costrui

venerdì 27 marzo 2026

Impresa Orange è ancora finale di Coppa Italia under 19


 

Ci sono vittorie e poi ci sono imprese. Quella dell’Orange nella semifinale di Coppa Italia di categoria contro l’Ardea appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una rimonta epica, di quelle che restano nella memoria.

Il primo tempo è un incubo. Ogni giocata si spegne contro il muro della squadra laziale, ogni tentativo sembra destinato a fallire. L’Orange fatica, inciampa, non trova ritmo né soluzioni. È una battaglia dura, sporca, in cui tutto sembra girare nel verso sbagliato.

Poi, l’intervallo. E qualcosa cambia.

Nella ripresa rientra in campo un’altra squadra. Più feroce, più lucida, più viva. Azione dopo azione, minuto dopo minuto, l’Orange comincia a riscrivere il proprio destino. Serve pazienza, serve qualità, serve cuore. E tutto arriva.

L’assist di Merlo per il gol del pareggio è la consacrazione della rimonta: un gesto di classe che riapre tutto e rompe definitivamente l’equilibrio. Da quel momento in poi è un assalto continuo, una crescita costante, una prova di forza mentale prima ancora che tecnica.

Gli uomini di Patanè non si fermano più. Ribaltano la partita, ribaltano la storia, trasformano una mattinata storta in un’impresa straordinaria.

Adesso resta l’ultimo atto: la finalissima. Ma al di là di quello che sarà il risultato, questa squadra ha già scritto qualcosa di speciale. Un gruppo vero, unito, capace di soffrire e reagire.

E per questo, oggi, c’è solo una cosa da fare: alzarsi in piedi e applaudire.

mercoledì 25 marzo 2026

Ultimi 40 minuti per chiudere una stagione incredibile


 

Ultimi giri di lancette per la Serie A2 di calcio a 5. Dopo la semifinale di Coppa Italia, in cui Ibra e compagni hanno difeso con orgoglio i colori astigiani contro Russi al termine di una vera battaglia sportiva — anticipo di quello che potrebbe essere il livello del prossimo campionato di A2 Élite — gli Orange si preparano all’ultima giornata di campionato contro Verona. Un match che servirà a sancire definitivamente la classifica finale di una stagione che ha visto l’Orange Futsal Asti protagonista assoluta, capace di dominare la competizione dalla prima all’ultima giornata, con continuità, qualità e spirito di squadra.

Una stagione onorata ai massimi livelli, che merita ora una degna passerella finale davanti al proprio pubblico: un momento di saluto, ma anche di arrivederci, per condividere con tifosi e appassionati i risultati raggiunti e guardare con ambizione alla prossima stagione.

Parallelamente, lo sguardo è già proiettato anche sul futuro: alcuni dei giovani protagonisti saranno infatti impegnati a Potenza Picena (27/29 marzo), nelle Marche, per le semifinali della Coppa Italia Under 19 contro Ardea, con l’obiettivo di conquistare l’accesso alla finale.

Un ulteriore tassello di una stagione che non si vuole definire irripetibile, ma che resta senza dubbio straordinaria, per risultati, crescita e prospettive.



Legione straniera: il mito


 

Dentro la Legione trovi uomini che arrivano da ogni parte del mondo: italiani, spagnoli, tedeschi, polacchi… ognuno con una storia diversa, spesso complicata, a volte lasciata indietro di proposito. Non li unisce il passato, non li unisce nemmeno la bandiera da cui provengono. Quello che li tiene insieme è qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più forte: l’appartenenza al corpo. Entrare nella Legione significa accettare regole dure, senza sconti. Significa imparare a resistere, a fidarsi del compagno accanto, a mettere da parte sé stessi per qualcosa di più grande. Non si combatte per la propria terra, ma per la Legione stessa. È lì che nasce quella frase che sintetizza tutto: La Legione è la nostra patria.

In questo contesto, nel 1863, ci troviamo in Messico. La Francia è impegnata in una spedizione militare e anche la Legione viene impiegata sul campo. È una guerra lontana, in un territorio difficile, caldo, ostile.Un piccolo reparto di legionari riceve un compito preciso: proteggere un convoglio. Sono in pochi, poco più di sessanta uomini, guidati dal capitano Jean Danjou. Non è una missione eroica sulla carta. È una di quelle operazioni operative, concrete, che però possono diventare decisive. E infatti qualcosa va storto. Il 30 aprile, nei pressi di Camerone, i legionari vengono circondati da forze messicane molto più numerose. Non si parla di una superiorità lieve: sono circa duemila uomini contro sessantacinque. A quel punto la situazione è chiara a tutti. Non c’è possibilità reale di vittoria, né di ritirata. Danjou raduna i suoi uomini e chiede loro un giuramento: resistere. Non fino a quando è conveniente. Non fino a quando è possibile. Fino alla fine. Si rifugiano in una hacienda e iniziano a difendersi. Le ore passano, gli attacchi si susseguono, il caldo è pesante, l’acqua scarseggia e le munizioni iniziano a finire.

Ma la cosa che colpisce non è tanto il combattimento in sé. È il fatto che nessuno cede. Uomini che non si conoscevano prima, che non parlavano la stessa lingua, restano lì, insieme, a tenere una posizione che sanno di non poter mantenere per sempre. Cadono uno dopo l’altro, ma non si rompe mai quel legame che li tiene uniti. Quando le munizioni finiscono, restano in pochissimi. Feriti, stanchi, ma ancora determinati. A quel punto caricano con le baionette. Non per vincere Ma per restare fedeli a quel giuramento. Solo alla fine, per salvare i superstiti, accettano di arrendersi. E anche chi li ha affrontati riconosce il valore di quella resistenza, concedendo loro l’onore delle armi.

Camerone non è una vittoria militare. Non cambia il corso della guerra. Ma diventa il simbolo di qualcosa che va oltre. Diventa la dimostrazione concreta di cosa significa appartenere alla Legione: mettere il gruppo davanti all’individuo, restare anche quando sarebbe più facile andarsene, portare fino in fondo ciò che si è scelto. Perché alla fine, più che soldati, erano uomini che avevano fatto una scelta. E l’hanno portata fino in fondo.



venerdì 20 marzo 2026

Orange alle Final Four: gruppo, consapevolezza e voglia di provarci


 

Le Final Four di Coppa Italia rappresentano il coronamento di una stagione straordinaria per gli Orange, culminata con la promozione in A2. Un percorso costruito su solidità e continuità, come sottolinea Fabio Montauro: «È il frutto di un lavoro intenso, soprattutto nel girone d’andata, dove abbiamo costruito le basi del nostro cammino».

Determinante, però, è stato il gruppo. «Abbiamo affrontato momenti difficili ma siamo sempre rimasti uniti – spiega il vice capitano Simone Vitellaro – ed è stata proprio questa la nostra forza. Ora vogliamo giocarci tutto fino alla fine».

Sulla stessa linea Alessandro Merlo: «Arrivare fin qui non era scontato, ma abbiamo dimostrato di poter competere a questi livelli grazie alla compattezza della squadra».

Ora la sfida con Russi, avversario solido e organizzato. Serviranno determinazione, lucidità e spirito di squadra. Gli Orange arrivano alle Final Four con entusiasmo e la consapevolezza di potersi giocare le proprie carte.

giovedì 19 marzo 2026

Quando la storia pesa: la gaffe di Trump e il rischio della memoria usata male


Le parole, in politica internazionale, non sono mai neutre. E quando toccano la storia, possono diventare ancora più pesanti. È quanto accaduto nelle ultime ore quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rivolgendosi al premier giapponese durante un confronto sul tema dell’Iran e degli attacchi preventivi, ha dichiarato: “Voi siete esperti di attacchi preventivi”Una frase che, nel contesto delle relazioni tra Stati Uniti e Giappone, richiama inevitabilmente un riferimento storico preciso: l’attacco di Pearl Harbor del 1941. Un episodio che non è solo un fatto militare, ma una ferita profonda nella memoria americana e, allo stesso tempo, un passaggio cruciale nella storia giapponese.

Il risultato è stato un evidente imbarazzo da parte del premier giapponese, colto in un momento che ha trasformato un confronto geopolitico in un cortocircuito storico e simbolico. Non si tratta semplicemente di una battuta infelice. È qualcosa di più. È il segnale di quanto sia delicato maneggiare la memoria storica nelle relazioni internazionali, soprattutto tra Paesi alleati che hanno costruito nel tempo un equilibrio basato anche sulla rielaborazione condivisa del passato.

Per capire la portata di quella frase, basta immaginare analogie altrettanto fuori luogo: come se un premier italiano, rivolgendosi a quello tedesco, ricordasse con leggerezza le imboscate di Teutoburgo, oppure se un leader francese, parlando con il sovrano britannico, evocasse con sarcasmo la tradizione rivoluzionaria di “tagliare la testa ai re”. Paragoni volutamente estremi, ma utili a far comprendere quanto certe immagini, anche se lontane nel tempo, restino cariche di significato.

La politica internazionale si muove su un equilibrio sottile fatto di parole, simboli e memoria. E proprio per questo richiede misura, consapevolezza e rispetto. Una frase fuori posto può incrinare un clima, alimentare tensioni o semplicemente creare un disagio che, pur non producendo effetti immediati, lascia tracce nei rapporti diplomatici.

C’è poi un elemento ulteriore: il contesto. Il riferimento è arrivato mentre si parlava di attacchi preventivi e della situazione iraniana, un tema già di per sé estremamente sensibile. Inserire in questo scenario un richiamo storico così delicato rischia di spostare l’attenzione dal merito della discussione alla forma, indebolendo il messaggio politico.

Le gaffe in politica esistono e spesso vengono archiviate rapidamente. Ma non tutte hanno lo stesso peso. Alcune rivelano uno stile comunicativo, altre una sottovalutazione dei contesti, altre ancora – come in questo caso – mostrano quanto sia facile scivolare quando si intrecciano storia e attualità senza la necessaria attenzione.

Perché la storia, soprattutto quella condivisa tra nazioni, non è mai solo passato: è parte integrante del presente e delle relazioni tra i Paesi. E usarla con leggerezza, anche solo per una battuta, può trasformarsi in un errore politico prima ancora che comunicativo.



domenica 15 marzo 2026

Verso le Final Four di Coppa con tanta energy in corpo


Trasferta lombarda contro l’Energy per gli Orange, ultima uscita di campionato al termine di una settimana che ha messo a dura prova nervi ed emozioni.

Prima la promozione conquistata davanti al pubblico di casa, poi – martedì – la qualificazione alle Final Four di Coppa Italia. Una doppietta di traguardi che avrebbe fatto perdere la trebisonda a chiunque. Non ai giovani Orange, però. Pur in versione rimaneggiata e con qualche assenza importante, la squadra è scesa in campo con l’unico obiettivo possibile: difendere l’onore del proprio marchio. La partita si è subito messa in salita. I padroni di casa lombardi hanno trovato due reti nel primo tempo, costringendo gli Orange a inseguire. A mitigare il ritardo ci ha pensato Montauro, accorciando le distanze e riaprendo una sfida che sembrava complicarsi.

Nella ripresa, però, è venuto fuori lo spirito della squadra. Gli Orange hanno alzato ritmo e intensità, giocando con coraggio e determinazione. Il pareggio è arrivato ancora una volta grazie al nostro Algoritmo, che ha riportato il match in equilibrio. Da quel momento i ragazzi di mister Patanè hanno provato anche a vincerla, spingendo con generosità e cercando il colpo decisivo. Ma alla fine, sulla ruota lombarda, è uscita la X. Un pareggio che vale molto più di quanto dica il risultato. Per quello che si è visto in campo è un punto solido, meritato e corroborante, che prepara al meglio l’assalto alle Final Four. Ora all’orizzonte c’è la sfida contro la forte squadra Russi, dominatrice dell’altro girone di categoria.

Se c’è un’immagine che racconta questa stagione degli Orange è semplice:
una squadra che ha lottato su ogni singolo pallone. Non ci sono molti aggettivi per descrivere l’impegno di questi ragazzi.Solo uno spirito che non si è mai spento, partita dopo partita.



 

venerdì 13 marzo 2026

Guardati dalle Idi di marzo


 

Alla vigilia delle Idi di marzo del 44 a.C., una figura quasi dimenticata della storia pronunciò una frase destinata a diventare leggenda. Era l’indovino Spurinna, che secondo le fonti antiche avvertì Giulio Cesare del pericolo imminente: “Guardati dalle Idi di marzo”. Non era una profezia nel senso moderno del termine, ma l’interpretazione di segni e presagi secondo la tradizione religiosa romana.

Nel mondo antico la divinazione non era considerata superstizione, bensì uno strumento di lettura del futuro. Gli aruspici e gli auguri osservavano il volo degli uccelli, le viscere degli animali sacrificati, i fenomeni naturali. In quella cultura, politica e religione erano strettamente intrecciate e il potere stesso cercava spesso legittimazione nei presagi.

Secondo il racconto di Plutarco, Cesare non ignorò completamente l’avvertimento. Il 15 marzo, incontrando l’indovino lungo la strada verso il Senato, gli disse con ironia: “Le Idi di marzo sono arrivate”. Spurinna rispose con una frase rimasta famosa: “Sì, ma non sono ancora finite”. Poche ore dopo, Cesare veniva assassinato nella Curia di Pompeo.

Quell’episodio mostra quanto il potere, anche ai suoi livelli più alti, fosse permeabile al timore del destino. La previsione di Spurinna non cambiò il corso degli eventi, ma dimostra il peso simbolico che la previsione aveva nella mentalità romana.

Ancora oggi, quella scena continua a evocare una domanda universale: se il futuro sembra annunciarsi davanti a noi, siamo davvero capaci di ascoltarlo? A volte la storia suggerisce che il potere più grande non sia prevedere il destino, ma avere il coraggio di prenderlo sul serio.

mercoledì 11 marzo 2026

Un anno memorabile qualunque sia l'epilogo finale. Verso le Final Four


Se fosse un film con Russell Crowe si potrebbe chiamare “Un’ottima annata”. Se fosse un’opera d’arte sarebbe la La nascita di Venere. Se fosse una partita di calcio entrata nella leggenda sarebbe il Italia–Germania 4-3. Ma la bellezza che sta regalando questa stagione Orange non ha paragoni. Per raccontarla bisogna scavare nella memoria e tornare indietro di dieci anni, a quel rigore di Ramon che consegnò lo scudetto agli astigiani e aprì una pagina indimenticabile della storia.

Oggi quella storia sembra aver ritrovato nuova linfa. Con la larga vittoria contro i vicentini del Cornedo, Patanè ha centrato con una squadra interamente autoctona tutti gli obiettivi della stagione: campionato vinto, finali di Coppa raggiunte e Under 19 qualificata per la decima volta alle finali di Coppa Italia. E il campionato giovanile non è ancora finito: anche lì gli Orange guidano la classifica. Alla domanda sul perché di questo successo, Patanè ha parlato di una filosofia prima ancora che di una squadra: un gruppo cresciuto nel tempo, con serietà e lavoro quotidiano, senza mai farsi travolgere dall’entusiasmo ma costruendo passo dopo passo.

Lo si è visto al PalaBrumar, contro Cornedo: il tunnel di Francalanci a un monumento come Amoroso, l’anticipo di Angelino su Del Gaudio. Non è irriverenza, è la voglia di crescere, la dimostrazione che ogni giocatore sente di poter dare qualcosa in più. La partita è stata lo specchio della stagione: un primo tempo di attesa, prudente, poi lo shock dell’uno-due veneto. Ma questa squadra non va in affanno, respira, si ricompone e, trascinata dal suo capitano, cambia il destino della gara. Proprio come ha fatto durante tutto l’anno.

Certo, nel futsal anche gli episodi contano e a volte aiutano. Ma in casa, quest’anno, nessuno ha dettato legge – eccezion fatta per Crema – ed è lì, tra le mura amiche, che gli Orange hanno costruito il loro percorso. Adesso si va alle finali con la leggerezza di chi ha già raggiunto qualcosa di grande e con la consapevolezza di avere ancora molto da dire. Senza pressione, ma con la forza di un gruppo che sa quello che vale. E se da quelle finali dovesse arrivare qualcosa di più, qualcosa che assomigli a una coppa, allora non sarà soltanto un’ottima annata.

Sarà una stagione destinata a restare nella memoria di Asti



domenica 8 marzo 2026

Asti Elite è Orange Futsal


 

La lunga marcia degli Orange verso l’élite è fatta. Serviva un punto, e quel punto è arrivato. Ma quella contro Crema è stata molto più di una semplice partita. Di fronte c’era una squadra tosta, una di quelle che non mollano mai. E nel futsal lo sai: l’imprevedibilità è sempre dietro l’angolo, basta un attimo e la partita cambia volto. All’inizio sembra tutto sotto controllo. Gli Orange giocano bene, tengono il campo e poi, quasi all’improvviso, si scatena la tempesta. Angelino rompe l’equilibrio, poi nel giro di pochi minuti arrivano i colpi in rapida successione di Vitellaro e Montauro, due volte. Tre gol in tre minuti che mandano in visibilio il palazzetto. A orchestrare tutto c’è un capitano Ibra in versione monumentale, capace di far impazzire la difesa ospite con giocate e movimenti che aprono spazi ovunque. Il tabellone dice 4 a 0 e le occasioni continuano ad arrivare. La difesa lombarda fatica a reggere l’urto, il pubblico spinge e il traguardo sembra lì, a pochi passi. Ma il futsal è fatto anche di episodi. Una punizione dal limite a cinque minuti dalla fine del match riapre tutto: Greco trova il pertugio giusto e dà nuova energia a Crema. La partita cambia ritmo, gli ospiti iniziano a crederci davvero e quando mancano cinque minuti succede quello che nessuno si aspettava. Girardi, con grande astuzia sotto porta, finalizza tre azioni consecutive e in un attimo il risultato torna in equilibrio: 4 a 4.



Per un momento un brivido attraversa il palazzetto e corre lungo la schiena degli Orange. Ma è proprio lì che la squadra dimostra maturità. I ragazzi si compattano, stringono i denti e difendono con lucidità l’ultimo minuto, chiudendo ogni spazio e portando a casa il punto che serviva. E quel punto vale tantissimo. Perché se si guarda indietro, solo due anni fa questa squadra chiudeva il campionato all’ultimo posto, pur mostrando già lampi di qualità. Oggi molti di quei ragazzi sono ancora qui. È la filosofia Orange: crescere insieme, puntare sulla cantera, costruire nel tempo un gruppo vero. Il risultato è un percorso che parla da solo: campionato vinto, quarti di Coppa Italia e qualificazione alle Final Four di Coppa Under 19 per la decima volta. Se il futsal è uno stile di vita, ad Asti questa passione è decisamente di casa. E questa squadra continua a dimostrarlo, partita dopo partita.

8 marzo: il coraggio delle donne che la storia ha dimenticato. La guerra negli occhi - edizione Golem


Nel racconto della Seconda guerra mondiale le donne compaiono spesso ai margini, quasi fossero figure di contorno in una storia scritta soprattutto dagli uomini. Eppure molte di loro hanno vissuto, combattuto e scelto con lo stesso coraggio. Il libro La guerra negli occhi, pubblicato da La guerra negli occhi per Golem Edizioni, restituisce proprio questo sguardo umano sulla guerra, fatto di volti, vite e decisioni difficili.

Tra le storie più intense c’è quella di Maria Raskova, aviatrice sovietica diventata un simbolo del coraggio femminile. Fu lei a convincere Stalin a creare reparti aerei composti interamente da donne. Tra questi il celebre 588º reggimento bombardieri notturni, passato alla storia come le “Streghe della notte”. Pilotavano vecchi biplani di legno e tela, senza radar né protezioni, spegnendo i motori prima dell’attacco per planare silenziosamente sugli obiettivi.

Era una guerra combattuta con mezzi fragili ma con una determinazione straordinaria. Quelle giovani pilote dimostrarono che il coraggio non ha genere e che anche nelle pieghe più dure della storia le donne hanno avuto un ruolo decisivo.

Ricordarle oggi significa restituire completezza alla memoria della guerra: non solo strategie e battaglie, ma persone. E tra quelle persone, molte donne che hanno guardato la guerra negli occhi senza voltarsi indietro.

giovedì 5 marzo 2026

Da Mazzini passando per Garibaldi fino a combattere con Custer, più che una vita un film


 

Ci sono uomini che sembrano attraversare la storia senza appartenere davvero a un solo luogo. Uomini che partono da un angolo d’Europa e finiscono per trovarsi, anni dopo, nel cuore di eventi che cambiano il destino di interi continenti. Carlo Camillo Di Rudio fu uno di questi uomini. Nacque a Belluno nel 1832, tra le montagne venete, in una famiglia aristocratica. Avrebbe potuto vivere una vita tranquilla, fatta di privilegi e di sicurezza. Ma l’Europa di quegli anni era attraversata da un vento nuovo, un vento che parlava di libertà e di popoli che volevano decidere il proprio destino. Le idee di Giuseppe Mazzini circolavano tra i giovani come un richiamo irresistibile. Non erano soltanto parole: erano una promessa di futuro.

Di Rudio ne rimase affascinato. Era giovane, inquieto, e sentiva che la sua vita doveva avere un significato più grande. Così, quando il Risorgimento italiano accese le rivolte contro il dominio austriaco, non ebbe esitazioni. Si unì ai volontari che combattevano per l’indipendenza. In quei giorni incontrò uno degli uomini più straordinari del suo tempo, Giuseppe Garibaldi. Garibaldi era molto più di un comandante: era un simbolo. Tra quei volontari non contavano i titoli nobiliari o le ricchezze, ma solo il coraggio. Di Rudio dimostrò di averne.

Ma il suo destino non era quello di fermarsi a una sola battaglia. L’Europa di metà Ottocento era un continente inquieto, attraversato da complotti e rivoluzioni. Alcuni patrioti italiani erano convinti che la causa dell’Italia potesse essere accelerata colpendo il potere che dominava il continente. Così nel 1858 Di Rudio si trovò coinvolto nel piano organizzato da Felice Orsini per uccidere l’imperatore francese Napoleone IIILa scena si svolse davanti all’Opera di Parigi. Era sera, le carrozze arrivavano tra le luci dei lampioni e la folla elegante si accalcava all’ingresso. Poi, all’improvviso, il fragore delle bombe squarciò la notte. Il piano però non riuscì. L’imperatore sopravvisse e i congiurati vennero catturati. Il processo fu rapido e severo. La sentenza per Di Rudio fu la condanna a morte.

In quel momento sembrava che la sua storia dovesse finire lì. Ma accadde qualcosa di inatteso: la pena fu commutata. Non la ghigliottina, ma la deportazione in una delle colonie penali più terribili dell’impero francese, nella Guyana sudamericana. Fu così che Di Rudio venne spedito nella famigerata Isola del DiavoloLì il tempo sembrava fermarsi. La giungla soffocava ogni cosa, l’aria era pesante, le febbri tropicali e il lavoro forzato spegnevano lentamente la vita dei prigionieri. Molti non sopravvivevano a lungo. Ma Di Rudio non era disposto a rassegnarsi. Continuava a pensare alla libertà, e a come riconquistarla. Una notte riuscì a fuggire insieme ad alcuni compagni. Rubarono una piccola imbarcazione e si lanciarono in mare aperto. Fu una fuga disperata, tra onde, fame e sete, senza sapere se sarebbero mai arrivati a riva. Eppure riuscirono a salvarsi. Dopo un viaggio lungo e incerto Di Rudio raggiunse prima l’Inghilterra e poi gli Stati Uniti.

Sembrava l’inizio di una nuova vita. Ma anche l’America stava attraversando una delle sue ore più drammatiche. Nel 1861 scoppiò la American Civil War, la guerra civile tra Nord e Sud. Ancora una volta Di Rudio scelse da che parte stare: si arruolò nell’esercito dell’Unione. Combatté come aveva già fatto in Europa, portando con sé l’esperienza delle rivoluzioni e delle guerre del Vecchio Continente. Terminata la guerra rimase nell’esercito. La sua carriera lo portò nel leggendario 7° Cavalleria, il reggimento comandato da uno degli ufficiali più celebri della frontiera americana, George Armstrong Custer. Le grandi pianure dell’Ovest erano allora il teatro di una nuova e dura frontiera, dove l’esercito degli Stati Uniti si scontrava con le nazioni native.

Nel 1876 quel reggimento entrò nella leggenda. Nelle praterie del Montana incontrò una grande coalizione di guerrieri Lakota e Cheyenne. Lo scontro passò alla storia come la Battle of the Little Bighorn. Fu una battaglia feroce e rapidissima. Il distaccamento guidato da Custer venne circondato e annientato. In poche ore il campo di battaglia si riempì di silenzio e di fumo. Eppure, ancora una volta, Di Rudio riuscì a sopravvivere. Si nascose lungo il fiume, tra i cespugli, rimanendo immobile per quasi due giorni mentre attorno a lui si muovevano i guerrieri vittoriosi. Solo quando la battaglia era ormai finita riuscì a ricongiungersi con i soldati americani rimasti.

Negli anni successivi continuò a servire nell’esercito fino al grado di maggiore e infine si ritirò in California. Morì nel 1910, lontano dalle montagne dove era nato. Guardando la sua vita sembra quasi impossibile pensare che appartenga a un solo uomo. Fu patriota del Risorgimento, cospiratore contro un imperatore, prigioniero in una colonia penale nella giungla e ufficiale della cavalleria americana nelle grandi pianure dell’Ovest. Servì le idee di Mazzini, combatté con Garibaldi e cavalcò nelle campagne militari di Custer.

Una vita che attraversa rivoluzioni, imperi e frontiere.
Una vita che sembra uscita da un romanzo, e che invece è stata interamente reale.

Una serata di storia e geopolitica con il Rotary


Una serata dedicata alla storia come chiave per comprendere il presente si è svolta nei giorni scorsi su invito del Rotary, del presidente Massimo Calliera e dell’avvocato Fabrizio Ponzano, promotori dell’incontro che ha riunito soci e ospiti in un momento di confronto e riflessione sui grandi temi della storia e della geopolitica.

Partendo dal libro La guerra negli occhi (Edizioni Golem), la serata si è sviluppata come un viaggio tra episodi storici, contesti internazionali e racconti che hanno mostrato come la storia non sia soltanto una successione di date, ma soprattutto un intreccio di vite, scelte e dettagli che permettono di comprendere davvero un’epoca.

Al centro dell’incontro il rapporto tra storia e presente: osservare gli eventi di oggi attraverso la lente del passato, cogliendo come le dinamiche geopolitiche e le vicende individuali siano spesso profondamente collegate.

La conversazione ha toccato anche il tema della ricerca storica, dell’importanza delle fonti e della cura dei particolari che permettono di ricostruire contesti e atmosfere, trasformando documenti e testimonianze in narrazione.

Particolarmente apprezzato il racconto di alcuni passaggi del libro La guerra negli occhi, che ha consentito ai presenti di immergersi in una storia in cui la dimensione umana si intreccia con quella degli eventi storici più ampi.

La serata si è così trasformata in una vera lezione di storia, capace di unire racconto, approfondimento e passione per il passato, dimostrando come guardare alla storia possa aiutare a comprendere meglio il mondo di oggi.






Impantanati nella storia: quando le risaie cambiarono il corso della guerra

  Nel 1859, all’inizio della Seconda guerra d’indipendenza, la pianura tra Novarese e Vercellese divenne improvvisamente uno dei punti chia...