martedì 30 giugno 2026

l'Anabasi il viaggio che cambia chi lo compie


 

L' Anabasi di Senofonte, scritta nel IV secolo a.C., racconta la spedizione dei Diecimila mercenari greci che, rimasti senza comandante nel cuore dell'Impero persiano, sono costretti a trovare da soli la strada per tornare a casa. È il racconto di un viaggio lungo, difficile e incerto, ma è anche molto di più.

Nel tempo, l'Anabasi è diventata una metafora dell'esistenza. Ogni uomo, prima o poi, affronta la propria "anabasi": un percorso nel quale perde i punti di riferimento, si trova lontano dalle proprie certezze ed è costretto a riscoprire le proprie risorse interiori

Filosoficamente, l'opera rappresenta il passaggio dalla dipendenza all'autonomia. Quando vengono meno il capo, le sicurezze e le protezioni, emerge la responsabilità individuale. Senofonte mostra che la leadership non nasce dal potere, ma dalla competenza, dall'esempio e dalla capacità di infondere fiducia negli altri. L'Anabasi insegna anche che il viaggio conta quanto la meta. Il ritorno non è semplicemente uno spostamento geografico: è una trasformazione interiore. I Diecimila non tornano gli stessi uomini che erano partiti. Le prove affrontate li hanno cambiati. Per questo l'opera è stata letta nei secoli come un racconto di formazione, di resilienza e di rinascita.

Il celebre grido "Il mare! Il mare!" – con cui i soldati salutano la vista del Mar Nero, non celebra soltanto la fine della fatica. Celebra la speranza. È il momento in cui, dopo aver attraversato il caos, si torna a intravedere un orizzonte. Per questo quel grido è diventato uno dei simboli universali della liberazione, del ritorno alla speranza e della vittoria della perseveranza sulla disperazione.

domenica 28 giugno 2026

l'Ape di Carpano what else


 

Duecentoquarant'anni fa un biellese, che oggi definiremmo un alchimista del gusto prima ancora che un imprenditore, mise a punto una ricetta destinata a cambiare per sempre il modo di bere e di stare insieme. Nel retrobottega dell'enoteca di Piazza Castello a Torino dove lavorava, sperimentò l'incontro tra vino, erbe aromatiche, spezie e assenzio. Nessuno poteva immaginare che quella miscela, nata dall'intuizione e dalla sperimentazione di Antonio Benedetto Carpano, sarebbe diventata il vermout, dando origine a una tradizione destinata a conquistare il mondo.

Carpano non partiva da zero. Si ispirò a un'antica pratica: aromatizzare il vino con erbe officinali per renderlo più gradevole e, secondo la cultura dell'epoca, anche benefico per il corpo. Ma fece un passo ulteriore. Trasformò una bevanda dalle proprietà lenitive in un prodotto raffinato, riconoscibile e piacevole, capace di unire la sapienza dell'erborista, la sensibilità del vignaiolo e l'intuito dell'artigiano. Quella che poteva rimanere una curiosità da speziale diventò invece un fenomeno di costume.

Fu proprio in quell'enoteca di Piazza Castello che iniziò a verificarsi qualcosa di nuovo. Sempre più persone arrivavano per assaggiare quella bevanda diversa da tutte le altre. Si racconta che si formassero code per poter bere un bicchiere di quel vino aromatizzato che stava conquistando Torino. Si andava per curiosità, si tornava per piacere, ma soprattutto si rimaneva per incontrarsi, conversare, osservare la città. Attorno a un bicchiere di vermouth nacque, di fatto, un nuovo modo di vivere gli spazi urbani. Non era ancora l'aperitivo come lo intendiamo oggi, ma ne conteneva già tutti gli elementi: il piacere dell'attesa, il gusto della conversazione, il valore della condivisione.

C'è poi un'ironia della storia che merita di essere raccontata. A inventare quella che può essere considerata la madre di tutti gli aperitivi fu proprio un biellese, appartenente a una terra che nell'immaginario collettivo viene spesso descritta come laboriosa, riservata, essenziale, persino un po' schiva. Eppure fu proprio da quella cultura del lavoro silenzioso e della ricerca meticolosa che nacque una delle più straordinarie invenzioni della convivialità italiana.

Il genio di Carpano non fu soltanto quello di trovare l'equilibrio perfetto tra vino, erbe e spezie. Fu soprattutto quello di comprendere, forse senza averne piena consapevolezza, che una bevanda poteva diventare molto più di ciò che conteneva nel bicchiere. Poteva trasformarsi in un rito sociale, in un'abitudine capace di mettere in relazione le persone, di creare occasioni d'incontro, di scandire un momento della giornata.

Per questo, a distanza di 240 anni, il vermout non rappresenta soltanto una delle eccellenze piemontesi più conosciute nel mondo. Rappresenta l'idea che dietro una grande intuizione artigiana possa nascere un cambiamento culturale destinato a durare nei secoli. Prima c'era il vino aromatizzato; dopo Carpano nacque un linguaggio nuovo della socialità. In fondo, non inventò semplicemente una bevanda: inventò un momento della giornata. E con esso un pezzo dell'identità di Torino, del Piemonte e dello stile di vita italiano.



giovedì 25 giugno 2026

A “Tutto il buono” di Elvira Federico la storia di Adriano Formoso, tra scienza, musica e umanità


 

Tra i protagonisti di Tutto il buono, merita certamente attenzione la scelta di dedicare uno spazio ad Adriano Formoso. Una scelta tutt'altro che scontata, che rispecchia bene lo spirito della trasmissione di Elvira Federico: andare oltre i nomi più noti per raccontare persone che, spesso lontano dai riflettori, costruiscono percorsi originali e mettono competenze e sensibilità al servizio degli altri.

Adriano Formoso è uno di quei personaggi difficili da racchiudere in una sola definizione. Psicoterapeuta, ricercatore, musicista e autore, ha costruito negli anni un percorso professionale in cui la dimensione scientifica convive con quella artistica, nella convinzione che il benessere della persona passi anche attraverso linguaggi capaci di raggiungere le emozioni più profonde. Al di là degli studi e delle teorie sviluppate, ciò che colpisce di Formoso è soprattutto l'approccio umano con cui affronta il proprio lavoro: l'attenzione all'ascolto, la volontà di offrire strumenti per affrontare ansia, stress e fragilità contemporanee e la capacità di utilizzare la musica non come semplice spettacolo, ma come occasione di incontro e relazione.

La puntata offrirà così al pubblico l'opportunità di conoscere non soltanto un professionista che indaga il rapporto tra mente, emozioni e suono, ma anche una persona che ha fatto dell'umanità, dell'ascolto e della ricerca di un benessere autentico il filo conduttore della propria esperienza personale e professionale. In un tempo in cui spesso prevalgono rumore e superficialità, raccontare storie come la sua significa restituire valore a percorsi meno visibili ma non per questo meno significativi. E’ proprio tutto il buono

mercoledì 24 giugno 2026

Operazione Greif: la grande beffa di Skorzeny che seminò il panico tra gli Alleati



È il dicembre del 1944 e in Europa molti iniziano a pensare che la guerra sia ormai agli sgoccioli. Gli Alleati hanno liberato la Francia, sono entrati in Belgio e avanzano verso la Germania. Nelle retrovie americane si respira quasi un clima da vigilia di Natale: c'è chi immagina già di trascorrere le feste a casa l'anno successivo e chi è convinto che la macchina militare tedesca sia ormai incapace di reagire.

A Berlino, però, Adolf Hitler non è disposto ad arrendersi all'inevitabile. Vuole tentare un ultimo colpo di mano, una scommessa disperata che possa dividere le forze angloamericane e costringerle a negoziare. Nasce così l'offensiva delle Ardenne, quella che gli americani ricorderanno come la Battle of the Bulge, la battaglia del rigonfiamento.

Per accompagnare questa offensiva Hitler pensa a qualcosa di inusuale, quasi da romanzo di spionaggio. Chiama uno dei suoi uomini più celebri, Otto Skorzeny. Alto quasi due metri, con la caratteristica cicatrice sul volto riportata durante un duello studentesco, Skorzeny è già una leggenda nel Terzo Reich. È l'uomo che nel settembre del 1943 aveva guidato l'operazione sul Gran Sasso riportando Benito Mussolini sotto il controllo tedesco. La propaganda nazista ne ha fatto una sorta di supercommando, un personaggio avvolto da un'aura quasi cinematografica.

Hitler gli assegna una missione singolare: infiltrare soldati tedeschi dietro le linee alleate travestiti da militari americani. Devono confondere il nemico, cambiare la segnaletica stradale, interrompere le comunicazioni, impartire ordini falsi e, se possibile, favorire la conquista dei ponti sul fiume Mosa, indispensabili per la riuscita dell'offensiva.

L'idea appare geniale sulla carta, ma si scontra subito con la realtà. Skorzeny scopre che trovare soldati che parlino un inglese convincente è quasi impossibile. Migliaia di uomini vengono esaminati. Alcuni conoscono poche parole apprese a scuola, altri riescono a cavarsela con espressioni elementari. Soltanto pochissimi hanno una padronanza della lingua sufficiente a passare per americani.

Anche l'equipaggiamento è insufficiente. Servirebbero jeep statunitensi, uniformi originali, mezzi corazzati americani. Invece si recuperano pochi veicoli catturati e si dipingono carri armati tedeschi cercando di farli sembrare degli Sherman. L'effetto è più teatrale che realistico.

Quando l'offensiva parte, il 16 dicembre 1944, piccoli gruppi di infiltrati riescono comunque a penetrare nelle retrovie alleate. Alcuni spostano cartelli stradali, altri diffondono informazioni fuorvianti. Il danno materiale è limitato, ma quello psicologico è enorme.

In poche ore si diffonde il panico. La voce corre velocemente: «Ci sono tedeschi travestiti da americani». I posti di blocco si moltiplicano. Chiunque può diventare sospetto.

Le domande rivolte ai soldati assumono contorni quasi surreali. «Chi gioca nei New York Yankees?», «Qual è la capitale dell'Illinois?», «Chi è il marito di Betty Grable?». Ufficiali di alto grado vengono fermati da semplici sentinelle. Persino il generale Eisenhower vede limitati i propri spostamenti per timore di un attentato. Si racconta che anche lui sia stato sottoposto a controlli di identità particolarmente rigorosi.

In realtà l'operazione è già destinata al fallimento. Gli infiltrati sono troppo pochi, spesso traditi dall'accento, da gesti poco naturali o da una conoscenza approssimativa della cultura americana. Molti vengono catturati e alcuni saranno processati e fucilati come spie.

Eppure l'Operazione Greif lascia un segno profondo nella memoria della guerra. Non per i risultati militari, che furono modesti, ma per aver dimostrato quanto la guerra moderna possa essere combattuta anche sul terreno della percezione, della paura e della disinformazione. Per alcuni giorni, nel cuore dell'inverno del 1944, l'esercito più potente del mondo si ritrovò a guardarsi alle spalle, diffidando persino dei propri uomini. Fu probabilmente il più grande successo di Skorzeny: non conquistare un ponte o distruggere una divisione nemica, ma insinuare il dubbio. E in guerra, talvolta, il dubbio può rivelarsi un'arma potente quanto un carro armato.


venerdì 19 giugno 2026

Maria Antonietta e il conte svedese: una delle storie d'amore più misteriose d'Europa


 

Quando il giovane conte svedese Hans Axel von Fersen arrivò a Versailles nel 1774 aveva appena diciannove anni. Bello, colto, elegante e appartenente a una delle famiglie più influenti della Svezia, conquistò rapidamente i salotti della corte più raffinata d'Europa. Tra le persone che rimasero colpite dal fascino del giovane aristocratico vi fu anche la dauphine di Francia, la futura regina Maria Antonietta. I due si conobbero a un ballo in maschera all'Opéra di Parigi. Lei aveva diciotto anni, era sposata con il futuro Luigi XVI e stava ancora cercando di adattarsi alla rigida etichetta di Versailles. Lui era un brillante uomo di mondo, destinato a diventare uno dei personaggi più discussi del suo tempo.

Negli anni successivi Fersen tornò più volte in Francia. Partecipò persino alla guerra d'indipendenza americana, distinguendosi come ufficiale. Ma il suo pensiero sembrò rimanere spesso rivolto a Versailles. Le lettere e il diario del conte mostrano un rapporto sempre più stretto con Maria Antonietta, alimentando nei secoli il sospetto che tra i due sia nata una vera relazione amorosa.

Le prove definitive, tuttavia, non esistono. Alcune lettere furono censurate o riscritte, altre sono state recentemente analizzate con tecniche scientifiche che hanno permesso di recuperare parole cancellate, tra cui espressioni particolarmente affettuose. Gli storici restano divisi: per alcuni furono semplicemente amici fedeli; per altri, amanti costretti a vivere il proprio sentimento nell'ombra di una monarchia ormai in crisi. Ciò che è certo è che Fersen fu uno degli organizzatori del tentativo di fuga della famiglia reale nel 1791. Fu lui a predisporre la carrozza che avrebbe dovuto condurre Luigi XVI, Maria Antonietta e i loro figli al sicuro, lontano da Parigi. Il piano fallì a Varennes e segnò l'inizio della fine della monarchia francese.

Maria Antonietta salì sulla ghigliottina nel 1793. Fersen non si sposò mai. Continuò a servire la corona svedese fino alla sua tragica morte nel 1810, linciato dalla folla di Stoccolma in circostanze ancora oggi controverse.

Forse non sapremo mai se Maria Antonietta e Hans Axel von Fersen furono davvero amanti. Ma poche storie hanno saputo unire con tanta forza amore, politica, rivoluzione e tragedia, lasciando dietro di sé uno dei più affascinanti enigmi sentimentali della storia europea.









giovedì 18 giugno 2026

Annibale il remigrante tunisino.


Povero Annibale. Dopo aver attraversato mezza Europa con un esercito di decine di migliaia di uomini, cavalli ed elefanti, dopo aver sconfitto i Romani a Trebbia, al Trasimeno e a Canne, dopo aver trascorso duemila anni nei libri di storia come uno dei più grandi strateghi militari di sempre, si ritrova oggi candidato d'ufficio nel dibattito politico italiano. L'ultima reincarnazione del condottiero cartaginese lo vede trasformato in testimonial motivazionale: «Ad Annibale dissero che non si potevano attraversare le Alpi». Sottinteso: i visionari vincono, gli scettici perdono, dunque ogni progetto politico osteggiato dai critici sarebbe una moderna traversata alpina.

Peccato che Annibale fosse un generale cartaginese nato nell'attuale Tunisia, figlio di una delle più importanti famiglie aristocratiche del Mediterraneo antico, educato in una società cosmopolita, mercantile e profondamente intrecciata con il mondo africano, iberico e orientale. Insomma, probabilmente l'ultima figura storica che avrebbe accettato serenamente di essere ridotta a slogan per un comizio.

Il problema, tuttavia, non è Annibale. Il problema è la politica. La politica contemporanea soffre di una curiosa sindrome: l'impossibilità di sostenere una tesi senza scomodare un morto illustre. Se bisogna parlare di coraggio, ecco spuntare Churchill. Se occorre difendere l'ordine, arriva Giulio Cesare. Per discutere di identità nazionale compare Garibaldi. Se serve giustificare una battaglia contro il sistema, ecco Annibale che scende dalle Alpi con gli elefanti, pronto a condividere un post sui social.

È una sorta di servizio di leva postumo. I protagonisti della storia vengono arruolati senza possibilità di obiezione di coscienza. Eppure la storia è molto più complicata degli slogan. Annibale non attraversò le Alpi perché qualcuno gli aveva detto che era impossibile. Le attraversò perché aveva elaborato una strategia militare precisa, cercando di colpire Roma nel punto più vulnerabile. E pagò quella scelta con perdite enormi. Non era un influencer della resilienza, ma un comandante che assunse rischi calcolati in una guerra.

Il paradosso è che, seguendo questa logica, si potrebbe sostenere tutto e il contrario di tutto. Annibale potrebbe diventare europeista perché attraversava le frontiere senza passaporto; ambientalista perché usava elefanti anziché mezzi a combustione; fautore dell'integrazione mediterranea perché tunisino di nascita e spagnolo d'adozione. Assurdo? Certamente. Quanto il tentativo di trasformarlo in un testimonial politico del XXI secolo.

Forse sarebbe più onesto lasciare Annibale dov'è: sulle Alpi, nei manuali di storia e nella memoria di una delle più straordinarie imprese militari dell'antichità. E chiedere ai politici di attraversare le proprie montagne con idee, programmi e risultati, senza costringere i grandi del passato a scendere ogni volta in campo per conto terzi.

lunedì 15 giugno 2026

La Formula 1 del vino



A guardarla da bordo strada sembra quasi di assistere a un Gran Premio di Formula 1. C'è la preparazione, c'è la tensione prima della partenza, ci sono le squadre che si concentrano sugli ultimi dettagli e c'è perfino una griglia di partenza. Solo che al posto delle monoposto ci sono le botti. La Corsa delle Botti di Nizza Monferrato è una di quelle tradizioni che riescono a tenere insieme storia, identità e spettacolo. Quando le botti vengono schierate lungo il percorso, il pubblico sa che sta per iniziare qualcosa di unico. Poi arriva lo start, e la gara prende vita.

Da quel momento in poi inizia una corsa tanto spettacolare quanto impegnativa. Guidare una botte non è affatto semplice. A differenza di un'automobile non segue una traiettoria precisa, tende a sbandare, a cercare una propria direzione, a mettere costantemente alla prova chi la conduce. Servono forza fisica, resistenza, equilibrio e soprattutto una tecnica affinata negli anni.

È qui che si vede la differenza tra i partecipanti. Non basta spingere. Occorre saper accompagnare la botte, anticiparne i movimenti, correggerne le deviazioni e mantenerla in corsa senza perdere velocità. Una sfida che tra curve e cambi di ritmo, diventa una vera prova di abilità.

Le botti sembrano trasformarsi in monoposto impazzite che cercano continuamente di sfuggire al controllo dei loro conducenti. Le braccia si tendono, i muscoli si irrigidiscono, il fiato si accorcia e ogni metro conquistato richiede uno sforzo enorme. È una gara dura, autentica, capace di mettere a dura prova anche gli atleti più preparati. Ma il bello della Corsa delle Botti non è soltanto la competizione. È il clima che la circonda. È il senso di appartenenza dei team, il tifo della gente, la partecipazione di una comunità che si ritrova attorno a una delle proprie tradizioni più sentite.




E quando la fatica lascia spazio ai festeggiamenti, il premio più grande non è soltanto la vittoria. Sono le bottiglie di Nizza e dei grandi vini del territorio che accompagnano la festa finale. Rossi o bianchi che siano, diventano il simbolo di una tradizione che celebra il lavoro, la convivialità e la cultura del vino. La Corsa delle Botti è molto più di una gara, alla fine la vera vittoria non è al traguardo. È vedere un'intera comunità fermarsi per una botte che corre, tifare come fosse una finale e ritrovarsi insieme davanti a un bicchiere di vino.

sabato 13 giugno 2026

Piemontesi: fatti non parole


 

«Quando un piemontese ha smesso di dire qualcosa, tace». È una frase attribuita a Giovanni Giolitti che, al di là dell'effettiva formulazione originale, racchiude un tratto profondo dell'identità piemontese.

In poche parole descrive un modo di essere che rifugge gli eccessi, le parole inutili e l'esibizione. Non è il silenzio di chi non ha nulla da dire, ma quello di chi considera le parole un bene prezioso da utilizzare con misura. Prima si parla, poi si agisce. E quando non c'è più nulla da aggiungere, si lascia spazio ai fatti.

È una caratteristica che ha accompagnato il Piemonte nella sua storia. Una terra che raramente ha amato le celebrazioni rumorose e che ha costruito gran parte della propria forza attraverso il lavoro quotidiano, la concretezza e il senso del dovere. Dai campi alle officine, dalle botteghe alle fabbriche, generazioni di piemontesi hanno spesso preferito dimostrare il proprio valore attraverso ciò che facevano piuttosto che attraverso ciò che raccontavano.

In un'epoca dominata dalla comunicazione permanente, dai commenti istantanei e dall'obbligo di esprimere continuamente un'opinione, questo insegnamento appare quasi controcorrente. Oggi il rischio non è il silenzio, ma il rumore. Si parla molto, spesso troppo, e non sempre per aggiungere valore alla discussione.

L'aforisma attribuito a Giolitti ci ricorda invece il valore della sobrietà. Non come chiusura o riservatezza fine a sé stessa, ma come capacità di distinguere ciò che è importante da ciò che è superfluo. È una forma di rispetto verso gli altri e verso sé stessi.

Forse è anche per questo che il Piemonte continua a essere una terra capace di produrre eccellenze nei campi più diversi: dall'industria all'agroalimentare, dalla ricerca alla cultura. Dietro molti successi piemontesi non troviamo proclami altisonanti, ma persone che hanno scelto di concentrarsi sul proprio lavoro, lasciando che fossero i risultati a parlare.

Naturalmente il mondo è cambiato. Oggi saper comunicare è fondamentale e nessuno può pensare che basti lavorare bene senza raccontarlo. Ma tra la necessità di comunicare e l'esigenza di commentare tutto esiste una differenza sostanziale.

L'attualità di quella frase sta proprio qui. Ci ricorda che la credibilità nasce ancora dai fatti. Che le parole hanno valore quando accompagnano le azioni. E che, talvolta, il modo migliore per rafforzare un messaggio è evitare di aggiungere parole inutili.

Quando un piemontese ha finito di dire ciò che conta, non sente il bisogno di riempire il silenzio. Sa che, da quel momento in poi, devono parlare i fatti.

giovedì 11 giugno 2026

WW2 L uomo che scrutava il tempo Stagg e l'operazione Overlord


 

C'è un aspetto dello sbarco in Normandia che raramente viene raccontato. Non riguarda le spiagge di Omaha o Utah, non riguarda i paracadutisti lanciati dietro le linee tedesche e nemmeno le migliaia di navi che attraversarono la Manica. Riguarda l'attesa. È il tema al centro di Pressure, il film appena uscito nelle sale americane che racconta le 72 ore precedenti al D-Day attraverso gli occhi del meteorologo scozzese James Stagg e del generale Dwight Eisenhower. Una prospettiva insolita ma straordinariamente affascinante, perché sposta l'attenzione dall'azione alla decisione che la rese possibile.

Quando pensiamo allo sbarco del 6 giugno 1944 immaginiamo la più grande operazione anfibia della storia. In realtà, prima ancora che anfibia, fu un'immensa operazione di attesa. Oltre 150.000 uomini erano pronti a partire. Milioni di tonnellate di materiali erano state accumulate per quella che sarebbe diventata l'Operazione Overlord. Tutto era pronto. Tranne una cosa: il tempo atmosferico.

La storia ci ha abituati a immaginare i grandi eventi come il risultato della volontà degli uomini. In quei giorni, invece, il destino dell'Europa dipese dalle nuvole, dal vento e dalle onde. Il D-Day era inizialmente previsto per il 5 giugno. Ma il maltempo che si stava abbattendo sulla Manica rischiava di trasformare l'operazione in una catastrofe. I paracadutisti avrebbero potuto essere dispersi, i bombardamenti perdere precisione, i mezzi da sbarco rovesciarsi prima ancora di raggiungere la costa. Fu allora che entrò in scena James Stagg, il capo meteorologo alleato. Senza satelliti, computer o radar moderni, basandosi su dati incompleti e osservazioni raccolte in mezzo oceano, individuò una breve finestra di miglioramento per il 6 giugno. Non una certezza. Una possibilità. La tensione che racconta Pressure nasce proprio da questo. Eisenhower non doveva scegliere tra una soluzione giusta e una sbagliata. Doveva decidere in condizioni di incertezza assoluta. Rinviare significava rischiare di compromettere mesi di preparazione. Partire significava affidare il destino di centinaia di migliaia di uomini a una previsione meteorologica.

Oggi siamo abituati a pretendere risposte immediate, dati certi e decisioni rapide. Quella notte, invece, i vertici alleati sperimentarono una delle condizioni più difficili che esistano: dover scegliere senza avere la garanzia di avere ragione. Forse è proprio questo l'insegnamento più attuale di quella vicenda. Le grandi decisioni non nascono sempre dalla forza o dalla velocità. Spesso nascono dalla capacità di attendere, di osservare e di comprendere quando è arrivato il momento di agire. Il 5 giugno 1944, dopo aver ascoltato i suoi collaboratori, Eisenhower pronunciò poche parole: "Ok, let's go". In quel momento non iniziò ancora lo sbarco. Iniziò qualcosa di ancora più importante: la fine dell'attesa. La storia non cambia soltanto nei giorni delle grandi battaglie, cambia nelle stanze silenziose dove qualcuno deve trovare il coraggio di decidere mentre il mondo aspetta.

mercoledì 10 giugno 2026

WW2 Il paradosso della Shinano: la nave più potente, la vita più breve


 Diciassette ore di mare aperto furono tutto ciò che la Japanese aircraft carrier Shinano ebbe in sorte dopo anni di progettazione e costruzione. Eppure non era una nave qualunque. Con oltre 70.000 tonnellate di dislocamento, era la più grande portaerei mai realizzata fino ad allora, un colosso nato dallo scafo di una corazzata della classe Yamato-class battleship. Acciaio, potenza e tecnologia concentrati in una nave che il Giappone considerava uno dei suoi ultimi assi nella manica.

La sera del 28 novembre 1944 lasciò il porto di Yokosuka. A vederla avanzare nell'oscurità sembrava invincibile. Il suo ponte di volo si estendeva come una città galleggiante, le lamiere corazzate erano tra le più spesse mai installate su una portaerei e il suo nome era così segreto che gli americani ne ignoravano perfino l'esistenza.

Ma la Shinano nascondeva una fragilità invisibile. La guerra aveva imposto tempi impossibili. Molti lavori non erano terminati, alcune paratie non erano state collaudate e centinaia di operai erano ancora a bordo. Quel gigante era stato mandato in mare prima di essere davvero pronto.

Per tutta la notte navigò verso Kure, scortato da cacciatorpediniere. Nelle stesse ore, poco lontano, il sommergibile americano USS Archerfish (SS-311) seguiva la sua scia. Per il comandante americano quella sagoma immensa era un mistero. Non poteva sapere che stava inseguendo la più grande portaerei del mondo.

Alle 3:15 del mattino del 29 novembre arrivò l'attacco. Sei siluri partirono dal sommergibile. Quattro colpirono il bersaglio.

La Shinano non esplose. Non si spezzò. Continuò a navigare. Una nave costruita per sopravvivere ai combattimenti sembrava aver assorbito il colpo. Ma sotto il ponte l'acqua stava vincendo una battaglia silenziosa. Passava da un compartimento all'altro, invadeva locali che avrebbero dovuto restare isolati, piegava lentamente la nave verso il mare.

Per ore l'equipaggio combatté contro l'allagamento. Le pompe lavorarono senza sosta. I marinai chiusero portelli, trasportarono materiali, cercarono di salvare il salvabile. Ma il colosso continuava a inclinarsi.

Quando il sole era ormai alto sull'oceano, divenne chiaro che la partita era persa. Poco prima delle undici del mattino la nave si rovesciò lentamente su un fianco. Uomini e detriti finirono in mare. Il comandante Toshio Abe scelse di restare a bordo.

Poi il gigante scomparve.

La Shinano era stata costruita per cambiare il corso della guerra. Non lanciò mai un aereo, non combatté mai una battaglia e non completò nemmeno il suo primo viaggio. La sua intera vita operativa durò appena diciassette ore: abbastanza per trasformarla in una leggenda.


domenica 7 giugno 2026

Il bordocampista, quando il calcio si prende meno sul serio


C'è una figura che negli ultimi anni ha trovato una dimensione tutta sua nel racconto televisivo del calcio: il bordocampista. Nato per raccogliere sensazioni, umori e retroscena a pochi metri dalle panchine, oggi è diventato spesso il ponte tra il gioco e il divertimento. E forse va bene così. Perché ci sono partite che si raccontano con la tattica, i numeri e le statistiche. E poi ci sono le partite delle leggende, quelle in cui il risultato conta fino a un certo punto e dove il vero spettacolo è ritrovare personaggi che hanno scritto pagine di calcio e che oggi si concedono il lusso di raccontarsi con leggerezza.

È qui che il bordocampista trova il suo habitat naturale. Con una telecamera in mano e la libertà di muoversi ai margini del campo, diventa una sorta di esploratore del lato più umano del calcio. Raccoglie battute, sfottò, ricordi, provocazioni e aneddoti che altrimenti andrebbero persi. E come si fa a non sorridere davanti alle uscite di Senso d'Oppio (la maglietta sto yamal è da cineteca) o di Guarena? Come si fa a non divertirsi quando Ferrante, Tiribocchi o Pasquale Bruno alternano ricordi seri a battute che raccontano perfettamente l'atmosfera della giornata? E come non apprezzare le incursioni goliardiche di musicisti e personaggi come Matteo Baronetto che entrano nel gioco con lo spirito giusto?

In quei momenti il calcio torna ad essere ciò che è sempre stato: un grande racconto popolare. Non c'è nulla di costruito. Non ci sono conferenze stampa, dichiarazioni preparate o frasi studiate. C'è soltanto il piacere di stare insieme, di ricordare e di scherzare. Forse è proprio questo il segreto del successo di certe trasmissioni e di certi eventi. Far capire che dietro i campioni, dietro le maglie e dietro le carriere ci sono persone. Persone che sanno ancora ridere di sé stesse, prendere in giro gli amici di una vita e condividere con il pubblico un pezzo della propria storia. E allora ben vengano i bordocampisti quando riescono a catturare questi momenti.

Perché a volte una battuta racconta un personaggio meglio di una scheda tecnica. E una risata condivisa spiega il calcio molto più di tante analisi tattiche. Soprattutto quando in campo non ci sono soltanto ex giocatori, ma vecchi amici che per novanta minuti (pardon settanta) tornano ragazzi.

venerdì 5 giugno 2026

Ciao Peppo



Con la scomparsa di Peppo Sacchi se ne va uno dei protagonisti più coraggiosi e visionari della storia della comunicazione italiana. Un uomo che, quando tutto sembrava immutabile, ebbe il coraggio di immaginare un sistema diverso e la determinazione di battersi perché diventasse realtà. Il suo nome è legato a Telebiella, la prima televisione via cavo italiana, un'esperienza che avrebbe cambiato per sempre il panorama dell'informazione e della comunicazione nel nostro Paese.

In un'epoca in cui il monopolio televisivo appariva inscalfibile, Sacchi intuì che la tecnologia poteva aprire nuove strade alla libertà di espressione, all'informazione locale e al pluralismo delle idee. Non si limitò a immaginarlo. Lo fece. Fu una battaglia lunga, difficile e spesso solitaria. Una battaglia culturale, perché dietro la richiesta di poter trasmettere liberamente non c'era soltanto un'innovazione tecnologica: c'era l'idea che la democrazia si rafforza quando si moltiplicano le voci, i punti di vista e le opportunità di comunicare. Il percorso avviato da Telebiella contribuì infatti ad aprire una breccia nel monopolio radiotelevisivo dell'epoca, anticipando trasformazioni che avrebbero portato alla nascita delle televisioni locali e alla progressiva liberalizzazione dell'etere. Oggi può sembrare normale accendere una televisione e scegliere tra decine di emittenti nazionali e territoriali. Negli anni Sessanta e Settanta non lo era affatto.

Per questo Peppo Sacchi va ricordato come uno di coloro che hanno contribuito a cambiare il rapporto tra informazione, tecnologia e libertà nel nostro Paese. Da Biella lanciò una sfida che sembrava impossibile e che invece contribuì a riscrivere una parte importante della storia italiana della comunicazione. Una lezione di coraggio imprenditoriale, di innovazione e di ostinazione che ancora oggi conserva tutta la sua attualità.

martedì 2 giugno 2026

Grazie ragazzi. Vice campioni d'Italia


Complimenti alla Roma 1927 per la conquista del terzo Scudetto Under 19 consecutivo. Un risultato che testimonia la forza di una società capace di confermarsi ai massimi livelli del futsal giovanile italiano. Ma oggi è soprattutto il giorno dei ringraziamenti. Un grazie enorme a Merlo e compagni per una stagione semplicemente straordinaria, una di quelle che lasciano il segno. La vittoria del campionato di A2, a cui hanno concorso diversi elementi dell Under, la conquista della Coppa Italia Under 19 e ora il titolo di vicecampioni d'Italia rappresentano un percorso che merita soltanto applausi. Un gruppo che ha lavorato senza sosta da agosto fino a giugno, affrontando ogni sfida con serietà, qualità e spirito di squadra. Un gruppo che ha saputo crescere, emozionare e portare in alto il nome dell'Orange sui campi di tutta Italia.

La finale di oggi non cambia il valore di quanto costruito in questi mesi. La Roma ha messo grande intensità nei primi minuti, trovando subito il doppio vantaggio e indirizzando una gara che richiedeva un'impresa per essere rimessa in discussione. Ma il risultato dell'ultimo incontro non può cancellare né ridimensionare ciò che questa squadra ha saputo realizzare durante l'intera stagione. Essere vicecampioni d'Italia non è un traguardo qualunque. Significa appartenere all'élite del futsal nazionale, confrontarsi alla pari con le migliori realtà del Paese e guadagnarsi rispetto ovunque. Per questo oggi prevale soprattutto l'orgoglio. L'orgoglio per una squadra che ha saputo vincere, crescere e rappresentare al meglio i colori orange. L'orgoglio per mister Patanè, per lo staff, per la società e per questi ragazzi che hanno scritto una pagina importante della storia recente dell'Asti.

Le coppe conquistate resteranno negli albi d'oro. Ma ciò che rende speciale questa stagione è il percorso compiuto insieme, la mentalità costruita giorno dopo giorno e la consapevolezza di aver consegnato l'Asti tra le grandi del futsal italiano.

E se oggi si chiude una stagione straordinaria, il bello è che c'è già una nuova sfida all'orizzonte. Ancora Asti contro Roma. Ancora una volta in palio un trofeo. Grazie alla vittoria della Coppa Italia Under 19, l'Orange tornerà a contendersi la Supercoppa Italiana proprio contro i campioni d'Italia. Un'altra grande vetrina, un'altra occasione per misurarsi con il meglio del futsal giovanile nazionale. Una conferma del valore di questo gruppo e un motivo in più per guardare al futuro con fiducia. Grazie ragazzi. Avete regalato un'annata che resterà nella memoria di tutti gli appassionati del futsal astigiano.

Tredici anni e l'eternità: Joseph Bara, il tamburino della Repubblica


 

Joseph Bara, o Barra come spesso venne chiamato, aveva appena tredici anni. Era un ragazzo povero della campagna francese, troppo giovane per essere un soldato eppure già immerso nel vortice della Rivoluzione. Faceva il tamburino nell'esercito repubblicano, uno di quei ragazzi che con il rullo del tamburo davano il passo alle colonne in marcia e cercavano di farsi coraggio in mezzo al fragore delle armi. Era il dicembre del 1793. La Francia era lacerata dalla guerra civile della Vandea. Bara stava conducendo due cavalli quando venne intercettato dagli insorti realisti. La storia, mescolando realtà e leggenda, racconta che gli fu chiesto di gridare "Viva il Re" per salvarsi la vita. Lui avrebbe risposto "Viva la Repubblica" e venne ucciso. Gli storici discutono ancora su quanto vi sia di vero e quanto di costruzione simbolica, ma il fatto essenziale resta: un ragazzo morì nel pieno della tempesta rivoluzionaria e la sua morte divenne il racconto di una generazione.

Robespierre ne fece un eroe della Repubblica. Jacques-Louis David lo dipinse come un giovane martire, bello e fragile come un personaggio dell'antichità. La Francia rivoluzionaria vide in quel ragazzo non tanto il soldato, quanto il simbolo della giovinezza che si sacrifica per un ideale. Forse, però, il modo migliore per ricordarlo oggi non è quello della propaganda. È quello suggerito da Edgar Morin, il grande pensatore della complessità scomparso pochi giorni fa, che per tutta la vita ci ha invitato a guardare gli esseri umani nella loro interezza, senza trasformarli in statue o slogan. Morin ci ha insegnato che la storia è fatta di luci e ombre, di realtà e mito, di individui concreti che diventano simboli più grandi di loro stessi. Così Bara non è soltanto il piccolo eroe della Repubblica. È un ragazzo di tredici anni trascinato dagli eventi del suo tempo, diventato immortale perché gli uomini hanno bisogno di raccontare il coraggio, la fedeltà e la speranza attraverso dei volti. E il suo volto, da oltre due secoli, continua ad affacciarsi dalla storia con la purezza malinconica dell'infanzia e con la forza dei miti che non smettono mai di interrogare il presente



Flaviano Brutto conquista “Tutto il Buono”: stile, eleganza e personalità in tv


Certe persone non entrano semplicemente in uno studio televisivo. Lo illuminano. È quello che è accaduto con la partecipazione di Flaviano Brutto a Tutto il Buono, il programma condotto da Elvira Federico. Trendsetter, fashion consultant, personaggio eclettico e riconoscibile, Flaviano Brutto rappresenta da anni una figura fuori dagli schemi nel panorama della moda e del lifestyle italiano. Un uomo che ha costruito la propria identità senza inseguire le mode, ma spesso anticipandole.

La sua presenza a Tutto il Buono ha portato in televisione qualcosa che oggi non è affatto scontato: autenticità. La naturale eleganza di chi vive il bello come cultura, esperienza e modo di stare al mondo. Nel salotto televisivo di Elvira Federico ha confermato ciò che chi lo segue già conosce: dietro gli outfit ricercati, gli eventi glamour e le fotografie da copertina c'è una persona che ha fatto della positività e della valorizzazione del bello una vera filosofia di vita.

La sua partecipazione a Tutto il Buono non è stata soltanto un'ospitata televisiva. È stata la dimostrazione che stile, educazione, classe e capacità di comunicare possono ancora trovare spazio in una narrazione che troppo spesso rincorre soltanto il rumore. E l’accoppiata Federico Brutto si dimostra assolutamente vincente.

Le vedove di Maldini, e i professoroni da tastiera: al Milan serve unità



C'è una parte del tifo milanista che sembra aver smesso di tifare il Milan per tifare le proprie idee. Le vedove di Maldini, quelle di Theo Hernandez, gli allenatori virtuali, i direttori sportivi da tastiera e i commentatori seriali che, a ogni risultato negativo, trovano un nuovo bersaglio da colpire. Nel mirino, ormai da mesi, c'è soprattutto Gerry Cardinale, come se fosse diventato il responsabile unico di ogni problema rossonero. Eppure una domanda sarebbe doverosa: qual è l'interesse del Milan nel trasformare il proprio proprietario nel nemico?

Si può discutere ogni scelta. Si possono criticare acquisti, cessioni, dirigenti e risultati. Fa parte del calcio. Ma c'è una differenza enorme tra la critica e la delegittimazione continua. Il Milan oggi è anche un'azienda. Una delle grandi aziende sportive europee, con investimenti importanti, obiettivi economici e sportivi che devono necessariamente camminare insieme. Pensare che chi ha investito centinaia di milioni nel club abbia interesse a danneggiarlo o a ridimensionarlo è semplicemente illogico.

Cardinale non è Berlusconi e non ha mai preteso di esserlo. Sono epoche diverse, modelli diversi, mercati diversi. Ma una cosa resta vera: chi mette soldi, tempo, energie e reputazione in una società calcistica lo fa perché vuole vederla crescere e vincere. Per questo sparare quotidianamente contro la proprietà rischia di diventare un esercizio autolesionista. Un suicidio sportivo e ambientale. Perché si finisce per indebolire ulteriormente un contesto che avrebbe invece bisogno di stabilità, lucidità e sostegno.

Questo non significa rinunciare allo spirito critico. Significa capire che esiste un confine tra il dissenso e la demolizione sistematica. Significa comprendere che si può essere in disaccordo con una scelta senza trasformare ogni decisione in una guerra di religione.

Lo stesso vale per le continue contrapposizioni tra passato e presente. Paolo Maldini è una leggenda del Milan e nessuno potrà mai cancellare ciò che rappresenta per la storia rossonera. Ma una leggenda non può diventare un'arma da utilizzare quotidianamente contro chi è venuto dopo.

I social hanno amplificato tutto. Oggi ogni tifoso si sente allenatore, direttore sportivo, osservatore e amministratore delegato. Dopo novanta minuti arrivano sentenze definitive, processi sommari, condanne senza appello. Ma il calcio vero non funziona così. È fatto di cicli, di intuizioni, di errori, di ripartenze e di pazienza. Una parola che sembra scomparsa dal vocabolario del calcio moderno. Lo dico da uno che vide Milan-Sambenedettese allo stadio. Da uno che ha conosciuto il Milan delle vittorie leggendarie ma anche quello delle stagioni difficili. Da uno che sa che la grandezza di questa maglia non nasce dall'assenza delle difficoltà, ma dalla capacità di attraversarle.

Oggi il Milan non ha bisogno di altre guerre interne. Non ha bisogno di vedove, fazioni o tribunali popolari. Ha bisogno di una proprietà che impari dai propri errori, di una dirigenza che costruisca un progetto credibile e di una tifoseria che ritrovi la consapevolezza di ciò che rappresenta. Perché allo stadio non si va per un dirigente, per un allenatore o per un proprietario. Si va per quei colori che ci accompagnano da una vita, per una passione che spesso sfugge alla logica e per una storia che ci è stata consegnata da chi ci ha preceduto. Presidenti, dirigenti, allenatori e campioni passano. Alcuni diventano leggenda, altri vengono dimenticati. Il Milan resta.

E il compito di tutti noi non è dividerci in fazioni o cercare ogni giorno un nuovo colpevole. È continuare a sostenere, criticare quando serve, ma soprattutto costruire. Insieme. Perché il Milan non appartiene a una corrente di pensiero, a un hashtag o a una nostalgia. Appartiene a una comunità di persone che da generazioni si riconoscono negli stessi colori.

E quei colori meritano qualcosa di più del rumore. Meritano fiducia, passione e la volontà di scrivere insieme il prossimo capitolo della nostra storia.

lunedì 1 giugno 2026

La bella del tricolore: Asti e Roma, quaranta minuti per la storia si giocano lo scudetto under 19



I ragazzini terribili di Patanè sono ancora lì. Sul pezzo, concentrati, affamati. Un’altra vittoria, un’altra prova di maturità, un altro passo verso la storia. La Casertana, autentica sorpresa di questo campionato, si arrende 6 a 1 e domani sarà ancora Asti contro Roma 1927. Per la terza volta in stagione. Una sfida che ormai ha il sapore delle grandi rivalità, di quelle che segnano un’annata e restano nella memoria.

A gennaio sorrise la Roma. Qualche settimana dopo fu l’Orange a prendersi la rivincita. Adesso c’è la bella. Quaranta minuti per decidere tutto. Da una parte i campioni in carica, che inseguono l’ennesima conferma e vogliono continuare a sfoggiare il triangolo tricolore sul petto. Dall’altra una squadra coraggiosa e talentuosa, costruita dal Principe Patanè con pazienza, idee e personalità, capace di trasformare una stagione già straordinaria in qualcosa di ancora più grande.

Nella giornata che precede gli 80 anni della Repubblica Roma ha superato il Catania soltanto ai rigori, tocca all’Orange Asti affrontare la Casertana. I campani partono senza timori reverenziali e dimostrano subito perché siano arrivati fino a questo punto del torneo. La partita resta in equilibrio nelle prime battute, con le due squadre attente a non concedere nulla. Ma quando Merlo prende in mano la bacchetta e inizia a dirigere l’orchestra, si cambia passo. Caracciolo, Angelino e Amico trovano le reti e inventano giocate, accelerano il ritmo e scavano un solco sempre più profondo.




Gli Orange dominano il possesso, creano occasioni in serie e si concedono persino il lusso di sprecare qualche contropiede di troppo. Il risultato avrebbe potuto assumere proporzioni ancora più larghe, ma la Casertana non smette mai di lottare e nella ripresa prova a riaprire la gara. I campani alzano il baricentro, aumentano l’intensità e per alcuni minuti mettono alle strette Vercelli e compagni, costringendoli a una difesa attenta e ordinata. Il momento decisivo arriva con l’espulsione per proteste del capitano della Casertana. Un episodio che spezza definitivamente gli equilibri e indirizza il finale. Merlo e compagni ne approfittano con la freddezza delle grandi squadre, gestiscono il vantaggio e colpiscono ancora fino al definitivo 6 a 1.




Il risultato potrebbe far pensare a una passeggiata, ma non lo è stata affatto. Le semifinali non sono mai semplici. Servono testa, gambe e carattere. E questa squadra ha dimostrato di possederli tutti. Lo ha fatto per tutta la stagione, superando ostacoli, confermando il proprio valore nei momenti decisivi e guadagnandosi il diritto di giocarsi tutto nell’ultimo assalto. Adesso resta un ultimo atto. Asti contro Roma 1927. La sfida che tutti aspettavano. I campioni contro gli sfidanti. L’esperienza contro l’entusiasmo. Minuti che valgono un’intera stagione. E come direbbe Antonio Ligabue, pittore istintivo e visionario originario di Guastalla dove si svolgono le finali, che vedeva il capolavoro quando gli altri vedevano soltanto un uomo controcorrente, l'Asti si presenta all'ultimo atto con la forza di chi ha creduto nel proprio destino fin dal primo giorno. Quaranta minuti per completare l'opera. Poi sarà il tempo della storia.









 

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