sabato 30 maggio 2026

Edgar Morin, il filosofo che ci ha insegnato a diffidare delle verità semplici


Con Edgar Morin scompare uno degli ultimi grandi interpreti del Novecento, ma soprattutto una voce che ha attraversato il nostro tempo invitandoci a guardare il mondo senza cedere alla tentazione delle spiegazioni facili. In un'epoca che ama dividere tutto in bianco e nero, amici e nemici, giusto e sbagliato, Morin ha costruito la propria riflessione attorno a una parola che oggi appare più attuale che mai: complessità. Per Morin la storia non è una marcia trionfale verso il progresso, né una sequenza ordinata di cause ed effetti. È un intreccio di contraddizioni, casualità, errori, intuizioni e possibilità. È il luogo in cui convivono contemporaneamente grandezza e miseria dell'essere umano.

Nelle sue Lezioni della storia emerge con forza una convinzione maturata attraversando guerre, ideologie e trasformazioni epocali: la civiltà non è mai una conquista definitiva. Ogni generazione deve difenderla, ricostruirla e ripensarla. Il progresso può avanzare, ma può anche arretrare. La democrazia può rafforzarsi, ma può anche indebolirsi. Nulla è garantito una volta per sempre. Morin diffidava profondamente di chi sosteneva di possedere risposte assolute. Aveva visto il Novecento produrre sistemi politici e culturali convinti di aver trovato la soluzione definitiva ai problemi dell'uomo. La storia, invece, gli aveva insegnato che ogni verità totalizzante contiene il rischio dell'errore e che la libertà nasce spesso dalla capacità di mettere in discussione le proprie certezze.

Tra le sue riflessioni più note vi è quella sulla necessità di costruire una "testa ben fatta" piuttosto che una "testa ben piena". Non accumulare nozioni, ma sviluppare la capacità di collegare i fenomeni, comprendere le relazioni, leggere la realtà nella sua interezza. Un messaggio che oggi, nell'epoca dell'informazione continua e delle opinioni istantanee, assume un valore quasi rivoluzionario. Per Morin la grande lezione della storia è che l'incertezza non è una debolezza da eliminare, ma una condizione naturale dell'esistenza umana. L'uomo deve imparare a convivere con essa senza rifugiarsi nel dogma, nell'ideologia o nella semplificazione. Forse è proprio questa la sua eredità più preziosa. Averci ricordato che comprendere il mondo significa accettarne la complessità. Che dietro ogni evento esistono molte cause, dietro ogni crisi molte responsabilità, dietro ogni scelta molte conseguenze.

In un tempo che premia le risposte rapide e le convinzioni granitiche, Morin ci lascia un insegnamento controcorrente: il dubbio non è il contrario della conoscenza, ma spesso il suo punto di partenza. E forse nessuna frase sintetizza meglio il suo pensiero di questa: «Bisogna imparare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze». Una lezione che vale per la politica, per l'economia, per la società e, soprattutto, per la vita.

martedì 26 maggio 2026

Tifare davvero anche quando fa male. La storia insegna

 

Psicodramma Milan. La sconfitta di domenica sera ha fatto infuriare i tifosi più accesi, e in parte è inevitabile. Perdere fa male sempre, ancora di più quando perdi qualcosa che ormai sentivi già tua. Ma il calcio, come la vita, è fatto anche di sliding doors, di occasioni mancate, di treni che sembrano arrivati in stazione e invece ripartono lasciandoti fermo sul binario.

Chi tifa davvero lo sa. Lo sa chi ha vissuto la fatal Verona, chi ha pianto retrocessioni impensabili, ma anche chi ha dovuto ingoiare la spietata lotteria dei rigori a Istanbul. Eppure il calcio, a volte, sa restituire quello che toglie. Perché la fortuna, il destino o semplicemente il caso ogni tanto decidono di aiutarti. Non è un caso che una frase sia rimasta scolpita nella memoria dei milanisti: “Dopo Istanbul c’è sempre Atene”. Una frase che negli anni è diventata quasi una promessa, un messaggio di speranza, la dimostrazione che dopo le cadute possono arrivare rivincite ancora più grandi.

La storia del Milan, come quella di ogni grande club, non è fatta soltanto di trionfi e notti leggendarie. È fatta anche di cadute, stagioni storte, cicli che finiscono e altri che devono ancora iniziare.

Dopo sette anni di vacche grasse possono arrivarne altrettanti di vacche magre. Fa parte del gioco. Fa parte della grandezza stessa di una squadra: saper attraversare anche i momenti peggiori senza perdere identità.

Quello che invece continua a sembrarmi insopportabile è sentire dire “io tifo contro”. No. Questo non è tifare. I colori si sostengono sempre, soprattutto quando le cose vanno male. È troppo facile esserci solo quando si alzano coppe e si vincono scudetti. E poi un minimo di rispetto va sempre riconosciuto a chi ci mette soldi, tempo e passione. I presidenti sanno benissimo che investire nel calcio raramente significa fare affari. Dietro ci sono orgoglio, ego, passione, desiderio di lasciare qualcosa. Si possono criticare scelte, risultati e strategie, ma non si può negare che senza quella follia emotiva certe storie non esisterebbero nemmeno.

Chiudiamo allora questa stagione per quello che è stata: un’annata con poche gioie e molte delusioni. Ma anche i finali servono. Perché a volte proprio la chiusura di un ciclo — e forse anche dell’avventura repertiana — può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo.

Il calcio funziona così. Quando pensi che una storia sia finita davvero, spesso è proprio lì che ne sta nascendo un’altra.


lunedì 25 maggio 2026

Orange in Paradiso: Asti piega Mestre e vola alle F4 di Guastalla




Ci sono stagioni in cui tutto sembra andare nella direzione giusta. In cui ogni pallone pesa il doppio, ogni episodio gira bene e ogni partita sembra alimentare ancora di più la convinzione di poter arrivare fino in fondo. Ma non è fortuna. Non è un caso. È la voglia feroce di crederci sempre, di puntare al bersaglio grosso in ogni azione, in ogni contrasto, in ogni occasione.

La sfida contro il Mestre è di quelle da cuori forti. Il risultato dell’andata non lascia spazio ai calcoli: servono due reti di scarto per continuare a inseguire il sogno tricolore. E l’Asti parte subito con il fuoco addosso. Alves, fresco di convocazione in nazionale, apre le danze, poi Angelino sfonda in percussione e il PalaBrumar esplode. Sul 2-0 sembra quasi che il pomeriggio possa mettersi in discesa, ma il Mestre dimostra immediatamente di essere squadra vera.

Ci pensa Ruzzene, anche lui appena convocato in azzurro, a riaprire tutto con una giocata magistrale e un tunnel da applausi. L’Asti però non si ferma e continua a spingere con rabbia e qualità. Alves e Caracciolo allungano ancora e sul 4-1 gli orange sembrano avere la qualificazione in mano. Ma le grandi partite non finiscono mai troppo presto. Forse l’Asti si rilassa per un attimo, forse il Mestre semplicemente decide di non arrendersi. Fatto sta che ancora Ruzzene sale in cattedra e trova una rete meravigliosa che si infila all’incrocio togliendo letteralmente le ragnatele. Il primo tempo si chiude in perfetto equilibrio tra andata e ritorno. Tutto ancora aperto. Tutto ancora da decidere.

Nella ripresa la tensione si sente in ogni pallone. Le due squadre si studiano di più, si coprono meglio, combattono sapendo che un solo episodio può cambiare la stagione. Ed è ancora Ruzzene a riaccendere tutto con un’altra giocata da campione. Il numero sette del Mestre tenta ancora il bis, ma stavolta Vercelli è straordinario e si oppone con un intervento decisivo che tiene in piedi l’Asti. Poi arriva il momento dei leader. Sale in cattedra Merlo, il capitano, che lascia partire uno dei suoi mancini velenosi e fulmina il portiere avversario facendo esplodere il PalaBrumar. Ma il meglio deve ancora arrivare.

A 34 secondi dalla sirena, quando le gambe non ne hanno più e il cuore batte più forte del fiato, è ancora Alves a trovare la rete che vale una stagione. Il gol che spalanca le porte di Guastalla e trasforma questo pomeriggio in qualcosa che resterà nella memoria di tutti. Quando finisce, sul parquet restano ventiquattro giocatori svuotati, piegati dalla fatica e dall’intensità di una battaglia meravigliosa. Restano gli applausi del pubblico, il boato del PalaBrumar e l’abbraccio di una squadra che continua a spingersi oltre i propri limiti.

Bellissime anche le parole di Patanè, dolci per i suoi ragazzi ma piene di rispetto anche per il Mestre, protagonista di una partita straordinaria. Ora Asti continua a inseguire il proprio sogno, sperando di cucirsi addosso quel triangolino tricolore già dalla prossima settimana. Ma una cosa è certa: questo spirito orange, ormai, è già tatuato nell’anima di questa squadra.

domenica 24 maggio 2026

Domina la tua mente e dominerai il mondo


In un tempo come il nostro, dominato dalla velocità, dall’ansia di apparire, dalla continua ricerca del consenso e dall’illusione di poter controllare ogni cosa, il pensiero di Marcus Aurelius continua ad avere una forza sorprendentemente attuale. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, dopo quasi duemila anni, le sue riflessioni continuano a essere lette, condivise e sentite così vicine al nostro presente.

Marco Aurelio non era soltanto un filosofo. Era l’uomo più potente del mondo romano, imperatore di un impero immenso, comandante di eserciti, chiamato ogni giorno a prendere decisioni che riguardavano guerre, epidemie, crisi economiche, rivolte e tensioni interne. Eppure, dentro quel potere enorme, comprese una verità profondissima: il vero equilibrio non nasce dal dominio sugli altri, ma dalla capacità di governare sé stessi.

Nei suoi Pensieri, scritti spesso durante le campagne militari, lontano da Roma e immerso nelle difficoltà del suo tempo, lascia una riflessione che attraversa i secoli:

Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Comprendi questo e troverai la forza.”

È una frase semplice solo in apparenza. In realtà racchiude una delle più grandi lezioni della filosofia stoica e forse della vita stessa. Perché ci ricorda che non possiamo evitare il dolore, le crisi, le perdite, le delusioni o le difficoltà. Non possiamo controllare il comportamento degli altri, l’instabilità del mondo o gli imprevisti dell’esistenza. Possiamo però scegliere come reagire.

Per Marco Aurelio la forza interiore non era rabbia, aggressività o durezza. Era lucidità. Disciplina. Capacità di restare saldi anche nel caos. Significava non lasciarsi travolgere dagli eventi, non diventare schiavi della paura, della collera o dell’ego.

Ed è forse questo l’aspetto più moderno del suo pensiero. Oggi viviamo in una società che spesso confonde la forza con il rumore, l’esibizione o il bisogno continuo di dimostrare qualcosa. Marco Aurelio, invece, insegnava l’opposto: la vera forza è silenziosa. È la capacità di mantenere equilibrio quando tutto attorno vacilla. È continuare a fare il proprio dovere senza perdere dignità, senza cedere al cinismo, senza smettere di essere umani.

Persino nelle difficoltà più dure, il suo pensiero non diventa mai disperazione. Rimane sempre un invito alla responsabilità personale. Non a cambiare il mondo con la forza, ma a non permettere al mondo di cambiare ciò che siamo nel profondo.

In fondo, il messaggio di Marco Aurelio continua a parlarci perché tocca qualcosa di universale: il bisogno umano di trovare stabilità dentro l’instabilità. E forse è proprio questa la sua lezione più grande. Il coraggio non è non avere paura. È continuare a camminare anche quando la paura esiste.



martedì 19 maggio 2026

L’uomo che i nazisti decorarono senza sapere chi fosse davvero


 

Si chiamava Charles Coward.
E il paradosso della sua vita è tutto nel suo cognome: “Coward”, vigliacco. Perché nella realtà fu esattamente il contrario.

Sergente della British Royal Artillery, venne catturato dai tedeschi vicino a Calais nel maggio del 1940. Ma già nelle prime ore di prigionia tentò più volte la fuga, iniziando una lunga serie di evasioni che negli anni lo resero uno dei prigionieri britannici più problematici per i tedeschi.

Coward aveva una capacità fuori dal comune: sapeva osservare, adattarsi, interpretare ruoli. In una delle sue fughe riuscì persino a fingersi un soldato tedesco ferito all’interno di un ospedale militare. La messinscena funzionò così bene che il personale tedesco arrivò ad assegnargli la Croce di Ferro, una delle principali decorazioni del Reich, convinto che fosse uno dei loro. Un soldato britannico decorato dai nazisti senza che loro se ne accorgessero.

La storia di Charles Coward sembra inventata, ma è reale. E racconta bene quanto, a volte, il coraggio non abbia nulla di spettacolare: è sangue freddo, intelligenza, ostinazione e la capacità di non smettere mai di cercare una via d’uscita.


domenica 17 maggio 2026

La guerra come necessità economica: la lettura di Tooze

Molto spesso la Seconda guerra mondiale viene raccontata come il risultato della pura volontà di dominio di Hitler e del militarismo giapponese. Storici come Adam Tooze mostrano però un quadro più complesso: sia la Nazi Germany sia l’Empire of Japan entrarono in guerra anche perché si sentivano economicamente vulnerabili.

Nel suo The Wages of Destruction, Tooze spiega che la Germania nazista era potente militarmente ma fragile sul piano delle risorse. Mancavano petrolio, materie prime e sicurezza alimentare, mentre gli Stati Uniti e l’URSS avevano capacità industriali enormemente superiori. Per Hitler, conquistare l’Est europeo significava costruire un impero autosufficiente capace di sostenere una lunga competizione globale.

Lo stesso vale in parte per il Giappone. Tokyo dipendeva dalle importazioni di petrolio e materie prime e vide gli embarghi americani come una minaccia esistenziale. La spinta verso il Sud-est asiatico nacque anche da qui: assicurarsi energia e risorse prima di essere strangolati economicamente.

Questo però non significa che tedeschi e giapponesi combattessero “solo” per motivi economici. L’economia e il dominio politico erano inseparabili. Per ottenere sicurezza economica immaginavano infatti enormi imperi militari sotto controllo tedesco o giapponese.

In altre parole, la conquista non era un obiettivo separato dai problemi economici: era la soluzione che quei regimi pensavano necessaria per risolverli.


giovedì 14 maggio 2026

il Divin Codino e gli anni in cui sognavamo davanti a un pallone


Non sono più le Notti Magiche inseguendo un gol sotto il cielo di Italia ’90, né i pomeriggi sospesi e incandescenti dell’estate americana del 1994. Eppure, quando Roberto Baggio entra nella sala dell’Oval, il tempo sembra fermarsi per qualche istante. L’ovazione che lo accoglie non è soltanto un applauso per un ex calciatore: è il tributo a un campione che ha saputo trasformare il calcio in emozione pura, lasciando un segno profondo nell’immaginario di intere generazioni.

La memoria corre inevitabilmente a quel pomeriggio infuocato del 20 settembre 1987, in un San Siro ribollente di passione per il Milan degli olandesi. Sembrava dovesse essere la celebrazione del nuovo calcio rossonero, e invece il giovane Baggio, insieme a Diaz, gelò lo stadio con lampi di talento che già lasciavano intuire l’arrivo di qualcosa di irripetibile.

Da lì in avanti il Divin Codino avrebbe attraversato il calcio italiano lasciando ovunque una scia di stupore: Firenze lo trasformò in poesia popolare, Torino in un simbolo tanto discusso quanto magnifico, Milano nella consacrazione definitiva, mentre Bologna e Brescia custodirono gli ultimi lampi romantici di un calcio che stava lentamente cambiando pelle.

Ed è quella stessa passione che riaffiora durante la presentazione del libro scritto insieme alla figlia. Nella sala si intravedono vecchie maglie azzurre consumate dal tempo, custodite quasi come reliquie di un’Italia che sapeva ancora riconoscersi davanti a un pallone che rotolava verso la porta. Baggio parla poco, quasi sottovoce, come ha sempre fatto. Non ha mai avuto bisogno di grandi proclami: sul campo bastavano un controllo orientato, una punizione all’incrocio o un dribbling improvviso per raccontare tutto.

Si muoveva con la grazia di Nureyev e la precisione di un maestro d’armi. Anche nei campi più pesanti o imperfetti riusciva a rendere il calcio qualcosa di vicino all’arte. Fragile e fortissimo allo stesso tempo, capace di portarsi addosso il peso delle sconfitte senza mai smettere di cercare bellezza nel gioco.

E forse il momento più autentico arriva alla fine. In mezzo alla folla c’è un bambino con una maglia azzurra attillata, il codino legato dietro la testa come negli anni ’90, che si avvicina stringendo tra le mani una lettera piena di aspettative, emozioni e sogni. Baggio la prende con delicatezza, accenna un sorriso e per un attimo sembra che il tempo non sia mai passato davvero. Perché alcuni campioni non appartengono soltanto al calcio: appartengono ai ricordi, alle speranze e a quella parte di noi che continua ostinatamente a credere nella magia.

mercoledì 13 maggio 2026

LUIGI Nava il temporeggiatore


Il generale Luigi Nava è una figura che ancora oggi divide gli storici. Per alcuni fu un comandante troppo prudente, quasi paralizzato dal timore di sbagliare; per altri fu uno dei pochi ufficiali italiani della Grande Guerra a comprendere davvero cosa significasse mandare migliaia di uomini a morire sulle montagne.

Nell’estate del 1915, mentre l’Italia entrava nella guerra con l’idea di un’avanzata rapida verso le linee austro-ungariche, Nava comandava la 4ª Armata sulle Dolomiti. Davanti aveva montagne impossibili, creste di roccia, neve, artiglierie piazzate in alto e soldati che spesso combattevano più contro il freddo che contro il nemico. Cadorna pretendeva offensiva immediata, velocità, aggressività. Nava invece rallentava, studiava, consolidava le posizioni. Non voleva lanciare i suoi uomini in assalti che riteneva inutili e sanguinosi.

Per il comando supremo quella cautela divenne quasi una colpa morale. In un esercito dove il valore si misurava nella capacità di attaccare a ogni costo, Nava appariva debole, esitante, poco “guerriero”. Il 25 settembre 1915 venne rimosso dal comando con accuse pesantissime: mancavano, secondo Cadorna, energia e decisione.

Ma il punto vero è proprio questo: Nava era un pusillanime o semplicemente un comandante che aveva troppo rispetto per la vita dei suoi soldati? Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità. Non aveva il temperamento aggressivo che la guerra totale pretendeva, ma intuiva con lucidità che quelle montagne avrebbero divorato intere generazioni. In un’epoca in cui molti generali misuravano il successo contando i metri conquistati, lui forse guardava anche il numero dei morti.

lunedì 11 maggio 2026

Under 19 Orange batte il Lecco 5 a 0 e vola tra le migliori otto in Italia


 

Quella sporca dozzina” è il celebre film ambientato durante la Seconda guerra mondiale in cui un gruppo apparentemente improbabile, ribelle e istintivo riesce a compiere un’impresa impossibile grazie alla forza del collettivo. Se esiste un paragone sportivo capace di richiamarne lo spirito, nel mondo del futsal porta inevitabilmente a questi Dodici.

I ragazzi under 19 dell’Orange Futsal, tra Coppa Italia e playoff, stanno costruendo qualcosa che va oltre ogni aspettativa. Una nidiata terribile, capace di non sbagliare un colpo, di crescere partita dopo partita e di trasformare entusiasmo, organizzazione e coraggio in risultati concreti. L’eliminazione di una concorrente pericolosa e attrezzata come il Lecco non è stata soltanto una vittoria: è stata una dichiarazione d’intenti.

Ora i Dodici sono tra le migliori otto d’Italia. Ci speravamo, forse lo immaginavamo nei sogni di inizio stagione, ma oggi è realtà. E quel sogno continua prendendo la forma di uno scudetto che resta difficilissimo, forse persino folle da inseguire, ma che rappresenterebbe il premio perfetto per una società che questo 2025-2026 lo ricorderà comunque per sempre.

Davanti ai ragazzi di Patanè troviamo ora la Fenice Mestre. Un altro avversario duro, scorbutico, uno di quelli che non concedono nulla. Due partite da vivere col fiato sospeso, due sfide che possono spalancare le porte della Final Four e consegnare definitivamente questa squadra alla storia.

Sognare non costa nulla. Crederci ancora meno.

Il 17 e il 24 maggio saranno due porte girevoli verso qualcosa di enorme. E comunque vada, sarà stato fantastico.



domenica 10 maggio 2026

Pupi vecchio cuore granata infiamma la platea a Lessona


La sala del teatro di Lessona è piena. Capelli bianchi, occhi lucidi e cuore granata. I ragazzi degli anni Settanta sono tutti lì, stretti uno accanto all’altro, con addosso quella nostalgia che appartiene solo a chi ha vissuto davvero il Toro. Hanno visto il furore agonistico del Poeta del gol, l’uomo capace di incendiare il Comunale e di servire assist perfetti a Pupi, al secolo Paolino Pulici.

Per il popolo granata Pulici non è soltanto un ex attaccante. È un simbolo. L’anima di quel Torino che, ventisette anni dopo Superga, riuscì a riportare il triangolo tricolore sotto la Mole. Un pezzo di identità collettiva. E allora il racconto diventa un fiume di memoria. Dalla rete a Boranga che valse uno scudetto, alle battaglie per diventare capocannoniere, dagli scontri ruvidi con Danova fino all’incontro in via Roma con l’Avvocato Agnelli, tra sfottò reciproci e stima autentica. Perché l’Avvocato, in fondo, aveva sempre avuto un debole per i giocatori sanguigni, quelli che non si tiravano mai indietro.

Pulici parla e la sala ride, applaude, si commuove. I ricordi scorrono veloci come un contropiede di quegli anni. Poi arriva l’immancabile bagno di folla: autografi su fotografie ingiallite dal tempo, biglietti custoditi per decenni, maglie di ogni epoca. Perfino l’improbabile vessillo di Ansaldi, che con quel Toro lì non c’entra nulla. Ma è il granata che attecchisce. Cambiano i giocatori, cambiano gli anni, cambiano le delusioni. Quel colore invece resta addosso. E forse è proprio questo il cuore Toro. Quello di una generazione che ha conosciuto tante delusioni, forse, ma che continua ad amare senza misura. Perché essere del Toro non è soltanto tifare una squadra. È un modo di stare al mondo.


sabato 9 maggio 2026

Costruire per restare lucidi. duecento mattoni


 

Si racconta che Winston Churchill, quando la testa gli si riempiva di rumore, uscisse e si mettesse a posare mattoni, uno dopo l’altro, sempre uguali, sempre nello stesso gesto, duecento al giorno dicono, una cifra perfetta, troppo perfetta per essere vera, perché la realtà raramente è così precisa, i muri a Chartwell li costruiva davvero, con le mani sporche e la giacca impolverata, ma nessuno teneva il conto e in fondo non serviva, perché il punto non è la quantità ma quello che succede mentre lo fai, è la scelta di tirarti fuori, anche solo per un momento, dal vortice che ti gira in testa, di abbassare il volume del caos per tornare a pensare con ordine, perché quando la mente si blocca non ti presenta i problemi uno alla volta, te li rovescia addosso tutti insieme, senza gerarchie, senza appigli, e allora non ti serve un’idea brillante, ti serve spazio, distanza, un gesto semplice che ti permetta di rallentare e rimettere a fuoco, il mattone in questo senso è perfetto, pesa, sta nelle mani, si appoggia, si sistema, ti obbliga a stare lì, a fare una cosa alla volta, e in quel fare apparentemente inutile succede qualcosa di molto concreto, ti estranei abbastanza da non essere più travolto, ma non così tanto da scappare, ti metti in una zona intermedia dove puoi ricominciare a ragionare, e piano piano il caos si scompone, non perché è sparito, ma perché hai trovato il modo di guardarlo senza subirlo, ed è lì che cambia tutto, perché non è costruire il muro il vero obiettivo, è ricostruire un margine di lucidità, è tornare a governare il pensiero invece di esserne schiacciato, e allora magari quei duecento mattoni non sono mai esistiti, ma l’idea sì, ed è quella che conta, la capacità di fermarti senza fermarti davvero, di prenderti una distanza operativa per rientrare con più chiarezza, perché alla fine non si esce dai momenti difficili con uno scatto improvviso, ma con un ritorno lento alla calma, un mattone alla volta, mentre dentro, finalmente, smette di urlare tutto insieme e ricomincia a parlarti in modo comprensibile.







venerdì 8 maggio 2026

Non è stata solo un Adunata ma una Comunità. W gli alpini


Un anno fa Biella si preparava a vivere l’Adunata degli Alpini. C’era l’attesa, quella vera, fatta di giorni che scorrono veloci e di notti in cui si pensa a quello che deve ancora essere fatto. C’era anche un po’ di ansia, quella degli ultimi dettagli, degli incastri, delle responsabilità. Sembrava tutto enorme, quasi troppo grande.

Poi, però, è arrivato il momento. E in pochi istanti la città ha cambiato volto. Biella e il suo territorio sono diventati qualcosa di diverso: un mosaico vivo, colorato, a tratti persino pittoresco, fatto di volti, di voci, di storie che si intrecciavano. Una tre giorni intensa, irripetibile, che ha riempito strade e piazze ma soprattutto ha riempito le persone.

Tra i ricordi che restano, ce n’è uno che vale più di tanti altri. La ricerca della location perfetta per l’apertura del mattino con la Rai. Ore passate a camminare sotto la pioggia, con il freddo che si infilava nelle ossa, a guardare spazi, a immaginare inquadrature, a cercare il punto giusto. Niente era scontato. Si provava, si cambiava, si discuteva, si tornava indietro. In quel momento non era solo organizzazione: era il tentativo di raccontare al meglio la città, di darle il palcoscenico che meritava. E forse proprio lì si è capito quanto tutti ci tenessero davvero.

È stato un evento storico, di quelli che si raccontano negli anni. E c’è una soddisfazione profonda nell’averne fatto parte, nel sapere di aver contribuito, anche solo in minima parte, a qualcosa di così grande.

Ma se devo fermarmi un attimo e pensare a ciò che davvero è rimasto, non sono solo le immagini o i numeri. È un’altra cosa. È quella sensazione diffusa, quasi tangibile, di comunità. La voglia di stare insieme, senza sovrastrutture. Il piacere di incontrarsi, di riconoscersi, anche senza conoscersi.

Gli Alpini hanno portato questo: un modo semplice, diretto, autentico di vivere le relazioni. Pacche sulle spalle, sorrisi, strette di mano che non avevano bisogno di parole. Un senso di gruppo che non esclude, ma accoglie. Un’idea di amicizia che si costruisce anche in pochi minuti, ma resta.

Per qualche giorno, tutto questo è diventato il volto di Biella. Non solo una città che ospita, ma una comunità che partecipa, che si apre, che si riconosce nei valori di chi passa.

E forse è proprio questa l’eredità più forte che ci ha lasciato l’Adunata: la consapevolezza che, al di là degli eventi e delle celebrazioni, ciò che conta davvero è la capacità di stare insieme. Di fare gruppo. Di sentirsi parte di qualcosa che va oltre il singolo.

Una lezione semplice, ma potentissima. E che, a distanza di un anno, vale ancora la pena ricordare.

mercoledì 6 maggio 2026

Da Hornby a Budapest: una fede, non una scelta


 

Febbre a 90° non è solo un film. È un manifesto. È la grammatica sentimentale di chi vive il calcio non come intrattenimento, ma come parte di sé. E nasce da una penna che quella malattia l’ha raccontata meglio di chiunque altro: Nick Hornby. Non parla di vittorie, o meglio, non solo. Parla di attesa, di sconfitte, di rituali, di domeniche storte e di ritorni allo stadio anche quando tutto ti direbbe di restare a casa. Parla di una fedeltà che non si spiega e non si giustifica. La vivi e basta. Essere tifosi, in quel senso lì, non è esaltarsi quando vinci. È restare quando perdi. È sapere che il risultato è solo una parte, che quello che conta davvero è il percorso, la continuità, quel filo invisibile che ti lega a una maglia, a un colore, a una storia che a un certo punto hai deciso di fare tua. E allora succede che quest’anno, a Budapest, alla finale di Champions league non tiferai contro una squadra ma tiferai a favore.

A favore di una squadra di Londra che, grazie a Nick Hornby, è diventata anche tua. Non per nascita, non per geografia, ma per scelta. Per affinità. Perché ti sei riconosciuto in quel modo di vivere il calcio, più romantico che vincente, più ostinato che logico. E in fondo è questo il punto: non scegli una squadra perché vince. La scegli perché ti rappresenta. E quando succede, non torni più indietro.

lunedì 4 maggio 2026

“Il diavolo veste Prada 2”: meno moda, più giornalismo.


A vent’anni di distanza dal primo capitolo, Il diavolo veste Prada 2 cambia pelle. Rimane l’ambientazione nel mondo della moda, ma il centro del racconto si sposta altrove: non più solo estetica, potere e stile, ma il cuore pulsante – e oggi fragile – dell’editoria. Il film parte da un dato evidente: la crisi della carta stampata. Le redazioni sono attraversate da trasformazioni profonde, strette tra il crollo delle vendite, la pressione dei social e quella che ormai è diventata una vera e propria dittatura dei numeri. Visualizzazioni, engagement, click: il valore sembra misurarsi solo lì.

È in questo contesto che la narrazione prende una direzione diversa rispetto al passato. Se il primo film raccontava il potere della moda, questo secondo capitolo, anche se non disdegna passaggi glamour, racconta il potere – e la fatica – del racconto. È, a tutti gli effetti, molto più “journalism oriented”. Uno dei momenti chiave è la costruzione di una grande intervista da copertina, decisamente cross mediale. Non è solo una scena, ma una dichiarazione di metodo: ricerca, confronto, lavoro di redazione, presenza di un editor competente che guida, corregge, indirizza. Un lavoro quasi controcorrente rispetto alla velocità superficiale dei contenuti digitali.

Ed è proprio lì che il film alza il livello. Perché non si limita a mostrare la crisi, ma prova a indicare una possibile risposta: il valore del magazine come prodotto editoriale pensato, costruito, curato. Non un contenuto qualsiasi, ma qualcosa su cui puntare davvero per la promozione, per il racconto, per l’identità. La moda resta sullo sfondo, ma diventa quasi un linguaggio, un contesto attraverso cui parlare di altro. Di come si costruisce una storia, di come si seleziona un’immagine, di come si dà forma a un’idea.

La scena finale è, da questo punto di vista, esplicita. “Le bozze della copertina sono pronte” Non è solo un passaggio narrativo. È un gesto simbolico. Un vero e proprio atto d’amore verso la carta stampata. Una carta stampata che, per sopravvivere, deve forse diventare sempre più patinata, curata, distintiva. Ma che, proprio per questo, continua ad avere un valore che va oltre il numero di visualizzazioni. E alla fine il messaggio è chiaro: in un mondo dominato dalla velocità e dai numeri, c’è ancora spazio per qualcosa che richiede tempo, competenza e visione.



venerdì 1 maggio 2026

Oltre Bowie: l’uomo dietro l’icona



Non è una retrospettiva classica su David Bowie. È piuttosto un percorso costruito attorno a una figura chiave, spesso rimasta ai margini: Terry Burns. È attraverso di lui che si entra davvero nel mondo di Bowie, in una lettura più intima, più fragile e, per certi versi, più autentica. Il dispositivo della mostra è chiaro: non raccontare Bowie come icona già compiuta, ma ricostruire il processo con cui quell’identità si è formata. Immagini, testi, materiali dialogano tra loro mettendo in relazione episodi biografici, riferimenti culturali e trasformazioni artistiche. È un racconto che non semplifica, ma stratifica. E poi c’è la parte visiva, che colpisce subito. Una selezione di fotografie iconiche, potenti, che hanno segnato la storia della musica e che accompagnano il visitatore dentro un’epoca. Non c’è solo Bowie – il Duca Bianco, figura elegante e inquieta – ma anche presenze come Bob Dylan e Mick Jagger, che contribuiscono a costruire un contesto più ampio, quasi corale. Il risultato è una mostra piacevole, ma soprattutto immersiva. Si respira un clima da storia della musica, quello vero, fatto di passaggi, influenze, rotture. Non è solo nostalgia: è la sensazione concreta di tornare indietro nel tempo e vedere come certe immagini, certi volti, certi suoni abbiano costruito un immaginario che ancora oggi funziona. Ed è proprio lì che la mostra trova la sua forza: non celebra semplicemente un mito, ma mostra come quel mito è nato.

La Formula 1 del vino

A guardarla da bordo strada sembra quasi di assistere a un Gran Premio di Formula 1. C'è la preparazione, c'è la tensione prima del...