giovedì 1 gennaio 2026

Bartram la solitudine del numero uno. Una storia vera


 

25 dicembre 1937, primo pomeriggio. A Stamford Bridge si gioca Chelsea–Charlton Athletic. È Natale, sugli spalti c’è folla: cappotti scuri, sciarpe al collo, cori che salgono e scendono come onde. Il calcio inglese è questo: freddo, rumore, appartenenza. In porta per il Charlton c’è Sam Bartram. Sistema i guanti, guarda avanti. Dietro di lui il boato, davanti il campo. Poi la nebbia arriva. All’inizio è solo un velo, poi diventa spessa, totale. Le sagome si dissolvono, il tifo si fa lontano, ovattato, come se qualcuno avesse spento il mondo poco alla volta. A un certo punto l’arbitro sospende la partita. I giocatori rientrano negli spogliatoi. Il pubblico defluisce. Lo stadio si svuota. Bartram no. Resta. Dalla sua porta non vede nulla e non sente più niente. Pensa che il gioco sia dall’altra parte del campo, che prima o poi l’azione tornerà da lui. Cammina sulla linea, salta per scaldarsi, resta pronto. Passano i minuti. Dieci. Venti. Trenta. È solo, ma non lo sa. E non se ne va. Alla fine, dalla nebbia, emerge una figura: è uno steward, mandato a cercarlo.

Gli dice che la partita è finita da mezz’ora, che tutti sono rientrati, che lo stanno aspettando. Bartram guarda intorno, capisce. Sorride. Raccoglie i guanti. Esce dal campo. Quel giorno Chelsea–Charlton finisce 0–0, ma nessuno lo ricorda per il risultato. Lo si ricorda per un portiere rimasto a difendere la sua porta quando il resto del mondo aveva già smesso di esistere. È questa la resilienza della porta. Ed è la stessa che vive nel futsal: spazi ridotti, tiri ravvicinati, nessuna distanza di sicurezza. Quando il rumore si spegne, quando tutto sembra lontano, chi sta in porta resta.


Nessun commento:

Posta un commento

Tamerlano e la sua maledizione: scaramanzia o storia

  Uno degli elementi che i grandi condottieri e gli eserciti si portavano dietro erano gli aruspici , chiamati a interpretare i segni prima ...