In ogni operazione militare pianificata, la sorpresa è spesso l’elemento decisivo. Colpire per primi, disorientare l’avversario, spezzarne la catena di comando: è la logica della guerra lampo. Ma quando la sorpresa non funziona, o funziona solo a metà, il rischio è quello di trascinarsi in un pantano operativo e politico dal quale diventa difficile uscire.
È una lezione che la storia recente ha mostrato più volte. Nel febbraio 2022, l’assalto russo all’Aeroporto di Hostomel, alle porte di Kiev, nasceva proprio da questa logica: un colpo audace, rapido, quasi chirurgico. Occupare lo scalo, far affluire truppe e mezzi, mettere la capitale sotto pressione nel giro di ore. Sulla carta, una mossa da manuale. Nella realtà, la sorpresa non fu totale, la reazione ucraina fu immediata e il piano si inceppò. L’aeroporto divenne un campo di battaglia conteso, le piste vennero danneggiate e l’operazione perse il suo senso strategico. Da acceleratore della vittoria, Hostomel si trasformò in un freno.
Questa dinamica non è nuova. Nel 1993, a migliaia di chilometri di distanza, gli Stati Uniti sperimentarono qualcosa di simile durante la Battaglia di Mogadiscio. Anche lì l’operazione era pensata come rapida e limitata: entrare, colpire, uscire. L’elemento sorpresa avrebbe dovuto garantire il successo. Ma quando due elicotteri Black Hawk vennero abbattuti, l’iniziativa si rovesciò.
Non fu la città a reagire in modo compatto, bensì i miliziani di Mohamed Farrah Aidid, che seppero sfruttare l’ambiente urbano, la conoscenza del territorio e il coinvolgimento forzato della popolazione per trasformare Mogadiscio in un campo di battaglia asimmetrico. Le strade, i vicoli e i tetti divennero moltiplicatori di forza per un attore irregolare contro una potenza tecnologicamente superiore. La missione si trasformò così in una lotta di sopravvivenza urbana, lunga e sanguinosa. Il risultato non fu solo militare, ma politico: Mogadiscio segnò una svolta nella percezione americana degli interventi all’estero.
Il filo rosso che unisce Kiev e Mogadiscio è chiaro: la sorpresa è un moltiplicatore di forza solo se regge. Se fallisce, l’operazione rischia di capovolgersi, esponendo l’attaccante a un conflitto più lungo, più costoso e spesso più impopolare. Il terreno, l’avversario, la popolazione e persino il tempo diventano nemici aggiuntivi.
In questo senso, le operazioni “decisive” sono anche le più fragili. Funzionano solo in condizioni quasi perfette. Quando queste condizioni non si realizzano, la guerra perde la sua forma prevista e assume quella più temuta: una guerra di logoramento, fatta di adattamenti forzati e di obiettivi che si allontanano invece di avvicinarsi.
La storia recente offre esempi eloquenti. La Guerra sovietica in Afghanistan iniziò per Mosca come un intervento rapido di stabilizzazione e si trasformò in un conflitto decennale che contribuì in modo determinante al logoramento politico ed economico dell’URSS. Vent’anni dopo, anche gli Stati Uniti, entrati in Afghanistan nel 2001 con un’operazione fulminea contro il regime talebano, si ritrovarono invischiati in una guerra lunga, costosa e priva di una vera uscita strategica. Dinamiche simili si sono viste in Vietnam, in Iraq dopo il 2003 e in altri teatri dove la superiorità militare iniziale non si è mai tradotta in controllo politico duraturo
Ed è qui che entra in gioco l’Europa. In questi conflitti, l’Unione Europea non combatte direttamente, ma ne paga il prezzo geopolitico più alto. Dipendenza energetica, inflazione importata, tensioni industriali, instabilità delle catene di approvvigionamento e una crescente pressione sulla coesione interna sono gli effetti collaterali di una guerra che si combatte ai suoi confini. L’Europa si ritrova così nella posizione paradossale di attore economico centrale ma di soggetto strategicamente incompleto: chiamata a sostenere, finanziare, sanzionare, ma non a decidere tempi e condizioni dell’esito finale.
In un mondo sempre più multipolare, ogni guerra di logoramento accelera i riallineamenti globali. Rafforza attori terzi, apre spazi a nuove potenze regionali e indebolisce chi resta intrappolato in conflitti senza soluzione rapida. Per l’Europa, la lezione è duplice: da un lato comprendere che le guerre “brevi” raramente lo sono davvero; dall’altro riconoscere che l’assenza di una vera autonomia strategica trasforma ogni crisi militare altrui in un problema strutturale interno.
La storia, da Mogadiscio a Kiev, da Kabul ai confini orientali dell’Unione, ricorda una verità scomoda ma essenziale: la sorpresa può aprire una porta, ma non garantisce ciò che c’è dietro. E quando quella porta conduce a una guerra di logoramento, non sono solo gli eserciti a restare intrappolati, ma interi sistemi politici ed economici. Per l’Europa, il rischio non è soltanto assistere a questi conflitti, ma subirli senza avere gli strumenti per governarne le conseguenze.
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