Psicodramma Milan. La sconfitta di domenica sera ha fatto infuriare i tifosi più accesi, e in parte è inevitabile. Perdere fa male sempre, ancora di più quando perdi qualcosa che ormai sentivi già tua. Ma il calcio, come la vita, è fatto anche di sliding doors, di occasioni mancate, di treni che sembrano arrivati in stazione e invece ripartono lasciandoti fermo sul binario.
Chi tifa davvero lo sa. Lo sa chi ha vissuto la fatal Verona, chi ha pianto retrocessioni impensabili, ma anche chi ha dovuto ingoiare la spietata lotteria dei rigori a Istanbul. Eppure il calcio, a volte, sa restituire quello che toglie. Perché la fortuna, il destino o semplicemente il caso ogni tanto decidono di aiutarti. Non è un caso che una frase sia rimasta scolpita nella memoria dei milanisti: “Dopo Istanbul c’è sempre Atene”. Una frase che negli anni è diventata quasi una promessa, un messaggio di speranza, la dimostrazione che dopo le cadute possono arrivare rivincite ancora più grandi.
La storia del Milan, come quella di ogni grande club, non è fatta soltanto di trionfi e notti leggendarie. È fatta anche di cadute, stagioni storte, cicli che finiscono e altri che devono ancora iniziare.
Dopo sette anni di vacche grasse possono arrivarne altrettanti di vacche magre. Fa parte del gioco. Fa parte della grandezza stessa di una squadra: saper attraversare anche i momenti peggiori senza perdere identità.
Quello che invece continua a sembrarmi insopportabile è sentire dire “io tifo contro”. No. Questo non è tifare. I colori si sostengono sempre, soprattutto quando le cose vanno male. È troppo facile esserci solo quando si alzano coppe e si vincono scudetti. E poi un minimo di rispetto va sempre riconosciuto a chi ci mette soldi, tempo e passione. I presidenti sanno benissimo che investire nel calcio raramente significa fare affari. Dietro ci sono orgoglio, ego, passione, desiderio di lasciare qualcosa. Si possono criticare scelte, risultati e strategie, ma non si può negare che senza quella follia emotiva certe storie non esisterebbero nemmeno.
Chiudiamo allora questa stagione per quello che è stata: un’annata con poche gioie e molte delusioni. Ma anche i finali servono. Perché a volte proprio la chiusura di un ciclo — e forse anche dell’avventura repertiana — può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo.
Il calcio funziona così. Quando pensi che una storia sia finita davvero, spesso è proprio lì che ne sta nascendo un’altra.

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