Non sono più le Notti Magiche inseguendo un gol sotto il cielo di Italia ’90, né i pomeriggi sospesi e incandescenti dell’estate americana del 1994. Eppure, quando Roberto Baggio entra nella sala dell’Oval, il tempo sembra fermarsi per qualche istante. L’ovazione che lo accoglie non è soltanto un applauso per un ex calciatore: è il tributo a un campione che ha saputo trasformare il calcio in emozione pura, lasciando un segno profondo nell’immaginario di intere generazioni.
La memoria corre inevitabilmente a quel pomeriggio infuocato del 20 settembre 1987, in un San Siro ribollente di passione per il Milan degli olandesi. Sembrava dovesse essere la celebrazione del nuovo calcio rossonero, e invece il giovane Baggio, insieme a Diaz, gelò lo stadio con lampi di talento che già lasciavano intuire l’arrivo di qualcosa di irripetibile.
Da lì in avanti il Divin Codino avrebbe attraversato il calcio italiano lasciando ovunque una scia di stupore: Firenze lo trasformò in poesia popolare, Torino in un simbolo tanto discusso quanto magnifico, Milano nella consacrazione definitiva, mentre Bologna e Brescia custodirono gli ultimi lampi romantici di un calcio che stava lentamente cambiando pelle.
Ed è quella stessa passione che riaffiora durante la presentazione del libro scritto insieme alla figlia. Nella sala si intravedono vecchie maglie azzurre consumate dal tempo, custodite quasi come reliquie di un’Italia che sapeva ancora riconoscersi davanti a un pallone che rotolava verso la porta. Baggio parla poco, quasi sottovoce, come ha sempre fatto. Non ha mai avuto bisogno di grandi proclami: sul campo bastavano un controllo orientato, una punizione all’incrocio o un dribbling improvviso per raccontare tutto.
Si muoveva con la grazia di Nureyev e la precisione di un maestro d’armi. Anche nei campi più pesanti o imperfetti riusciva a rendere il calcio qualcosa di vicino all’arte. Fragile e fortissimo allo stesso tempo, capace di portarsi addosso il peso delle sconfitte senza mai smettere di cercare bellezza nel gioco.
E forse il momento più autentico arriva alla fine. In mezzo alla folla c’è un bambino con una maglia azzurra attillata, il codino legato dietro la testa come negli anni ’90, che si avvicina stringendo tra le mani una lettera piena di aspettative, emozioni e sogni. Baggio la prende con delicatezza, accenna un sorriso e per un attimo sembra che il tempo non sia mai passato davvero. Perché alcuni campioni non appartengono soltanto al calcio: appartengono ai ricordi, alle speranze e a quella parte di noi che continua ostinatamente a credere nella magia.
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