mercoledì 29 aprile 2026

Politica e televisione

In Italia, per molti anni, la televisione “ad uso politico” è stata confinata in spazi rigidi e altamente controllati. Le tribune politiche ideate da Jader Jacobelli rappresentavano uno dei pochi momenti di confronto tra i partiti, ma erano anche il simbolo di una comunicazione lenta, formale e, diciamolo senza troppi giri di parole, spesso noiosa. Dibattiti ingessati, linguaggio distante, poco appeal per il pubblico.

Il cambio di passo arriva con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e il celebre messaggio televisivo del 1994, “L’Italia è il Paese che amo”. È lì che la televisione smette di essere solo uno spazio regolato e diventa strumento diretto di costruzione del consenso.

A quella fase segue l’introduzione della par condicio, una legge nata con l’obiettivo di garantire equilibrio e pluralismo nell’accesso ai media. Tuttavia, a distanza di anni, è difficile non riconoscerne il carattere ormai anacronistico: una norma pensata per un sistema televisivo che nel frattempo è stato superato da nuove forme di comunicazione, ma che continua ancora oggi a vincolare fortemente il rapporto tra politica e media.

Negli Stati Uniti, il percorso è stato diverso e molto più anticipato. Il primo presidente a comparire in televisione fu Franklin Delano Roosevelt nel 1939, in occasione della Fiera mondiale di New York. Era ancora un’epoca dominata dalla radio, ma quel passaggio segnava già l’inizio di una trasformazione profonda.

La svolta definitiva arriva nel 1960 con il dibattito tra Richard Nixon e John F. Kennedy, il primo vero confronto presidenziale televisivo. È in quel momento che diventa evidente ciò che oggi diamo quasi per scontato: l’immagine conta. Nixon appare stanco, sudato, poco incisivo sul piano visivo; Kennedy, al contrario, risulta sicuro, efficace, convincente. Chi ascolta alla radio percepisce un equilibrio nei contenuti, ma chi guarda la televisione vede un vincitore.

Già nel 1956, peraltro, si era avuto un primo esperimento con il confronto tra Eleanor Roosevelt e Margaret Chase Smith, a dimostrazione di come il mezzo televisivo stesse progressivamente entrando nel cuore del confronto politico.




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