Febbre a 90° non è solo un film. È un manifesto. È la grammatica sentimentale di chi vive il calcio non come intrattenimento, ma come parte di sé. E nasce da una penna che quella malattia l’ha raccontata meglio di chiunque altro: Nick Hornby. Non parla di vittorie, o meglio, non solo. Parla di attesa, di sconfitte, di rituali, di domeniche storte e di ritorni allo stadio anche quando tutto ti direbbe di restare a casa. Parla di una fedeltà che non si spiega e non si giustifica. La vivi e basta. Essere tifosi, in quel senso lì, non è esaltarsi quando vinci. È restare quando perdi. È sapere che il risultato è solo una parte, che quello che conta davvero è il percorso, la continuità, quel filo invisibile che ti lega a una maglia, a un colore, a una storia che a un certo punto hai deciso di fare tua. E allora succede che quest’anno, a Budapest, alla finale di Champions league non tiferai contro una squadra ma tiferai a favore.
A favore di una squadra di Londra che, grazie a Nick Hornby, è diventata anche tua. Non per nascita, non per geografia, ma per scelta. Per affinità. Perché ti sei riconosciuto in quel modo di vivere il calcio, più romantico che vincente, più ostinato che logico. E in fondo è questo il punto: non scegli una squadra perché vince. La scegli perché ti rappresenta. E quando succede, non torni più indietro.
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