La sala del teatro di Lessona è piena. Capelli bianchi, occhi lucidi e cuore granata. I ragazzi degli anni Settanta sono tutti lì, stretti uno accanto all’altro, con addosso quella nostalgia che appartiene solo a chi ha vissuto davvero il Toro. Hanno visto il furore agonistico del Poeta del gol, l’uomo capace di incendiare il Comunale e di servire assist perfetti a Pupi, al secolo Paolino Pulici.
Per il popolo granata Pulici non è soltanto un ex attaccante. È un simbolo. L’anima di quel Torino che, ventisette anni dopo Superga, riuscì a riportare il triangolo tricolore sotto la Mole. Un pezzo di identità collettiva. E allora il racconto diventa un fiume di memoria. Dalla rete a Boranga che valse uno scudetto, alle battaglie per diventare capocannoniere, dagli scontri ruvidi con Danova fino all’incontro in via Roma con l’Avvocato Agnelli, tra sfottò reciproci e stima autentica. Perché l’Avvocato, in fondo, aveva sempre avuto un debole per i giocatori sanguigni, quelli che non si tiravano mai indietro.
Pulici parla e la sala ride, applaude, si commuove. I ricordi scorrono veloci come un contropiede di quegli anni. Poi arriva l’immancabile bagno di folla: autografi su fotografie ingiallite dal tempo, biglietti custoditi per decenni, maglie di ogni epoca. Perfino l’improbabile vessillo di Ansaldi, che con quel Toro lì non c’entra nulla. Ma è il granata che attecchisce. Cambiano i giocatori, cambiano gli anni, cambiano le delusioni. Quel colore invece resta addosso. E forse è proprio questo il cuore Toro. Quello di una generazione che ha conosciuto tante delusioni, forse, ma che continua ad amare senza misura. Perché essere del Toro non è soltanto tifare una squadra. È un modo di stare al mondo.
Grazie Beppe per aver valorizzato il nostro evento!
RispondiEliminami ha fatto piacere Alessio
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