giovedì 5 marzo 2026

Una serata di storia e geopolitica con il Rotary


Una serata dedicata alla storia come chiave per comprendere il presente si è svolta nei giorni scorsi su invito del Rotary, del presidente Massimo Calliera e dell’avvocato Fabrizio Ponzano, promotori dell’incontro che ha riunito soci e ospiti in un momento di confronto e riflessione sui grandi temi della storia e della geopolitica.

Partendo dal libro La guerra negli occhi (Edizioni Golem), la serata si è sviluppata come un viaggio tra episodi storici, contesti internazionali e racconti che hanno mostrato come la storia non sia soltanto una successione di date, ma soprattutto un intreccio di vite, scelte e dettagli che permettono di comprendere davvero un’epoca.

Al centro dell’incontro il rapporto tra storia e presente: osservare gli eventi di oggi attraverso la lente del passato, cogliendo come le dinamiche geopolitiche e le vicende individuali siano spesso profondamente collegate.

La conversazione ha toccato anche il tema della ricerca storica, dell’importanza delle fonti e della cura dei particolari che permettono di ricostruire contesti e atmosfere, trasformando documenti e testimonianze in narrazione.

Particolarmente apprezzato il racconto di alcuni passaggi del libro La guerra negli occhi, che ha consentito ai presenti di immergersi in una storia in cui la dimensione umana si intreccia con quella degli eventi storici più ampi.

La serata si è così trasformata in una vera lezione di storia, capace di unire racconto, approfondimento e passione per il passato, dimostrando come guardare alla storia possa aiutare a comprendere meglio il mondo di oggi.






sabato 28 febbraio 2026

Nona vittoria consecutiva in casa. Sabato prossimo Match point

 

Un palazzetto caldo. Caldo come sa esserlo solo quando sente che qualcosa di grande sta per compiersi. E tra otto giorni diventerà caldissimo.

Di fronte una squadra tosta, l’Aosta, orgogliosa della propria cantera, in serie positiva e pronta a vendere cara la pelle. Alle spalle, invece, una sconfitta bruciante al Palacimbro di Sesto che aveva lasciato qualche interrogativo sulla tenuta del gruppo in questo finale di stagione.

Dubbi spazzati via in pochi minuti.

Pronti e via: Ibra e compagni azzannano la partita fin dalle prime battute, con la fame di chi sa che il destino non aspetta. Ad aprire le marcature è il solito Cannibale, caparbio e spietato nel mettere alle spalle del portiere valligiano la rete dell’uno a zero. Un gol che non è solo un vantaggio, ma una dichiarazione d’intenti.

Sbloccato il risultato, la strada si fa in discesa. Pur privi di Vitellaro e del Condor, la squadra non arretra di un centimetro. Sale in cattedra Bisco, che firma una doppietta d’autore, fatta di tecnica e determinazione. Il sigillo di Amico chiude il primo tempo e accende definitivamente il palazzetto: è una sinfonia orange, è un’orchestra che suona all’unisono.

Nella ripresa l’Aosta prova il tutto per tutto, inserendo subito il portiere di movimento. Ma la mossa non sortisce l’effetto sperato. La capolista resta lucida, feroce, compatta. Itria, Curallo e l’algoritmo Montauro mettono il ghiaccio sul match, blindando il risultato nonostante la doppietta di Veronesi che prova a rendere meno amara la serata dei valdostani.

È una vittoria che pesa, che profuma di traguardo. Ora manca un solo punto nelle prossime tre partite per sigillare un sogno che è lì, a portata di mano.

Un sogno che potrebbe diventare realtà alle Idi di marzo.

E allora sì, quel palazzetto sarà davvero incandescente.


domenica 22 febbraio 2026

A proposito di furti nelle tombe

Nell’Antico Egitto scrivevano sulle tombe: “Chi entrerà impuro e farà del male a questo sepolcro sarà giudicato davanti al grande dio.” I Romani erano ancora più pratici: “Se qualcuno violerà questo monumento…” e poi partivano sanzioni, maledizioni e pure multe. Perché oltre all’ira divina, c’era il portafoglio.Non era folklore. Era un messaggio semplice: le tombe non si toccano. Sono passati millenni. Abbiamo leggi, telecamere, assicurazioni, perfino gruppi WhatsApp di quartiere. Eppure c’è ancora chi entra in un cimitero per strappare il rame dai tetti. Non da una sola tomba, ma da una fila intera. Compresa la mia.

E allora, se proprio vogliamo aggiornare le antiche formule, potremmo incidere anche oggi qualcosa del genere: “Chi profana questo luogo non sarà giudicato dagli dèi, ma dalle telecamere. E se sfugge a quelle, dalla coscienza. Se ce l’ha.” Perché qui non si ruba solo rame. Si ruba rispetto. E il cimitero, spiace ricordarlo, non è una miniera self-service. Le civiltà cambiano, ma una regola resta sempre valida: i morti si rispettano. Anche senza bisogno di evocare faraoni.

 

Un pomeriggio troppo Real... ma ora sabato tutti al Palabrumar


 

Contro il Real Sesto – imbattuto nel girone di ritorno, squadra esperta e guidata da un allenatore come Di Lemma capace di plasmare carattere e organizzazione – l’Orange incappa nella seconda sconfitta stagionale lontano dal suo fortino, il PalaBrumar. Ma per un tempo è stata una sfida vera. Di quelle che si giocano con orgoglio e personalità. Colpo su colpo, senza arretrare di un passo. L’Orange ha guardato negli occhi un avversario in grande forma e ha dimostrato di potersela giocare fino in fondo. Poi l’episodio che cambia il destino di un pomeriggio: l’eurogol di Galvan. Una traiettoria imprendibile, una scintilla che spezza l’equilibrio e costringe i nostri a scoprirsi, a rischiare tutto pur di riaprire la battaglia. Il 6-1 finale è severo, forse oltre quanto raccontato dal campo, ma rientra nella logica di un campionato feroce ed equilibrato.

Nulla però cancella quanto costruito fin qui: traguardi importanti, crescita continua, una squadra che ha saputo stupire e meritare rispetto. Ora restano quattro battaglie. Tre si giocheranno al PalaBrumar, contro Aosta, Crema e Verona. Per continuare a inseguire il sogno servono quattro punti. Non è un’utopia. È una missione concreta.

Siamo padroni del nostro destino. Ma il destino si conquista. Nei prossimi due incontri serve il pubblico delle grandi occasioni. Serve un PalaBrumar che spinga, che ruggisca, che accompagni ogni azione. Adesso è il momento di stringersi. Adesso è il momento di esserci. Insieme, fino alla sirena

mercoledì 18 febbraio 2026

il coraggio delle parole: la Rosa Bianca



Nel cuore della Germania nazista, mentre il consenso attorno al regime sembrava compatto e la guerra devastava l’Europa, un piccolo gruppo di studenti scelse di opporsi. Non con le armi, ma con la parola. Si chiamavano La Rosa Bianca (Weiße Rose). Erano giovani universitari di Monaco di Baviera, uniti da una profonda convinzione morale: il silenzio di fronte all’ingiustizia equivale alla complicità.

Tra i membri più noti vi erano Sophie Scholl, suo fratello Hans Scholl e il professor Kurt Huber. Avevano poco più di vent’anni. Studiavano medicina, filosofia, teologia. Non erano militanti politici di professione, ma studenti che avevano maturato una crescente consapevolezza di fronte ai crimini del regime di Adolf Hitler.

Tra il 1942 e il 1943 scrissero e diffusero volantini clandestini nei quali denunciavano la persecuzione degli ebrei, la brutalità della guerra e la perdita delle libertà fondamentali. Invitavano i cittadini tedeschi a riflettere, a non accettare passivamente la propaganda, a riappropriarsi della propria responsabilità civile.

Il 18 febbraio 1943 Sophie e Hans Scholl furono arrestati mentre distribuivano volantini nell’atrio dell’Università di Monaco. Processati dal Tribunale del Popolo, furono condannati a morte e giustiziati pochi giorni dopo. La stessa sorte toccò ad altri membri del gruppo.

La propaganda del regime cercò di minimizzare l’episodio, sostenendo che, in un tempo di guerra totale, giovani come loro avrebbero comunque potuto trovare la morte al fronte. Era un modo per ridurre la portata politica e morale del loro gesto. In realtà, non morirono in guerra. Furono messi a morte per aver espresso un dissenso, per aver richiamato i propri concittadini a una responsabilità etica.

La Rosa Bianca rimane uno dei simboli più significativi della resistenza civile al nazismo: una testimonianza di come, anche nei contesti più oppressivi, la scelta individuale possa affermare la dignità della coscienza contro la violenza del potere.

Orange avanti in Coppa


 Sarà ancora il Cornedo l’avversario da battere nella corsa alle prime quattro della Coppa Italia di Serie A2. Le due formazioni si preparano a uno scontro che si preannuncia intenso e combattuto. Una sfida che vale il passaggio del turno ma che misura certezze, posizione e slancio mentale.

Negli ottavi di finale, la squadra di Patanè ha mandato un segnale forte superando l’Energy Saving con un netto 7-1. Una gara chiusa praticamente nei primi venti minuti, grazie a un approccio aggressivo, ritmo alto e grande concretezza sotto porta. Ogni occasione creata è stata capitalizzata con freddezza, mettendo subito in salita la serata degli avversari. Il primo tempo si è chiuso sul 3-0, frutto di una gestione ordinata del possesso e di transizioni rapide ed efficaci. La squadra ha mostrato compattezza tra i reparti e una buona lettura delle situazioni di gioco, concedendo pochissimo e mantenendo costante pressione offensiva. A inizio ripresa l’espulsione di un giocatore dell’Energy Saving ha cambiato ulteriormente l’inerzia del match: la superiorità numerica è stata sfruttata con lucidità per allungare nel punteggio e mettere definitivamente al sicuro il risultato. La gara, di fatto, si è indirizzata senza più possibilità di rientro.

L’Energy Saving ha provato a riaprirla inserendo il portiere di movimento a dodici minuti dalla fine, trovando anche una rete, ma la fase difensiva ha retto con compattezza, chiudendo linee di passaggio e concedendo pochissime conclusioni pulite. Gestione matura del vantaggio e controllo totale fino al triplice fischio.Una vittoria larga, che vale fiducia, morale e consapevolezza dei propri mezzi. Ma ora il livello si alza. Contro il Cornedo fischio d’inizio alle 19 di martedì 3 marzo.

lunedì 16 febbraio 2026

Breaking Bad Koivonen


 

La Lapponia era un deserto bianco. Il vento tagliava la pelle, il silenzio pesava più dello zaino. Aimo Koivunen sciava per restare vivo. Dietro di lui, il nemico. Davanti, solo neve infinita. Era esausto. Le gambe cedevano, la vista si offuscava. Nella tasca aveva il pervitin: piccole compresse distribuite ai soldati per restare svegli, per combattere la stanchezza, per non sentire il freddo. Doveva prenderne una. Solo una. Ma le mani tremavano. Il cuore batteva forte. In un gesto disperato, ingoiò tutte le pastiglie insieme.

Il mondo esplose in luce e velocità.

La fatica scomparve. La paura si dissolse. Sciò come se il vento lo spingesse, come se il suo corpo non avesse più limiti. Giorno e notte si confusero. La neve diventò un mare luminoso, il tempo un’eco lontana. Il pervitin lo teneva sveglio, lo bruciava dall’interno, lo trascinava oltre ogni soglia umana. Ma ogni miracolo ha un prezzo.

Il cuore correva più veloce degli sci. La fame diventò un vuoto feroce. Quando colpì una mina e venne scaraventato nella neve, il suo corpo era già al limite. Eppure si rialzò. Continuò. Sempre avanti. Quando lo trovarono, settimane dopo, era un’ombra: magrissimo, febbricitante, con il cuore impazzito. Ma respirava ancora. Il pervitin gli aveva dato ali di fuoco, spingendolo oltre l’impossibile. E in quell’inferno bianco, tra delirio e sopravvivenza, Aimo Koivunen era riuscito a fare l’unica cosa che contava:

restare vivo.

sabato 14 febbraio 2026

Innamorati sempre di più..... dell'Orange

Il futsal dà. Il futsal toglie. E in un pomeriggio carico di tensione e speranza, il futsal consacra. Senza Patanè in panchina, con Davì a guidare il gruppo. Senza il primo portiere Amico, sostituito da un attento e coraggioso Cesari. Con ancora negli occhi le scorie della sconfitta in Veneto. Eppure l’Orange Futsal Asti sceglie di reagire. Il Quartu parte con ferocia. Pressione alta, ritmo intenso. Siddi è il più rapido su una corta respinta e firma lo 0-1. Per qualche minuto l’Orange accusa il colpo. Il peso della recente sconfitta si fa sentire. Ma la squadra non si disunisce. Da quel momento cambia l’inerzia. Cara viene letteralmente bombardato dai tentativi piemontesi, costretto a una serie di interventi decisivi per tenere in vita i suoi. Vitellaro accende il motore. Il Condor colpisce con tempismo e potenza. Merlo incanta con una giocata d’alta scuola che strappa applausi. L’Orange domina, crea, spinge. Si fa parare anche due tiri liberi, ma continua a martellare. All’intervallo il tabellone dice 3-1. Un risultato che fotografa la superiorità e l’intensità di Ibra e compagni. In apertura di ripresa arriva la firma che sembra chiudere i conti.


Montauro. Lucido. Spietato. 4-1. La squadra di casa continua a costruire occasioni, ma Cara si oppone più volte con interventi che tengono aperta la partita. Siddi trova la sua seconda rete. 4-2. Il Quartu inserisce il portiere di movimento. Tre minuti lunghissimi. La tensione sale. La difesa arancionera stringe i denti. Quando serve sangue freddo, Montauro si trasforma in certezza matematica. Recupera palla. Riparte. Imposta. E poi ancora. Due recuperi trasformati in sentenza. La partita viene definitivamente messa in ghiaccio. Le buone notizie che arrivano dal Montfleury rendono il pomeriggio ancora più dolce. La cantera Orange guarda avanti con entusiasmo. Non è stata solo una vittoria. È stata una dimostrazione di carattere, profondità e fame. Il sogno non è mai stato così vicino.


Orange vs Quartu 4 2 (3 -1)

Marcatori: 2 Siddi 1 Vitellaro, Merlo, Piazza, Montauro 


venerdì 13 febbraio 2026

La non comunicazione odierna


 Rosicare.” “Prenditi il Maloox.” Davvero, siamo arrivati a questo? Ogni discussione online – politica, sportiva, culturale – finisce nello stesso identico modo. Non c’è più destra o sinistra, non c’è più Milan o Inter, non c’è più un’idea contro un’altra idea. C’è solo la scorciatoia.

Se non applaudi, rosichi. Se non ti allinei, sei frustrato. Se provi ad argomentare, ti serve un antiacido. È il trionfo della superficialità. È la resa del pensiero. È l’arte raffinata di non rispondere nel merito. Perché dire “rosichi” è più facile che spiegare perché hai ragione. Dire “Maloox” è più semplice che sostenere un confronto serio. Ma a forza di ridere di tutto, abbiamo smesso di prendere sul serio qualsiasi cosa. Il dissenso è diventato un difetto caratteriale.

La critica una malattia dello stomaco. Sembra davvero di assistere alle dinamiche di un asilo: chi non gioca come me viene preso in giro. E invece no. Un confronto vero richiede spessore. Richiede ascolto. Richiede la fatica di argomentare. La democrazia – anche quella digitale – non è un meme Non è uno slogan. Non è una presa in giro ripetuta in loop.

Si può anche essere duri, si può essere appassionati, si può essere in disaccordo totale. Ma ridurre tutto a “rosichi” è la sconfitta di chi non ha altro da dire. E sì, possiamo dirlo chiaramente: ha stancato. Se questo è il livello del dibattito, non è l’altro che deve prendere il Maloox. È il confronto pubblico che ha bisogno di una cura.



domenica 8 febbraio 2026

Dopo 19 partite cade l' Orange. Adesso sei finali


 

Prima o poi doveva succedere.

L’Orange Futsal cade al PalaDeGasperi al cospetto di un Cornedo quanto mai arrembante, che merita la vittoria al termine di una vera battaglia, intensa e combattuta, in cui entrambe le squadre hanno dato tutto sotto il profilo agonistico e sportivo. Campo difficile, corto, perfetto per esaltare le ripartenze. Cornedo squadra solida, ricca di individualità esperte e abituata a questi ritmi. Eppure è l’Orange a partire forte. Il primo tempo dei ragazzi di Patanè è semplicemente sontuoso: ritmo, personalità, gioco. A venti secondi dall’intervallo è Vitellaro a mettere il sigillo con una rete pesantissima che manda le squadre negli spogliatoi con il vantaggio meritato. Nella ripresa arrivano alcune occasioni per chiuderla, ma non vengono concretizzate. Ed è lì che il Cornedo riemerge, alza i giri, ribalta l’inerzia e si porta sul 2-1. Il portiere di movimento, che in altre occasioni aveva dato segnali importanti, questa volta non riesce a incidere e il 3-1 finale diventa un passivo forse troppo pesante per quanto visto nel doppio confronto.

Resta però un dato che conta più di tutto: nove punti di vantaggio a sei partite dalla fine. La sensazione è chiara: le prossime saranno sei finali. Con un vantaggio non da poco — la fortuna di giocarne quattro sotto il nostro cielo, a partire già dalla prossima settimana contro Quartu. E permetteteci, oggi più che mai, un plauso enorme a questi ragazzi: si chiude una striscia straordinaria di 19 partite consecutive senza sconfitte, 16 in questa stagione e 3 nella precedente. Le cadute fanno rumore.

Ma sono anche quelle che ricordano a tutti quanto in alto si era arrivati. Adesso si riparte. Con la testa, con il carattere, con la fame. Perché i campionati non li vince chi non cade mai, ma chi dopo essere caduto sa rialzarsi per primo

venerdì 6 febbraio 2026

“Biella ma non ci vivrei.”


Un adesivo, una frase secca, apparentemente innocua. Eppure basta questo per accendere polemiche, commenti, crociate digitali. Biella diventa improvvisamente un simbolo. Non una città, ma un pretesto. Non un luogo reale, ma una superficie su cui proiettare frustrazioni, orgogli, rivendicazioni

Forse è solo ironia. Forse è solo un calembour. Forse è soltanto fine divertissement, di quelli che nascono per strappare un sorriso e muoiono lì. E invece no. La frase pesa, viene sezionata, interpretata, processata. C’è chi si sente offeso. Chi si sente chiamato in causa. Chi sente il dovere morale di spiegare “come stanno davvero le cose”.

L’adesivo diventa un grido di ribellione. O, al contrario, una mancanza di rispetto. Per qualcuno è sarcasmo intelligente. Per altri è snobismo urbano. Per altri ancora è tradimento territoriale. Intanto Biella resta lì. Con la sua storia laniera, il suo silenzio operoso, le sue contraddizioni. Ignara del fatto che un adesivo la stia trasformando in trend. La verità? Non c’è una verità. C’è solo il bisogno continuo di prendere posizione. Di schierarsi. Di dimostrare di aver capito più degli altri. E poi arrivano loro.

I soliti hater. Quelli che non ridono mai. Quelli che “io so”, “io c’ero”, “io vi spiego”. Ma l’ironia non chiede il permesso. Non spiega. Non giustifica. Passa, punge, scappa. Forse “Biella ma non ci vivrei” non dice nulla di Biella. Dice molto di noi. Del nostro rapporto con i luoghi, con l’identità, con l’autoironia che spesso manca. Alla fine resta un adesivo. Non un manifesto politico. Non un attacco culturale.

Solo una frase che fa rumore perché viviamo di rumore.

E mentre ci si accapiglia online, l’adesivo ha già vinto. Perché ha fatto quello che doveva fare: far parlare, far sorridere, far discutere. E poi andare avanti. il vero problema dei biellesi non è l’adesivo, non è l’identità, non è l’orgoglio ferito. Il vero problema è che non sanno parcheggiare e probabilmente mancano i parcheggi. Provare per credere

mercoledì 4 febbraio 2026

Il culto del capo Nicola Bombacci


Il culto del capo è il filo rosso che attraversa le grandi derive del Novecento, a destra come a sinistra. È il momento in cui la politica smette di essere confronto e diventa fede, quando la complessità viene sacrificata in nome di una guida ritenuta infallibile, capace – si dice – di incarnare da sola il popolo, la nazione, la rivoluzione. È dentro questa logica che si colloca la parabola di Nicola Bombacci, figura emblematica di come le ideologie, svuotate della democrazia, possano trasformarsi in contenitori intercambiabili.

Bombacci nasce comunista e muore fascista, ma il passaggio non è una conversione improvvisa: è una continuità. Dalla devozione per Lenin all’adesione totale a Benito Mussolini, ciò che resta costante è la centralità del capo come motore della storia. Cambia il colore della bandiera, non la struttura del potere. Il leader diventa la scorciatoia: al posto delle istituzioni, al posto del pluralismo, al posto del conflitto democratico. Dove c’è il capo, non servono mediazioni; dove c’è il capo, il dissenso diventa tradimento.

Storicamente, il culto del capo ha sempre prosperato nei momenti di crisi profonda: disordine sociale, paura economica, frustrazione collettiva. È allora che la promessa dell’uomo solo al comando appare rassicurante. Ma è una rassicurazione ingannevole. Perché il capo non risolve la complessità: la nega. E nel negarla, costruisce un nemico, semplifica il mondo, chiede obbedienza invece di responsabilità.

La parabola di Bombacci ci ricorda che il vero spartiacque non è tra destra e sinistra, ma tra democrazia e autoritarismo. Quando la politica rinuncia alle regole, al confronto e ai limiti del potere, il culto del capo diventa il linguaggio comune di ogni estremismo. Ed è qui che la storia smette di essere passato: perché ogni volta che si invoca un capo “che decide”, “che risolve”, “che parla a nome di tutti”, quel meccanismo torna a mettersi in moto.


lunedì 2 febbraio 2026

Kurt Gerstein: l’illusione di fermare il male dall’interno



La parabola di Kurt Gerstein è una di quelle storie che mettono a disagio, perché non consente scorciatoie morali. Non c’è eroismo facile, non c’è innocenza assoluta, non c’è un confine netto tra bene e male. C’è un uomo che entra nel cuore del sistema criminale del suo tempo e ne diventa, allo stesso tempo, ingranaggio e testimone. Ufficiale delle SS, credente luterano, tecnico e funzionario dello Stato nazista, Gerstein vede con i propri occhi l’orrore dello sterminio e tenta disperatamente di denunciarlo, pur restando intrappolato nella macchina che lo produce.

La sua vicenda è raccontata nei rapporti Gerstein, redatti dopo la guerra, e analizzata da storici come Raul Hilberg e Saul Friedländer, che hanno messo in luce la natura strutturale dello sterminio e l’illusione di poter “limitare il male” dall’interno. Anche la storiografia tedesca, a partire dal lavoro di Pierre Joffroy nel volume Kurt Gerstein, restituisce l’immagine di un uomo spezzato tra fede, obbedienza e coscienza, incapace di trovare una via d’uscita efficace.

Gerstein non è la storia di chi si oppone apertamente, ma di chi sceglie di restare “dentro” pensando di poter sabotare, rallentare, denunciare. È la storia di una coscienza che si muove in un sistema che non ammette coscienze. Assiste alle camere a gas di Bełżec, ne osserva il funzionamento tecnico, ne comprende l’abisso morale, e da quel momento vive una frattura insanabile: continuare a svolgere il proprio ruolo o gridare ciò che ha visto, sapendo che probabilmente nessuno vorrà ascoltare.

La sua morte, avvenuta in carcere nel 1945 in circostanze mai del tutto chiarite, chiude una vita segnata da ambiguità tragiche: colpevole per appartenenza, testimone per coscienza. Ma proprio qui sta il valore della sua storia. La vicenda di Gerstein ci ricorda che il male non si regge solo sul fanatismo, ma soprattutto sulle zone grigie, sull’illusione della neutralità, sulla delega morale.

Eppure, nella sua imperfezione, resta una lezione positiva e attuale: la coscienza, anche quando arriva tardi o fallisce, lascia tracce. I rapporti di Gerstein sono oggi una delle testimonianze più importanti sul funzionamento dello sterminio. Non hanno salvato vite allora, ma hanno contribuito a costruire verità, memoria e responsabilità dopo. Ed è da questa consapevolezza che nasce il compito di oggi: non credere mai che “stare dentro” basti, e ricordare che ogni sistema disumano inizia quando troppi rinunciano a scegliere davvero.


domenica 1 febbraio 2026

13 sigillo dell'Orange nel Derby. La febbre sale a 41


 

Per una volta partiamo dallo scenario. È stato davvero bello e intenso vedere le tribune del PalaBrumar gremite, cariche di passione e di tifo, capaci di regalare uno spettacolo unico. Un clima che ha esaltato i protagonisti in campo, autori di una partita vibrante e di grande intensità.

L’avvio è un susseguirsi di continui capovolgimenti di fronte che mettono in evidenza la qualità dei giocatori, capaci di ripartenze fulminee. Nei primi minuti il match si sviluppa su binari di grande equilibrio, con un rocambolesco 2-2 sui pali, anche se il computo finale dei legni vedrà l’Orange nettamente avanti 6 a 2.

A sbloccare la gara è il capitano Ibra, e non poteva essere altrimenti, bravo a capitalizzare una bella discesa. In successione arrivano le reti di Caracciolo, al posto giusto nel momento giusto, di Itria, che fa valere tutta la sua esperienza, e del Condor, che con il compasso battezza l’angolo più lontano.

L’Avis prova a reagire, ma resta stordita dalla gragnuola di colpi subita. Il copione non cambia nella ripresa, con la squadra di casa che controlla la sfuriata dell’Isola, costretta a ricorrere più volte al portiere di movimento. Curallo trova il pertugio giusto dalla distanza e, a pochi minuti dalla fine, Tizzano realizza la rete della bandiera.

Finisce in festa per l’Orange, che mette il tredicesimo sigillo stagionale davanti al proprio pubblico e si lancia con entusiasmo e fiducia verso il big match della prossima settimana a Cornedo. Una sfida che profuma di verità, capace di dire molto – forse tutto – su questo finale di stagione, tra ambizioni, sogni e la voglia di continuare a scrivere una storia che, partita dopo partita, si fa sempre più intensa.

domenica 25 gennaio 2026

Quando un presidente confonde la forza con il comando. Emuli differenti


Negli ultimi mesi alcune testate e commentatori hanno suggerito che Theodore Roosevelt possa essere letto come un antesignano di Donald Trump: un presidente energico, decisionista, insofferente ai vincoli e capace di incarnare una leadership personale e muscolare. Un paragone che nasce soprattutto dallo stile, più che dalla sostanza, e che merita di essere guardato con attenzione. Perché se Trump sembra aspirare a una statura “rooseveltiana”, è proprio nel confronto con Roosevelt che emergono tutte le distanze.

Roosevelt credeva nel potere come responsabilità pubblica. Il suo decisionismo non era fine a sé stesso, ma orientato a un obiettivo preciso: rafforzare lo Stato, correggere gli squilibri del capitalismo, combattere i monopoli e rendere più solida la democrazia americana. Il carisma serviva a spingere il sistema in avanti, non a piegarlo al leader.

Emblematico, in questo senso, è il suo rapporto con i Rough Riders. Quel reggimento volontario, divenuto mito nazionale, non era una milizia personale né un corpo ideologico. Era, al contrario, il simbolo dell’America che Roosevelt aveva in mente: cowboy e studenti di Harvard, immigrati e figli dell’establishment, uomini di origini sociali e culturali diversissime uniti sotto la stessa bandiera. Per Roosevelt la forza della nazione stava proprio lì, nella pluralità che diventa comunità.

Per questo Roosevelt non concepiva la violenza come strumento contro un “nemico interno”. Il suo celebre big stick riguardava la politica estera e la deterrenza internazionale, non la repressione del dissenso domestico. Anche nei momenti di forte conflitto sociale, Roosevelt intervenne per stabilizzare e mediare, non per dividere gli americani in campi contrapposti.

Trump, invece, sembra richiamarsi solo alla superficie del modello rooseveltiano: il linguaggio diretto, la retorica della forza, l’idea del leader come figura dominante. Ma dove Roosevelt usava il potere per includere e costruire, Trump lo utilizza per polarizzare. Dove Roosevelt rafforzava le istituzioni, Trump le mette sotto pressione. Dove Roosevelt vedeva un’unica comunità nazionale, Trump tende a contrapporre un’America “vera” a un’America “nemica”.

Il paradosso è evidente: Trump aspira alla grandezza storica di Roosevelt, ma rifiuta ciò che quella grandezza richiede — visione, senso del limite, rispetto profondo delle istituzioni democratiche. Roosevelt fu un riformatore autoritario dentro la democrazia. Trump è un leader populista che la democrazia la mette alla prova. Ed è in questa differenza che il paragone, alla fine, si dissolve.


sabato 24 gennaio 2026

Gianni e l’infanzia che non se n’è mai andata

 

Metti una sera ad ascoltare l’idolo della tua gioventù calcistica. E all’improvviso il tempo si piega, si arrotola su sé stesso, e ti ritrovi lì. Era l’epoca dei pantaloni a zampa d’elefante e dei basettoni, quelli veri – me li ricordo ancora, folti e vistosi, sul volto di mio padre. Erano gli anni delle prime grandi riprese televisive, quando lo slow motion sembrava una magia e il calcio era ancora istinto, non lavagna.

Era il tempo degli Zigoni, dei Romeo Benetti, di Bonimba e di Bettega. Un calcio ruvido, diretto, umano. E poi c’era lui. L’Abatino. Quello che dava del tu al pallone. Un talento irripetibile, capace di accendere lo stadio con un gesto e di spegnerlo con un silenzio. Estro puro, carattere impossibile, genio e sregolatezza. Uno che non chiedeva permesso.

Erano anche gli anni in cui, se tifavi Milan, soffrivi fino in fondo. La fatal Verona, il gol annullato all’ultimo nel 71/72, la quasi retrocessione del ’77. E tu, dodicenne, portavi quei colori come una bandiera scomoda, invisa al novantacinque per cento dei tuoi coetanei, ma proprio per questo ancora più tua.

Poi, quando meno te lo aspettavi, arrivò la stella. Il decimo scudetto. Non era il Milan degli invincibili o dei cannibali. Era il Milan normale, quello che vinceva contro il destino. E sopra tutti, ancora lui: Gianni. L’uomo dei miracoli, come raccontava lo zio di Abatantuono.

Tutto questo l’ho ascoltato questa sera. E non perché l’ho intervistato, né perché fossi lì da cronista. Ma perché è stato un tuffo al cuore, un ritorno a un’infanzia che allora sembrava magari triste, e invece era felicità pura, perché condivisa con chi oggi non c’è più. È lì che ho preso il morbo. Quello di Gianni.



Continuità e solidità: gli Orange superano il Val Dlans

 

Terza partita del girone di ritorno e terza vittoria consecutiva per i ragazzi di Patané, che allungano ulteriormente sulla seconda in classifica – fermata dal Real Sesto – portando a dodici punti il margine di vantaggio. Un patrimonio importante, costruito con continuità e personalità.

La sfida contro il Val Dlans non è stata semplice. Nonostante la posizione di classifica, gli ospiti hanno messo in campo intensità e orgoglio, impegnando a lungo Amico e compagni, privi di Ibra, squalificato per la giornata. Il primo tempo è stato duro, combattuto, ricco di occasioni e di emozioni, ma a rompere l’equilibrio ci ha pensato Angelino, baby face dal cuore grande, che ha mandato gli Orange al riposo in vantaggio.

In avvio di ripresa è arrivato il raddoppio firmato da Montauro, ma il Val Dlans ha reagito accorciando le distanze e riaprendo momentaneamente la gara. Nel finale, però, gli Orange hanno gestito con lucidità, trovando ancora il gol con Angelino e poi con Amico, che ha chiuso definitivamente l’incontro.

Il 4–1 finale porta la squadra a 38 punti, con 12 vittorie e 2 pareggi, miglior attacco, miglior difesa e una differenza reti di +37. Dati importanti, che confermano il valore del lavoro svolto, ma che non cambiano l’approccio: all’orizzonte ci attendono il derby con Isola e la trasferta di Cornedo, due test significativi per misurare ulteriormente il percorso intrapreso.


venerdì 23 gennaio 2026

Cosa fa di un uomo un uomo. Non la sua nascita ma le scelte che fa: Albert Battel



Nel ricordare la Shoah, la Giornata della Memoria non serve solo a commemorare le vittime, ma anche a interrogarsi sulle scelte individuali dentro uno dei sistemi più criminali della storia. In questo senso, la figura di Albert Battel rappresenta una storia scomoda e potente, capace di rompere le semplificazioni.

Battel era un avvocato tedesco e tenente della riserva della Wehrmacht, in servizio nel 1942 a Przemyśl, nella Polonia occupata. Non era un oppositore esterno al regime, né un eroe “puro”: era un ufficiale dell’esercito tedesco, iscritto al Partito Nazionalsocialista. Proprio per questo, la sua scelta assume un valore straordinario.

Quando le SS decisero la liquidazione del ghetto della città, Battel ordinò il blocco armato dell’unico ponte di accesso, arrivando a minacciare l’uso delle armi contro i reparti delle SS. Nello stesso giorno fece evacuare centinaia di ebrei, nascondendoli in una caserma militare. Grazie a quell’atto di disobbedienza, circa 500 persone furono salvate dalla deportazione nel campo di sterminio di Bełżec.

La sua vicenda dimostra che anche dentro un sistema criminale la responsabilità individuale non scompare. La Wehrmacht, nel suo insieme, collaborò con il regime nazista, ma Battel dimostra che la scelta morale era possibile, anche a costo di conseguenze personali gravissime.

Ricordare Albert Battel nella Giornata della Memoria significa affermare che la memoria non è solo condanna del passato, ma richiamo al presente: non esistono contesti che annullino del tutto la coscienza. Anche quando obbedire è la norma, scegliere di non farlo resta una possibilità.


domenica 18 gennaio 2026

Non esistono situazioni senza via di uscita


La storia di Leonard Funk si colloca in uno dei momenti più delicati della Seconda guerra mondiale, quando era ormai chiaro che il conflitto fosse tutt’altro che concluso. Il fronte occidentale aveva già lanciato segnali inquietanti. Prima l’Operazione Market Garden, fallita nel tentativo di accelerare la fine della guerra; poi la Battaglia delle Ardenne, il violento colpo di coda con cui Adolf Hitler aveva dimostrato che la Germania era ancora capace di colpire duro. Due segnali chiarissimi: la guerra non era affatto conclusa e il fronte restava fragile, instabile, pericoloso.

È gennaio 1945. Le Ardenne si sono appena richiuse alle spalle degli Alleati, ma l’illusione della vittoria facile è svanita. Gli americani avanzano in Germania stanchi, sotto pressione, consapevoli che ogni metro conquistato può costare caro. È un fronte difficile, dove la superiorità tecnologica non basta e ogni errore può essere fatale. È in questo contesto che si muove Leonard Funk. Non un generale, è un semplice sottufficiale non un simbolo da propaganda. Un soldato qualunque, immerso in una situazione soverchiante, dove il pericolo sembra avere il controllo totale.

Davanti a lui non c’è solo il nemico, ma il peso psicologico di una guerra che avrebbe dovuto essere finita e che invece continua a chiedere sangue, lucidità, nervi saldi. È il tipo di momento in cui molti si bloccano, in cui la paura prende il sopravvento. Leonard no. Di fronte a quella situazione estrema, ride. Una risata che non è incoscienza, ma una forma di resistenza. Un modo per dire al pericolo che non avrà il dominio sulla sua mente. In quel gesto c’è una scelta profonda: non cedere, non farsi schiacciare, non consegnarsi alla paura.

Da lì, Leonard agisce. Prende iniziativa, si muove, ribalta l’inerzia di una situazione che sembrava senza via d’uscita, da solo contro decine di nemici. Non cambia da solo il corso della guerra, ma fa ciò che conta davvero nei momenti decisivi: non si arrende. La sua storia, inserita in questo contesto, diventa universale. Ci ricorda che anche quando tutto sembra sul punto di crollare, quando le grandi battaglie hanno già dimostrato che la strada è ancora lunga, la differenza la fanno le persone. Quelle che restano lucide. Quelle che reagiscono. Quelle che trovano la forza di sorridere quando sarebbe più facile piegarsi. Perché, come dimostra Leonard Funk, a volte non arrendersi è già una vittoria.



 

Orange sempre più in Alto (11 vittoria e più dieci sulla seconda)


 

Sono sei le vittorie consecutive al PalaBrumar per l’Orange Futsal Asti, che consolida un bottino di 11 vittorie e due soli pareggi. Numeri che rendono la classifica esaltante e aprono prospettive importanti, pur con la consapevolezza che il campionato è ancora lungo e ricco di insidie.

La sfida contro l’Altovicentino, guardando solo il risultato finale, potrebbe sembrare un monologo a senso unico. In realtà non è stato così. I veneti si sono dimostrati una squadra solida e ben organizzata, con il loro principale terminale offensivo in Lino Caique, cliente tutt’altro che semplice. Lo dimostrano un paio di ripartenze pericolose, nelle quali gli ospiti hanno avuto l’opportunità di passare in vantaggio, ma si sono scontrati con una difesa attenta e ben orchestrata da un ottimo Amico.

Poi, però, è salito in cattedra Caracciolo, nel suo momento migliore. Dopo le ottime prestazioni in Supercoppa con l’Under, si è ripetuto anche contro l’Alto: prima facendosi trovare pronto su un’incursione nell’area piccola, poi liberando la propria metà campo e sorprendendo il portiere avversario fuori dai pali con una palombella di rara precisione, che ha fatto letteralmente esplodere il PalaBrumar.

In una sorta di ideale continuità con il lavoro dell’Under, è arrivato anche il gol di Alves, non prima che il portiere ospite disinnescasse una giocata da applausi di Vitellaro Ibra. Il 3–0 all’intervallo ha rappresentato la miglior garanzia possibile per una ripresa giocata su ritmi ancora altissimi.

Nel secondo tempo gli Orange hanno subito messo al sicuro il risultato: prima con uno splendido colpo di tacco di Vitellaro, che ha liberato Caracciolo per il più comodo dei suoi tris personali, poi con una giocata d’astuzia di Montauro, bravo a sorprendere la difesa ospite. Sul 5–0 l’allenatore dell’Altovicentino ha provato la carta del portiere di movimento, ma Amico ha fatto buona guardia, blindando la porta.

Ora il calendario propone due sfide tutte in salsa piemontese: la trasferta sul campo del Valle di Lanzo e il derby casalingo con l’Isola, due appuntamenti che diranno molto sul prosieguo del cammino degli Orange.


lunedì 12 gennaio 2026

Tamerlano e la sua maledizione: scaramanzia o storia


 

Uno degli elementi che i grandi condottieri e gli eserciti si portavano dietro erano gli aruspici, chiamati a interpretare i segni prima delle battaglie e a indicare se il destino fosse favorevole o avverso. Da Alessandro Magno agli imperatori romani, la lettura dei presagi era una pratica seguita con grande attenzione. E non molto diversa, in fondo, è la storia anche nei tempi moderni.

Due giorni prima dell’inizio dell’Operazione Barbarossa, a Samarcanda accadde qualcosa che non aveva nulla di militare e tutto di simbolico: la tomba di Tamerlano venne aperta. Gli archeologi sovietici sollevarono la lastra del Gur-e Amir, documentarono i resti del conquistatore e portarono alla luce ciò che per secoli era rimasto intoccabile. Un atto di scienza, di studio, di razionalità. Ma anche una sfida a una leggenda antica, quella che vaticinava una guerra terribile per chiunque avesse osato disturbare il sonno di Tamerlano.

Il 22 giugno 1941 la Germania invase l’Unione Sovietica. E la voce si diffuse rapida, quasi inevitabile: la guerra era stata risvegliata.

Per mesi l’Armata Rossa arretrò. Città perse, eserciti accerchiati, milioni di morti. In quel tempo cupo, la storia della tomba di Tamerlano tornò a circolare con insistenza, non più come semplice mito popolare, ma come una vera e propria scaramanzia di Stato. Anche Josif Stalin, che ufficialmente disprezzava superstizioni e simboli, iniziò a tollerare l’idea che certi equilibri non andassero violati.

Così, nel 1942, mentre la guerra raggiungeva il suo punto più drammatico, arrivò la decisione: la tomba di Tamerlano doveva essere richiusa. I resti furono ricollocati con rito islamico, le lastre rimesse al loro posto, il silenzio restituito al mausoleo. Non fu un gesto pubblico né dichiarato. Fu un atto discreto, quasi privato. Un modo per “rimettere le cose a posto”.

Poco dopo, alla Battaglia di Stalingrado, l’Armata Rossa fermò e poi sconfisse l’esercito tedesco, cambiando il corso della guerra. La prima grande, irreversibile svolta del conflitto. Coincidenza, diranno gli storici. Suggestione, diranno gli studiosi.

Ma nella memoria collettiva rimase un’altra sequenza:
tomba aperta → invasione → tomba richiusa → vittoria.

Da allora, la storia della tomba di Tamerlano non è più soltanto una leggenda. È diventata una forma di scaramanzia storica, il racconto di come, nei momenti più bui, anche le potenze moderne cerchino conforto in gesti antichi. Perché quando la storia precipita, persino gli imperi sentono il bisogno di chiedere permesso ai morti.

Speriamo solo che Vladimir Putin non abbia mai l’idea di riaprirla o l ha già fatto ??



Una serata di storia e geopolitica con il Rotary

Una serata dedicata alla storia come chiave per comprendere il presente si è svolta nei giorni scorsi su invito del Rotary , del presidente...