Il culto del capo è il filo rosso che attraversa le grandi derive del Novecento, a destra come a sinistra. È il momento in cui la politica smette di essere confronto e diventa fede, quando la complessità viene sacrificata in nome di una guida ritenuta infallibile, capace – si dice – di incarnare da sola il popolo, la nazione, la rivoluzione. È dentro questa logica che si colloca la parabola di Nicola Bombacci, figura emblematica di come le ideologie, svuotate della democrazia, possano trasformarsi in contenitori intercambiabili.
Bombacci nasce comunista e muore fascista, ma il passaggio non è una conversione improvvisa: è una continuità. Dalla devozione per Lenin all’adesione totale a Benito Mussolini, ciò che resta costante è la centralità del capo come motore della storia. Cambia il colore della bandiera, non la struttura del potere. Il leader diventa la scorciatoia: al posto delle istituzioni, al posto del pluralismo, al posto del conflitto democratico. Dove c’è il capo, non servono mediazioni; dove c’è il capo, il dissenso diventa tradimento.
Storicamente, il culto del capo ha sempre prosperato nei momenti di crisi profonda: disordine sociale, paura economica, frustrazione collettiva. È allora che la promessa dell’uomo solo al comando appare rassicurante. Ma è una rassicurazione ingannevole. Perché il capo non risolve la complessità: la nega. E nel negarla, costruisce un nemico, semplifica il mondo, chiede obbedienza invece di responsabilità.
La parabola di Bombacci ci ricorda che il vero spartiacque non è tra destra e sinistra, ma tra democrazia e autoritarismo. Quando la politica rinuncia alle regole, al confronto e ai limiti del potere, il culto del capo diventa il linguaggio comune di ogni estremismo. Ed è qui che la storia smette di essere passato: perché ogni volta che si invoca un capo “che decide”, “che risolve”, “che parla a nome di tutti”, quel meccanismo torna a mettersi in moto.

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