La parabola di Kurt Gerstein è una di quelle storie che mettono a disagio, perché non consente scorciatoie morali. Non c’è eroismo facile, non c’è innocenza assoluta, non c’è un confine netto tra bene e male. C’è un uomo che entra nel cuore del sistema criminale del suo tempo e ne diventa, allo stesso tempo, ingranaggio e testimone. Ufficiale delle SS, credente luterano, tecnico e funzionario dello Stato nazista, Gerstein vede con i propri occhi l’orrore dello sterminio e tenta disperatamente di denunciarlo, pur restando intrappolato nella macchina che lo produce.
La sua vicenda è raccontata nei rapporti Gerstein, redatti dopo la guerra, e analizzata da storici come Raul Hilberg e Saul Friedländer, che hanno messo in luce la natura strutturale dello sterminio e l’illusione di poter “limitare il male” dall’interno. Anche la storiografia tedesca, a partire dal lavoro di Pierre Joffroy nel volume Kurt Gerstein, restituisce l’immagine di un uomo spezzato tra fede, obbedienza e coscienza, incapace di trovare una via d’uscita efficace.
Gerstein non è la storia di chi si oppone apertamente, ma di chi sceglie di restare “dentro” pensando di poter sabotare, rallentare, denunciare. È la storia di una coscienza che si muove in un sistema che non ammette coscienze. Assiste alle camere a gas di Bełżec, ne osserva il funzionamento tecnico, ne comprende l’abisso morale, e da quel momento vive una frattura insanabile: continuare a svolgere il proprio ruolo o gridare ciò che ha visto, sapendo che probabilmente nessuno vorrà ascoltare.
La sua morte, avvenuta in carcere nel 1945 in circostanze mai del tutto chiarite, chiude una vita segnata da ambiguità tragiche: colpevole per appartenenza, testimone per coscienza. Ma proprio qui sta il valore della sua storia. La vicenda di Gerstein ci ricorda che il male non si regge solo sul fanatismo, ma soprattutto sulle zone grigie, sull’illusione della neutralità, sulla delega morale.
Eppure, nella sua imperfezione, resta una lezione positiva e attuale: la coscienza, anche quando arriva tardi o fallisce, lascia tracce. I rapporti di Gerstein sono oggi una delle testimonianze più importanti sul funzionamento dello sterminio. Non hanno salvato vite allora, ma hanno contribuito a costruire verità, memoria e responsabilità dopo. Ed è da questa consapevolezza che nasce il compito di oggi: non credere mai che “stare dentro” basti, e ricordare che ogni sistema disumano inizia quando troppi rinunciano a scegliere davvero.

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