Il 18 novembre 1940, dal balcone di Palazzo Venezia affacciato su Piazza Venezia, Mussolini pronunciò una delle frasi più celebri e più vuote della retorica fascista: «Spezzeremo le reni alla Grecia».
Era un proclama roboante, concepito per galvanizzare la folla e mascherare le difficoltà crescenti dell’esercito italiano, già impantanato tra pioggia, montagne e carenze logistiche. A Roma si recitava la parte dell’Italia invincibile; nei Balcani si combatteva con materiali insufficienti, mezzi antiquati e piani improvvisati. L’immagine che il regime voleva trasmettere era quella di una potenza sicura di sé, guidata da un capo infallibile. Ma la realtà smentì presto il mito: l’offensiva italiana fu respinta, e l’esercito ellenico passò al contrattacco, costringendo Mussolini a chiedere l’intervento tedesco.
Quella frase, declamata con tono minaccioso alla folla di Piazza Venezia, divenne così il simbolo della distanza abissale tra parole e fatti, tra la propaganda che prometteva vittorie facili e la guerra che rivelava tutta la fragilità del sistema fascista. Il Duce, maestro di messa in scena, sapeva come usare slogan, immagini e toni enfatici per costruire consenso. Ma la comunicazione, pur potente, non poteva compensare la mancanza di strategia, organizzazione e preparazione. Con il tempo, “spezzeremo le reni alla Grecia” è rimasta come una citazione amara e ironica, ricordata non per la forza, ma per la sua inconsistenza. Un monito su quanto la retorica politica possa apparire grandiosa… finché non si scontra con la realtà e questo vale sempre.

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