venerdì 28 novembre 2025

Romani popolo di artigiani e di organizzatori. La storia del Milione di chiodi di Inchtuhil


Tra le Highlands scozzesi, lungo il corso del fiume Tay, sorgeva uno dei più ambiziosi e avanzati avamposti dell’Impero romano: Inchtuthil, la fortezza della Legio XX Valeria Victrix. Fondata attorno all’83 d.C. durante la campagna di Agricola, era destinata a essere la base permanente dei legionari nelle terre più remote e ostili della Britannia. Pur costruita con una precisione quasi maniacale, dotata di caserme, magazzini, ospedale e poderose fortificazioni, la fortezza ebbe vita breve: dopo pochi anni i Romani decisero di ritirarsi verso sud, abbandonando l’idea di un controllo stabile sulla Caledonia.

È proprio in questa ritirata che nasce uno dei misteri più affascinanti dell’archeologia romana. Quando, nel 1959, un’équipe guidata dall’archeologo Sir Ian Richmond iniziò a scavare l’area del forte, nessuno immaginava ciò che stava per emergere. Sotto il terreno, perfettamente sigillata, apparve una fossa rettangolare colma di oltre 875.000 chiodi di ferro, di diverse dimensioni, molti dei quali mai utilizzati. Un deposito immenso, unico nel suo genere, che gli studiosi ribattezzarono subito “il tesoro dei chiodi di Inchtuthil”.

La scoperta era sorprendente non solo per la quantità – vicina al milione di pezzi – ma per l’intenzionalità con cui i chiodi erano stati seppelliti. Perché i Romani, noti per il loro pragmatismo, avrebbero sotterrato un materiale così prezioso? Il ferro, nel I secolo, era una risorsa scarsa e strategica; permetteva di costruire armi, rinforzare fortificazioni, realizzare utensili essenziali. Lasciare quel patrimonio in mano ai Caledoni sarebbe stato, militarmente, un errore imperdonabile. La spiegazione più accreditata è dunque semplice e al tempo stesso straordinaria: prima di ritirarsi, i Romani preferirono nascondere per sempre un’enorme riserva di ferro, pur di non farla cadere nelle mani delle popolazioni locali.

Un’altra ipotesi, non meno affascinante, suggerisce che quel tesoro fosse il risultato di anni di produzione interna al forte, frutto del lavoro dei fabbri legionari. Più di 10 tonnellate di ferro rappresentavano un capitale enorme, troppo ingombrante da trasportare nella ritirata e troppo prezioso per essere abbandonato allo scoperto. La soluzione fu quella che ancora oggi stupisce gli studiosi: sigillare tutto sotto terra.

Il “milione di chiodi” di Inchtuthil è ancora oggi considerato una delle scoperte più impressionanti della presenza romana nelle Isole Britanniche. Una parte del deposito venne utilizzata per studi metallurgici, ma molti chiodi sono conservati in musei e collezioni private, a testimoniare la precisione, l’organizzazione e la lungimiranza della macchina militare romana.

Oggi l’area di Inchtuthil appare come una tranquilla distesa verde, ma sotto quell’erba si nasconde la memoria di una storia sorprendente: quella di una fortezza gigantesca, costruita ai confini del mondo conosciuto, e di un tesoro di ferro sepolto per sempre per proteggere l’Impero anche nella ritirata. Una vicenda che ricorda come, a volte, sono i dettagli più piccoli – persino un semplice chiodo – a rivelare la grandezza e le contraddizioni della storia.



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