Conservo ancora, gelosamente, il biglietto della finale di Coppa dei Campioni del 1989. Un semplice rettangolo di carta filigranata che, per molti, non sarebbe altro che un vecchio ricordo. Per me è molto di più. È il certificato di un viaggio. Un viaggio iniziato da bambino, con le lacrime della Fatal Verona del 1973, quando sembrava impossibile immaginare che un giorno il Milan sarebbe tornato sul tetto d'Europa. Sedici anni di attese, di delusioni, di speranze, fino a quella notte di Barcellona in cui tutto trovò finalmente compimento.
Quel biglietto racconta la mia crescita. Racconta gli anni della giovinezza, delle amicizie nate in curva, delle domeniche vissute aspettando il fischio d'inizio, dei chilometri macinati per seguire una squadra che era molto più di undici uomini in campo. Racconta le partenze all'alba, i panini mangiati in fretta, le interminabili attese davanti ai cancelli, la famiglia trascinata allo stadio e sistemata nel vecchio parterre di San Siro. Racconta un'epoca in cui il calcio era soprattutto condivisione, appartenenza, scoperta del mondo.
E poi ci sei tu. Quando venisti a Biella e mi firmasti quel biglietto, non autografasti soltanto un pezzo di carta. Mettesti il sigillo su uno dei periodi più belli della mia vita. Fu come chiudere un cerchio iniziato tanti anni prima. Per chi, come me, è nato negli anni Sessanta, Franco Baresi, il nostro "Kaiser Franz", soprannome che richiamava l'altro immenso libero Franz Beckenbauer, è stato molto più di un campione. È stato il simbolo di un riscatto possibile.
Non eri il giocatore più spettacolare del mondo. Non vivevi di colpi di genio o di virtuosismi. Eri il capitano che, con il sacrificio, l'intelligenza, la grinta e un senso del dovere fuori dal comune, dimostrava che il talento da solo non basta. Che si può diventare i migliori attraverso il lavoro quotidiano, la serietà e il coraggio. Forse è proprio per questo che era così facile identificarsi in te.
Perché, in fondo, la tua parabola assomigliava a quella di tante persone comuni: affrontare le difficoltà, rialzarsi, non arrendersi mai. Era un insegnamento che andava ben oltre il calcio. Oggi perdiamo uno degli ultimi simboli di quella stagione irripetibile. Ma insieme a te riaffiorano i volti degli amici, i sogni di ragazzi che credevano che tutto fosse possibile, gli anni dello studio, dei primi lavori, degli amori, delle speranze.
Non è nostalgia. È memoria. Perché ci sono uomini che, pur avendo scritto pagine straordinarie di sport, finiscono per raccontare anche la vita di chi li ha ammirati.
E tu sei stato uno di questi.
Per sempre Immortale.

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