Il 17 settembre 1939 l'Armata Rossa entrò nella Polonia orientale. Diciassette giorni prima Hitler aveva attaccato la Polonia da ovest; appena venticinque giorni prima, Germania nazista e Unione Sovietica avevano firmato il Patto Molotov-Ribbentrop, accompagnato da un protocollo segreto che definiva le rispettive sfere d'influenza nell'Europa orientale. Ma per comprendere pienamente quella data bisogna guardare molto più indietro. Perché il rapporto della Russia con l'Europa orientale, il Baltico e il Mar Nero attraversa secoli di storia e di trasformazioni politiche.
Già con Pietro il Grande, tra Seicento e Settecento, la Russia comprese che per diventare una grande potenza europea non poteva rimanere un immenso impero continentale con un accesso limitato ai mari. Servivano porti, commerci, una flotta e, soprattutto, un ruolo negli equilibri europei. La lunga guerra contro la Svezia consentì a Pietro di conquistare uno sbocco sul Baltico. San Pietroburgo, fondata nel 1703, divenne la rappresentazione fisica di quella scelta: una Russia che cercava una propria porta verso l'Europa.
A sud la questione era diversa, ma altrettanto importante. Per generazioni la Russia si confrontò con l'Impero ottomano per accrescere la propria influenza sul Mar Nero, in Crimea, nei Balcani e nell'area degli Stretti. In gioco c'erano interessi strategici e commerciali, ma anche fattori religiosi e culturali, compresa la tradizionale pretesa russa di proteggere le popolazioni ortodosse dell'Impero ottomano. Anche il sostegno russo alla Serbia nella crisi del 1914 va inserito in questo quadro, pur senza ridurlo a una semplice operazione espansionistica. Pesavano la solidarietà slava e ortodossa, il prestigio russo nei Balcani, la competizione con l'Austria-Ungheria e la volontà di San Pietroburgo di non subire un'ulteriore perdita d'influenza nella regione.
Poi cambiano gli zar, arriva la rivoluzione e nasce l'Unione Sovietica. Cambia radicalmente l'ideologia dello Stato, ma la geografia rimane. Ed eccoci al 1939. Con il Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin ottiene da Berlino il riconoscimento di una sfera d'influenza sovietica nell'Europa orientale. Il 17 settembre l'Armata Rossa entra in Polonia, mentre il Paese è già attaccato e occupato dalla Germania nazista da ovest. Nei mesi successivi seguiranno la guerra contro la Finlandia e, nel 1940, l'incorporazione nell'URSS delle repubbliche baltiche, insieme ad altre modifiche territoriali nell'area.
Dopo il 1945 l'influenza di Mosca arriverà ancora più lontano. Polonia, Germania orientale, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria entreranno progressivamente nel sistema politico, economico e militare dominato dall'Unione Sovietica. Questa proiezione verso Occidente aveva anche una motivazione legata alla sicurezza, radicata in una storia fatta di invasioni e guerre. La Russia e, successivamente, l'Unione Sovietica avevano subito aggressioni provenienti da Occidente, culminate nell'invasione nazista del 1941. Per Mosca, disporre di una cintura di Stati tra il proprio territorio e l'Europa occidentale significava quindi anche avere una maggiore profondità strategica.
Per molti di quei Paesi, però, la stessa realtà significava una forte limitazione della propria sovranità e della propria autonomia politica. È uno dei grandi paradossi della sicurezza russa: ciò che Mosca ha considerato in diversi momenti storico-politici come una necessità per la propria sicurezza è stato percepito dai Paesi confinanti come una minaccia alla loro indipendenza. Il crollo del blocco sovietico tra il 1989 e il 1991 interrompe bruscamente questa proiezione. Il Patto di Varsavia viene sciolto, l'URSS si dissolve e Mosca perde non soltanto il controllo politico sull'Europa centro-orientale, ma anche il dominio sulle repubbliche che avevano costituito l'Unione Sovietica.
Con Vladimir Putin, la Russia torna progressivamente a rivendicare un ruolo centrale almeno in parte dello spazio ex sovietico. Anche in questo caso, però, è necessario distinguere situazioni e contesti differenti. La guerra con la Georgia nel 2008, l'annessione della Crimea nel 2014, il sostegno alle forze separatiste nel Donbas e, infine, l'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel 2022 rappresentano passaggi diversi di una politica russa sempre più dterminata nei confronti di quello che Mosca considera il proprio spazio strategico circostante. Diversi studi e analisi individuano proprio nella guerra russo-georgiana del 2008 e nella crisi ucraina del 2014 due passaggi importanti nella trasformazione della politica estera e di sicurezza russa.
E allora il 17 settembre 1939 non ci dice che la storia si ripete in maniera identica. Non lo fa mai. Ci ricorda però qualcosa di più interessante: i regimi cambiano, le ideologie cambiano, gli Stati cambiano, ma la geografia rimane. E insieme alla geografia rimangono, spesso, memorie storiche, percezioni di sicurezza, interessi strategici e paure che attraversano le generazioni. È anche per questo che quella frontiera verso Occidente, che nel corso dei secoli ha assunto forme e significati diversi, continua ancora oggi a essere uno dei punti attraverso cui leggere la storia della Russia e il suo rapporto con l'Europa.

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