Molti si aspettavano un film dominato dalla spettacolarità, dagli effetti visivi e dalle grandi battaglie. Christopher Nolan, invece, compie una scelta diversa e, a mio avviso, molto più coraggiosa.
Il suo film è prima di tutto un'opera filosofica. Dietro il racconto epico emerge continuamente una riflessione sull'uomo, sul destino, sulla conoscenza e sul prezzo delle proprie scelte. I lunghi dialoghi – in particolare quelli con Theron e Zendaya – e i continui flashback possono apparire meno immediati a chi cerca esclusivamente ritmo e azione, ma rappresentano il cuore del film. È lì che Nolan costruisce il senso della storia.
Sarebbe stato facile cedere alla tentazione di trasformare il mito in una sequenza di effetti speciali. Sarebbe stata probabilmente la strada più semplice e più commerciale. Nolan, invece, preferisce affidarsi alle parole, ai silenzi e ai dilemmi morali dei protagonisti, ricordandoci che il vero conflitto non è quello combattuto sul campo di battaglia, ma quello che ogni uomo affronta dentro sé stesso.
Per questo il film mi ha ricordato il celebre verso di Dante:
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»
È proprio la ricerca della conoscenza, il desiderio di comprendere il proprio destino e di superare i propri limiti che attraversa tutta l'opera. L'epica diventa così il pretesto per raccontare qualcosa di profondamente umano.
Forse non è il film più spettacolare di Nolan. Ma è certamente uno dei suoi più maturi, perché rinuncia all'effetto facile per restituire centralità alle idee. E in un cinema sempre più dominato dalla ricerca dell'immagine perfetta, è una scelta che merita di essere riconosciuta
Nessun commento:
Posta un commento