venerdì 31 luglio 2026

Tito Morsero C'è ancora un'Italia che sorprende


 

E poi ci sono i servizi che, senza fare rumore, finiscono per conquistare il pubblico. Non perché inseguano la polemica o la cronaca nera, ma perché raccontano persone. Persone vere, con storie capaci di lasciare qualcosa.

Come quella dell'avvocato Tito Morsero. Tra poco compirà 85 anni, ma continua a essere una vera icona del tennis, capace ancora oggi di competere ai massimi livelli delle categorie veterani. Per un principe del foro, abituato a vivere tra codici, sentenze e aule di tribunale, mescolare il diritto con il rovescio sembra quasi un gioco di parole. E invece è molto di più. È la dimostrazione che la passione non conosce età, che la disciplina non va mai in pensione e che la voglia di migliorarsi può accompagnare una persona per tutta la vita.

Tre allenamenti alla settimana, una forma fisica costruita con costanza, ma soprattutto uno spirito invidiabile. Quello di chi non vive di rimpianti, ma di entusiasmo. Di chi non smette mai di mettersi alla prova e continua a guardare avanti con il sorriso.

Sono storie come questa che meritano di essere raccontate. Sono quelle che ci ricordano che esiste un'Italia laboriosa, generosa, silenziosa, fatta di persone che ogni giorno, senza cercare i riflettori, danno il buon esempio. È la stessa Italia che racconta anche Elvira Federico con Tutto il buono, andando alla ricerca di esperienze che spesso non fanno notizia, ma che fanno bene a chi le ascolta.

Viviamo in un tempo in cui troppo spesso prevalgono la rabbia, la contrapposizione e la ricerca dello scontro. Sembra quasi che faccia più notizia ciò che divide rispetto a ciò che unisce. Eppure il Paese è pieno di uomini e donne che, con il loro impegno, la loro professionalità, il volontariato, lo sport o semplicemente con il loro modo di vivere, dimostrano ogni giorno che esiste anche un'altra Italia.

Forse dovremmo raccontarla più spesso. Non per nascondere i problemi, che ci sono e vanno affrontati, ma per ricordarci che i buoni esempi hanno un valore enorme. Educano, ispirano, fanno nascere speranza e aiutano soprattutto i più giovani a capire che il talento, senza sacrificio, non basta e che la passione è una straordinaria forza capace di attraversare il tempo.

Anche questo è fare informazione. Raccontare ciò che funziona, dare voce alle storie positive, valorizzare chi, con il proprio esempio, rende migliore la comunità in cui vive.

Noi, come Rete7, cerchiamo di fare anche questo. Perché il bene, spesso, fa meno rumore del male. Ma quando viene raccontato con sincerità, lascia un segno molto più profondo.


Franco Baresi - per sempre immortale




 

Conservo ancora, gelosamente, il biglietto della finale di Coppa dei Campioni del 1989. Un semplice rettangolo di carta filigranata che, per molti, non sarebbe altro che un vecchio ricordo. Per me è molto di più. È il certificato di un viaggio. Un viaggio iniziato da bambino, con le lacrime della Fatal Verona del 1973, quando sembrava impossibile immaginare che un giorno il Milan sarebbe tornato sul tetto d'Europa. Sedici anni di attese, di delusioni, di speranze, fino a quella notte di Barcellona in cui tutto trovò finalmente compimento.

Quel biglietto racconta la mia crescita. Racconta gli anni della giovinezza, delle amicizie nate in curva, delle domeniche vissute aspettando il fischio d'inizio, dei chilometri macinati per seguire una squadra che era molto più di undici uomini in campo. Racconta le partenze all'alba, i panini mangiati in fretta, le interminabili attese davanti ai cancelli, la famiglia trascinata allo stadio e sistemata nel vecchio parterre di San Siro. Racconta un'epoca in cui il calcio era soprattutto condivisione, appartenenza, scoperta del mondo.




E poi ci sei tu. Quando venisti a Biella e mi firmasti quel biglietto, non autografasti soltanto un pezzo di carta. Mettesti il sigillo su uno dei periodi più belli della mia vita. Fu come chiudere un cerchio iniziato tanti anni prima. Per chi, come me, è nato negli anni Sessanta, Franco Baresi, il nostro "Kaiser Franz", soprannome che richiamava l'altro immenso libero Franz Beckenbauer, è stato molto più di un campione. È stato il simbolo di un riscatto possibile.

Non eri il giocatore più spettacolare del mondo. Non vivevi di colpi di genio o di virtuosismi. Eri il capitano che, con il sacrificio, l'intelligenza, la grinta e un senso del dovere fuori dal comune, dimostrava che il talento da solo non basta. Che si può diventare i migliori attraverso il lavoro quotidiano, la serietà e il coraggio. Forse è proprio per questo che era così facile identificarsi in te.

Perché, in fondo, la tua parabola assomigliava a quella di tante persone comuni: affrontare le difficoltà, rialzarsi, non arrendersi mai. Era un insegnamento che andava ben oltre il calcio. Oggi perdiamo uno degli ultimi simboli di quella stagione irripetibile. Ma insieme a te riaffiorano i volti degli amici, i sogni di ragazzi che credevano che tutto fosse possibile, gli anni dello studio, dei primi lavori, degli amori, delle speranze.

Non è nostalgia. È memoria. Perché ci sono uomini che, pur avendo scritto pagine straordinarie di sport, finiscono per raccontare anche la vita di chi li ha ammirati.

E tu sei stato uno di questi.

Per sempre Immortale.

mercoledì 29 luglio 2026

I coccodrilli e la verifica delle fonti


 

C'è uno sport che negli ultimi anni sembra conoscere un successo crescente. Potremmo chiamarlo la politica del coccodrillo e del selfie con il morto. Accade ogni volta che una persona conosciuta lascia questa terra. Nel giro di pochi minuti i social si riempiono di fotografie scattate anni prima, magari durante un convegno, una cerimonia o un incontro occasionale. Improvvisamente tutti diventano amici fraterni del defunto, tutti hanno un ricordo indelebile, tutti sentono il bisogno di esibire quella foto come una sorta di certificato di vicinanza.

Più che un gesto di cordoglio, sembra una gara a dimostrare: "Io c'ero. Anch'io lo conoscevo." Il dolore, quello vero, è un'altra cosa. Non ha bisogno di essere fotografato, né tantomeno pubblicato. Appartiene alla sfera personale, al rispetto verso chi non c'è più e verso i suoi familiari. Il problema, però, non riguarda soltanto i social. Sempre più spesso questo meccanismo contagia anche il giornalismo.

La corsa ad arrivare per primi porta a sacrificare la regola più importante di questa professione: verificare la notizia. È successo ancora ieri con la falsa notizia della morte del capitano del Milan degli Immortali, il "Piscinin". Alcuni organi di informazione, anche autorevoli, lo avevano già consegnato alla storia, salvo poi dover fare precipitosamente marcia indietro. Un errore che avrebbe potuto essere evitato con una semplice telefonata, con una verifica presso la famiglia o attraverso una fonte ufficiale.

Il giornalismo, quello vero, si è sempre fondato su un principio tanto semplice quanto impegnativo: meglio arrivare un minuto dopo che pubblicare una notizia sbagliata. Oggi, invece, sembra prevalere la logica opposta. Prima si pubblica, poi – eventualmente – si corregge. Ma nel frattempo la notizia falsa ha già fatto il giro della rete, è stata condivisa, commentata, rilanciata e, spesso, rimane impressa nella memoria collettiva anche dopo la smentita.

Paradossalmente è proprio Internet, spesso accusata di diffondere fake news, a offrire gli strumenti per evitarle. I dubbi, le smentite, le rettifiche e le repliche compaiono in tempo reale. Basta fermarsi qualche minuto, confrontare le fonti, attendere una conferma. Chi fa informazione dovrebbe avere il coraggio di cestinare una notizia quando la sua provenienza non è certa. Non è un segno di debolezza, ma di professionalità. Perché il primo dovere del giornalista non è arrivare prima degli altri: è raccontare la verità.

E forse dovremmo impararlo anche tutti noi. Non ogni lutto richiede un post. Non ogni conoscenza occasionale diventa un'amicizia da esibire. A volte il rispetto si manifesta nel modo più semplice e più difficile: con il silenzio. Perché il cordoglio non si misura dal numero di selfie pubblicati, ma dalla sincerità con cui si onora la memoria di una persona. E la credibilità dell'informazione non si costruisce sulla velocità, ma sulla pazienza di verificare i fatti prima di consegnarli, davvero, urbi et orbi.

Maggioriano, l'equità fiscale e l'ultima riforma di un imperatore ucciso a Tortona

 

Il 7 agosto del 461 d.C., nei pressi di Tortona, si concludeva la vicenda umana e politica di Maggioriano, uno degli imperatori più interessanti della tarda romanità. Tradito e fatto assassinare dal suo potente generale Ricimero mentre rientrava in Italia, lasciava incompiuto un progetto di governo fondato su un principio sorprendentemente moderno: uno Stato può essere forte solo se il sistema fiscale è giusto.

Quasi tre secoli prima, Pertinace aveva intuito lo stesso problema. Nel brevissimo periodo del suo impero aveva tentato di riportare ordine nei conti pubblici, riducendo sprechi, privilegi e corruzione. Il suo progetto fu interrotto dopo appena ottantasette giorni.

Maggioriano raccolse idealmente quella stessa eredità.

Il problema che aveva davanti non era tanto la scarsità delle entrate quanto la loro profonda ingiustizia. Le grandi famiglie senatorie avevano accumulato enormi debiti verso il fisco, mentre molti funzionari trattenevano una parte delle imposte riscosse. Così il peso fiscale finiva per gravare soprattutto sui piccoli proprietari, sulle comunità locali e sui decurioni, chiamati perfino a rispondere con il proprio patrimonio delle somme non riscosse.

Maggioriano comprese che pretendere semplicemente più tasse avrebbe aggravato la crisi. Scelse invece una strada diversa: ricostruire la fiducia tra Stato e contribuenti.

Con la Novella Maioriani II, emanata nel 458, cancellò i debiti fiscali accumulati negli anni precedenti, riconoscendo che crediti ormai inesigibili paralizzavano l'intero sistema. Contemporaneamente sottrasse la riscossione agli esattori che avevano abusato del loro ruolo, affidandola ai governatori provinciali e introducendo controlli più rigorosi contro appropriazioni indebite e frodi.

La riforma non era un favore agli evasori. Al contrario, era il tentativo di ripristinare un principio fondamentale: le imposte devono essere pagate da tutti e amministrate nell'interesse di tutti. Per questo rafforzò anche la figura del defensor civitatis, chiamato a proteggere i cittadini dagli abusi dell'amministrazione e a garantire maggiore equilibrio nei rapporti tra potere pubblico e contribuenti.

È sorprendente quanto questa visione risulti attuale. Maggioriano aveva compreso che il problema di uno Stato non consiste soltanto nell'incassare di più, ma nel far percepire ai cittadini che il sacrificio richiesto è distribuito in modo equo e che chi amministra le risorse pubbliche lo fa con correttezza.

La sua riforma non ebbe il tempo di consolidarsi. Pochi anni dopo la sua morte, l'Impero avrebbe imboccato una strada diversa. Ma il principio che aveva cercato di affermare rimane straordinariamente moderno: non esiste autorità senza fiducia, e non esiste fiducia senza equità fiscale.

Forse è anche per questo che la morte di Maggioriano, avvenuta proprio a Tortona, assume un significato che va oltre la cronaca. Con lui non scomparve soltanto un imperatore, ma uno degli ultimi riformatori che aveva tentato di ricostruire il rapporto tra cittadini e Stato attraverso la giustizia fiscale anziché attraverso la sola forza.




lunedì 27 luglio 2026

La guerra è un crimine contro l'umanità- Il patto Kellog Briand

 


Il Patto Kellogg-Briand, firmato a Parigi il 27 agosto 1928, fu uno dei più ambiziosi tentativi della comunità internazionale di scongiurare il ritorno della guerra dopo la tragedia della Prima guerra mondiale. Promosso dal Segretario di Stato statunitense Frank B. Kellogg e dal Ministro degli Esteri francese Aristide Briand, il trattato nacque dalla convinzione che la pace dovesse essere fondata non sull'equilibrio delle armi, ma sul diritto e sulla cooperazione tra gli Stati.

Inizialmente sottoscritto da quindici Paesi – tra cui Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Italia e Giappone – il Patto fu successivamente aderito da oltre sessanta nazioni. I firmatari si impegnavano a rinunciare alla guerra come strumento di politica nazionale e a risolvere le controversie internazionali esclusivamente attraverso mezzi pacifici.

Per la prima volta nella storia contemporanea, la guerra veniva formalmente delegittimata come mezzo legittimo di politica estera. Era un cambiamento di enorme portata culturale e giuridica: non più il diritto di fare la guerra, ma il dovere di evitarla.

La realtà, tuttavia, dimostrò ben presto i limiti del trattato. Il Patto avrebbe dovuto costituire un forte deterrente contro nuove aggressioni, ma era privo di qualsiasi meccanismo di controllo o di sanzione. Nessuna organizzazione internazionale era incaricata di farne rispettare le disposizioni e nessuna conseguenza concreta era prevista per gli Stati che lo avessero violato. Così, nel volgere di pochi anni, il Giappone occupò la Manciuria, l'Italia invase l'Etiopia, la Germania nazista avviò la propria politica espansionistica e il mondo precipitò verso la Seconda guerra mondiale.

Il fallimento del Patto non risiedeva tanto nei principi che affermava, quanto nell'assenza di strumenti capaci di renderli effettivi. Dimostrò che il diritto internazionale, senza istituzioni forti e senza una reale volontà politica di farlo rispettare, difficilmente può impedire il ricorso alla forza. Eppure il Patto Kellogg-Briand ebbe un'importanza storica ben maggiore di quanto possa apparire. Dopo la Seconda guerra mondiale divenne infatti uno dei fondamenti giuridici dei Processi di Norimberga. Per la prima volta i giudici poterono sostenere che l'aggressione militare non fosse semplicemente un atto politico, ma una violazione del diritto internazionale già vietata da un trattato sottoscritto dagli stessi Stati imputati. Il Patto contribuì così a introdurre un principio rivoluzionario: iniziare una guerra di aggressione costituisce un crimine internazionale, per il quale anche i dirigenti politici e militari possono essere chiamati a rispondere personalmente.

Quell'eredità è arrivata fino ai nostri giorni. I principi affermati nel 1928 furono ripresi dalla Carta delle Nazioni Unite del 1945, che vieta il ricorso alla forza nelle relazioni internazionali, salvo i casi di legittima difesa o di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Il Patto Kellogg-Briand resta quindi il simbolo di una lezione ancora attuale: la pace non può essere garantita soltanto dalle dichiarazioni di principio, ma richiede istituzioni credibili, regole condivise e la volontà degli Stati di farle rispettare. Tuttavia, senza quel trattato del 1928, difficilmente il diritto internazionale avrebbe compiuto il passo decisivo che portò, dopo Norimberga, a considerare la guerra di aggressione non più una prerogativa degli Stati, ma un crimine contro la comunità internazionale.



giovedì 23 luglio 2026

Ciao Walter


Chi frequenta conferenze stampa, consigli comunali, mattinali delle forze dell'ordine o semplicemente le piazze dove ogni giorno nasce una notizia lo sa bene: i giornalisti finiscono per diventare una sorta di famiglia allargata. Ci si incontra quasi quotidianamente, si aspetta insieme l'arrivo di un protagonista, si commentano gli avvenimenti, ci si punzecchia con una battuta, si discute, si scherza. Sempre con un taccuino in tasca, una tazzina di caffè tra le mani, una sigaretta – per chi ancora la fuma – o un immancabile pezzo di liquirizia come per il sottoscritto. È un piccolo mondo fatto di rituali, di complicità e di confronti che spesso vanno ben oltre la cronaca. Walter era parte di quel mondo. Era una presenza discreta ma inconfondibile. Un'icona del giornalismo biellese, ma soprattutto uno straordinario appassionato e conoscitore della storia militare.

Con lui bastava una fotografia della Normandia, un bunker sulla costa atlantica o una vecchia cartina per iniziare discussioni che potevano durare parecchio. Ognuno portava il proprio viaggio, le proprie letture, le proprie curiosità. Lui, con la sua competenza, era capace di trasformare un dettaglio apparentemente insignificante nella chiave per comprendere una battaglia, una scelta strategica o un episodio dimenticato della Prima o della Seconda guerra mondiale. A chi lo conosceva poco poteva sembrare distratto, quasi assorto. In realtà osservava tutto. Ascoltava molto più di quanto parlasse. Era un professionista preparato, curioso, profondamente umile. Di quelli che non avevano bisogno di ostentare ciò che sapevano.

Mancheranno le discussioni sulla storia, i confronti sulle campagne militari, la ricerca di quel particolare che sfuggiva agli altri ma che Walter riusciva sempre a riportare alla luce. Mancherà quel piacere raro di confrontarsi con qualcuno che studiava la storia non per coltivare nostalgie, ma per comprendere meglio gli uomini e il loro tempo.

Buon viaggio, Walter.



Da Massimo Decimo Meridio a Marco Pisellonio


L'abuso della storia è diventato ormai un mantra. Tutti si atteggiano a generali vittoriosi, pronti a brandire il fascio littorio delle celebrazioni della Roma imperiale, salvo poi ignorarne il significato storico e simbolico. Mi torna alla mente una battuta de Il Gladiatore. Quando a Massimo Decimo Meridio viene prospettata una carriera politica, risponde: «Preferisco vedere il mio avversario negli occhi piuttosto che alle spalle.» È forse la definizione più efficace della differenza tra il campo di battaglia e la politica: nel primo il nemico porta un'uniforme, nella seconda spesso si confonde tra gli alleati. Forse anche per questo in Italia c'è una certa fascinazione per il "generale prestato alla politica", come se il comando di un esercito fosse automaticamente una scuola di governo. La storia, però, racconta qualcosa di diverso. Così può capitare che chi ha servito il grigioverde si ritrovi a navigare nei ben più insidiosi mari della battaglia politica. E da Massimo Decimo Meridio a Marco Pisellonio, diciamolo, il salto è un attimo

L'ultimo grande condottiero che possa essere definito tale, almeno nella tradizione italiana, fu probabilmente Eugenio di Savoia, il comandante che nel 1706 liberò Torino dall'assedio francese e divenne uno dei più grandi strateghi della storia europea. Dopo di lui, il bilancio è molto meno glorioso. Il Risorgimento produsse figure straordinarie, ma anche comandanti discussi. L'Italia unita attraversò le sconfitte di Custoza e Lissa, gli errori di Luigi Cadorna, le tragedie del Novecento e le pagine più controverse di Rodolfo Graziani. L'eccezione fu Armando Diaz, che seppe ricostruire un esercito dopo Caporetto e condurlo alla vittoria di Vittorio Veneto. Garibaldi, più che un generale di accademia, fu un capo capace di trasformare un ideale in forza militare. La sua vera arma non era la tattica, ma la capacità di convincere uomini comuni a seguirlo.

Forse è proprio questo che insegna la storia: i veri condottieri non hanno bisogno di evocare Roma imperiale per legittimarsi, né di trasformare ogni confronto politico in una battaglia epica. La storia è una disciplina seria, non un guardaroba dal quale estrarre, di volta in volta, l'elmo o il fascio che più conviene alla polemica del giorno.

domenica 19 luglio 2026

Fatti non foste per viver come bruti . Nolan e l'Odissea


 

Molti si aspettavano un film dominato dalla spettacolarità, dagli effetti visivi e dalle grandi battaglie. Christopher Nolan, invece, compie una scelta diversa e, a mio avviso, molto più coraggiosa.

Il suo film è prima di tutto un'opera filosofica. Dietro il racconto epico emerge continuamente una riflessione sull'uomo, sul destino, sulla conoscenza e sul prezzo delle proprie scelte. I lunghi dialoghi – in particolare quelli con Theron e Zendaya – e i continui flashback possono apparire meno immediati a chi cerca esclusivamente ritmo e azione, ma rappresentano il cuore del film. È lì che Nolan costruisce il senso della storia.

Sarebbe stato facile cedere alla tentazione di trasformare il mito in una sequenza di effetti speciali. Sarebbe stata probabilmente la strada più semplice e più commerciale. Nolan, invece, preferisce affidarsi alle parole, ai silenzi e ai dilemmi morali dei protagonisti, ricordandoci che il vero conflitto non è quello combattuto sul campo di battaglia, ma quello che ogni uomo affronta dentro sé stesso.

Per questo il film mi ha ricordato il celebre verso di Dante:

«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»

È proprio la ricerca della conoscenza, il desiderio di comprendere il proprio destino e di superare i propri limiti che attraversa tutta l'opera. L'epica diventa così il pretesto per raccontare qualcosa di profondamente umano.

Forse non è il film più spettacolare di Nolan. Ma è certamente uno dei suoi più maturi, perché rinuncia all'effetto facile per restituire centralità alle idee. E in un cinema sempre più dominato dalla ricerca dell'immagine perfetta, è una scelta che merita di essere riconosciuta


martedì 14 luglio 2026

L'ultimo mostro è l'orgoglio: hybris


Bellerofonte fu uno dei più grandi eroi della mitologia greca. Con l'aiuto della dea Atena riuscì a domare Pegaso, il cavallo alato, e grazie a lui sconfisse la terribile Chimera, il mostro che seminava morte e distruzione. Vinse poi i Solimi, affrontò le Amazzoni e superò ogni prova che gli venne imposta. Nessun'impresa sembrava ormai impossibile. Ma proprio il successo lo condusse verso il suo nemico più insidioso. Le vittorie gli fecero credere di essere diverso dagli altri uomini. Non più un mortale favorito dagli dèi, ma quasi un loro pari. Così, accecato dalla convinzione di meritare un posto tra gli immortali, montò Pegaso e tentò di raggiungere l'Olimpo.

Per i Greci questo aveva un nome preciso: hybris. La hybris non era semplicemente la superbia. Era l'illusione di non avere più limiti, il momento in cui l'uomo smette di riconoscere la misura delle cose e si convince che il successo gli attribuisca diritti che nessun essere umano può reclamare. È il peccato di chi confonde il talento con l'infallibilità, il merito con il privilegio, la forza con l'onnipotenza. Zeus non ebbe bisogno di scagliare un fulmine. Gli bastò inviare un piccolo tafano che punse Pegaso. Il cavallo si imbizzarrì e Bellerofonte precipitò sulla terra.

Il messaggio del mito è tanto semplice quanto profondo: il più grande degli eroi non fu sconfitto dalla Chimera, né dalle Amazzoni, né dagli eserciti che aveva affrontato. Fu sconfitto da se stesso. Per questo la storia di Bellerofonte continua a parlarci ancora oggi. Ogni successo porta con sé un rischio sottile: credere che ciò che abbiamo conquistato ci renda superiori agli altri o immuni dall'errore. È proprio in quel momento che nasce la hybris, e con essa ha inizio la caduta.

La vera grandezza non consiste nell'arrivare più in alto degli altri, ma nel ricordare, anche quando si è in vetta, di essere ancora uomini. La Chimera era un mostro che viveva fuori da Bellerofonte. L'orgoglio, invece, abitava dentro di lui. Ed è questo il mostro più difficile da riconoscere e il più pericoloso da sconfiggere.


 

venerdì 10 luglio 2026

La Terra di Mezzo nasce nelle trincee della Somme?


 

La Prima guerra mondiale non ha lasciato soltanto milioni di morti. Ha lasciato anche una generazione di scrittori chiamata a raccontare l'indicibile. Uno, J. R. R. Tolkien, quell'inferno lo visse in prima persona, combattendo nelle trincee della Battaglia della Somme. L'altro, T. S. Eliot, ne colse le macerie morali e spirituali, trasformandole nel suo capolavoro, The Waste Land. Due opere diversissime, due linguaggi opposti, ma forse una stessa domanda: come si racconta un mondo dopo che la civiltà ha conosciuto l'orrore?

Quando pensiamo a Tolkien immaginiamo Hobbit, Elfi, maghi e castelli. Difficilmente pensiamo a un giovane ufficiale britannico immerso nel fango, tra reticolati, esplosioni e compagni che non sarebbero più tornati a casa. Sopravvisse alla guerra quasi per caso, colpito dalla febbre da trincea, mentre molti dei suoi amici persero la vita. Anni dopo avrebbe sempre respinto l'idea che Il Signore degli Anelli fosse un'allegoria della Grande Guerra. E aveva ragione. La sua non è la cronaca del conflitto. Ma gli scrittori non dimenticano ciò che hanno vissuto.

C'è un'immagine che lega Tolkien a Eliot: quella della terra devastata.

Eliot la chiamò The Waste Land, la "terra desolata", simbolo di una civiltà svuotata dalla guerra. Tolkien la trasformò, inconsapevolmente o forse inevitabilmente, nelle pianure di Mordor. È difficile non vedere nella desolazione di Gorgoroth un'eco della No Man's Land, quella "terra di nessuno" tra le trincee dove il fango aveva sostituito i prati e gli alberi erano diventati tronchi anneriti dalle granate. Ma è proprio qui che i due autori si separano.

Eliot racconta un mondo che sembra aver perso ogni speranza. Tolkien, invece, sceglie una strada diversa. A salvare la Terra di Mezzo non sono re invincibili o grandi condottieri, ma due piccoli Hobbit. Dopo aver conosciuto l'orrore della guerra, sembra quasi dirci che il destino del mondo non dipende dalla forza, ma dal coraggio, dalla lealtà e dalla capacità delle persone comuni di non arrendersi.

Forse è questo il vero lascito della Prima guerra mondiale nella sua opera. Non un'allegoria, che Tolkien avrebbe certamente rifiutato, ma una memoria trasformata in mito. La guerra non spiega la Terra di Mezzo, ma probabilmente le ha dato un'anima.

Ed è forse anche per questo che, a distanza di anni, continuiamo a leggere Il Signore degli Anelli non soltanto come un romanzo fantasy, ma come una storia profondamente umana. Dietro la lotta contro Sauron, in fondo, si intravede ancora quella domanda che segnò un'intera generazione: come si torna a sperare dopo aver attraversato la terra di nessuno?

A tutto il buono Cosimo Altavilla e la continuità d'impresa



La continuità d'impresa non è soltanto un passaggio generazionale. È il momento in cui un patrimonio costruito nel tempo cambia mani senza perdere la propria identità. In un'impresa infatti, insieme alle quote societarie si trasferiscono esperienza, relazioni, competenze, cultura del lavoro e quel sapere che spesso non è scritto in nessun manuale, ma vive nelle persone. ,Ogni ricambio generazionale rappresenta una sfida. Da un lato c'è chi ha dedicato una vita alla crescita dell'azienda e deve imparare ad affidarla a una nuova guida; dall'altro ci sono giovani imprenditori chiamati a raccogliere un'eredità importante, con la responsabilità di innovare senza disperdere ciò che ha reso quell'impresa solida e riconoscibile.

La continuità non significa conservare il passato, ma renderlo capace di affrontare il futuro. Le imprese che riescono a trasmettere conoscenze, valori e capacità imprenditoriali sono quelle che hanno maggiori possibilità di affrontare le trasformazioni tecnologiche, ambientali e di mercato senza perdere le proprie radici.

Trasmettere un'impresa significa consegnare a una nuova generazione molto più di un'attività economica. Significa affidare una storia, una reputazione costruita nel tempo e un patrimonio di valori che rappresenta una parte essenziale del tessuto economico e sociale dei nostri territori. È questo il vero significato della continuità d'impresa: custodire il meglio del passato per renderlo protagonista del futuro.

Questo il tema della puntata di tutto il buono condotta magistralmente come sempre da Elvira Federico

giovedì 9 luglio 2026

Il calcio entra nella storia (e la storia entra nel calcio)


C'è stato un momento in cui ho pensato che il calcio potesse essere raccontato attraverso la storia. Era il periodo degli Europei e immaginavo le partite come l'epilogo simbolico di rivalità nate secoli prima: nazionali che, almeno nell'immaginario, tornavano ad affrontarsi dopo essersi incrociate sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Un gioco, certo, ma con un fondo di fascino.

Oggi l'intelligenza artificiale ha trasformato quell'idea in qualcosa di molto più spettacolare. Prima di ogni partita compaiono brevi filmati che sembrano trailer hollywoodiani: i conquistadores spagnoli che marciano contro gli Aztechi messicani, i vichinghi guidati da Erling Haaland che sbarcano sulle coste del Brasile, legionari, guerrieri e cavalieri che si preparano alla battaglia. In pochi secondi una semplice sfida calcistica assume il respiro di un racconto epico.

Naturalmente qualche licenza artistica non manca. La più divertente, almeno per me, è vedere Napoleone Bonaparte trasformarsi in Kylian Mbappé. L'imperatore con la feluca che presta il volto al fuoriclasse del Real Madrid è un accostamento che fa sorridere: difficile immaginare il piccolo Corso nei panni di uno degli attaccanti più esplosivi del calcio moderno.

Più complicato è il caso dell'Argentina, che non dispone di un immaginario storico altrettanto immediato. Forse soltanto un confronto con il Regno Unito richiamerebbe inevitabilmente la Guerra delle Falkland, mentre negli altri casi è meno semplice trovare un riferimento altrettanto evocativo.

Al di là di questi dettagli, l'idea resta estremamente affascinante. La storia offre un linguaggio universale fatto di simboli, personaggi ed eventi che arricchiscono il racconto sportivo e lo rendono qualcosa di più di una semplice presentazione della partita. In fondo, già gli antichi Latini ci ricordavano che historia magistra vitae est. E forse, oggi, grazie all'intelligenza artificiale, la storia può diventare anche una straordinaria chiave narrativa per raccontare il calcio, lasciando spazio, di tanto in tanto, a qualche licenza poetica che contribuisce a rendere ancora più coinvolgente lo spettacolo.

sabato 4 luglio 2026

Cher Ami, il piccione che salvò un battaglione


Siamo sinceri. Se oggi qualcuno ci dicesse che un piccione ha cambiato il corso di una battaglia, probabilmente penseremmo a una leggenda. E invece è tutto vero. Non aveva uniforme. Non aveva armi. Non aveva nemmeno coscienza di ciò che stava accadendo. Eppure Cher Ami, un piccolo piccione viaggiatore, riuscì a salvare la vita di quasi duecento soldati americani durante la Prima guerra mondiale. La sua storia è conosciuta grazie al film Il Battaglione Perduto (The Lost Battalion), che racconta uno degli episodi più drammatici dell'offensiva della Mosa-Argonne, l'ultima grande offensiva americana del conflitto e quella che avrebbe contribuito, poche settimane più tardi, alla resa della Germania.

C'è un particolare che rende questa storia ancora più affascinante. Quel piccolo piccione si chiamava Cher Ami, che in francese significa "Caro amico". Un nome scelto molto prima della sua impresa, quando nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto nelle Argonne. I colombi viaggiatori impiegati dall'esercito americano provenivano infatti in gran parte dalla Francia e conservavano i nomi assegnati dagli allevatori francesi. Solo dopo quella missione quel nome avrebbe assunto un significato quasi profetico. Per i soldati del Battaglione Perduto, Cher Ami non era più soltanto un piccione: era diventato davvero il loro "caro amico".

È l'ottobre del 1918. La guerra sta ormai volgendo al termine. Nella fitta Foresta delle Argonne il maggiore Charles Whittlesey guida circa 550 uomini della 77ª Divisione con l'ordine di conquistare una posizione strategica. L'avanzata riesce, ma il successo si trasforma presto in una trappola. Le unità ai fianchi rallentano, i tedeschi chiudono ogni via di fuga e il battaglione rimane completamente isolato. Per cinque giorni quei soldati resistono senza viveri, con pochissima acqua, munizioni sempre più scarse e decine di feriti. Combattono praticamente circondati, aspettando un aiuto che sembra non arrivare mai.

Poi accade l'impensabile. L'artiglieria americana, convinta che quella posizione sia ormai stata conquistata dai tedeschi, inizia a bombardare proprio i propri uomini. Il fuoco amico rischia di fare più vittime del nemico. Bisogna fermarlo immediatamente, ma le linee telefoniche sono state distrutte e tutti i portaordini inviati attraverso il bosco vengono uccisi. L'unica speranza rimasta sono tre piccioni viaggiatori.

Il primo viene abbattuto. Il secondo non arriva a destinazione. Resta soltanto Cher Ami. Whittlesey scrive poche parole su un minuscolo foglio: "Siamo lungo la strada parallela alla quota 276.4. La nostra artiglieria sta bombardando direttamente su di noi. Per l'amor del cielo, fermate il tiro." Il messaggio viene inserito nella piccola capsula fissata alla zampa del piccione. Quando Cher Ami prende il volo, i tedeschi cominciano a sparargli. Un proiettile lo colpisce al petto, un altro gli distrugge un occhio, una zampa rimane quasi completamente recisa. Sarebbe sufficiente perché qualsiasi animale precipitasse a terra. Lui invece continua a volare.

Attraversa il fronte, supera il fumo dell'artiglieria e percorre circa 40 chilometri in poco più di venticinque minuti. Quando raggiunge il quartier generale americano è in fin di vita, ma il messaggio è arrivato. L'artiglieria interrompe immediatamente il bombardamento e poche ore più tardi vengono organizzati i soccorsi. Dei 554 uomini entrati nella foresta, soltanto 194 riusciranno a uscirne vivi. Senza quel volo, probabilmente nessuno di loro ce l'avrebbe fatta.

Anche Cher Ami viene soccorso. I veterinari riescono a salvarlo, ma devono amputargli la zampa ferita, sostituendola con una piccola protesi in legno. Per il coraggio dimostrato riceve la Croix de Guerre, una delle più prestigiose onorificenze francesi, un riconoscimento rarissimo per un animale. Morirà pochi mesi dopo, nel 1919, ma il suo corpo è ancora oggi conservato allo Smithsonian National Museum of American History. Questa storia continua a colpire perché ricorda una verità che la guerra, più di ogni altra cosa, mette in evidenza: gli eventi più grandi dipendono talvolta dai protagonisti più piccoli. In una battaglia che coinvolgeva migliaia di uomini, artiglieria, mitragliatrici e strategie militari, il momento decisivo fu affidato a un animale che pesava meno di mezzo chilo. È una delle grandi ironie della storia: mentre gli uomini costruivano macchine sempre più sofisticate per distruggersi, la salvezza arrivò affidandosi all'istinto, alla fedeltà e alle ali di un semplice piccione.

Forse è anche per questo che la vicenda di Cher Ami continua a parlarci dopo più di un secolo. Nelle grandi crisi siamo portati a pensare che servano sempre uomini straordinari o imprese impossibili. La storia, invece, ci insegna spesso il contrario: a fare la differenza è chi porta fino in fondo il compito che gli è stato affidato. Cher Ami non sapeva di essere un eroe, non conosceva il valore del messaggio che trasportava e ignorava perfino che da quel volo dipendesse la vita di quasi duecento uomini. Continuò semplicemente a volare, nonostante le ferite. È un'immagine che va oltre la guerra e che conserva ancora oggi una sorprendente forza simbolica. Perché anche nella nostra vita capita di sentirci colpiti, rallentati, messi alla prova dalle difficoltà. Eppure, molto spesso, ciò che conta non è quanto siamo feriti, ma la capacità di non interrompere il nostro volo. La storia, in fondo, è piena di grandi imprese nate da gesti piccoli, silenziosi e ostinati. Quella di Cher Ami è una di queste.



Stubby il cane che salvò centinaia di vite fiutando il gas WWI

Non me ne voglia Doggo Daily, ma quando ci si imbatte in una storia come questa si capisce davvero perché il cane venga definito il migliore amico dell'uomo. Non tanto per la fedeltà, che ormai diamo quasi per scontata, né soltanto per la compagnia che riesce a regalarci ogni giorno. È nei momenti più difficili che questo legame rivela tutta la sua forza. Quando il pericolo incombe, il cane è capace di fare ciò che spesso riesce solo ai grandi eroi: mettere la vita degli altri davanti alla propria. È esattamente quello che fece Stubby, un piccolo meticcio che non aveva un pedigree, non aveva ricevuto alcun addestramento militare e probabilmente non sapeva nemmeno cosa fosse una guerra. Eppure riuscì a salvare centinaia di soldati semplicemente facendo ciò che gli veniva più naturale: proteggere il suo branco.

La sua storia comincia nel 1917, quando era poco più di un randagio che si aggirava tra i campi di addestramento dell'esercito americano nel Connecticut in cerca di qualche avanzo di cibo. Fu il caporale Robert Conroy ad accorgersi di lui e ad affezionarsi a quel cane dal muso schiacciato e dalla corporatura compatta, tanto da chiamarlo Stubby, "tarchiato". Tra i due nacque un rapporto speciale e, quando il reparto ricevette l'ordine di partire per la Francia, Conroy decise di portarlo con sé. Lo nascose sulla nave diretta in Europa e, quando gli ufficiali lo scoprirono, Stubby aveva già conquistato tutti. Si racconta che avesse imparato perfino a salutare portando la zampa alla fronte, un gesto che strappò più di un sorriso e gli valse il permesso di restare con il reparto.

Il fronte occidentale, però, non aveva nulla di sorridente. Le trincee erano un mondo di fango, freddo, paura e attese interminabili, interrotte dal fragore dell'artiglieria e dagli assalti improvvisi. Tra le armi più terribili della Prima guerra mondiale c'erano i gas tossici: invisibili, silenziosi e letali. Bastavano pochi minuti perché una nube di cloro o di gas mostarda trasformasse una trincea in una trappola mortale.

Durante uno dei primi attacchi Stubby rimase lui stesso intossicato dal gas. Sopravvisse, ma da quel momento accadde qualcosa di straordinario. Il suo olfatto sembrò affinarsi ancora di più e imparò a riconoscere l'odore dei gas prima che gli uomini si accorgessero del pericolo. Ogni volta che lo percepiva iniziava ad agitarsi, correva lungo la trincea abbaiando con insistenza, saltava addosso ai soldati ancora addormentati e li costringeva a svegliarsi. All'inizio qualcuno lo prendeva per un cane troppo nervoso. Poi, all'orizzonte, compariva la nube tossica e tutti capivano che Stubby aveva dato l'allarme ancora una volta. Quei pochi minuti di anticipo bastavano per indossare le maschere antigas e, in moltissimi casi, per salvare decine di vite.

Ma il suo contributo non finiva lì. Terminati i combattimenti, Stubby si avventurava nella terra di nessuno seguendo l'odore dei soldati feriti. Quando ne individuava uno, abbaiava fino ad attirare i soccorritori. La tradizione racconta anche che riuscì a individuare una spia tedesca infiltrata tra le linee americane, mordendole i pantaloni e trattenendola fino all'arrivo dei militari. Episodi che contribuirono a trasformare quella mascotte in un autentico compagno d'armi.

Nel corso della guerra Stubby partecipò a diciassette battaglie, condividendo con il suo reparto la fame, il freddo, la paura e la speranza. Per quei soldati non era più semplicemente un cane. Era uno di loro. Il primo ad accorgersi del pericolo e, spesso, l'ultimo ad abbandonare il campo, perché continuava a cercare chi aveva bisogno di aiuto.

Quando la guerra finì, Stubby tornò negli Stati Uniti come un eroe nazionale. Partecipò a parate, ricevette numerose decorazioni e incontrò tre presidenti americani, diventando il cane più celebre e probabilmente il più decorato della Prima guerra mondiale.

Eppure il riconoscimento più grande non fu una medaglia. Fu il ricordo dei soldati che, per tutta la vita, raccontarono di essere sopravvissuti grazie a quel piccolo randagio che, una notte, aveva iniziato ad abbaiare qualche minuto prima che il gas raggiungesse la trincea.

Stubby non conosceva la strategia militare, non sapeva cosa fossero il coraggio o l'eroismo. Faceva semplicemente quello che ogni cane fa con chi considera parte della propria famiglia: proteggerlo. Ed è forse proprio questa la ragione per cui, a oltre un secolo di distanza, la sua storia continua a commuovere. Perché ci ricorda che il legame tra l'uomo e il cane non è fatto soltanto di affetto. A volte è fatto di fiducia assoluta. E, in casi straordinari come questo, persino di vite salvate.

mercoledì 1 luglio 2026

La politica e la storia la detta la geografia: gli stretti


 

Gli stretti: quei pochi chilometri d'acqua per cui l'umanità continua a farsi la guerra

C'è una domanda che ogni tanto vale la pena porsi: quante guerre sono state combattute per conquistare uno stretto? La risposta esatta non la conosce nessuno. Gli storici hanno censito centinaia di battaglie e decine di grandi guerre combattute direttamente o indirettamente per il controllo di questi passaggi. Ma forse la risposta più corretta è un'altra: quasi tutte le grandi potenze della storia, prima o poi, hanno combattuto per uno stretto. Perché gli stretti sono un po' il capolavoro della geografia. Sono minuscoli, spesso larghi solo poche centinaia di metri, eppure hanno il potere di decidere la sorte di interi imperi. Se tutti devono passare da lì, chi controlla quello spazio controlla il traffico, il commercio, gli eserciti e, molto spesso, anche la politica.

L'uomo cambia, la tecnologia cambia, ma la geografia no. E la geografia, a volte, ha un crudele senso dell'umorismo.

Pensateci. Abbiamo costruito portaerei lunghe trecento metri, petroliere gigantesche, sommergibili nucleari e satelliti che fotografano ogni centimetro del pianeta. Poi arriva uno stretto largo un chilometro e mezzo e tutta questa potenza deve mettersi ordinatamente in fila. È successo sempre. Già gli antichi Greci avevano capito che uno stretto valeva più di una pianura. A Salamina, nel 480 avanti Cristo, Temistocle attirò la gigantesca flotta persiana proprio dove le sue navi non avrebbero potuto sfruttare la superiorità numerica. Il mare, improvvisamente, diventò troppo piccolo. La battaglia cambiò la storia dell'Occidente.

Poi ci sono i Dardanelli, probabilmente lo stretto più litigato del pianeta. Se potesse parlare, forse direbbe di aver visto passare più eserciti che pesci. Persiani, Greci, Romani, Bizantini, Veneziani, Ottomani, Russi, Inglesi, Francesi... tutti, almeno una volta, hanno pensato che sarebbe stato meglio averlo dalla propria parte.

E come dar loro torto? Chi controlla i Dardanelli controlla l'accesso al Mar Nero. È una posizione che valeva oro duemila anni fa e continua a valere oro oggi.

Lo stesso discorso vale per il Bosforo. Due continenti separati da poche centinaia di metri d'acqua. Una città, Istanbul, costruita esattamente nel punto in cui la geografia ha deciso di creare uno dei luoghi più strategici del mondo. Non è un caso se prima Bisanzio, poi Costantinopoli e infine Istanbul siano state contese per quasi due millenni. E non pensiamo che queste siano soltanto storie antiche. Oggi le mappe sono diverse, ma il copione è identico.

Lo Stretto di Hormuz è il rubinetto energetico del pianeta. Da lì passa una parte enorme del petrolio mondiale. Bab el-Mandeb è la porta del Mar Rosso. Malacca è l'autostrada marittima dell'Asia. Ogni volta che in televisione sentiamo parlare di tensioni in una di queste aree, dietro le dichiarazioni diplomatiche c'è quasi sempre la stessa domanda che si ponevano già Greci e Persiani: chi controlla il passaggio?

La cosa divertente è che gli stretti, in fondo, non hanno mai chiesto niente a nessuno. Sono lì da milioni di anni. Sono gli uomini che continuano ostinatamente a litigare intorno a loro. Forse, se uno stretto potesse parlare, ci guarderebbe con un certo sarcasmo. Direbbe che in venticinque secoli abbiamo cambiato armi, religioni, imperi, ideologie, perfino il modo di fare la guerra. Eppure, alla fine, torniamo sempre lì. A contenderci gli stessi pochi chilometri d'acqua. È una delle grandi ironie della storia. Pensiamo di essere padroni del mondo, di dominare la natura con la tecnologia e l'ingegno. Poi basta una sottile lingua di mare per ricordarci che, alla fine, è ancora la geografia a decidere dove passa la Storia.

E la Storia, da quelle parti, continua a passare molto spesso con una flotta alle spalle.

Quando i referendum non mobilitano gli elettori: il caso della Prussia del 1931

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