venerdì 10 luglio 2026

La Terra di Mezzo nasce nelle trincee della Somme?


 

La Prima guerra mondiale non ha lasciato soltanto milioni di morti. Ha lasciato anche una generazione di scrittori chiamata a raccontare l'indicibile. Uno, J. R. R. Tolkien, quell'inferno lo visse in prima persona, combattendo nelle trincee della Battaglia della Somme. L'altro, T. S. Eliot, ne colse le macerie morali e spirituali, trasformandole nel suo capolavoro, The Waste Land. Due opere diversissime, due linguaggi opposti, ma forse una stessa domanda: come si racconta un mondo dopo che la civiltà ha conosciuto l'orrore?

Quando pensiamo a Tolkien immaginiamo Hobbit, Elfi, maghi e castelli. Difficilmente pensiamo a un giovane ufficiale britannico immerso nel fango, tra reticolati, esplosioni e compagni che non sarebbero più tornati a casa. Sopravvisse alla guerra quasi per caso, colpito dalla febbre da trincea, mentre molti dei suoi amici persero la vita. Anni dopo avrebbe sempre respinto l'idea che Il Signore degli Anelli fosse un'allegoria della Grande Guerra. E aveva ragione. La sua non è la cronaca del conflitto. Ma gli scrittori non dimenticano ciò che hanno vissuto.

C'è un'immagine che lega Tolkien a Eliot: quella della terra devastata.

Eliot la chiamò The Waste Land, la "terra desolata", simbolo di una civiltà svuotata dalla guerra. Tolkien la trasformò, inconsapevolmente o forse inevitabilmente, nelle pianure di Mordor. È difficile non vedere nella desolazione di Gorgoroth un'eco della No Man's Land, quella "terra di nessuno" tra le trincee dove il fango aveva sostituito i prati e gli alberi erano diventati tronchi anneriti dalle granate. Ma è proprio qui che i due autori si separano.

Eliot racconta un mondo che sembra aver perso ogni speranza. Tolkien, invece, sceglie una strada diversa. A salvare la Terra di Mezzo non sono re invincibili o grandi condottieri, ma due piccoli Hobbit. Dopo aver conosciuto l'orrore della guerra, sembra quasi dirci che il destino del mondo non dipende dalla forza, ma dal coraggio, dalla lealtà e dalla capacità delle persone comuni di non arrendersi.

Forse è questo il vero lascito della Prima guerra mondiale nella sua opera. Non un'allegoria, che Tolkien avrebbe certamente rifiutato, ma una memoria trasformata in mito. La guerra non spiega la Terra di Mezzo, ma probabilmente le ha dato un'anima.

Ed è forse anche per questo che, a distanza di anni, continuiamo a leggere Il Signore degli Anelli non soltanto come un romanzo fantasy, ma come una storia profondamente umana. Dietro la lotta contro Sauron, in fondo, si intravede ancora quella domanda che segnò un'intera generazione: come si torna a sperare dopo aver attraversato la terra di nessuno?

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