mercoledì 8 gennaio 2020

9 gennaio 1916 Ataturk batte Churchill



104 anni finiva o meglio si consumava la più cocente disfatta politico militare di Churchill che convinto di sbaragliare la turchia occupando i Dardanelli ideo e condusse la campagna di Gallipoli. Più di 250 mila alleati ci lasciarono la pelle su quelle spiagge sbaragliati, anche se a costo di parecchi uomini dai turchi di Kemal Ataturk il padre della Turchia Moderna aiutato da ufficiali tedeschi. La Turchia alleata con le potenze centrali in chiave anti russa, mentre Francia e Inghilterra volevano costringere i turchi ad alzare bandiera bianca e a lasciare il fronte. Una gestione del conflitto e dell’azione non unitaria e soprattutto poche idee ma confuse. A pagarla centinaia di migliaia di giovani mandati al macello per una lotta assolutamente inutile. Inghilterra che ricorse a truppe del Commonwealth. Il cinema ha immortalato questa guerra con due bei film, il primo di Peter Weir gli Anni Spezzati che racconta proprio i sogni interrotti dei giovani aussie, attraverso le prove di un giovane Mel Gibson e poi sempre con un altro australiano, al secolo il gladiatore Russel Crowe, con the Water Divaner, il resoconto di un padre che va alla ricerca dei suoi figli dispersi in quel teatro di guerra, con molti flashback su quel difficile fronte. Pagine di storia da ricordare

domenica 5 gennaio 2020

Noi italiani che amiamo raccontare le sconfitte



C’è un particolare curioso che è legato a un libro che ho appena finito di leggere: l’Italia nella sconfitta in cui si analizzano le cinque peggiori sconfitte militari da Custoza ad Adua, da Caporetto alla Grecia per finire alla Campagna di Russia. Non c’è che dire tutti episodi in cui, causa anche una classe dirigente quanto meno imbarazzante spesso e volentieri siamo stati sonoramente suonati, ma tutto questo fa emergere anche un elemento di cui noi italiani abbondiamo, ovverosia la capacità di attirarsi addosso non solo sfortuna ma di celebrarla sopra ogni cosa. Noi siamo più votati alla sconfitta come elemento di narrazione che non alla capacità di saper cogliere i momenti positivi. Pensiamo a come celebrano una sconfitta ad esempio gli inglesi. Per i sudditi britannici la disfatta di Dunquerque fu una vittoria (certamente 300.00 soldati salvati erano un bell’inizio ma che dire di tutti quelli abbandonati alla mercé dei tedeschi e l’immane materiale sacrificato nella ritirata) per non parlare delle mille e più battaglie combattute nella prima guerra mondiale con rovesci epocali. O se ci spostiamo sul fronte coloniale gli inglesi hanno subito rovesci a più non posso dal Madhi in Sudan per finire in Afghanistan, il primo esercito occidentale a lasciare campo agli avversari. Eppure se guardate i libri di storia inglesi, pur non negando la realtà, celebrano spesso i loro successi, mentre latitano su altri fronti dall’Operazione Market Garden (1944) alla guerra contro i Boeri in sudafrica (e non erano certo i cioccolatini). Mi piacerebbe magari leggere un testo italiano in cui si parla di Goito, di Solferino, di Bezzecca, delle vittorie in mare come ad esempio le imprese dei MAS, di Vittorio Veneto e prima ancora della battaglia estiva sul Piave o per finire alla seconda guerra mondiale con la carica di Isbuskenki, insomma anche noi abbiamo avuto le nostre glorie, perché invece sempre parlare di quello che non è andato. Un parallelismo si potrebbe anche con il periodo odierno e sulla nostra capacità di farci del male ricordando sempre i nostri peggiori difetti ricordando solo ciò che non andava, eppure se ben ricordiamo la civiltà moderna in un modo o nell’altro è sempre passata dalla penisola  

L'onore gli alpini in Russia nel secondo conflitto mondiale non si discute anche senza la Direttiva 630 dell'Armata Rossa



La direttiva 630 dell’esercito Sovietico, l’armata Rossa, stabiliva che il Corpo d’armata Alpino in Russia nel secondo conflitto mondiale era da considerarsi imbattuto, questo è sempre stato uno dei cardini dell’epopea e della leggenda reale che si era consumata sul Don, il Corpo d’armata voluto da Hitler, dell’alleato italiano da mandare a combattere sul Caucaso e invece arenato sull’Ansa del Don e costretto a furiosi combattimenti che sarebbero poi stati la tomba di migliaia di italiani da Nikolajevka alle balze di Valuiki. Quanti friuliani, quanti cuneesi erano caduti in quell’inferno bianco. L’onore delle Armi era il minimo che potessero rivolgere i nemici. Ora scopro che con ogni probabilità quella fonte era un falso, o per lo meno una bugia volta, in un momento di difficoltà, a mitigare il prezzo di così tante vite. Tutto ciò perché su quel fronte con la carneficina in atto era impensabile emettere un ordine del giorno così palese e per di più a sostegno del nemico. Eppure siamo cresciuti con queste convinzioni: “italiani brava gente, imbattuti” Insomma siamo a bravi a raccontarcela per farci coraggio, per darci l’illusione che anche nelle difficoltà possiamo sempre emergere. Ma la triste realtà è un'altra 229.000 soldati impegnati, 74.800 morti in battaglia, morti assiderati a temperature incredibili, nelle marce verso la prigionia e nei gulag. 10030 tornati dopo anni passati nei campi prigionia. Una tragedia che molti e tanti hanno raccontato chi con pudore come Vicentini altri come Corradi e Revelli con un piglio più da giornalista, ma tutti consapevoli dell’immane tragedia che fu quella guerra con la consapevolezza che il rispetto per i nostri alpini fanti e granatieri lo ottennero veramente al di là della mera propaganda

sabato 4 gennaio 2020

Sono tornato



Lo avevamo previsto già mesi fa la presenza di Zlatan ha rivitalizzato ancor prima dei risultati un ambiente che aveva bisogno come il pane di stimoli e di obiettivi. Per dieci giorni non si è parlato d’altro e il vecchio lottatore di area svedese si è presentato con il piglio di un guerriero ma anche di un riflessivo e pacato uomo di sport. Basterà per risollevarsi, può anche darsi, visto che i primi impegni non sono proibitivi e poi la sua presenza in campo potrebbe essere un toccasana per tutti liberi di pesi e di zavorre. Oltretutto si è rivitalizzato anche il tifo contro che tutto sommato è anche un bel modo di sentirsi vivi anche se rimani a distanze siderali. E speriamo che il 2020 sia un vera e propria liberazione per le nostre aspettative di tifosi e se ci vuole un 38enne va bene cosi

Lo scenario mondiale mutato: paure o certezze ?



Vorrei avere le certezze granitiche di tutti sulle politiche estere e su quello che sta succedendo ma è fuor di dubbio che siano cambiati gli scenari. Da sempre la Turchia nell’orbita americana ne sta uscendo e quel che è peggio la Russia, che storicamente è stata sempre contro la Sublime Porta (1878 battaglia di Plevna, Prima Guerra Mondiale, Guerre balcaniche) a favore del popolo serbo, di fatto ha sostituito l’influenza americana che usava Incirlik come base per tutto quello che succedeva in Medio Oriente. Non solo ma Erdogan si sta ritagliando un ruolo quasi da imperatore del vecchio impero ottomano, risultando decisivo sia in Siria e ora con mire espansionistiche in Libia (insomma una vecchia guerra di ritorno per l’influenza in un’area in cui turchi e italiano si sono scontrati nel 1911/1912). Manca l’Onu in tutto questo e la Nato non è più potente come un tempo. L’America si sta prendendo i suoi spazi spesso in contrapposizione anche ai naturali alleati europei. Tutto ciò rischia di scatenare un’instabilità incredibile e di accendere pericolosi venti di guerra in un’area esplosiva. L’Iran colpito sul vivo reagirà, l’islamismo estremo tornerà ad accendersi e ovviamente la tensione salirà a mille in attesa delle prossime mosse cruente o meno. Ci sarebbe bisogno come il pane di una politica attenta e responsabile che seguisse i dettami di Sun Tzu, il generale vittorioso dà battaglia quando è sicuro di vincere, qui è cosi??

giovedì 2 gennaio 2020

Il Manifesto della Giovine Italia


La Giovane Italia, eccoci ci risiamo, Repubblica di nuovo vaticina con un titolo che richiama il Risorgimento per mettere in risalto il discorso di fine anno del capo di Stato Mattarella, parlando di fatto di un nuovo Risorgimento in mano a una nuova leva ma è così ? Certo il discorso di fine anno deve essere necessariamente un misto di speranza e di voglia di guardare al futuro, com’è sempre stato, ma il parallelismo non regge e allora andiamo a cercare l’autore di quegli scritti, quel Giuseppe Mazzini teorico di uno stato Italiano che all’epoca non esisteva ma che attraverso i suoi scritti doveva trovare compimento anni dopo.

Due i passaggi in particolare che nel discorso ai Giovani vanno la pena di essere citati. Il primo è sul valore morale dei nostri (per quell’epoca) giovani: L’uomo è pensiero e azione e qualunque sopprime uno di quei due termini smembra la sacra unità della vita, sacrifica metà dell’anima e tradisce la propria missione. Il pensiero e l’azione stanno termini indivisibili dello sviluppo nazionale del genio italiano. La contemplazione è l’egoismo del genio

L’italia sembra oggi ingombra di sette e opinioni diverse unitarie o federaliste spettacolo doloroso non insolito. A un popolo confuso le forme del vero appaiono sempre molte e distorte. Fra una tomba e una culla sta l’infinito. E noi balziamo dalla sepoltura di un’epoca spenta al limitare di un’altra appena nascente che aspetta forse la prima parola da noi. Ma a chi guarda a questo caos foriero di una creazione due soli partiti esistono il partito che crede nel moto dall’alto verso il basso e quello che intende la vita italiana non poter salire che dalle viscere del paese alle sue sommità: il principesco e il popolare il moderato e il nazionale.

Giuseppe Mazzini, un gigante e anche un genio incompreso di quell’Italia che emetteva i primi vagiti, un fine pensatore e un politico d’eccezione che pagò forse la sua scarsa propensione all’attività bellica, forse non un grande uomo di squadra ma di sicuro un osservatore fine e capace. Ecco forse al di là del parallelismo sul titolo sarebbe stato bello un parallelismo sui testi e sui contenuti, un’occasione persa un’opportunità sfumata. Ma come in altri casi precedenti ancora uno stimolo per studiare meglio la storia 

mercoledì 1 gennaio 2020

16 gennaio 1920 entra in vigore il proibizionismo. fu sconfitto dalla birra



Andrew Volstead fu un deputato degli Stati Uniti che rimase in carica dal 1903 al 1923 e che legò il suo nome a uno dei provvedimenti più discussi e travagliati del secolo scorso la proposta di legge che regolava il proibizionismo e che rimase in vigore fino al 1933. La legge entrò in vigore proprio il 16 gennaio del 1920 un secolo fa e stabiliva il divieto di fabbricazione vendita importazione di prodotti alcolici proibendone anche la vendita e il consumo nei bar. Un provvedimento le cui intenzioni erano quelle di moralizzare la vita degli americani, di fatto fece aumentare a dismisura il commercio illegale e fece la fortuna di diversi gangster (come non ricordare Al Capone). Fu creata persino un’agenzia federale il Bureau of Prohibition che doveva far rispettare la legge. La legge fu emendata il 17 febbraio del 1933 in piena recessione economica quando venne concesso di vendere un'altra bevanda leggermente alcolica la birra

Quando i referendum non mobilitano gli elettori: il caso della Prussia del 1931

  I referendum sono uno degli strumenti più importanti della democrazia diretta, ma la loro efficacia dipende soprattutto dalla partecipazi...