104 anni finiva o meglio si
consumava la più cocente disfatta politico militare di Churchill che convinto
di sbaragliare la turchia occupando i Dardanelli ideo e condusse la campagna di
Gallipoli. Più di 250 mila alleati ci lasciarono la pelle su quelle spiagge
sbaragliati, anche se a costo di parecchi uomini dai turchi di Kemal Ataturk il
padre della Turchia Moderna aiutato da ufficiali tedeschi. La Turchia alleata
con le potenze centrali in chiave anti russa, mentre Francia e Inghilterra
volevano costringere i turchi ad alzare bandiera bianca e a lasciare il fronte.
Una gestione del conflitto e dell’azione non unitaria e soprattutto poche idee
ma confuse. A pagarla centinaia di migliaia di giovani mandati al macello per
una lotta assolutamente inutile. Inghilterra che ricorse a truppe del
Commonwealth. Il cinema ha immortalato questa guerra con due bei film, il primo
di Peter Weir gli Anni Spezzati che racconta proprio i sogni interrotti dei
giovani aussie, attraverso le prove di un giovane Mel Gibson e poi sempre con
un altro australiano, al secolo il gladiatore Russel Crowe, con the Water Divaner,
il resoconto di un padre che va alla ricerca dei suoi figli dispersi in quel
teatro di guerra, con molti flashback su quel difficile fronte. Pagine di
storia da ricordare
mercoledì 8 gennaio 2020
domenica 5 gennaio 2020
Noi italiani che amiamo raccontare le sconfitte
C’è un particolare curioso che è legato a un libro che ho
appena finito di leggere: l’Italia nella sconfitta in cui si analizzano le
cinque peggiori sconfitte militari da Custoza ad Adua, da Caporetto alla Grecia
per finire alla Campagna di Russia. Non c’è che dire tutti episodi in cui,
causa anche una classe dirigente quanto meno imbarazzante spesso e volentieri
siamo stati sonoramente suonati, ma tutto questo fa emergere anche un elemento
di cui noi italiani abbondiamo, ovverosia la capacità di attirarsi addosso non
solo sfortuna ma di celebrarla sopra ogni cosa. Noi siamo più votati alla
sconfitta come elemento di narrazione che non alla capacità di saper cogliere i
momenti positivi. Pensiamo a come celebrano una sconfitta ad esempio gli
inglesi. Per i sudditi britannici la disfatta di Dunquerque fu una vittoria
(certamente 300.00 soldati salvati erano un bell’inizio ma che dire di tutti
quelli abbandonati alla mercé dei tedeschi e l’immane materiale sacrificato
nella ritirata) per non parlare delle mille e più battaglie combattute nella
prima guerra mondiale con rovesci epocali. O se ci spostiamo sul fronte
coloniale gli inglesi hanno subito rovesci a più non posso dal Madhi in Sudan
per finire in Afghanistan, il primo esercito occidentale a lasciare campo agli
avversari. Eppure se guardate i libri di storia inglesi, pur non negando la
realtà, celebrano spesso i loro successi, mentre latitano su altri fronti dall’Operazione
Market Garden (1944) alla guerra contro i Boeri in sudafrica (e non erano certo
i cioccolatini). Mi piacerebbe magari leggere un testo italiano in cui si parla
di Goito, di Solferino, di Bezzecca, delle vittorie in mare come ad esempio le
imprese dei MAS, di Vittorio Veneto e prima ancora della battaglia estiva sul
Piave o per finire alla seconda guerra mondiale con la carica di Isbuskenki,
insomma anche noi abbiamo avuto le nostre glorie, perché invece sempre parlare
di quello che non è andato. Un parallelismo si potrebbe anche con il periodo
odierno e sulla nostra capacità di farci del male ricordando sempre i nostri peggiori
difetti ricordando solo ciò che non andava, eppure se ben ricordiamo la civiltà
moderna in un modo o nell’altro è sempre passata dalla penisola
L'onore gli alpini in Russia nel secondo conflitto mondiale non si discute anche senza la Direttiva 630 dell'Armata Rossa
La direttiva 630 dell’esercito
Sovietico, l’armata Rossa, stabiliva che il Corpo d’armata Alpino in Russia nel
secondo conflitto mondiale era da considerarsi imbattuto, questo è sempre stato
uno dei cardini dell’epopea e della leggenda reale che si era consumata sul
Don, il Corpo d’armata voluto da Hitler, dell’alleato italiano da mandare a
combattere sul Caucaso e invece arenato sull’Ansa del Don e costretto a furiosi
combattimenti che sarebbero poi stati la tomba di migliaia di italiani da Nikolajevka
alle balze di Valuiki. Quanti friuliani, quanti cuneesi erano caduti in quell’inferno
bianco. L’onore delle Armi era il minimo che potessero rivolgere i nemici. Ora
scopro che con ogni probabilità quella fonte era un falso, o per lo meno una
bugia volta, in un momento di difficoltà, a mitigare il prezzo di così tante
vite. Tutto ciò perché su quel fronte con la carneficina in atto era
impensabile emettere un ordine del giorno così palese e per di più a sostegno
del nemico. Eppure siamo cresciuti con queste convinzioni: “italiani brava gente,
imbattuti” Insomma siamo a bravi a raccontarcela per farci coraggio, per darci
l’illusione che anche nelle difficoltà possiamo sempre emergere. Ma la triste
realtà è un'altra 229.000 soldati impegnati, 74.800 morti in battaglia, morti
assiderati a temperature incredibili, nelle marce verso la prigionia e nei
gulag. 10030 tornati dopo anni passati nei campi prigionia. Una tragedia che
molti e tanti hanno raccontato chi con pudore come Vicentini altri come Corradi
e Revelli con un piglio più da giornalista, ma tutti consapevoli dell’immane
tragedia che fu quella guerra con la consapevolezza che il rispetto per i
nostri alpini fanti e granatieri lo ottennero veramente al di là della mera
propaganda
sabato 4 gennaio 2020
Sono tornato
Lo avevamo previsto già mesi fa la
presenza di Zlatan ha rivitalizzato ancor prima dei risultati un ambiente che
aveva bisogno come il pane di stimoli e di obiettivi. Per dieci giorni non si è
parlato d’altro e il vecchio lottatore di area svedese si è presentato con il
piglio di un guerriero ma anche di un riflessivo e pacato uomo di sport.
Basterà per risollevarsi, può anche darsi, visto che i primi impegni non sono
proibitivi e poi la sua presenza in campo potrebbe essere un toccasana per
tutti liberi di pesi e di zavorre. Oltretutto si è rivitalizzato anche il tifo
contro che tutto sommato è anche un bel modo di sentirsi vivi anche se rimani a
distanze siderali. E speriamo che il 2020 sia un vera e propria liberazione per
le nostre aspettative di tifosi e se ci vuole un 38enne va bene cosi
Lo scenario mondiale mutato: paure o certezze ?
Vorrei avere le certezze granitiche di tutti sulle politiche
estere e su quello che sta succedendo ma è fuor di dubbio che siano cambiati
gli scenari. Da sempre la Turchia nell’orbita americana ne sta uscendo e quel
che è peggio la Russia, che storicamente è stata sempre contro la Sublime Porta
(1878 battaglia di Plevna, Prima Guerra Mondiale, Guerre balcaniche) a favore
del popolo serbo, di fatto ha sostituito l’influenza americana che usava Incirlik
come base per tutto quello che succedeva in Medio Oriente. Non solo ma Erdogan
si sta ritagliando un ruolo quasi da imperatore del vecchio impero ottomano,
risultando decisivo sia in Siria e ora con mire espansionistiche in Libia
(insomma una vecchia guerra di ritorno per l’influenza in un’area in cui turchi
e italiano si sono scontrati nel 1911/1912). Manca l’Onu in tutto questo e la
Nato non è più potente come un tempo. L’America si sta prendendo i suoi spazi spesso
in contrapposizione anche ai naturali alleati europei. Tutto ciò rischia di
scatenare un’instabilità incredibile e di accendere pericolosi venti di guerra
in un’area esplosiva. L’Iran colpito sul vivo reagirà, l’islamismo estremo
tornerà ad accendersi e ovviamente la tensione salirà a mille in attesa delle
prossime mosse cruente o meno. Ci sarebbe bisogno come il pane di una politica
attenta e responsabile che seguisse i dettami di Sun Tzu, il generale
vittorioso dà battaglia quando è sicuro di vincere, qui è cosi??
giovedì 2 gennaio 2020
Il Manifesto della Giovine Italia
La Giovane Italia, eccoci ci
risiamo, Repubblica di nuovo vaticina con un titolo che richiama il Risorgimento
per mettere in risalto il discorso di fine anno del capo di Stato Mattarella, parlando
di fatto di un nuovo Risorgimento in mano a una nuova leva ma è così ? Certo il
discorso di fine anno deve essere necessariamente un misto di speranza e di
voglia di guardare al futuro, com’è sempre stato, ma il parallelismo non regge
e allora andiamo a cercare l’autore di quegli scritti, quel Giuseppe Mazzini
teorico di uno stato Italiano che all’epoca non esisteva ma che attraverso i
suoi scritti doveva trovare compimento anni dopo.
Due i passaggi in particolare che
nel discorso ai Giovani vanno la pena di essere citati. Il primo è sul valore
morale dei nostri (per quell’epoca) giovani: L’uomo è pensiero e azione e
qualunque sopprime uno di quei due termini smembra la sacra unità della vita,
sacrifica metà dell’anima e tradisce la propria missione. Il pensiero e l’azione
stanno termini indivisibili dello sviluppo nazionale del genio italiano. La contemplazione
è l’egoismo del genio
L’italia sembra oggi ingombra di
sette e opinioni diverse unitarie o federaliste spettacolo doloroso non insolito.
A un popolo confuso le forme del vero appaiono sempre molte e distorte. Fra una
tomba e una culla sta l’infinito. E noi balziamo dalla sepoltura di un’epoca spenta
al limitare di un’altra appena nascente che aspetta forse la prima parola da
noi. Ma a chi guarda a questo caos foriero di una creazione due soli partiti esistono
il partito che crede nel moto dall’alto verso il basso e quello che intende la
vita italiana non poter salire che dalle viscere del paese alle sue sommità: il
principesco e il popolare il moderato e il nazionale.
Giuseppe Mazzini, un gigante e
anche un genio incompreso di quell’Italia che emetteva i primi vagiti, un fine
pensatore e un politico d’eccezione che pagò forse la sua scarsa propensione
all’attività bellica, forse non un grande uomo di squadra ma di sicuro un
osservatore fine e capace. Ecco forse al di là del parallelismo sul titolo
sarebbe stato bello un parallelismo sui testi e sui contenuti, un’occasione
persa un’opportunità sfumata. Ma come in altri casi precedenti ancora uno
stimolo per studiare meglio la storia
mercoledì 1 gennaio 2020
16 gennaio 1920 entra in vigore il proibizionismo. fu sconfitto dalla birra
Andrew Volstead fu un deputato
degli Stati Uniti che rimase in carica dal 1903 al 1923 e che legò il suo nome
a uno dei provvedimenti più discussi e travagliati del secolo scorso la proposta
di legge che regolava il proibizionismo e che rimase in vigore fino al 1933. La
legge entrò in vigore proprio il 16 gennaio del 1920 un secolo fa e stabiliva
il divieto di fabbricazione vendita importazione di prodotti alcolici
proibendone anche la vendita e il consumo nei bar. Un provvedimento le cui
intenzioni erano quelle di moralizzare la vita degli americani, di fatto fece
aumentare a dismisura il commercio illegale e fece la fortuna di diversi gangster
(come non ricordare Al Capone). Fu creata persino un’agenzia federale il Bureau
of Prohibition che doveva far rispettare la legge. La legge fu emendata il 17
febbraio del 1933 in piena recessione economica quando venne concesso di
vendere un'altra bevanda leggermente alcolica la birra
Iscriviti a:
Post (Atom)
Quando i referendum non mobilitano gli elettori: il caso della Prussia del 1931
I referendum sono uno degli strumenti più importanti della democrazia diretta, ma la loro efficacia dipende soprattutto dalla partecipazi...
-
(fonte www.arkistudio.eu) TUA MADRE E’ MORTA La parola Collegio ha sempre evocato nelle menti di tutti una connotazione negativ...
-
D. La tua storia è quella di un ragazzo cresciuto in questo territorio, che ha calcato parquet diversi ma che è tornato all’origine. Che si...
-
Pascolati , un presidente con un grande aplomb, british style, ma mosso da una grande passione che lo morde e lo lacera dentro. Immancabi...






