Sono giorni ormai che il fronte
sul Grappa è caldo, di notte i bagliori dell’artiglieria austriaca minacciosi
sparano sulle nostre posizioni e i nostri artiglieri rispondono facendo un
fuoco di sbarramento che realizza uno spettacolo inquietante a pochi chilometri
di distanza. La sensazione è che gli austriaci vogliano chiuderla al più
presto. Non è una sensazione ma anche una realtà, l’altra sera io e Beppe Rampani
di guardia abbiamo catturato un disertore sulla riva del fiume, di origine polacca,
era scheletrico affamato e si fatto catturare docilmente. Lo abbiamo portato
nelle retrovie e mentre legato e scortato continuava a ripetere in continuazione
grazie, chiedendo cibo. Noi da questo punto di vista siamo tranquilli il rancio
anche se non è dei migliori non manca, lui invece mi ha impressionato. Tornato
al campo nelle retrovie ho messo le mani su un vecchio giornale dove era
riportato l’impegno del Presidente Americano Wilson i suoi punti per il futuro
dell’Europa. Una lettura che mi ha rinfrancato, se gli Americani si impegnano a
combattere, credo che vedremo presto la fine di questa guerra. E mentre tornavo
indietro alla prima linea con Rampani mi è venuta in mente una vecchia
filastrocca che mi raccontava mia madre Lucia “San Antoni dla barba bianca fam
catar quel can manca” e in questo caso manca casa e la buona cucina, e così la
ripetiamo più volte ad alta voce, come fosse una cantilena. Passiamo così il
tempo ma il sorriso ci viene strozzato durante la nostra assenza gli austriaci
hanno tentato un paio di volte di forzare il passaggio del fiume, qualche
ferito tra di noi e qualche morto tra gli attaccanti, alcuni rantolano in
lontananza, sarà una lunga notte d’attesa. Attaccheranno ancora?
mercoledì 17 gennaio 2018
Blood, toil, tears and sweat
Blood,
toil, tears ad sweat (sangue fatica lacrime e sudore) queste le parole che
Churchill nell’ora più buia della seconda guerra mondiale per gli inglesi
pronunciò alla Nazione per serrare le fila. Non vuote promesse elettorali di
paese come bengodi come sentiamo fare a quasi tutti gli schieramenti, non
facili redditi senza fare nulla. Si dirà quello era un periodaccio dove la
morte forse era il minore dei mali e la sopravvivenza era una lotta quotidiana.
Ma quando hai un obiettivo e devi lottare per portarlo fino in fondo allora ti
ci metti d’impegno e cerchi con tutte le tue forze diportarlo a compimento. Il
sacrificio che emerge da queste parole, la volontà di scendere in campo e di
faticare per uno scopo comune sono elementi che dovrebbero far capire come l’impegno
comune di tutti debba andare in un'unica direzione, quella dell’impegno, perché
così fa un un team, una squadra e una nazione. Purtroppo oggi assistiamo a una
squallido tam tam di annuncio di facili promesse, di proposte sempre più
pirotecniche pronti solo a prendere il consenso ma immediatamente dopo a
dimenticare quello detto pronti a scaricare la colpa della mancata
effettuazione a fantomatiche colpe di fantomatici denigratori. Verrebbe da dire
purtroppo.
venerdì 12 gennaio 2018
2018 un anno di gusto in Piemonte e non solo
Su iniziativa congiunta
interministeriale, il 2018 sarà l’anno del cibo italiano, proseguendo
una progettualità già avviata per la promozione e il rilancio culturale del
nostro Paese attraverso il Food. Il 2016 è stato l’anno dei Cammini e il
2017 quello dei Borghi. Per l’anno nuovo, invece, l’Italia mette al centro la
sua cultura enogastronomica. “Siamo quello che mangiamo. Per questo il cibo è
prima di tutto patrimonio culturale di un popolo” ha dichiarato il Ministro
delle politiche agricole, alimentari e forestali in occasione del lancio del 2018
anno nazionale del cibo italiano.
Si tratta di
un’iniziativa interministeriale tra i Ministeri delle politiche agricole
alimentari e forestali e dei beni culturali e del turismo che prevede
manifestazioni ed eventi legati alla tradizione del cibo italiano per i
prossimi 12 mesi. La tradizione gastronomica italiana fosse una delle
componenti più fortemente identitarie della nostra cultura. Non solo un cibo
buono, amato e invidiato in tutto il mondo, ma un patrimonio di saperi,
tradizioni locali ed eccellenze alimentari. Proprio le eccellenze alimentari nostrane saranno
al centro di molte iniziative dell’anno nazionale del cibo italiano. In
particolare, “si punterà sulla valorizzazione dei riconoscimenti Unesco legati
al cibo come la Dieta Mediterranea, la vite ad alberello di Pantelleria, i
paesaggi della Langhe Roero e Monferrato, Parma città creativa della
gastronomia e all’Arte del pizzaiuolo napoletano iscritta di recente”. Naturalmente
non mancheranno anche azioni a sostegno delle candidature già avviate,
per il Prosecco e per l’Amatriciana, che il Ministro Martina aveva annunciato
essere un obiettivo del 2018 in occasione della cerimonia inaugurale dell’area
food di Amatrice, a fine luglio 2017.
In Piemonte
ci sarà il Bocuse d’or, la Biteg, il Museo diffuso del tartufo, la festa della
Pasticceria e tante altre lecornie da gustare (insieme all’edizione di Slow
Food) tutte sotto la sapiente regia della Regione
martedì 9 gennaio 2018
Cronache dalla Grande Guerra 3/1918. Quella volta sul Monte Nero ........
Sono giorni pesanti, quasi
fastidiosi, vissuti a metà tra la pioggia che scende copiosa mista a neve sulle
nostre teste, tu ritto nei tuoi ricoveri con una umidità che ti penetra fin
dentro le ossa, in attesa di un attacco, di un colpo di mortaio, di un tiro di
un cecchino, di uno shrapnel, pronto a buttarti nel fango nella speranza, com’è
successo migliaia di volte in questi mesi, di essere graziato. E il tempo che
non passa il grande signore e maestro di queste giornate. L’altro giorno sono
tornato al comando a prendere gli ordini per la compagnia, queste sono le cosiddette
prebende che il grado di sergente mi consente e ho parlato, si fa per dire, con
qualche commilitone inglese. A parte il fatto che le mie domande erano più tese
a sapere dei loro alloggiamenti nel mantovano tra Ostiglia e Sermide, ma pare non
siano passati da Carbonara. Loro raccontavano del saliente di Ypres, un posto
in cui la pioggia battente cade 300 giorni all’anno, in cui non ti muovi dalle
tue posizioni anche se vuol dire star sdraiato nel fango per ore.
Mi verrebbe
da chiedere se i nostri ufficiali siano a conoscenza delle nostre condizioni,
ma i comandi Son fatti così; inesperienza e rigore dosati in ugual misura e
capacità di prendere gli spazi che competono a noi soldati, lasciando agli
umili sottoposti le briciole, al massimo una pacca sulla spalla e una tazza di
grappa. Come quella volta sul Monte Nero quando, con due colleghi, un toscano e
un emiliano, di pattuglia ci siamo trovati nella terra di nessuno, avvicinatisi
a una grotta abbiamo sentito parlare un idioma che sembrava bergamasco. ma
molto più stretto. Tornare indietro voleva dire farsi scoprire e così abbiamo
buttato due bombe a mano all’apertura, dopo dieci secondi di silenzio, una voce
gracchiante in italiano stentato diceva. “buono italiano non sparare”, sono
usciti dalla grotta in settanta, ammonticchiando le loro armi: fucili, pugnali e
qualche bomba a mano in un cumulo che poi abbiamo fatto brillare. Tornati
indietro siamo stati persino rampognati dal tenente che non sapeva cosa fare di
tutti quei prigionieri e io e gli altri due a guardarci in faccia a chiederci
se avevamo fatto bene o meno.
Mesi più tardi per quell’azione il tenente si è
beccato una medaglia, e noi una promozione sul campo per meriti di guerra, ma
boia mondo l’azione l’avevamo fatta noi. Sempre pronti i comandi a prendersi la
gloria e noi militi di truppa a marciare e ad andare avanti, almeno quella
volta non abbiamo avuto perdite e nemmeno gli austriaci, ecco in quel caso ci è
andata bene erano austriaci e ungheresi, fossero stati sloveni o croati ci
avrebbero sopraffatti. E intanto che ricordo i momenti passati tengo l’occhio
vigile sull’orizzonte, scruto le rive del Piave dalla parte opposta nell’attesa
di un segnale e di un movimento, al momento ci logorano nell’attesa. Abbiamo
pagato dazio due mesi fa e la paura di una nuova ritirata non ci ha ancora lasciato.
I bagliori della notte son sempre a nord, ma la sensazione e che prima o poi si
scatenerà l’inferno anche qui
giovedì 4 gennaio 2018
Cronache dalla Grande Guerra 2/1918 La domenica del Corriere
Detto fatto e nella notte la pioggia
fine è diventata nevischio e poi neve ghiacciata, la gestione dei turni di
guardia, da cambiare ogni due ore mi ha fatto alzare alle tre, il buio e il
silenzio che si stempera di fronte a noi è squarciato dal rombo di qualche aereo
che sentiamo volare al di sopra delle nostre teste, pronto per andare a bombardare le nostre
retrovie. Sembra, da voci di trincea, che abbiamo bombardato ospedali dov’erano
ricoverati i nostri feriti. Decine le vittime, questa guerra assume sempre più
i contorni della follia. Lo era prima e continua ora.
Mi viene in mente quando con mio padre
Olindo guardavamo le pagine della Domenica del Corriere. Le illustrazioni di
Achille Beltrame erano cariche di promesse e invitavano ad aderire a sogni e
progetti e devo dire che anche noi contadini, sempre restii a credere a
promesse e sogni, leggere e guardare quelle pagine stimolava la fantasia e
quasi ti invitava ad aderire.
Ieri sono arrivati i primi
rimpiazzi, quella che chiamano la classe del 99, giovanissimi, privi di
esperienza e di malizia, ma anche sprovveduti. Io che di anni ne ho solo due
più di loro sembro il loro padre, l’esperienza purtroppo ti fa crescere. Due ne
sono stati freddati dai cecchini, non si fuma di notte, il bagliore della
sigaretta attira il fuoco nemico e mai come in questo periodo i crucchi hanno
voglia del nostro sangue, vogliono concludere la guerra e la vogliono finire al più
presto.
Intanto in lontananza i bagliori
sul Grappa hanno l’effetto di ravvivare l’attesa e di distrarre la truppa. Un altro
giorno conquistato.
mercoledì 3 gennaio 2018
Il Barbiere di Siviglia
Una vecchia regola del mondo di
lavoro e, anche un certo bon ton, impone che quando finisci un rapporto di
lavoro, anche se hai avuto divergenze, lasci con il sorriso sulle labbra ed
eviti accuratamente alla prima occasione di sputare veleno contro la vecchia
società. Certo anche in presenza di divergenze insanabili e se devi commentare
glissi. Immaginarsi un mondo pedatorio privo di veleni è però abbastanza
anacronistico e quindi improbabile, ma la velocità con cui l’areoplanino
nazionale si è avventato con il veleno contro la vecchia società è quantomeno
discutibile, anche perché qui non stiamo parlando di un giocatore poco considerato
che ha fatto panchina, ma chi ha costruito quella che doveva essere una gioiosa
macchina da guerra e invece alla fine si è dimostrata una ciofeca inenarrabile.
Affermare che il Siviglia abbia avuto più cammino europeo del Milan negli
ultimi cinque anni non è solo statistico ma ineluttabile, non consideriamo poi
che uno dei migliori attaccanti che aveva il Siviglia è venuto a San Siro e non
è stato ampiamento valorizzato da Montella al Milan (stiamo parlando di Bacca).
Insomma come recita il vecchio adagio il bel tacer non fu mai scritto. Certo ora
il Siviglia è in Champions e noi miserrimi siamo in Europa contro il
ludogorets, però i conti si fanno alla fine e quindi, come direbbe il vecchio
Mou, se alla fine dell’anno nessuno porta a casa un trofeo saremo tutte e due
senza tituli, metti che invece si vinca la Coppa Italia, ma tranquilli non
succede, allora rideremo noi.
Cronache dalla Grande Guerra. Sul Piave 1/1918
Mi chiamo Giuseppe Menghini Odone
classe 1897, sono il primo di sei fratelli, figlio di Olindo e di Lucia
Chiavelli e sono qui sul Piave, 66 divisione di fanteria, II armata. Questo per
me è il terzo anno di guerra, dopo settimane di ripiegamento, di corse, di
agguati ci siamo fermati sulla sponda del fiume. Tutti guardano al Piave con
paura, il timore del nemico, le acque limacciose e traditrici del corso d’acqua
mettono apprensione ai miei compagni, ma io che sono nato sul fiume, in una
golena, a Carbonara Po, non ho paura, conosco l’acqua, questo aspetto mi
tranquillizza mi sembra di essere a casa. Il grande fiume è il mio ambiente, l’acqua
è risorsa e per noi che lavoriamo la terra sappiamo come utilizzarla al meglio.
Gli austriaci, già ma perché chiamarli
austriaci, in realtà sono slavi, alcuni della peggiore specie, specialmente i
croati, sanguinari e briganti al tempo stesso. Circolano brutte storie sui
territori occupati, alcune magari frutto della propaganda, altre sicuramente
veritiere, questo crea uno spirito di corpo, in fin dei conti stiamo lottando
per noi.
La casa dei miei vecchi dista
poche decine di chilometri, mi sembra quasi di sentire il profumo degli
agnolotti che mamma Lucia preparava alla domenica di Natale e che adesso mi
mancano terribilmente. Qui, se va bene, ti arriva un pezzo di pane ammuffito e
una brodaglia che dovrebbe cibarti, certo meglio di quando eravamo vicini al
Monte Nero, dove spesso mancavano i rifornimenti. Per tutta la notte è andato avanti un cannoneggiamento da parte del
nemico soprattutto verso Il Monte Grappa, ma non è stato così intenso come in
passato. Alcuni reparti di arditi, per me son dei matti, anche se coraggiosi, hanno
ripulito la parte del fiume tenuta dalle nostre compagnie e i crucchi hanno
perso la testa di ponte a Zenson.
Forse ora il fronte reggerà, ho
perso tanti amici con cui avevo condiviso i primi anni di guerra in questa
ritirata, la domanda legittima è riusciremo a farcela? Sono stanco e ho
nostalgia della campagna, di quando la sera ci si riuniva nella stalla e si
raccontavano storie e pettegolezzi di paese, di quando ti svegliavi alle quattro per
andare a lavorare, ecco non pensavo l’avrei mai detto. Mi porto dietro un
vissuto di venti mesi terribili, di assalti, di difese, di proiettili che ti
sibilano attorno e per un puro caso colpiscono il tuo vicino con cui hai riso e
scherzato fino a pochi secondi prima, ho conquistato i galloni di sergente sul
campo per puro caso, credo sia una sorta di premio alla decimazione cui sono
andato incontro.
Torneremo mai a casa ? La
tentazione di mollare c’è, ma poi tornano alla mente i ricordi di nonno Natale quando
eravamo sotto le giacche bianche austriache, meno di cinquant’anni prima, le vessazioni,
le gabelle, le imposizioni, il militare in Galizia e allora tieni duro,
sperando in un domani migliore anche se il cielo promette neve e freddo in quantità.
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