Era questo l’incipit, nemmeno troppo manzoniano, di ogni incontro con Antonio Buonocore. E da lì, quasi inevitabilmente, cominciava una conversazione. Antonio era una persona di cultura sopraffina, partenopeo dentro e fuori, con un animo dolce e pulito e una curiosità intellettuale fuori dal comune. Con lui le chiacchierate difficilmente rimanevano chiacchiere: diventavano confronti, a volte anche serrati, capaci di spaziare su argomenti di grande respiro culturale.
Ho avuto la fortuna di condividere con Antonio la vicepresidenza dell’Istituto Storico di Varallo e ogni occasione di confronto con lui è stata per me un momento di autentico arricchimento. Perché Antonio aveva una qualità non così comune: non custodiva la propria cultura per sé, sentiva il bisogno di condividerla, di farla circolare, di trasformarla in occasione di conoscenza per gli altri.
Amava profondamente il volontariato e negli anni ci siamo incrociati in mille e più progetti. Era vulcanico nelle idee, nelle proposte e nell’entusiasmo con cui le portava avanti. Ma dietro quell’energia c’era soprattutto una profonda attenzione verso il prossimo. Il suo era un amore disinteressato o, forse, interessato a una sola cosa: stimolare conoscenza, curiosità e cultura. Lasciare qualcosa agli altri. Aprire una porta, accendere una domanda, provocare un pensiero.
Per questo oggi la comunità di Vercelli perde una grande risorsa. Una di quelle persone che contribuiscono alla vita di una città non soltanto per ciò che fanno, ma soprattutto per ciò che riescono a mettere in movimento negli altri. Io perdo un amico sincero e leale e uno di quei rari interlocutori con i quali non si parlava mai soltanto per riempire il tempo. Con Antonio una conversazione lasciava sempre qualcosa: un dubbio, un’idea, una curiosità in più. Forse è proprio questo il privilegio di aver incontrato certe persone: continuare a dialogare con loro anche quando non possono più risponderci.

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