Ci sono notizie che sembrano scritte da uno sceneggiatore particolarmente sarcastico. Una di queste riguarda il Nido dell'Aquila, il celebre rifugio di Hitler sulle Alpi bavaresi, che sarebbe stato divorato dalle fiamme.
Costruito nel 1938 a 1.834 metri di altitudine, il Kehlsteinhaus era uno dei simboli della megalomania nazista. Un edificio spettacolare, raggiungibile attraverso una strada scavata nella montagna e un ascensore nella roccia. Un luogo pensato per impressionare il mondo, anche se Hitler, curiosamente, lo frequentò poco. Evidentemente, persino lui aveva qualche problema con le alte sfere.
Sopravvissuto alla guerra e trasformato in attrazione turistica, il Nido dell'Aquila è diventato uno dei luoghi più conosciuti della storia del Terzo Reich.
E qui arriva il paradosso. Il nazismo aveva una certa dimestichezza con il fuoco. Bruciava libri nelle piazze, incendiava sinagoghe, riduceva città in macerie e utilizzava i forni crematori per cancellare esseri umani. Il fuoco era uno degli strumenti con cui pretendeva di eliminare tutto ciò che non corrispondeva alla propria delirante visione del mondo.
Naturalmente, un edificio in fiamme non è paragonabile a quelle atrocità. Ma l'ironia della sorte è difficile da ignorare. Hitler voleva un Reich millenario. È durato dodici anni. Il suo Nido dell'Aquila, almeno, ha resistito più a lungo.
Evidentemente, chi ha passato la vita a giocare col fuoco non dovrebbe stupirsi se, prima o poi, gli brucia anche il nido.
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