Nel 1942, mentre gli Stati Uniti combattevano contro le potenze dell'Asse, la Marina americana scelse un alleato improbabile: la criminalità organizzata di New York. Una vicenda in cui la ragion di Stato finì per prevalere su ogni altra considerazione.
In guerra non sempre si scelgono gli alleati. Talvolta si scelgono quelli che servono. E quando la posta in gioco è la sopravvivenza di una nazione, anche ciò che in tempo di pace appare inaccettabile può diventare uno strumento da utilizzare. Tutto serve per portare a casa la vittoria, purché si abbia la lucidità di distinguere il fine dai mezzi e, soprattutto, di comprendere il prezzo che quei mezzi comportano. È in questa zona grigia della storia che nasce Operation Underworld, una delle operazioni più singolari dell'intelligence americana durante la Seconda guerra mondiale.
Nel febbraio del 1942 il transatlantico francese Normandie, requisito dagli Stati Uniti e destinato a essere trasformato in nave militare con il nome di USS Lafayette, prese fuoco nel porto di New York e si rovesciò. L'incendio fu accidentale, ma il timore di sabotaggi nemici era reale. I porti della costa orientale rappresentavano un'arteria vitale per lo sforzo bellico: da quelle banchine transitavano uomini, armi, munizioni e rifornimenti destinati ai fronti di guerra.
La Marina aveva uomini, mezzi e autorità. Ma non possedeva qualcosa di altrettanto importante: il controllo informale delle banchine, dei mercati, delle relazioni tra lavoratori e di quel mondo sotterraneo che sfuggiva agli apparati ufficiali.
Quel potere apparteneva, almeno in parte, alla criminalità organizzata. Joe “Socks” Lanza, figura influente nel mercato ittico newyorkese, divenne uno dei primi interlocutori dell'intelligence navale. Attraverso di lui si cercò di raggiungere lavoratori portuali, pescatori ed equipaggi che potevano osservare movimenti sospetti e facilitare la raccolta di informazioni. La collaborazione arrivò poi a coinvolgere ambienti legati a Lucky Luciano, allora detenuto.
Non fu una conversione morale dei gangster al patriottismo, né un'improvvisa assoluzione delle loro attività criminali. Fu un accordo di convenienza, nel quale interessi differenti finirono temporaneamente per incontrarsi.
L'importanza strategica di Underworld non risiedeva nella potenza militare, ma nella capacità di proteggere ciò che rendeva possibile combattere: la logistica. Un esercito può disporre delle armi migliori, ma senza carburante, munizioni e rifornimenti non va da nessuna parte. E un porto paralizzato può fare danni quanto una battaglia perduta.
La rete di Lanza consentì agli investigatori navali di entrare in ambienti altrimenti difficilmente accessibili. L'influenza di Luciano e dei suoi intermediari contribuì a mantenere operative le banchine e a facilitare la sorveglianza dei movimenti sospetti. Il giudizio storico sull'efficacia dell'operazione resta discusso: non esistono prove che quella collaborazione abbia sventato specifici sabotaggi tedeschi, ma una ricostruzione pubblicata nel 2025 dalla rivista Naval History dell'U.S. Naval Institute ne riconosce l'utilità per la sicurezza portuale.
Poi arrivò la Sicilia. Nel luglio del 1943 gli Alleati sbarcarono sull'isola con l'Operazione Husky. Anche in questo caso l'intelligence americana cercò di sfruttare contatti e conoscenze degli ambienti italoamericani per ottenere informazioni sulla geografia, sui porti e sulle condizioni locali. Sarebbe storicamente scorretto attribuire alla mafia il successo dello sbarco: la stessa Marina statunitense considera il suo contributo possibile ma limitato.
Rimane, tuttavia, una questione di straordinario interesse. Gli Stati Uniti accettarono di trattare con uomini che avevano costruito il proprio potere attraverso estorsioni, intimidazioni e controllo criminale del territorio. Non perché ne condividessero i metodi, ma perché ritenevano di poterne utilizzare le capacità per raggiungere un obiettivo superiore.
La storia, del resto, è piena di alleanze improbabili. La guerra obbliga spesso a distinguere ciò che è desiderabile da ciò che è necessario. Ma non bisogna confondere il pragmatismo con l'assenza di conseguenze: nel 1946 la pena di Lucky Luciano venne commutata e il boss fu espulso verso l'Italia. Anche quella decisione alimentò interrogativi sul rapporto tra collaborazione bellica e concessioni al potere criminale. Operation Underworld racconta dunque qualcosa di più di un accordo segreto tra ammiragli e gangster. Racconta il lato meno celebrato della vittoria, quello fatto di compromessi, informazioni, relazioni personali e decisioni che difficilmente troverebbero posto nei discorsi ufficiali. Perché la guerra non si vince soltanto sui campi di battaglia. Si vince nei porti, nelle fabbriche, lungo le rotte commerciali, negli uffici dell'intelligence e talvolta persino nei luoghi dove uno Stato, in condizioni normali, non dovrebbe mai cercare i propri alleati. La vera lezione di Underworld, però, non è che ogni mezzo sia giustificato dal risultato. È che la vittoria può richiedere compromessi straordinari, ma non cancella mai la responsabilità di averli scelti.
Ed è forse proprio questa la differenza tra vincere una guerra e poter raccontare, senza imbarazzo, come la si è vinta.

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