"Se non avesse svoltato a destra. Se avesse proseguito lungo l'autostrada. Se non avesse fatto così freddo."
Non sono le giustificazioni di Heinz Guderian per il fallimento della corsa tedesca verso Mosca nel 1941, ma le considerazioni di quello che dovrebbe essere l'uomo più potente del mondo, il presidente Usa. Un novello Sun Tzu che, dall'alto della propria posizione, si arrovella nel tentativo di impartire lezioni di strategia militare a Paesi sovrani e generali di eserciti che non comanda.
Eppure la storia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Soprattutto a chi pretende di interpretare le guerre come una partita a scacchi, nella quale basta muovere il pezzo più potente per avere ragione dell'avversario. Viviamo un'epoca in cui la tecnologia ha trasformato profondamente il campo di battaglia. Droni, intelligenza artificiale, sistemi satellitari e armamenti sempre più sofisticati sembrano aver consegnato la superiorità militare a chi dispone delle maggiori risorse economiche e tecnologiche.
Ma la guerra continua a dimostrare che, molto spesso, piccolo è bello. O quantomeno terribilmente efficace. I possenti T-34 della Seconda guerra mondiale e i loro modernissimi discendenti, almeno sulla carta, dovrebbero avere vita facile contro avversari meno equipaggiati. E invece non è così. La superiorità dei mezzi non garantisce quella sul terreno, né tantomeno la vittoria politica. In quasi tutti i conflitti degli ultimi ottant'anni, e anche in molti precedenti, intelligence, operazioni dei commando, guerriglia e resistenza dietro le linee hanno spesso pesato quanto, se non più, della potenza di fuoco degli eserciti convenzionali.
Basta guardare all'Afghanistan, dove prima gli inglesi, poi i sovietici e infine gli americani con i loro alleati hanno sperimentato, in epoche e circostanze differenti, quanto sia difficile piegare un territorio e una popolazione attraverso la sola forza militare.
E come dimenticare il Vietnam? Una guerra nella quale la sproporzione tecnologica non impedì a un avversario determinato di logorare una delle più grandi potenze militari della storia. Gli esempi potrebbero continuare, fino ai conflitti contemporanei, dove un drone relativamente economico può mettere fuori combattimento un mezzo da milioni di euro e un semplice lanciarazzi anticarro può trasformarsi in una minaccia per sistemi d'arma infinitamente più costosi.
È il paradosso della guerra moderna: si investono risorse immense per costruire strumenti sempre più sofisticati, salvo scoprire che l'avversario può trovare il modo di neutralizzarli con mezzi assai più modesti. Naturalmente la tecnologia conta, eccome. Ma non basta. Non può sostituire la conoscenza del territorio, la capacità di adattamento, l'intelligence, la determinazione di chi combatte e, soprattutto, la volontà di resistere.
La guerra combattuta a colpi di tecnologia continuerà sempre a fare i conti con la resilienza umana. E questa è una variabile che nessun algoritmo, per quanto evoluto, riesce a governare completamente. È proprio per questo che dovrebbe tornare centrale il primato della politica.
Perché se la superiorità militare non garantisce la vittoria, e se persino la vittoria sul campo non assicura una pace duratura, allora continuare a considerare le armi come la soluzione definitiva dei conflitti significa non aver compreso una delle lezioni più ricorrenti della storia. La mediazione, il negoziato e la diplomazia non sono manifestazioni di debolezza. Sono gli strumenti attraverso i quali la politica può raggiungere risultati che gli eserciti, anche i più potenti, non sono necessariamente in grado di ottenere.
Del resto, già Sun Tzu, molti secoli prima dell'invenzione dei carri armati, dei missili e dei droni, aveva individuato il principio fondamentale dell'arte militare: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere. Forse è proprio questa la lezione che dovrebbero ricordare i moderni strateghi da conferenza stampa.
Perché il generale più grande non è necessariamente quello che vince più battaglie.
È quello che riesce a rendere inutile combatterle.

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