venerdì 2 ottobre 2026

Peppe che mi racconti ?


Era questo l’incipit, nemmeno troppo manzoniano, di ogni incontro con Antonio Buonocore. E da lì, quasi inevitabilmente, cominciava una conversazione. Antonio era una persona di cultura sopraffina, partenopeo dentro e fuori, con un animo dolce e pulito e una curiosità intellettuale fuori dal comune. Con lui le chiacchierate difficilmente rimanevano chiacchiere: diventavano confronti, a volte anche serrati, capaci di spaziare su argomenti di grande respiro culturale.

Ho avuto la fortuna di condividere con Antonio la vicepresidenza dell’Istituto Storico di Varallo e ogni occasione di confronto con lui è stata per me un momento di autentico arricchimento. Perché Antonio aveva una qualità non così comune: non custodiva la propria cultura per sé, sentiva il bisogno di condividerla, di farla circolare, di trasformarla in occasione di conoscenza per gli altri.

Amava profondamente il volontariato e negli anni ci siamo incrociati in mille e più progetti. Era vulcanico nelle idee, nelle proposte e nell’entusiasmo con cui le portava avanti. Ma dietro quell’energia c’era soprattutto una profonda attenzione verso il prossimo. Il suo era un amore disinteressato o, forse, interessato a una sola cosa: stimolare conoscenza, curiosità e cultura. Lasciare qualcosa agli altri. Aprire una porta, accendere una domanda, provocare un pensiero.

Per questo oggi la comunità di Vercelli perde una grande risorsa. Una di quelle persone che contribuiscono alla vita di una città non soltanto per ciò che fanno, ma soprattutto per ciò che riescono a mettere in movimento negli altri. Io perdo un amico sincero e leale e uno di quei rari interlocutori con i quali non si parlava mai soltanto per riempire il tempo. Con Antonio una conversazione lasciava sempre qualcosa: un dubbio, un’idea, una curiosità in più. Forse è proprio questo il privilegio di aver incontrato certe persone: continuare a dialogare con loro anche quando non possono più risponderci.



il business dell insoddisfazione: la favola delle Api


C’è una vecchia battuta che dice: «Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto». Bernard Mandeville, tre secoli fa, avrebbe probabilmente sorriso. Perché nella sua Favola delle api sostiene qualcosa di altrettanto irriverente: se fossimo tutti improvvisamente virtuosi, forse il mondo sarebbe moralmente migliore, ma la nostra economia avrebbe qualche problema.

Il suo alveare, infatti, è ricco e prospero proprio perché le api sono tutt’altro che perfette. Sono ambiziose, vanitose, desiderano il superfluo, competono, spendono, vogliono distinguersi dalle altre. Poi decidono di diventare oneste, sobrie e virtuose. Smettono di desiderare ciò che non serve, rinunciano agli eccessi e imparano ad accontentarsi. Ed è proprio allora che l’alveare entra in crisi. Mandeville sintetizza la provocazione con una formula diventata celebre: “Vizi privati, pubblici benefici”.

Naturalmente non ci sta suggerendo di diventare peggiori. Ci mette davanti a una contraddizione che, trecento anni dopo, continua a riguardarci molto da vicino. Che cosa succederebbe se diventassimo davvero le persone che diciamo di voler essere? Se fossimo tutti sobri, moderati e soddisfatti compreremmo meno, cambieremmo meno spesso automobile, telefono e vestiti, non avremmo bisogno dell’ultimo modello e probabilmente smetteremmo di confrontare continuamente quello che abbiamo con quello che possiedono gli altri. Saremmo forse persone migliori, ma sicuramente consumatori peggiori.

Ed è qui che il paradosso diventa interessante. Condanniamo l’avidità, ma ammiriamo la ricchezza. Critichiamo la vanità, ma abbiamo costruito intere industrie intorno al desiderio di apparire. Insegniamo ai nostri figli che non è importante possedere, mentre ci preoccupiamo quando diminuiscono i consumi. Predichiamo la sostenibilità, ma vogliamo economie che continuino a crescere. Guardiamo con sospetto il superfluo dimenticando che milioni di persone lavorano producendo proprio ciò di cui, in senso stretto, potremmo fare a meno.

Il nostro alveare, del resto, non vive più soltanto dei bisogni. Vive soprattutto dei desideri. E il desiderio è un carburante formidabile perché non si esaurisce mai. Appena otteniamo qualcosa, qualcos’altro diventa desiderabile. E se per caso arrivassimo a sentirci soddisfatti, c’è sempre qualcuno pronto a ricordarci che esiste un telefono più nuovo, una macchina più bella, un viaggio più esclusivo, un corpo più perfetto, una vita apparentemente più felice della nostra.

Così lavoriamo per comprare, compriamo per essere soddisfatti, mostriamo ciò che abbiamo comprato, guardiamo ciò che hanno gli altri e ricominciamo a desiderare. Una macchina quasi perfetta, nella quale persino la nostra insoddisfazione produce valore economico.

E allora la domanda di Mandeville diventa molto più seria della sua provocazione iniziale: può esistere una società prospera che non abbia bisogno di convincerci continuamente che quello che abbiamo non basta?

Forse è questo il vero confine etico da cercare. Non tra desiderio e rinuncia, e nemmeno tra ricchezza e povertà, ma tra il legittimo desiderio di migliorare la propria vita e la condanna a non sentirla mai abbastanza. Tra avere dei desideri ed essere governati dai desideri.

In fondo, le api di Mandeville facevano esattamente questo: lavoravano, competevano, consumavano e desideravano. Noi abbiamo aggiunto soltanto qualche algoritmo capace di suggerirci cosa desiderare.

E continuiamo a pensare di osservare quell’alveare dall’esterno.

Ma l’alveare siamo noi.


Peppe che mi racconti ?

Era questo l’incipit, nemmeno troppo manzoniano, di ogni incontro con Antonio Buonocore .  E da lì, quasi inevitabilmente, cominciava una c...