Ovvero, come perdere una battaglia senza che l'avversario si presenti
Nella storia militare ci sono grandi vittorie, sconfitte memorabili e imprese eroiche. Poi ci sono gli austriaci che, nel 1788, riuscirono a fare qualcosa di decisamente più originale: combattere una battaglia contro sé stessi. E perderla.
Siamo a Karánsebes, nell'attuale Romania. L'esercito dell'imperatore Giuseppe II d'Asburgo è impegnato nella guerra contro l'Impero ottomano. Migliaia di soldati, cannoni, cavalleria, ufficiali e un'organizzazione militare che, almeno sulla carta, dovrebbe garantire una certa efficienza. Il problema è che la carta, evidentemente, non aveva letto il piano di battaglia.
Secondo il racconto più popolare, tutto comincia quando alcuni cavalleggeri austriaci incontrano dei venditori di acquavite. La guerra può aspettare, la sete no. Si beve, si discute e, quando altri soldati chiedono di partecipare alla festa, nasce una lite. Parte uno sparo. Qualcuno grida: «Arrivano i turchi!». E da quel momento il buon senso presenta le dimissioni. L'esercito asburgico è un concentrato di nazionalità e lingue differenti. Gli ordini vengono fraintesi, i reparti si scambiano per nemici, qualcuno spara, qualcun altro risponde. Secondo la leggenda, persino l'artiglieria decide di partecipare, prendendo di mira i propri commilitoni.
Insomma, un esercito perfettamente organizzato per affrontare il nemico, purché il nemico fosse l'esercito stesso. La tradizione racconta di 10.000 morti. Una cifra clamorosa, ma storicamente non dimostrata, così come diversi dettagli della vicenda. Un episodio di panico e fuoco amico ci fu; il resto è stato probabilmente ingigantito nei racconti successivi. Ma il paradosso rimane straordinario. Gli ottomani, che avrebbero dovuto essere i protagonisti della battaglia, si ritrovarono praticamente disoccupati. Gli austriaci avevano già provveduto da soli.
E qui arriva la lezione, valida ancora oggi.
Quando manca la comunicazione, quando nessuno ascolta, tutti impartiscono ordini e ciascuno interpreta la realtà a modo proprio, non serve un avversario particolarmente brillante per combinare un disastro. Basta un'organizzazione convinta di sapere perfettamente quello che sta facendo. A Karánsebes gli austriaci dimostrarono che per perdere una guerra non è indispensabile avere un nemico. A volte basta una riunione mal gestita, qualche ordine incomprensibile e un gruppo di persone assolutamente convinte di avere ragione.

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