A volte la storia nasce quasi per caso. Da una serata di pioggia, da qualche libro lasciato sul tavolo e da una sfida tra amici che nessuno immagina possa lasciare un segno. È quello che accadde nel giugno del 1816, sulle rive del lago di Ginevra, a Villa Diodati, dove soggiornava Lord Byron. Intorno a lui si ritrovavano Percy Bysshe Shelley, Claire Clairmont, il giovane medico John William Polidori e una ragazza di appena diciotto anni, Mary Godwin, destinata a diventare Mary Shelley.
Quella del 1816 era un’estate stranissima, tanto da passare alla storia come “l’anno senza estate”. Il freddo, la pioggia e i temporali, legati anche alle conseguenze della gigantesca eruzione del Tambora avvenuta l’anno precedente, costringevano spesso il gruppo a rimanere chiuso nella villa. E così si parlava, si discuteva di letteratura, di scienza, della vita e della morte, si leggevano racconti soprannaturali. Finché Byron lanciò una sfida semplicissima: perché non provare a scrivere ciascuno una storia di fantasmi?
Poteva essere soltanto un modo per passare una serata. Invece quella sfida avrebbe cambiato la storia della letteratura. Mary, inizialmente, non riusciva a trovare un’idea. Poi arrivò una visione: uno studioso che aveva assemblato un corpo ed era riuscito, in qualche modo, a dargli vita. Da quell’immagine sarebbe nato Frankenstein. E forse la cosa più straordinaria è che una ragazza di diciotto anni non inventò semplicemente un mostro: pose una domanda che, più di due secoli dopo, continua a riguardarci. Cosa succede quando l’uomo riesce a creare qualcosa che poi non è più capace di controllare? Una domanda formulata nel 1816 che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della genetica e delle nuove tecnologie, sembra sorprendentemente contemporanea.
Ma da quelle notti nacque anche un altro personaggio destinato a entrare nel nostro immaginario. Byron iniziò un racconto e poi lo abbandonò; Polidori raccolse anche quelle suggestioni e sviluppò The Vampyre. Il suo Lord Ruthven non era più soltanto la creatura mostruosa delle superstizioni popolari: era aristocratico, elegante, affascinante e allo stesso tempo terribilmente pericoloso. Era, in qualche modo, la nascita del vampiro moderno, il modello che avrebbe contribuito ad aprire la strada, molti decenni dopo, al Dracula di Bram Stoker.
La parte più affascinante della storia, però, forse è un’altra: erano tutti giovanissimi. Byron aveva ventotto anni, Shelley ventitré, Polidori venti e Mary appena diciotto. Non erano riuniti a Villa Diodati per cambiare la letteratura occidentale. Erano semplicemente alcuni giovani intelligenti, curiosi e irrequieti, bloccati dal maltempo, che leggevano, discutevano e si sfidavano a immaginare qualcosa che ancora non esisteva. Il 16 giugno 1816 è diventato la data simbolica di quella sfida, anche se le testimonianze fanno pensare che letture, conversazioni e idee si siano sviluppate nell’arco di più giornate.
Ma, in fondo, cambia poco. Da quella villa sul lago di Ginevra uscirono due figure che non ci hanno più abbandonato: la creatura di Frankenstein e il vampiro moderno. Ed è difficile non sorridere pensando che tutto cominciò senza alcuna intenzione solenne, durante un’estate che non sembrava nemmeno un’estate, con alcuni ragazzi costretti in casa dalla pioggia e una sfida lanciata quasi per gioco. A volte per creare qualcosa di immortale non serve sapere di stare facendo la storia. Basta avere qualcuno davanti capace di sfidarti a immaginare ciò che ancora non esiste.

Nessun commento:
Posta un commento