lunedì 14 settembre 2026

Giornalista sportivo o match analyst?

Ho una profonda nostalgia per i pezzi di Gianni Brera e, più tardi, di Gianni Mura. Non perché il calcio di allora fosse necessariamente migliore, ma perché loro sapevano fare una cosa che oggi sembra diventata merce rara: guardare una partita e poi raccontarla.

Brera poteva trasformare novanta minuti in un piccolo trattato di antropologia italiana, inventava parole, caratteri, tipi umani. Mura aveva una scrittura diversa, più lieve e malinconica, ma possedeva la stessa capacità di vedere oltre il risultato. Nei loro articoli c'erano il centravanti e il terzino, certo, ma anche lo stadio, la provincia, il pubblico, le paure di un allenatore, la faccia di chi aveva sbagliato un rigore. Il pallone era un pretesto magnifico per raccontare gli uomini.

Oggi, invece, il giornalista sportivo sembra soffrire di un complesso d'inferiorità nei confronti del match analyst. Così il calcio viene sezionato: expected goals, possesso consolidato, passaggi progressivi, tocchi nell'ultimo terzo, riaggressione, heat map. Tutto utile, per carità. Il problema nasce quando lo strumento di lettura pretende di diventare il racconto.

Un attaccante tocca cinque palloni, ne mette uno dentro con un expected goal dello zero virgola qualcosa e improvvisamente la prestazione diventa “clinica”. La domenica precedente era un brocco, quella successiva è un campione. Otto giorni per passare dal mercato di gennaio al Pallone d'Oro. E se i numeri non spiegano quello che abbiamo visto, tanto peggio per quello che abbiamo visto.

È curioso, perché il calcio rimane uno degli sport meno disponibili a farsi imprigionare completamente dalle statistiche. Un rimpallo, un'espulsione, un palo, un portiere che sbaglia l'unica uscita della partita possono mandare al macero novanta minuti di superiorità statistica. Ed è precisamente questa sua imperfezione ad averlo reso così popolare.

Non rimpiango un calcio senza numeri. Rimpiango giornalisti capaci di usare i numeri senza farsi usare dai numeri. Il match analyst deve spiegarmi perché una squadra ha occupato male uno spazio. Dal giornalista vorrei qualcosa in più: che mi raccontasse cosa è successo davvero in quello stadio e, magari, perché quella partita ci ha fatto arrabbiare, esultare o annoiare.

Brera e Mura non disponevano degli expected goals. Disponevano però di qualcosa che nessun algoritmo ha ancora trasformato in una statistica: uno sguardo e una lingua per raccontarlo.

E forse è proprio questo che manca di più al giornalismo sportivo contemporaneo: non qualcuno che sappia contare quanti palloni ha toccato un giocatore, ma qualcuno che sappia ancora raccontarci perché uno di quei palloni è diventato calcio.




 

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