domenica 30 agosto 2026

Mladić e la memoria selettiva: senza conoscere la storia non possiamo capire i Balcani

 

Le immagini di chi ancora oggi rende omaggio a Ratko Mladić possono indignare. Ma non dovrebbero stupire chi conosce la storia dei Balcani. Su Mladić il giudizio non può che essere netto. È stato condannato per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Srebrenica rimane una delle pagine più terribili della storia europea contemporanea.

Ma condannare non significa rinunciare a comprendere. E comprendere, in questo caso, significa fare ciò che troppo spesso dimentichiamo di fare: studiare la storia.

Per capire perché ancora oggi una parte del mondo serbo possa considerare Mladić un eroe bisogna andare molto più indietro delle guerre jugoslave degli anni Novanta.

La penisola balcanica è stata per secoli una terra di confine, attraversata da imperi, eserciti, religioni, migrazioni e popoli. L'espansione ottomana, la battaglia del Kosovo del 1389, la successiva incorporazione dei territori serbi nell'Impero ottomano e il lunghissimo confronto tra quest'ultimo e le potenze cristiane hanno lasciato tracce profonde nella costruzione delle identità collettive. Per secoli quella regione è stata una frontiera fra mondi differenti. Guerre, incursioni, rivolte, repressioni e spostamenti di popolazione hanno prodotto memorie che sono sopravvissute agli stessi imperi.

Naturalmente sarebbe storicamente sbagliato descrivere i secoli di dominazione ottomana come una guerra permanente tra cristiani e musulmani. Ci furono violenze e discriminazioni, ma anche convivenza, commerci, contaminazioni e lunghi periodi di relativa stabilità. Il punto è un altro: ciò che i popoli ricordano della propria storia non coincide necessariamente con tutta la loro storia.

Il Kosovo ne è un esempio straordinario. Una battaglia medievale è diventata nei secoli parte fondamentale dell'immaginario nazionale serbo: sconfitta, sacrificio, resistenza, identità e infine rinascita.

Quando nell'Ottocento l'Impero ottomano cominciò progressivamente a perdere il controllo dei suoi territori europei, quelle memorie incontrarono la forza crescente dei nazionalismi. La storia diventò così anche uno strumento attraverso il quale costruire le nuove nazioni.

Le guerre balcaniche del 1912 e 1913 mostrarono quanto questa miscela potesse essere esplosiva. E appena un anno dopo fu proprio Sarajevo a fornire la scintilla della Prima guerra mondiale. Non perché i nazionalismi balcanici ne fossero l'unica causa – le responsabilità e le ragioni del conflitto europeo furono enormemente più complesse – ma perché proprio lì si concentravano alcune delle tensioni che attraversavano l'Europa degli imperi.

Poi arrivò la Seconda guerra mondiale. E nei Balcani alla guerra contro gli occupanti si sovrapposero guerra civile, persecuzioni etniche, vendette e regolamenti di conti.

Gli ustascia croati massacrarono serbi, ebrei e rom. Formazioni cetniche serbe furono responsabili a loro volta di massacri contro musulmani e croati. C'erano gli occupanti tedeschi e italiani, i partigiani di Tito, collaborazionisti, nazionalisti e comunità che cercavano semplicemente di sopravvivere. È qui che il discorso sulla memoria diventa decisivo. Perché dopo una guerra del genere non rimangono soltanto i morti. Rimangono i racconti dei morti.

Ogni famiglia conserva i propri. Ogni comunità costruisce il proprio ricordo. Ogni popolo tramanda più facilmente le violenze che ha subito rispetto a quelle che ha commesso. Tito riuscì per decenni a tenere insieme la Jugoslavia anche attraverso una narrazione comune, quella della lotta partigiana e della fratellanza tra i popoli jugoslavi. Ma sotto quella costruzione politica continuarono a vivere memorie familiari, religiose e nazionali molto più antiche.

E quando la Jugoslavia cominciò a sgretolarsi, quelle memorie tornarono a parlare.

Non tornarono però come un libro di storia. Tornarono selezionate. Il serbo poteva ricordare i serbi massacrati dagli ustascia. Il croato poteva ricordare le proprie persecuzioni e la repressione jugoslava. Il musulmano bosniaco aveva la propria memoria delle violenze subite. Ognuno possedeva una storia attraverso la quale sentirsi vittima. Ed è proprio qui che la memoria diventa pericolosa: quando smette di servire a ricordare e comincia a servire a giustificare.

Le guerre degli anni Novanta non furono quindi la semplice prosecuzione inevitabile di odi vecchi di secoli. Sarebbe una lettura troppo facile e persino offensiva verso generazioni di persone che avevano vissuto insieme. Furono guerre determinate da precise scelte politiche, nazionalismi, leadership, propaganda e interessi.

Ma quelle leadership trovarono nella storia un arsenale potentissimo. Bastava scegliere quali morti ricordare. Ed è dentro questo meccanismo che bisogna leggere anche Mladić.

Questo non attenua di un millimetro le sue responsabilità. I crimini commessi contro i serbi nel passato non possono spiegare moralmente, e tantomeno giustificare, Srebrenica. Il dolore ereditato non concede mai il diritto di infliggerne altro.

Ma aiuta a comprendere come lo stesso uomo possa essere considerato un criminale di guerra da milioni di persone e contemporaneamente trasformato da altri nel simbolo del difensore della propria comunità. Ancora più impressionante è vedere giovani che lo celebrano senza avere vissuto quella guerra.

Quei ragazzi non stanno ricordando. Stanno ricordando ciò che è stato insegnato loro a ricordare. Ed è forse questo l'aspetto che dovrebbe interrogarci più delle manifestazioni stesse.

Perché una memoria selettiva può attraversare le generazioni. Può prendere un ragazzo nato molti anni dopo una guerra e consegnargli le paure, i nemici, le umiliazioni e persino le vendette di chi quella guerra l'ha combattuta.

La storia dovrebbe servire esattamente al contrario.

Dovrebbe costringerci ad aggiungere al racconto dei nostri morti anche quello dei morti degli altri. A conoscere le ragioni senza trasformarle in giustificazioni. A distinguere la comprensione dalla assoluzione.

Per questo davanti alle immagini di chi celebra Mladić indignarsi è comprensibile. Stupirsi un po' meno.

La storia non rende inevitabili le guerre e non condanna i popoli a ripetere per sempre gli stessi conflitti. Ma ignorarla ci impedisce di comprendere perché certi simboli continuino a sopravvivere.

La memoria selettiva ci racconta sempre quanto abbiamo sofferto noi. La storia, quando la studiamo davvero, ci obbliga a ricordare anche quanto abbiamo fatto soffrire gli altri.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra usare il passato e comprenderlo


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