Il reportage che cambiò il punto di osservazione sulla bomba atomica e mostrò la forza di un giornalismo capace di cercare i fatti, ascoltare le persone e lasciare al lettore la libertà di giudicare
Alle 8.15 del 6 agosto 1945 Hiroshima entrò nella storia. Poco più di un anno dopo John Hersey fece qualcosa di apparentemente molto più semplice: riportò dentro quella storia gli esseri umani. È forse questo il modo migliore per comprendere ancora oggi la grandezza di Hiroshima, il reportage pubblicato da The New Yorker il 31 agosto 1946. Non fu soltanto uno straordinario lavoro giornalistico sulla prima città colpita da una bomba atomica, ma una dimostrazione di cosa possa essere il giornalismo quando decide di mettersi realmente al servizio del lettore: cercare, verificare, ascoltare, ricostruire e infine raccontare, senza pretendere di sostituire il proprio giudizio a quello di chi legge.
Hersey era già un giornalista e scrittore affermato. Aveva seguito la Seconda guerra mondiale come corrispondente e nel 1945 aveva ricevuto il Premio Pulitzer per il romanzo A Bell for Adano. Il Pulitzer, quindi, non gli venne assegnato per Hiroshima, come talvolta erroneamente si pensa. Eppure sarebbe stato proprio quel reportage, pubblicato l'anno successivo, a diventare il lavoro indissolubilmente legato al suo nome e uno dei grandi esempi del giornalismo del Novecento.
Per comprenderne la portata bisogna provare a tornare al 1945. La bomba atomica rappresentava qualcosa che l'umanità non aveva mai conosciuto e il racconto era inevitabilmente dominato dalla dimensione militare e tecnologica: la potenza dell'esplosione, l'Enola Gay, Little Boy, il fungo atomico, la distruzione della città, la guerra contro il Giappone, la successiva bomba su Nagasaki e infine la resa. Hiroshima era soprattutto una città vista dall'alto, un obiettivo su una mappa e il luogo nel quale una nuova arma aveva dimostrato una capacità distruttiva fino a quel momento inconcepibile.
Hersey cambia completamente prospettiva. Scende a terra. Non parte dalla bomba, parte dalle persone. Ricostruisce l'esperienza di sei sopravvissuti: Toshiko Sasaki, una giovane impiegata; Masakazu Fujii, medico; Hatsuyo Nakamura, vedova e madre; Wilhelm Kleinsorge, sacerdote gesuita; Terufumi Sasaki, giovane medico; Kiyoshi Tanimoto, pastore metodista. Sei persone diverse che hanno una cosa in comune: alle 8.15 del 6 agosto si trovavano a Hiroshima. Hersey racconta dove erano, cosa stavano facendo, cosa videro, come reagirono e cosa accadde loro nelle ore e nei giorni successivi. È una scelta narrativa apparentemente elementare e proprio per questo potentissima: prima di Hersey Hiroshima era soprattutto una bomba; dopo Hersey Hiroshima diventò sei persone.
C'è poi un elemento del suo lavoro che dice molto sul significato stesso del mestiere giornalistico: Hersey rimane quasi invisibile. Non cerca di spiegare continuamente al lettore quanto sia sconvolgente quello che sta raccontando, non trasforma le proprie emozioni nel centro del reportage e soprattutto non diventa il protagonista della storia. Fa esattamente il contrario: si mette da parte. Intervista, verifica, confronta le testimonianze, ricostruisce gli eventi e organizza una quantità enorme di informazioni, poi lascia che siano i fatti e le persone a occupare la scena. È una concezione del giornalismo che conserva ancora oggi una forza straordinaria, perché il giornalista non dovrebbe necessariamente essere colui che dice al lettore cosa pensare, ma colui che gli permette di comprendere abbastanza per poter pensare autonomamente.
Essere al servizio del lettore significa proprio questo: avere abbastanza curiosità per fare una domanda in più, abbastanza pazienza per cercare un'altra fonte, abbastanza rigore per distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo e abbastanza umiltà per riconoscere che, una volta forniti gli elementi necessari, il giudizio appartiene a chi legge. In questo senso Hiroshima rappresenta perfettamente anche il significato più profondo del giornalismo d'inchiesta. L'inchiesta, infatti, non consiste necessariamente nello scoprire uno scandalo o nel trovare un documento segreto. È innanzitutto un metodo: non accontentarsi della versione immediatamente disponibile della realtà.
Nel 1946 esisteva già una grande narrazione: gli Stati Uniti avevano utilizzato una nuova arma, il Giappone si era arreso e la Seconda guerra mondiale era terminata. Hersey non cancella questa storia e non pretende neppure di risolvere definitivamente l'enorme dibattito storico e morale sull'utilizzo della bomba. Fa qualcosa di giornalisticamente ancora più importante: aggiunge alla storia ciò che mancava. Che cosa significava trovarsi sotto quella bomba? Cosa aveva visto un medico? Cosa aveva fatto una madre per proteggere i propri figli? Cosa succedeva negli ospedali? Come erano sopravvissute le persone? Sono domande semplici che modificano completamente il punto di osservazione. Ed è forse proprio da qui che nasce una delle funzioni più nobili dell'inchiesta: guardare dove tutti stanno già guardando e chiedersi cosa non stiamo vedendo.
La scelta del New Yorker amplificò enormemente la forza di questa operazione. Il 31 agosto 1946 la rivista dedicò sostanzialmente l'intero numero al reportage di Hersey. Per moltissimi lettori americani Hiroshima non veniva più osservata dalla prospettiva dell'aereo che aveva sganciato la bomba, ma da quella delle persone che si trovavano sotto. Questo non cancellava Pearl Harbor, la brutalità della guerra nel Pacifico, i crimini commessi dal Giappone o il dibattito sulle conseguenze che avrebbe potuto avere un'invasione delle isole giapponesi. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra giornalismo e propaganda. Un grande reportage non ha bisogno di cancellare una verità per sostituirla con un'altra: allarga il campo visivo. Dopo aver letto Hersey si poteva continuare a sostenere che l'impiego dell'atomica fosse stato militarmente necessario oppure sostenere il contrario, ma diventava molto più difficile discutere della bomba come di un concetto astratto. Adesso dietro i numeri c'erano dei volti.
Informare, infatti, non significa necessariamente convincere. La propaganda parte da una conclusione e cerca gli elementi necessari per portare il pubblico verso quella conclusione; il giornalismo dovrebbe fare il percorso opposto, partire dalle domande, raccogliere i fatti e mettere il lettore nella condizione di formarsi un'opinione. Hersey non ha bisogno di ripetere che ciò che accadde a Hiroshima fu terribile. Racconta ciò che accadde. Proprio l'assenza di enfasi rende il suo lavoro ancora più potente e il giornalista diventa quasi un tramite tra l'esperienza dei protagonisti e chi legge. Essere al servizio del lettore significa rispettarne l'intelligenza, non semplificare artificialmente la realtà per renderla compatibile con una tesi, ma renderla sufficientemente comprensibile perché possa affrontarne la complessità.
Questa lezione assume forse ancora più valore oggi. Nel 1946 un giornalista doveva raggiungere Hiroshima, trovare i sopravvissuti, parlare con loro, ricostruire gli eventi e solo successivamente pubblicare il proprio lavoro. Oggi una guerra arriva direttamente sul nostro telefono. Video registrati dai droni, fotografie satellitari, immagini dei soldati, testimonianze dei civili, comunicati ufficiali, propaganda, account anonimi e contenuti manipolati si mescolano continuamente. Abbiamo a disposizione una quantità di informazioni che Hersey non avrebbe potuto neppure immaginare, ma avere più informazioni non significa necessariamente essere meglio informati. Anzi, proprio l'abbondanza rende ancora più importante il lavoro del giornalista: verificare, contestualizzare, confrontare fonti contraddittorie, separare ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo e resistere alla velocità con cui una narrazione pretende di trasformarsi immediatamente in verità.
In questo senso Hiroshima ci ricorda anche qualcosa che nell'informazione contemporanea rischiamo di perdere: il giornalismo d'inchiesta ha bisogno di tempo. Tempo per fare domande, per dubitare, per verificare e persino per cambiare idea quando i fatti contraddicono l'ipotesi iniziale. Oggi essere primi sembra talvolta più importante dell'essere completi: una dichiarazione viene pubblicata pochi secondi dopo essere stata pronunciata e un'immagine diventa virale prima ancora che sia possibile stabilire da dove provenga. Il giornalista d'inchiesta deve invece conservare anche il coraggio di dire al proprio lettore: non sappiamo ancora abbastanza. Non è debolezza, è responsabilità.
Quarant'anni dopo la pubblicazione del reportage, nel 1985, Hersey tornò sulle vite dei suoi protagonisti. È un passaggio straordinario perché modifica ancora una volta la prospettiva. La bomba non è più soltanto ciò che accadde alle 8.15 del 6 agosto 1945, ma ciò che continuò ad accadere negli anni successivi: le malattie, le famiglie, il lavoro, la ricostruzione, la memoria e la vita di chi era sopravvissuto. In questo modo Hersey dimostrò che il grande giornalismo non racconta soltanto l'evento, ma può seguirne le conseguenze. Ed è forse questa una delle differenze più profonde tra cronaca e inchiesta: la cronaca inevitabilmente fotografa ciò che accade; l'inchiesta prova a capire perché è accaduto, cosa significa e cosa ha prodotto.
A ottant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la lezione di John Hersey rimane quindi sorprendentemente moderna. Il buon giornalista non dovrebbe avere come obiettivo quello di dimostrare quanto è bravo, non dovrebbe cercare di diventare più importante della storia che racconta e soprattutto non dovrebbe considerare il lettore qualcuno da condurre verso una conclusione prestabilita. Il suo compito è verificare prima di pubblicare, cercare le fonti che mancano, ascoltare anche ciò che mette in discussione la propria interpretazione, dichiarare ciò che non sa, dare un contesto ai numeri, distinguere i fatti dalle opinioni e soprattutto cercare gli esseri umani che rischiano di scomparire dietro le statistiche.
È precisamente ciò che fece John Hersey. Il 6 agosto 1945 il mondo aveva visto Hiroshima dall'alto: una città, una bomba, un fungo atomico, una guerra che si avvicinava alla conclusione. Un anno dopo Hersey spostò il punto di osservazione di poche migliaia di metri. Scese a terra e, attraverso sei persone, costrinse milioni di lettori a osservare lo stesso evento da una prospettiva completamente diversa. Non disse loro cosa dovessero pensare. Diede loro qualcosa di molto più prezioso: gli elementi per poter pensare.
Forse è proprio questa, ancora oggi, la funzione più alta del giornalismo d'inchiesta: non scegliere al posto del lettore, ma metterlo nella condizione di scegliere consapevolmente cosa pensare.

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