Duecentoquarant'anni fa un biellese, che oggi definiremmo un alchimista del gusto prima ancora che un imprenditore, mise a punto una ricetta destinata a cambiare per sempre il modo di bere e di stare insieme. Nel retrobottega dell'enoteca di Piazza Castello a Torino dove lavorava, sperimentò l'incontro tra vino, erbe aromatiche, spezie e assenzio. Nessuno poteva immaginare che quella miscela, nata dall'intuizione e dalla sperimentazione di Antonio Benedetto Carpano, sarebbe diventata il vermout, dando origine a una tradizione destinata a conquistare il mondo.
Carpano non partiva da zero. Si ispirò a un'antica pratica: aromatizzare il vino con erbe officinali per renderlo più gradevole e, secondo la cultura dell'epoca, anche benefico per il corpo. Ma fece un passo ulteriore. Trasformò una bevanda dalle proprietà lenitive in un prodotto raffinato, riconoscibile e piacevole, capace di unire la sapienza dell'erborista, la sensibilità del vignaiolo e l'intuito dell'artigiano. Quella che poteva rimanere una curiosità da speziale diventò invece un fenomeno di costume.
Fu proprio in quell'enoteca di Piazza Castello che iniziò a verificarsi qualcosa di nuovo. Sempre più persone arrivavano per assaggiare quella bevanda diversa da tutte le altre. Si racconta che si formassero code per poter bere un bicchiere di quel vino aromatizzato che stava conquistando Torino. Si andava per curiosità, si tornava per piacere, ma soprattutto si rimaneva per incontrarsi, conversare, osservare la città. Attorno a un bicchiere di vermouth nacque, di fatto, un nuovo modo di vivere gli spazi urbani. Non era ancora l'aperitivo come lo intendiamo oggi, ma ne conteneva già tutti gli elementi: il piacere dell'attesa, il gusto della conversazione, il valore della condivisione.
C'è poi un'ironia della storia che merita di essere raccontata. A inventare quella che può essere considerata la madre di tutti gli aperitivi fu proprio un biellese, appartenente a una terra che nell'immaginario collettivo viene spesso descritta come laboriosa, riservata, essenziale, persino un po' schiva. Eppure fu proprio da quella cultura del lavoro silenzioso e della ricerca meticolosa che nacque una delle più straordinarie invenzioni della convivialità italiana.
Il genio di Carpano non fu soltanto quello di trovare l'equilibrio perfetto tra vino, erbe e spezie. Fu soprattutto quello di comprendere, forse senza averne piena consapevolezza, che una bevanda poteva diventare molto più di ciò che conteneva nel bicchiere. Poteva trasformarsi in un rito sociale, in un'abitudine capace di mettere in relazione le persone, di creare occasioni d'incontro, di scandire un momento della giornata.
Per questo, a distanza di 240 anni, il vermout non rappresenta soltanto una delle eccellenze piemontesi più conosciute nel mondo. Rappresenta l'idea che dietro una grande intuizione artigiana possa nascere un cambiamento culturale destinato a durare nei secoli. Prima c'era il vino aromatizzato; dopo Carpano nacque un linguaggio nuovo della socialità. In fondo, non inventò semplicemente una bevanda: inventò un momento della giornata. E con esso un pezzo dell'identità di Torino, del Piemonte e dello stile di vita italiano.
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