È il dicembre del 1944 e in Europa molti iniziano a pensare che la guerra sia ormai agli sgoccioli. Gli Alleati hanno liberato la Francia, sono entrati in Belgio e avanzano verso la Germania. Nelle retrovie americane si respira quasi un clima da vigilia di Natale: c'è chi immagina già di trascorrere le feste a casa l'anno successivo e chi è convinto che la macchina militare tedesca sia ormai incapace di reagire.
A Berlino, però, Adolf Hitler non è disposto ad arrendersi all'inevitabile. Vuole tentare un ultimo colpo di mano, una scommessa disperata che possa dividere le forze angloamericane e costringerle a negoziare. Nasce così l'offensiva delle Ardenne, quella che gli americani ricorderanno come la Battle of the Bulge, la battaglia del rigonfiamento.
Per accompagnare questa offensiva Hitler pensa a qualcosa di inusuale, quasi da romanzo di spionaggio. Chiama uno dei suoi uomini più celebri, Otto Skorzeny. Alto quasi due metri, con la caratteristica cicatrice sul volto riportata durante un duello studentesco, Skorzeny è già una leggenda nel Terzo Reich. È l'uomo che nel settembre del 1943 aveva guidato l'operazione sul Gran Sasso riportando Benito Mussolini sotto il controllo tedesco. La propaganda nazista ne ha fatto una sorta di supercommando, un personaggio avvolto da un'aura quasi cinematografica.
Hitler gli assegna una missione singolare: infiltrare soldati tedeschi dietro le linee alleate travestiti da militari americani. Devono confondere il nemico, cambiare la segnaletica stradale, interrompere le comunicazioni, impartire ordini falsi e, se possibile, favorire la conquista dei ponti sul fiume Mosa, indispensabili per la riuscita dell'offensiva.
L'idea appare geniale sulla carta, ma si scontra subito con la realtà. Skorzeny scopre che trovare soldati che parlino un inglese convincente è quasi impossibile. Migliaia di uomini vengono esaminati. Alcuni conoscono poche parole apprese a scuola, altri riescono a cavarsela con espressioni elementari. Soltanto pochissimi hanno una padronanza della lingua sufficiente a passare per americani.
Anche l'equipaggiamento è insufficiente. Servirebbero jeep statunitensi, uniformi originali, mezzi corazzati americani. Invece si recuperano pochi veicoli catturati e si dipingono carri armati tedeschi cercando di farli sembrare degli Sherman. L'effetto è più teatrale che realistico.
Quando l'offensiva parte, il 16 dicembre 1944, piccoli gruppi di infiltrati riescono comunque a penetrare nelle retrovie alleate. Alcuni spostano cartelli stradali, altri diffondono informazioni fuorvianti. Il danno materiale è limitato, ma quello psicologico è enorme.
In poche ore si diffonde il panico. La voce corre velocemente: «Ci sono tedeschi travestiti da americani». I posti di blocco si moltiplicano. Chiunque può diventare sospetto.
Le domande rivolte ai soldati assumono contorni quasi surreali. «Chi gioca nei New York Yankees?», «Qual è la capitale dell'Illinois?», «Chi è il marito di Betty Grable?». Ufficiali di alto grado vengono fermati da semplici sentinelle. Persino il generale Eisenhower vede limitati i propri spostamenti per timore di un attentato. Si racconta che anche lui sia stato sottoposto a controlli di identità particolarmente rigorosi.
In realtà l'operazione è già destinata al fallimento. Gli infiltrati sono troppo pochi, spesso traditi dall'accento, da gesti poco naturali o da una conoscenza approssimativa della cultura americana. Molti vengono catturati e alcuni saranno processati e fucilati come spie.
Eppure l'Operazione Greif lascia un segno profondo nella memoria della guerra. Non per i risultati militari, che furono modesti, ma per aver dimostrato quanto la guerra moderna possa essere combattuta anche sul terreno della percezione, della paura e della disinformazione. Per alcuni giorni, nel cuore dell'inverno del 1944, l'esercito più potente del mondo si ritrovò a guardarsi alle spalle, diffidando persino dei propri uomini. Fu probabilmente il più grande successo di Skorzeny: non conquistare un ponte o distruggere una divisione nemica, ma insinuare il dubbio. E in guerra, talvolta, il dubbio può rivelarsi un'arma potente quanto un carro armato.

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