lunedì 12 gennaio 2026

Tamerlano e la sua maledizione: scaramanzia o storia


 

Uno degli elementi che i grandi condottieri e gli eserciti si portavano dietro erano gli aruspici, chiamati a interpretare i segni prima delle battaglie e a indicare se il destino fosse favorevole o avverso. Da Alessandro Magno agli imperatori romani, la lettura dei presagi era una pratica seguita con grande attenzione. E non molto diversa, in fondo, è la storia anche nei tempi moderni.

Due giorni prima dell’inizio dell’Operazione Barbarossa, a Samarcanda accadde qualcosa che non aveva nulla di militare e tutto di simbolico: la tomba di Tamerlano venne aperta. Gli archeologi sovietici sollevarono la lastra del Gur-e Amir, documentarono i resti del conquistatore e portarono alla luce ciò che per secoli era rimasto intoccabile. Un atto di scienza, di studio, di razionalità. Ma anche una sfida a una leggenda antica, quella che vaticinava una guerra terribile per chiunque avesse osato disturbare il sonno di Tamerlano.

Il 22 giugno 1941 la Germania invase l’Unione Sovietica. E la voce si diffuse rapida, quasi inevitabile: la guerra era stata risvegliata.

Per mesi l’Armata Rossa arretrò. Città perse, eserciti accerchiati, milioni di morti. In quel tempo cupo, la storia della tomba di Tamerlano tornò a circolare con insistenza, non più come semplice mito popolare, ma come una vera e propria scaramanzia di Stato. Anche Josif Stalin, che ufficialmente disprezzava superstizioni e simboli, iniziò a tollerare l’idea che certi equilibri non andassero violati.

Così, nel 1942, mentre la guerra raggiungeva il suo punto più drammatico, arrivò la decisione: la tomba di Tamerlano doveva essere richiusa. I resti furono ricollocati con rito islamico, le lastre rimesse al loro posto, il silenzio restituito al mausoleo. Non fu un gesto pubblico né dichiarato. Fu un atto discreto, quasi privato. Un modo per “rimettere le cose a posto”.

Poco dopo, alla Battaglia di Stalingrado, l’Armata Rossa fermò e poi sconfisse l’esercito tedesco, cambiando il corso della guerra. La prima grande, irreversibile svolta del conflitto. Coincidenza, diranno gli storici. Suggestione, diranno gli studiosi.

Ma nella memoria collettiva rimase un’altra sequenza:
tomba aperta → invasione → tomba richiusa → vittoria.

Da allora, la storia della tomba di Tamerlano non è più soltanto una leggenda. È diventata una forma di scaramanzia storica, il racconto di come, nei momenti più bui, anche le potenze moderne cerchino conforto in gesti antichi. Perché quando la storia precipita, persino gli imperi sentono il bisogno di chiedere permesso ai morti.

Speriamo solo che Vladimir Putin non abbia mai l’idea di riaprirla o l ha già fatto ??



Ibra cuore Orange



D. La tua storia è quella di un ragazzo cresciuto in questo territorio, che ha calcato parquet diversi ma che è tornato all’origine. Che significato ha oggi indossare la fascia degli Orange?
R. Tornare qui non è stato un passo indietro, ma una scelta consapevole. Ho girato, ho visto altri ambienti, altri modi di vivere il futsal, e tutto questo mi ha fatto crescere. Tornare agli Orange significava riportare quell’esperienza a casa. Essere capitano oggi vuol dire sentire una responsabilità che va oltre il campo: essere un punto di riferimento, un equilibrio, una guida nei momenti difficili. È qualcosa che sento mio.

D. Il girone d’andata parla chiaro: 9 vittorie e 2 pareggi. Vi aspettavate un rendimento del genere?
R. Sapevamo di essere una squadra forte, ma i numeri non arrivano mai per caso. Sono il frutto del lavoro quotidiano, dell’attenzione ai dettagli e della maturità che abbiamo costruito nel tempo. Non abbiamo mai guardato troppo avanti, abbiamo pensato partita dopo partita. Questo equilibrio ci ha permesso di restare solidi anche nei momenti complicati.

D. In due anni siete passati dalle ultime posizioni a una squadra dominante. Cosa è cambiato davvero?
R. È cambiata la mentalità. Prima subivamo le partite, oggi le gestiamo. Abbiamo imparato a soffrire senza disunirci, a vincere senza esaltarci troppo. C’è stata una crescita collettiva: il gruppo è diventato squadra. Ognuno sa cosa deve fare, dentro e fuori dal campo, e questo fa la differenza.

D. Che giudizio dai al lavoro del mister in questo percorso?

R. Il mister ha avuto una visione chiara fin dall’inizio e soprattutto la forza di portarla avanti anche nei momenti più complessi. Ci ha dato un’identità precisa, regole condivise e fiducia, costruendo un percorso che non si è mai basato solo sul risultato immediato. Non ha mai abbassato l’asticella, nemmeno quando i risultati tardavano ad arrivare o quando sarebbe stato più facile cercare scorciatoie. Ha saputo valorizzare i singoli senza perdere di vista l’idea collettiva, facendo sentire ogni giocatore parte di un progetto più grande. Oggi raccogliamo ciò che lui ha seminato con pazienza: una squadra matura, consapevole dei propri mezzi e capace di affrontare le difficoltà con equilibrio e personalità.



D. Nel futsal capita spesso di subire sfottò e talvolta anche insulti dagli spalti. Come si reagisce?
R. Fa parte del gioco, anche se non dovrebbe mai superare certi limiti. La risposta migliore è sempre il campo. Personalmente cerco di trasformare tutto in concentrazione, senza perdere lucidità. Da capitano sento anche il dovere di proteggere i compagni più giovani: il rispetto viene prima di tutto, ma la testa deve restare sulla partita.

D. Come immagini il girone di ritorno?

R. Sarà più difficile dell’andata. Ora tutti ci conoscono, tutti vogliono batterci. Dovremo essere ancora più umili e determinati. Non possiamo permetterci cali di tensione. Se manterremo questo atteggiamento, potremo toglierci grandi soddisfazioni.

D. Cosa ti senti di promettere ai tifosi degli Orange?

R. Posso promettere impegno, serietà e rispetto per questa maglia. Ogni partita sarà giocata fino all’ultimo secondo. Siamo consapevoli di rappresentare una comunità e daremo sempre il massimo per renderla orgogliosa.

D. A livello individuale, ti sei posto un obiettivo?

R. Sì, l’obiettivo delle venti reti è uno stimolo personale, ma viene sempre dopo il bene della squadra. Se arriveranno quei gol e serviranno a vincere, sarà perfetto. Se servirà fare un passo indietro per aiutare il gruppo, lo farò senza esitazioni.


sabato 10 gennaio 2026

Per chi ama la storia: Antonio Celentano e i 100 eventi che hanno fatto la nostra storia


 

Ho conosciuto Antonio Celentano sul campo da calcetto. Era un atleta serio, ponderato, riflessivo. Uno di quelli che non sprecano energie inutili, che osservano, studiano gli avversari, sanno leggere i momenti. Anche allora, senza saperlo, stava già facendo storia: la sua, e quella delle squadre in cui giocava.

Per me la parola “storia”, legata a Celentano, è stata a lungo associata a due istanti precisi: otto secondi dalla fine, una sua rete che vale la promozione in Serie A con il Città di Asti, e una finale di Coppa Italia vissuta con l’intensità di chi sa che certi momenti non tornano. In quei frangenti la storia era lì, concentrata in un gesto, in un risultato, in una memoria che resta.

Poi ho scoperto che quella stessa attenzione, quella stessa capacità di leggere il contesto, Antonio la portava anche fuori dal campo. La sua vera passione era la storia vera, quella che non si limita alle date ma prova a spiegare perché certi eventi cambiano il destino di un Paese.

In questo libro lo fa con una scelta chiara: 100 eventi, dalla fondazione di Roma all’intelligenza artificiale. Non un manuale accademico, ma un percorso ragionato che ha plasmato l’Italia e, spesso, di conseguenza anche il mondo che ci circonda. Ho ritrovato lo stesso approccio visto sul parquet: studio, rispetto per la complessità, capacità di capire quando un evento è davvero decisivo. Perché la storia, come lo sport, non è fatta solo di grandi nomi, ma di momenti chiave, di scelte, di attimi che cambiano tutto. Questo libro è il punto di incontro tra quelle due dimensioni: il campo e il tempo lungo. Ed è la prova che chi sa leggere una partita, spesso, sa leggere anche la storia.

Decima vittoria in campionato per gli Orange. A Villorba finisce 6 a 4 per Ibra e compagni


 

Il girone di ritorno comincia nel migliore dei modi per la truppa di Patanè, che torna in Veneto e, dopo il pareggio di Verona, conquista una vittoria pesantissima sul difficile campo di Villorba.

Se la gara casalinga contro i veneti era apparsa abbordabile, tutt’altra musica viene suonata nel palazzetto trevigiano. I padroni di casa trovano subito il vantaggio, ma gli Orange non si scompongono e rispondono con carattere: arriva il pareggio di Merlo, al suo gradito ritorno con la rete, e da lì in avanti è soprattutto la squadra ospite a fare la partita. Il primo tempo è infatti ricco di occasioni create dagli Orange, che però pagano una scarsa incisività sotto porta e vanno al riposo sul risultato di parità.

La ripresa è scoppiettante. Gli Orange rientrano in campo con un’altra intensità e piazzano un parziale importante, portandosi fino al 2–5 e dando l’impressione di avere il match in mano. Villorba, però, non molla e con orgoglio riesce a rientrare fino al 4–5, riaprendo una partita che sembrava chiusa. A spegnere ogni speranza dei padroni di casa ci pensa Ibra, che con freddezza sigilla il successo e mette in cassaforte tre punti di enorme valore.

In classifica il margine sul Cornedo resta di dieci punti, con il vantaggio ulteriore di una partita e una lunga trasferta in meno da affrontare: un dettaglio che pesa e che rafforza la posizione degli Orange in vetta.

Il commento è affidato al nostro “algoritmo” Fabio Montauro: «Sapevamo che l’inizio del girone di ritorno non sarebbe stato facile: una trasferta impegnativa e un viaggio molto lungo. All’inizio siamo andati in difficoltà, ma siamo stati bravi a restare in partita e, soffrendo, a portarla a casa. Ci serviva una vittoria per ripartire con l’animo giusto, soprattutto in vista dei prossimi impegni di Coppa Italia e Under 19

Villorba – Orange 4 – 6 ( 1-1pt) Marcatori: 2 Piazza 1 Ibra, Montauro, Caracciolo, Merlo

giovedì 8 gennaio 2026

Quo Vaduz ? la storia dell'esercito del liechtenstein partirono in 80 e tornarono in 81


 

Nel 1866 l’Europa era attraversata da una guerra che non riguardava tutti allo stesso modo, ma che tutti erano chiamati a subire. Per l’Italia significava completare l’unità nazionale con la conquista del Veneto. Per l’Austria voleva dire tenere in piedi l’Impero, difendere un equilibrio che stava cedendo sotto il peso della storia. In mezzo a queste due forze c’era un piccolo Stato alpino, il Liechtenstein, formalmente legato all’Austria, ma troppo piccolo per incidere davvero sulle sorti del conflitto. Eppure, come previsto dagli accordi dell’epoca, anche il principato doveva fare la sua parte.

La sua parte aveva un nome semplice e definitivo: ottanta uomini del Liechtenstein.
Non “un reparto”, non “un battaglione”. L’esercito intero. Erano contadini, artigiani, giovani e padri di famiglia. Partirono da Vaduz sapendo che la guerra non li aspettava davvero, ma li
includeva per obbligo. Il loro compito non era conquistare, né difendere città: dovevano presidiare un tratto di confine alpino verso l’Italia, mentre più a sud si combattevano le battaglie che decidevano il destino del Veneto e dell’Impero asburgico.

Per loro la guerra arrivava sotto forma di notizie frammentarie: voci su Custoza, Bezzeca, Garibaldi, Lamarmora, su alleanze che cambiavano, su decisioni prese lontano. Nessuno sparò mai un colpo. Nessuno vide il nemico. Le montagne separavano più di quanto unissero. Fu in quel territorio sospeso — né fronte né retrovia — che incontrarono l’ottantunesimo.

Era italiano. Non un soldato, non un ufficiale. Un uomo qualunque, travolto da una guerra che per l’Italia prometteva una patria più grande, ma che per molti significava solo strade interrotte, lavori persi, famiglie lontane. Parlava della pianura veneta come di una terra che stava cambiando padrone senza chiedere il permesso a chi la abitava. All’inizio era solo un volto amico lungo il cammino. Poi divenne una presenza costante. Condivideva il cibo, il silenzio, le ore inutili. In un conflitto che opponeva Stati e Imperi, lui non rappresentava nessuno, e proprio per questo apparteneva a tutti.

Quando la guerra finì — con il Veneto all’Italia e l’Austria costretta a ripensare sé stessa — gli ottanta uomini del Liechtenstein ricevettero l’ordine di rientrare. Tornavano da una guerra che non avevano combattuto, ma che li aveva comunque attraversati. Solo a casa si accorsero che il conto non tornava. Erano ottantuno.

Nessuno seppe dire quando l’uomo in più fosse diventato parte del gruppo. Nessun verbale lo registrava. Nessuna autorità lo aveva deciso. Era successo semplicemente perché, lungo una guerra fatta di confini e imperi, qualcuno aveva scelto di non restare solo. Due anni dopo, il Liechtenstein avrebbe sciolto per sempre il suo esercito. Ma quella storia rimase come una nota stonata e luminosa nella cronaca del 1866: mentre l’Italia guadagnava un territorio e l’Austria perdeva un pezzo di impero, un piccolo Stato alpino tornava a casa con un uomo in più.

martedì 6 gennaio 2026

La politica del blitz: un analisi



In ogni operazione militare pianificata, la sorpresa è spesso l’elemento decisivo. Colpire per primi, disorientare l’avversario, spezzarne la catena di comando: è la logica della guerra lampo. Ma quando la sorpresa non funziona, o funziona solo a metà, il rischio è quello di trascinarsi in un pantano operativo e politico dal quale diventa difficile uscire.

È una lezione che la storia recente ha mostrato più volte. Nel febbraio 2022, l’assalto russo all’Aeroporto di Hostomel, alle porte di Kiev, nasceva proprio da questa logica: un colpo audace, rapido, quasi chirurgico. Occupare lo scalo, far affluire truppe e mezzi, mettere la capitale sotto pressione nel giro di ore. Sulla carta, una mossa da manuale. Nella realtà, la sorpresa non fu totale, la reazione ucraina fu immediata e il piano si inceppò. L’aeroporto divenne un campo di battaglia conteso, le piste vennero danneggiate e l’operazione perse il suo senso strategico. Da acceleratore della vittoria, Hostomel si trasformò in un freno.

Questa dinamica non è nuova. Nel 1993, a migliaia di chilometri di distanza, gli Stati Uniti sperimentarono qualcosa di simile durante la Battaglia di Mogadiscio. Anche lì l’operazione era pensata come rapida e limitata: entrare, colpire, uscire. L’elemento sorpresa avrebbe dovuto garantire il successo. Ma quando due elicotteri Black Hawk vennero abbattuti, l’iniziativa si rovesciò.

Non fu la città a reagire in modo compatto, bensì i miliziani di Mohamed Farrah Aidid, che seppero sfruttare l’ambiente urbano, la conoscenza del territorio e il coinvolgimento forzato della popolazione per trasformare Mogadiscio in un campo di battaglia asimmetrico. Le strade, i vicoli e i tetti divennero moltiplicatori di forza per un attore irregolare contro una potenza tecnologicamente superiore. La missione si trasformò così in una lotta di sopravvivenza urbana, lunga e sanguinosa. Il risultato non fu solo militare, ma politico: Mogadiscio segnò una svolta nella percezione americana degli interventi all’estero.

Il filo rosso che unisce Kiev e Mogadiscio è chiaro: la sorpresa è un moltiplicatore di forza solo se regge. Se fallisce, l’operazione rischia di capovolgersi, esponendo l’attaccante a un conflitto più lungo, più costoso e spesso più impopolare. Il terreno, l’avversario, la popolazione e persino il tempo diventano nemici aggiuntivi.

In questo senso, le operazioni “decisive” sono anche le più fragili. Funzionano solo in condizioni quasi perfette. Quando queste condizioni non si realizzano, la guerra perde la sua forma prevista e assume quella più temuta: una guerra di logoramento, fatta di adattamenti forzati e di obiettivi che si allontanano invece di avvicinarsi.

La storia recente offre esempi eloquenti. La Guerra sovietica in Afghanistan iniziò per Mosca come un intervento rapido di stabilizzazione e si trasformò in un conflitto decennale che contribuì in modo determinante al logoramento politico ed economico dell’URSS. Vent’anni dopo, anche gli Stati Uniti, entrati in Afghanistan nel 2001 con un’operazione fulminea contro il regime talebano, si ritrovarono invischiati in una guerra lunga, costosa e priva di una vera uscita strategica. Dinamiche simili si sono viste in Vietnam, in Iraq dopo il 2003 e in altri teatri dove la superiorità militare iniziale non si è mai tradotta in controllo politico duraturo

Ed è qui che entra in gioco l’Europa. In questi conflitti, l’Unione Europea non combatte direttamente, ma ne paga il prezzo geopolitico più alto. Dipendenza energetica, inflazione importata, tensioni industriali, instabilità delle catene di approvvigionamento e una crescente pressione sulla coesione interna sono gli effetti collaterali di una guerra che si combatte ai suoi confini. L’Europa si ritrova così nella posizione paradossale di attore economico centrale ma di soggetto strategicamente incompleto: chiamata a sostenere, finanziare, sanzionare, ma non a decidere tempi e condizioni dell’esito finale.

In un mondo sempre più multipolare, ogni guerra di logoramento accelera i riallineamenti globali. Rafforza attori terzi, apre spazi a nuove potenze regionali e indebolisce chi resta intrappolato in conflitti senza soluzione rapida. Per l’Europa, la lezione è duplice: da un lato comprendere che le guerre “brevi” raramente lo sono davvero; dall’altro riconoscere che l’assenza di una vera autonomia strategica trasforma ogni crisi militare altrui in un problema strutturale interno.

La storia, da Mogadiscio a Kiev, da Kabul ai confini orientali dell’Unione, ricorda una verità scomoda ma essenziale: la sorpresa può aprire una porta, ma non garantisce ciò che c’è dietro. E quando quella porta conduce a una guerra di logoramento, non sono solo gli eserciti a restare intrappolati, ma interi sistemi politici ed economici. Per l’Europa, il rischio non è soltanto assistere a questi conflitti, ma subirli senza avere gli strumenti per governarne le conseguenze.

La grinta Orange non basta per conquistare la Supercoppa ma che partita. Forza Orange


 

Una partita spettacolare contro una corazzata che ha vinto tutte le competizioni degli ultimi tre anni e ce la siamo giocata fino alla fine. Il tabellone recita 5–3 per la squadra della Capitale, ma i ragazzi non devono rimproverarsi nulla: hanno lottato come leoni per 40 minuti, giocando alla pari, senza alcuna sudditanza psicologica. Alla fine sono i dettagli a fare la differenza.

La Supercoppa è andata a Roma, ma l’orgoglio per il percorso resta ad Asti e alla famiglia Orange, che sui canali nazionali ha fatto vedere qual è la pasta di cui è fatta.

Alla partenza un po’ di timore reverenziale c’è stato, quello che ha portato alla marcatura di Marcelo (alla fine MVP del match), ma poi, dal 6° minuto del primo tempo in avanti, si è vista una squadra che ha tenuto il campo benissimo: il pareggio firmato Federico Caracciolo e più di un’occasione per passare in vantaggio. Se il palo colpito dal portiere della Roma è sembrato fortuito, quello di Cesari è apparso decisamente più cercato (non a caso premiato a fine partita).

La ripresa è stata pirotecnica: ancora Marcelo per il vantaggio, subito controbilanciato dal gol di Alessandro Caracciolo. Il pressing feroce ha portato la Roma sul 4–2, un parziale che avrebbe annichilito qualsiasi contendente, ma non Merlo e compagni. Ferrara ha firmato il 4–3 e, nel momento migliore, restano un paio di decisioni dubbie su cui recriminare: la strattonata su Merlo lanciato a rete e un tocco di mano in area. Niente alibi, solo la sensazione di un risultato che avrebbe potuto cambiare. Ma va bene così. Resta il viaggio, la trasferta al PalaSele e la certezza di essersela giocata fino alla fine.

E per una sera, sui canali nazionali, si è visto l’orgoglio di una squadra, di una città, di un territorio e di un colore: l’Orange.

domenica 4 gennaio 2026

ORANGE: Ritratto di una famiglia sportiva incredibile


 

Pascolati, un presidente con un grande aplomb, british style, ma mosso da una grande passione che lo morde e lo lacera dentro. Immancabile al Palabrumar con il suo fido destriero, pardon cane, che segue con la stessa passione il futsal astigiano. The gentleman

Caccialupi. Uomo organizzativo e gestionale di un fenomeno del futsal astigiano che ha sulle sue spalle decine di ragazzi per un movimento ramificato in città e nella provincia. Passione orange, anche un po’ granata, scaramantico alla follia. Il Regista.

Max Iglina, l’interfaccia di Caccialupi ma addetto alle cose pratiche: dai colori delle maglie alla panchina, con gli inserimenti sul sito della Divisione, nonché accompagnatore della squadra. Sguardo burbero ma cuore grande. Il Sergente di ferro.

Patanè, l’uomo degli schemi, dell’approccio giusto al mondo del futsal.
Un grande teorico e motivatore, interprete autentico del
futsal made in orange, capace di trasformare idee e principi in identità di gioco. Geloso dei suoi segreti applicati, li custodisce con rigore quasi maniacale, come ogni vero studioso del dettaglio. Si concede una tregua solo quando sorseggia un po’ del suo mate, momento di calma apparente prima di tornare a leggere il campo, le persone, le dinamiche. Patanè non si limita a guidare una squadra, ma costruisce metodo, mentalità e visione. Motivatore

Ibra. Di lui Boskov avrebbe detto, come per Gullit: “È come un cervo che esce dalla foresta”. Molto meno prosaicamente, lui esce dal Tanaro e lo fa con grinta. Grande promessa mantenuta del futsal, è maturato tantissimo nel corso della stagione e il suo dribbling è ormai registrato alla SIAE. Il Ruggito.

Edo Piazza, detto il Condor. Una new entry di questa stagione, prestanza fisica notevole e somiglianza con il calciatore del Cesena e del Milan Agostini: da lì il nickname che è ormai diventato un marchio di fabbrica. Uomo dell’ultimo minuto, pardon secondo. Il Rapace.

Itria. Il Cannibale è tornato a giocare nel suo palazzo e ha ancora una fame atavica. Fiuto pazzesco della rete e abilità talentuosa nel sapersi trovare al posto giusto nel momento giusto. L’Insaziabile.

Curallo: Eleganza in campo e lucidità fuori. La passione per lo studio lo accompagnerà presto a diventare avvocato a tutti gli effetti, con l’esame di abilitazione attualmente in corso. In parquet è simbolo di fair play, equilibrio e calma: una presenza che trasmette tranquillità ai compagni nei momenti più delicati e iconici della partita. L’elegante

Francalanci. Una barriera che si è affinata nel corso delle ultime due stagioni. Da ruvido marcatore che non concede nulla agli avversari a fine realizzatore, con puntate improvvise lascia sempre il segno nella partita. Memorabile il suo scontro con Sardella dell’Energy, fatto di sportellate al limite. The Wall.

Vitellaro. El Peluca, per via della sua passione per il giocatore del Milan Bacca, sembra la trasposizione della canzone Bartali del chansonnier Conte, capace di risolvere le contese con giocate brillanti e sovrapposizioni uniche. Il cantastorie

Montauro. L’algoritmo orange, per la sua qualità di saper giocare in modo sopraffino, di dare la carica nel momento giusto così come di controllare, quando si deve, il match. Si fa sempre trovare pronto e non si nasconde mai. Il Metronomo.

Merlo, un numero dieci di vecchia scuola, dovessimo dare i numeri come nel calcio a undici. La visione, l’estro, la qualità e il piede alla Juninho Pernambucano o alla Edgar Bertoni se parliamo di calcio a 5. Non a caso trova spesso nel suo guardaroba la maglia azzurra. Il dieci

Cavallo, Crazy Horse: passione orange che si manifestava anche quando lo trovavi sulle balaustre a fare il tifo e che ha portato lo stesso entusiasmo in campo. L’indomito.

Amico. Il ruolo è quello più solitario del futsal, perché devi difendere quei centimetri quadrati che separano la felicità e la gioia dal dolore, ma ha sviluppato un timbro vocale che lo fa risuonare in tutti i palazzi. La Sicurezza.

Davi. Il Carnevale di Rio potrebbe essere il suo soprannome perfetto: mai visto arrabbiato, sempre solare e con un sorriso che non conosce confini. La gioia applicata allo sport. Anche quando tutto va male, lo ammiri per la sua caparbietà nel trovare un messaggio positivo, sempre e comunque. La gioia

Angelino, Caracciolo, Ferrara, Bisco, Alves, Cesari sono la futura nidiata degli Orange, sempre in grado di sfornare prospetti e profili che calcheranno i parquet d’Italia per una passione che non conosce confini. La cantera

Simona Merlone, il medico, ormai diventata una colonna e una presenza costante. Il fatto di indossare la tuta orange, ormai una seconda pelle, la qualifica come dirigente-tifoso sul campo: la passione la si vede tutta. L’anima

Stefano Ghidella, il social media manager come si dice prosaicamente ma più semplicemente il collega e l uomo in grado di non perdere l’attimo, con un piglio giornalistico, e di immortalarlo con una canzone che di solito è tutta un programma. Event manager

Bruno Scavino. Uno sport ha bisogno di risorse e di passione e Bruno rappresenta perfettamente questo binomio vincente. Ma il discorso andrebbe allargato a tutti coloro che, a vario titolo, contribuiscono a una storia di successo (a prescindere dal risultato sul campo) con attenzione e vicinanza. I mecenati

Pubblico. Parlare di futsal ad Asti è come parlare di religione. Qui, nel corso degli anni, si è sviluppata una vera e propria passione, determinata dalla qualità fatta mettere sul campo da Giovannone di uno sport veloce e unico, capace di far innamorare per i suoi virtuosismi (la foto dello scudetto è li a suggellare un patto tra sport e territorio). Un pubblico caldo, ma che, se diventasse caldissimo, farebbe diventare il Palabrumar come lo stadio Alberto José Armando di Buenos Aires, più conosciuto come la Bombonera. Il sesto uomo

avremo dimenticato qualcuno ? probabilmente si,  ma tutti coloro che si riconoscono in questo ritratto di fatto fanno parte attiva di una famiglia che ha scelto un colore vivo e combattivo: l’Orange

venerdì 2 gennaio 2026

Orange a Eboli per la finale di Supercoppa under 19: appuntamento con la storia



Lunedì 5 gennaio, alle 17.30, in diretta su Sky e, per chi non potrà seguirla in TV, anche su YouTube, visibile direttamente dal cellulare. Di fronte ci sarà Roma 1927, una squadra fortissima, favorita dal pronostico, la stessa che abbiamo spinto fino ai tempi supplementari nella finale di Coppa. Un avversario di altissimo livello, uno di quelli che misurano davvero chi sei e dove puoi arrivare. La strada che conduce a Eboli è lunga. Ma è una strada che vogliamo e possiamo percorrere con merito.

Il merito di una società che ha creduto profondamente nei propri giovani, di uno staff di primo ordine che negli anni ha fatto crescere uomini e giocatori, migliorandoli giorno dopo giorno nel mondo del futsal. Il solo fatto di essere arrivati fin qui è già motivo di orgoglio. Il risultato, per una volta, è quasi secondario.
Perché essere qui significa aver costruito qualcosa di vero, solido, riconoscibile.
Ma se dovesse arrivare anche l’
alloro, sarebbe una gioia immensa, da incastonare in una stagione – e in una storia – fatta di lavoro, sacrificio e identità. Perché Orange non è solo un colore. È un modo di stare in campo. È un modo di credere nello sport. È un modo di camminare insieme.

I protagonisti:

Portieri Cesari e Vercelli

Giocatori di movimento: Amico, Ferrara, Palumbo, Caracciolo, Merlo, Basso, Cavallo, Casorzo, Alves, Angelino.

Allenatore Patanè

giovedì 1 gennaio 2026

Bartram la solitudine del numero uno. Una storia vera


 

25 dicembre 1937, primo pomeriggio. A Stamford Bridge si gioca Chelsea–Charlton Athletic. È Natale, sugli spalti c’è folla: cappotti scuri, sciarpe al collo, cori che salgono e scendono come onde. Il calcio inglese è questo: freddo, rumore, appartenenza. In porta per il Charlton c’è Sam Bartram. Sistema i guanti, guarda avanti. Dietro di lui il boato, davanti il campo. Poi la nebbia arriva. All’inizio è solo un velo, poi diventa spessa, totale. Le sagome si dissolvono, il tifo si fa lontano, ovattato, come se qualcuno avesse spento il mondo poco alla volta. A un certo punto l’arbitro sospende la partita. I giocatori rientrano negli spogliatoi. Il pubblico defluisce. Lo stadio si svuota. Bartram no. Resta. Dalla sua porta non vede nulla e non sente più niente. Pensa che il gioco sia dall’altra parte del campo, che prima o poi l’azione tornerà da lui. Cammina sulla linea, salta per scaldarsi, resta pronto. Passano i minuti. Dieci. Venti. Trenta. È solo, ma non lo sa. E non se ne va. Alla fine, dalla nebbia, emerge una figura: è uno steward, mandato a cercarlo.

Gli dice che la partita è finita da mezz’ora, che tutti sono rientrati, che lo stanno aspettando. Bartram guarda intorno, capisce. Sorride. Raccoglie i guanti. Esce dal campo. Quel giorno Chelsea–Charlton finisce 0–0, ma nessuno lo ricorda per il risultato. Lo si ricorda per un portiere rimasto a difendere la sua porta quando il resto del mondo aveva già smesso di esistere. È questa la resilienza della porta. Ed è la stessa che vive nel futsal: spazi ridotti, tiri ravvicinati, nessuna distanza di sicurezza. Quando il rumore si spegne, quando tutto sembra lontano, chi sta in porta resta.


Tamerlano e la sua maledizione: scaramanzia o storia

  Uno degli elementi che i grandi condottieri e gli eserciti si portavano dietro erano gli aruspici , chiamati a interpretare i segni prima ...