domenica 14 dicembre 2025

Dobbiamo il caffe a Kaldi e il cappuccino ai turchi

 


Si racconta — anche se la storia oscilla da sempre tra leggenda e realtà — che nel IX secolo, sulle montagne della regione etiope di Kaffa, vivesse un giovane pastore di nome Kaldi. Un giorno, osservando il suo gregge, notò qualcosa di insolito: le capre saltavano, correvano, belavano piene di energia dopo aver brucato delle bacche rosse brillanti, mai viste prima. Stupito, Kaldi assaggiò quei frutti e avvertì subito una vitalità nuova, come se la montagna stessa gli avesse donato forza.

Decise allora di portare la scoperta ai monaci di un vicino monastero. Diffidenti, essi gettarono le bacche nel fuoco, temendo fossero un frutto ingannevole. Ma dalle braci si levò un profumo irresistibile. Recuperarono i chicchi tostati, li macinarono e li misero in infusione: nacque così una bevanda scura e intensa, capace di mantenere svegli durante le lunghe veglie di preghiera.

Da quel momento, grazie ai mercanti, il caffè raggiunse lo Yemen, dove venne chiamato qahwa e divenne parte della cultura islamica al punto che, in Europa, fu presto definito “la bevanda musulmana”, talvolta temuta, talvolta ammirata. Quanto a Kaldi, nessuno sa se sia davvero esistito: forse un pastore, forse un simbolo creato dal popolo etiope per raccontare l’origine di un dono destinato a conquistare il mondo.

Se la storia di Kaldi appartiene al mito, quella del cappuccino è invece radicata in eventi storici. Dopo la vittoria cristiana sull’esercito ottomano durante l’assedio di Vienna del 1683, nelle tende turche furono trovati sacchi di caffè. I viennesi lo trovarono troppo amaro e intenso; allora, secondo la tradizione, un frate cappuccino aggiunse latte caldo per renderlo più piacevole. Il colore ottenuto ricordava proprio quello del saio dei Cappuccini: da qui il nome “cappuccino”, che ancora oggi accompagna le colazioni in tutto il mondo.


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