Si racconta — anche se la storia oscilla da sempre tra leggenda e realtà — che nel IX secolo, sulle montagne della regione etiope di Kaffa, vivesse un giovane pastore di nome Kaldi. Un giorno, osservando il suo gregge, notò qualcosa di insolito: le capre saltavano, correvano, belavano piene di energia dopo aver brucato delle bacche rosse brillanti, mai viste prima. Stupito, Kaldi assaggiò quei frutti e avvertì subito una vitalità nuova, come se la montagna stessa gli avesse donato forza.
Decise allora di portare la scoperta ai monaci di un vicino monastero. Diffidenti, essi gettarono le bacche nel fuoco, temendo fossero un frutto ingannevole. Ma dalle braci si levò un profumo irresistibile. Recuperarono i chicchi tostati, li macinarono e li misero in infusione: nacque così una bevanda scura e intensa, capace di mantenere svegli durante le lunghe veglie di preghiera.
Da quel momento, grazie ai mercanti, il caffè raggiunse lo Yemen, dove venne chiamato qahwa e divenne parte della cultura islamica al punto che, in Europa, fu presto definito “la bevanda musulmana”, talvolta temuta, talvolta ammirata. Quanto a Kaldi, nessuno sa se sia davvero esistito: forse un pastore, forse un simbolo creato dal popolo etiope per raccontare l’origine di un dono destinato a conquistare il mondo.

Nessun commento:
Posta un commento