domenica 28 dicembre 2025

Nuremberg un viaggio nell'abisso umano dove la manipolazione delle masse ha permesso l impossibile


Nuremberg è un film che scava nella storia per arrivare molto più in profondità: nella mente umana e nei meccanismi del potere. Ambientato nei mesi che seguono la fine della Seconda guerra mondiale, il racconto prende avvio dall’evento che ne segna la chiusura simbolica, l’epitaffio usato dagli alleati per scrivere la parola fine sul conflitto. Il film però sceglie una strada precisa e coraggiosa: spostare il baricentro dall’aula del tribunale alla stanza dell’interrogatorio. Il cuore è il confronto serrato, quasi claustrofobico, se vogliamo, tra lo psichiatra dell’esercito americano Douglas Kelley e Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe. Non è un semplice dialogo: è una lotta senza scampo, un duello psicologico in cui non è mai chiaro chi stia davvero analizzando chi. Il medico cerca risposte nella scienza, nella diagnosi, nella razionalità; il leader nazista risponde con intelligenza, ironia, carisma, ribaltando continuamente il piano del confronto.

Il film mette così alla berlina non solo un uomo, ma un intero sistema. Göring non viene rappresentato come un folle, né come una caricatura del male. Al contrario, appare lucido, seducente, perfettamente consapevole. Ed è proprio questo a rendere Nuremberg inquietante e attuale: il male non nasce dall’irrazionalità, ma può convivere con l’intelligenza, con l’eloquenza, con la capacità di manipolare gli altri. Il film costringe lo spettatore a porsi una domanda scomoda: se il male è “normale”, come lo si riconosce in tempo?

Il viaggio che Nuremberg propone è anche un’esplorazione della manipolazione delle masse. Göring ha giocato con i destini dell’Europa attraverso la parola, il consenso, la propaganda e tutto parte proprio dalle leggi di Norimberga del 1935. Anche sconfitto militarmente, continua a esercitare un potere simbolico, cercando di piegare l’interlocutore, di insinuare dubbi, di relativizzare la responsabilità. Il personaggio dello psichiatra diventa così lo specchio dello spettatore: convinto che comprendere significhi controllare, scopre invece quanto sia fragile il confine tra analisi e fascinazione.

Il film è, a tratti, didascalico, soprattutto quando ricostruisce il contesto storico e giudiziario del processo e della fine dei gerarchi nazisti. Ma questa scelta non è un limite: è parte della sua funzione istruttiva. Nuremberg spiega, chiarisce, accompagna chi guarda dentro un passaggio cruciale della storia del Novecento, senza però rinunciare alla complessità. Quando si concentra sul duello psicologico, il racconto si fa più teso, più oscuro, più universale. Alla fine, Nuremberg non offre consolazioni. Non racconta un male sconfitto una volta per tutte, né un’umanità pacificata dalla giustizia. Racconta invece la necessità di studiare il male per impedirne il ritorno. Norimberga non è solo un processo, ma un monito: capire come uomini comuni possano manipolare altri uomini è l’unico modo per riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi.

È questo il valore più profondo del film: ricordare che la storia non è un archivio chiuso, ma uno specchio. E che guardarlo, anche quando è scomodo, resta un dovere.


giovedì 25 dicembre 2025

Dal Boxing Day alle trincee: il linguaggio del pallone


Il Boxing Day, in Inghilterra, non è solo una data sul calendario. È un rito che si ripete ancora oggi, ogni anno, durante le festività della Premier League: stadi pieni, famiglie sugli spalti, il freddo che pizzica le mani e il pallone che rotola mentre il Natale è ancora nell’aria. Lo vediamo  in televisione, lo riconosciamo subito. È calcio, certo. Ma è soprattutto un linguaggio condiviso, qualcosa che appartiene a tutti.Oggi lo decliniamo in mille forme – dal grande calcio professionistico al futsal giocato nei palazzetti di quartiere – ma la sostanza non cambia. Un gesto semplice, universale, immediato. Ed è proprio questo linguaggio che, sorprendentemente, riaffiora anche quando il mondo si spezza.

Natale 1914. Da pochi mesi l’Europa è precipitata nella Prima guerra mondiale. Le trincee sono ferite aperte nella terra, l’inverno è crudele, l’odio dovrebbe essere l’unico sentimento consentito. Eppure, il 25 dicembre, lungo tratti del fronte occidentale, accade qualcosa che non era scritto in nessun ordine militare. I soldati della Germania e del Regno Unito escono dalle trincee. Cantano. Si guardano in faccia. E poi qualcuno tira fuori un pallone, fatto di stracci, improvvisato.

Non c’è un campo, non ci sono porte vere. C’è la terra di nessuno. C’è il fango. E c’è un gioco che tutti conoscono. Nascono partite improvvisate, confuse, senza regole. Il mito parlerà di un 3 a 2 per i tedeschi, ma il punteggio conta poco. Conta il gesto: per qualche ora, la guerra viene sospesa e sostituita da un gioco condiviso. Il pallone diventa una tregua fatta oggetto. Quella parentesi dura poco. Nei mesi successivi la guerra si inasprisce, gli alti comandi vietano ogni fraternizzazione, il fronte si irrigidisce. Ma il pallone non scompare. Cambia significato. Diventa altro.

Nei primi mesi del conflitto, quando gli inglesi avanzano verso le linee nemiche, c’è un racconto che ritorna nelle memorie e nei resoconti orali: un soldato che, invece di lanciare una granata, calcia un pallone fuori dalla trincea. Il gesto è quasi assurdo, e proprio per questo potentissimo. Il pallone rotola davanti ai commilitoni che avanzano. È sfida, è ironia, è coraggio ostentato. È mito, forse. Ma ogni mito nasce da un’esigenza reale: dare un volto umano all’orrore.

Il pallone, così, attraversa la guerra in due modi opposti e complementari. A Natale diventa linguaggio di pace, capace di unire nemici. Nei mesi più duri diventa linguaggio di sfida, un simbolo gettato contro la paura. In entrambi i casi, non è mai solo un gioco. Forse è per questo che, ancora oggi, quando arriva il Boxing Day o quando un campo di futsal si accende in una palestra qualsiasi, sentiamo che lì c’è qualcosa di più. C’è un filo che lega epoche lontane: uomini diversi, lingue diverse, divise diverse, ma lo stesso gesto.  Tra mito e storia, tra tregua e battaglia, il pallone continua a parlare. E lo fa con una lingua che, da oltre un secolo, tutti capiscono.

martedì 23 dicembre 2025

Pace e guerra quando la semantica tradisce le intenzioni


 

Le frasi sono lontane nel tempo, diverse nella lingua, identiche nella funzione.

«Deutschland wollte den Frieden.»
La Germania voleva la pace.
(1° settembre 1939)
«Il Giappone desidera la pace.»
(dicembre 1941)
«Россия не хочет военных действий в Европе.»
La Russia non vuole azioni militari in Europa.
(febbraio 2022)

Dichiarazioni pronunciate alla vigilia di guerre diverse. In nessun caso le parole hanno fermato carri armati, aerei o flotte. Le hanno precedute.

Nel 1939 Adolf Hitler rivendica la pace mentre l’invasione della Polonia è già in corso. La guerra viene raccontata come reazione, non come scelta. La responsabilità è spostata sull’altro, il conflitto presentato come inevitabile.

Nel 1941 il governo giapponese afferma che «il Giappone desidera la pace» mentre l’ordine operativo per l’attacco a Pearl Harbor è già stato impartito e la flotta è in navigazione verso le Hawaii. Anche qui la pace è nel linguaggio, non nei fatti.

Negli anni Sessanta, durante l’escalation in Vietnam, Lyndon B. Johnson rassicura l’opinione pubblica dichiarando:

«We seek no wider war.»
Non cerchiamo una guerra più ampia.
(1965)

L’intervento viene descritto come limitato e difensivo, mentre il conflitto si estende progressivamente fino a diventare una guerra su vasta scala. Il lessico minimizza, l’azione militare accelera.

Nel 2008, durante il conflitto in Georgia, Vladimir Putin definisce l’intervento russo:

«un’operazione per costringere alla pace»

La parola “guerra” viene evitata, sostituita da una narrazione di tutela e necessità, mentre le truppe attraversano il confine georgiano.

Nel 2022, lo stesso Putin afferma che la Russia non vuole azioni militari in Europa mentre l’apparato bellico è già schierato ai confini ucraini. La guerra, poche settimane dopo, verrà definita non come tale, ma come risposta obbligata e atto difensivo.

Il parallelismo non sta nell’equiparazione storica, ma nella struttura del linguaggio. In tutti questi casi la pace viene evocata non per evitarla, ma per svuotarla di significato. Serve a guadagnare tempo, a disorientare l’opinione pubblica, a preparare il terreno a ciò che verrà dopo. Le parole diventano un’anticamera della violenza, non un argine.

La lezione è sempre la stessa: le dichiarazioni di pace non sono garanzia di pace. Contano i fatti, i movimenti, le decisioni concrete. La storia insegna che quando la pace viene ripetuta con insistenza alla vigilia di un conflitto, spesso non è un obiettivo. È un alibi.

Ci facciamo un selfie - 1839


 

Si restava immobili per minuti interi. La posa non era un dettaglio tecnico, ma una prova di resistenza e di concentrazione. All’alba della fotografia, l’immagine non si “catturava”: si costruiva con pazienza, metodo, intuito. Un gesto lento, quasi solenne, che trasformava ogni scatto in un esperimento. Partendo da questa distanza — tra attesa e immediatezza — che emerge tutta la genialità dell’invenzione. Nel 1839, Robert Cornelius non si limitò a usare una nuova tecnologia: la mise alla prova, la portò oltre. Preparò la lastra, calcolò la luce, scoprì l’obiettivo e corse davanti alla macchina fotografica. Poi rimase fermo, a lungo, sapendo che ogni minimo movimento avrebbe compromesso il risultato. Era insieme fotografo, tecnico e soggetto. In quell’autoritratto c’è il fascino della sperimentazione: l’idea che qualcosa di mai visto prima possa funzionare; la consapevolezza di essere avanti a tutti, in un territorio ancora senza mappe. Cornelius agì dove non esistevano manuali né certezze. Il suo gesto non era ripetibile in serie, non era automatico. Era un rischio calcolato, un’intuizione trasformata in prova concreta. Oggi, all’alba del 2025, quello stesso gesto è diventato ordinario. Un movimento del pollice, uno sguardo allo schermo, un click istantaneo. Nessuna attesa, nessuna posa prolungata, nessuna incertezza tecnica. La fotografia si è fatta veloce, accessibile, quotidiana. E proprio per questo rischia di perdere il peso del gesto che la genera. Riguardare l’immagine del 1839 serve allora a ricordare che il selfie — prima di essere un’abitudine — è stato un atto visionario. Un’idea nata dall’incontro tra ingegno e curiosità. Cambiano i tempi di esposizione, cambiano gli strumenti, ma resta intatto il cuore di quell’atto: guardarsi e decidere come mostrarsi. Un gesto che, da sperimentale e rivoluzionario, è diventato comune.



sabato 20 dicembre 2025

9 vittorie e 2 pareggi. Gli Orange chiudono da imbattuti il girone di andata del campionato


 

Si chiude il girone d’andata del campionato e una sola parola basta per raccontarlo: incredibili. Non è uno slogan, è una constatazione. È il mantra che accompagna l’ultima, durissima trasferta dell’anno, su un campo ostico, in un palazzetto ribollente di tifo e futsal vero, dove i ragazzi agli ordini di Patanè escono dal parquet con un 5-5 da applausi, figlio di una partita giocata con coraggio, qualità e soprattutto personalità, sempre in vantaggio e padroni del gioco nella ripresa. Alle 18 in punto il fischio d’inizio dà il via alla battaglia. Il clima è infuocato, ma come insegna la colonna Max Iglina, vero sergente di ferro della truppa, mai indietreggiare. E la risposta è immediata: al primo sussulto esplode l’Orange Mania, con Condor che mette il timbro sul match firmando il dodicesimo gol stagionale. I padroni di casa reagiscono con furia, spingono, la ribaltano, ma quando il momento si fa caldo emerge il Cannibale, che rimette ordine e riporta tutto in equilibrio all’intervallo. La ripresa è uno spettacolo puro: un susseguirsi di emozioni, rigori, espulsioni, giocate al limite e colpi d’alta scuola. È futsal allo stato puro, con Ibra e compagni che non mollano mai la presa e restano sempre avanti nel punteggio, mostrando maturità, carattere e una fame che non conosce soste. Il pareggio finale è giusto, ma sa di impresa. Perché arriva su un campo difficilissimo, perché conferma una personalità che questa squadra ha dimostrato per tutta la stagione — e quando mai è mancata? — e perché rende merito anche a un gruppo, quello veronese, che forse meriterebbe una classifica diversa. Al giro di boa parlano i numeri: dieci punti di vantaggio, una media realizzativa straordinaria con il dinamico duo Piazza/Ibra, una capacità di presidiare il campo che fa la differenza. Numeri che raccontano di una squadra solida, consapevole e tremendamente ambiziosa.

Ora è tempo di ricaricare le energie, prima di affrontare il girone di ritorno con le stesse stimmate e la stessa fame. Ma prima c’è un altro appuntamento da vivere col cuore: a Eboli l’Under sfiderà la corazzata Roma per la Supercoppa Italiana. L’augurio è che il 2026 si apra con una gioia enorme, quella che sarebbe la consacrazione definitiva di un gruppo cresciuto tantissimo e che, una cosa è certa, non si fermerà ad Eboli.

Olimpia Verona vs Orange Futsal 5 - 5 (2- 2pt)

Marcatori: 2 Piazza 1 Ibra, Angelino, Itria

venerdì 19 dicembre 2025

Quella volta che Stalin disse io a differenza dello zar Alessandro mi sono fermato a Berlino


Nella discussione pubblica ricompare spesso l’idea che l’Europa non riesca a “contenere” la Russia, e qualcuno ironizza dicendo che se non ci riuscirono Napoleone e Hitler, difficilmente potrà riuscirci l’Unione Europea di oggi. Ma questa visione semplicistica ignora un elemento fondamentale: la Russia ha costruito per secoli la propria identità politica intorno a una logica di espansione territoriale che va condannata, non interpretata come un dato naturale della storia.

Da Pietro il Grande in avanti, l’espansione è stata un tratto permanente: a ovest, premendo sui confini europei; a sud, contro l’Impero Ottomano; a est, senza limiti. Nel 1856 la Russia sfidò Francia e Inghilterra in Crimea per imporre la propria influenza sul Mar Nero; nel 1878, dopo la guerra russo-turca, cercò di ridisegnare a proprio vantaggio l’intero equilibrio dei Balcani; nel Novecento aggredì Finlandia, Polonia e Paesi Baltici, sempre con lo stesso obiettivo: ottenere “profondità strategica” trasformando i vicini in territori subordinati. Questa mentalità non si è mai dissolta. Alla Conferenza di Potsdam del 1945 Stalin ironizzò dicendo: “io mi sono fermato a Berlino, lo zar Alessandro arrivò fino a Parigi”, come se la misurazione della potenza russa dovesse calcolarsi in chilometri di conquiste. Non era solo una battuta: era la rivendicazione di una cultura politica che interpreta sicurezza e prestigio come dominio su altri popoli.

E ciò che preoccupa maggiormente è che questa mentalità non è scomparsa con l’Unione Sovietica. Dopo il 1991, ci fu una breve fase di apertura, ma negli ultimi vent’anni la Russia ha ripreso una linea sempre più aggressiva: Georgia 2008, Crimea 2014, destabilizzazione dell’Ucraina orientale, fino all’invasione su larga scala del 2022. L’idea che Mosca abbia diritto a una propria “sfera d’influenza” è tornata a essere il motore della sua politica estera. L’Europa di oggi non può accettare questa logica. L’Unione Europea non è “debole” perché non risponde con la forza militare di Napoleone o Hitler: è semplicemente una comunità che rifiuta l’idea stessa di guerra come strumento di espansione. Ma proprio per questo deve essere ancora più ferma nel difendere il diritto internazionale, la sovranità degli Stati e il principio che nessun impero del passato può decidere chi debba vivere sotto la sua influenza.

Contrastare la Russia non significa imitarla; significa impedire che il XXI secolo venga riscritto secondo le logiche imperiali del XVIII. La condanna della sua politica espansionistica deve essere chiara, esplicita e non negoziabile.

martedì 16 dicembre 2025

Samuel Oppenheimer: il finanziatore che contribuì a salvare l’Europa dall’invasione ottomana

 


Nella grande storia delle guerre e degli imperi, spesso ricordiamo i comandanti, i re, gli strateghi militari. Molto più raramente ricordiamo coloro che, senza imbracciare un’arma, resero possibili battaglie decisive. Samuel Oppenheimer, banchiere ebreo dell’Impero Asburgico, è uno di questi personaggi: un uomo che, con il credito, la fiducia e la rapidità della sua organizzazione finanziaria, contribuì in modo decisivo a impedire l’avanzata ottomana in Europa.

Siamo nel 1683. L’esercito ottomano, tra i più potenti del mondo, assedia Vienna per la seconda volta. La capitale degli Asburgo è la porta d’ingresso verso il cuore dell’Europa cristiana: se cadesse, nulla separerebbe l’impero ottomano dalla Germania meridionale e dai territori europei che oggi conosciamo come Austria, Ungheria, Slovacchia e oltre.

L’Impero Asburgico, però, è stremato. Le casse sono quasi vuote, i rifornimenti scarseggiano, i debiti si accumulano. Senza denaro non si muovono eserciti, non si pagano soldati, non si comprano armi. È in questo vuoto che emerge la figura di Samuel Oppenheimer. Oppenheimer anticipa somme enormi a Leopoldo I, organizzando approvvigionamenti, logistica, pagamenti e armi. In pratica rende economicamente possibile la difesa di Vienna. Non solo: finanzia anche i movimenti dell’armata cristiana che, guidata da Jan Sobieski, re di Polonia, arriverà a liberare la città e ribaltare le sorti dell’assedio.

Senza la sua capacità di mobilitare risorse in tempi rapidissimi, l’Impero Asburgico avrebbe rischiato il collasso finanziario. E un collasso economico, in guerra, è quasi sempre il preludio di una sconfitta. Oppenheimer non fu sul campo di battaglia, ma il suo ruolo fu quello del regista invisibile: colui che permette agli attori principali di entrare in scena.

La vittoria del 1683 è considerata uno dei momenti più importanti della storia europea. Segna l’inizio del lungo declino dell’espansione ottomana verso occidente e preserva l’assetto politico del continente. In questo quadro, i finanziamenti di Oppenheimer non furono un dettaglio, ma un tassello necessario della resistenza europea.

Eppure, la sua vita non ebbe un finale glorioso: osteggiato da invidie di corte, accusato ingiustamente e travolto dal debito pubblico imperiale, Oppenheimer finì i suoi giorni in disgrazia, pur avendo servito l’Impero per tutta la vita.Oggi la storiografia riconosce ciò che il suo tempo non volle ammettere apertamente: che un banchiere ebreo, grazie alla sua abilità finanziaria e al suo coraggio imprenditoriale, fu tra i protagonisti nascosti che contribuirono a salvare Vienna — e con essa l’Europa — dall’invasione ottomana.


lunedì 15 dicembre 2025

jacques savary il teorico del libero commercio e preconizzatore dell'Europa ante litteram


 

Nel panorama economico del Seicento, Jacques Savary rappresenta una delle voci più lucide e innovative nel descrivere l’Europa come uno spazio commerciale integrato, pur nella frammentazione politica che lo caratterizzava. Con Le Parfait Négociant egli non si limita a offrire un manuale pratico per mercanti, ma delinea una vera e propria teoria del commercio europeo fondata sull’interdipendenza tra gli Stati, sull’importanza della circolazione delle merci e sul ruolo crescente delle norme che regolano gli scambi. Pur operando in un contesto ancora dominato dalle dottrine mercantilistiche, Savary si distingue per una visione sorprendentemente moderna: egli concepisce il commercio come un motore di civilizzazione, capace di favorire la prosperità dei popoli più di quanto riescano a fare le sole politiche di potenza.

Savary riconosce che ogni Stato europeo possiede caratteristiche economiche proprie, frutto di clima, tradizioni, competenze artigiane, accesso ai mari e alle vie di terra. Questa diversità non è un limite, bensì la condizione che rende possibile un mercato continentale dinamico. I tessuti inglesi, le sete italiane, le spezie che giungono attraverso la penisola iberica, i metalli tedeschi, le competenze finanziarie olandesi: tutto concorre a formare un sistema di scambi in cui nessuna nazione può dirsi autosufficiente, e in cui la ricchezza aumenta quanto più aumentano le relazioni reciproche. Questa lettura, per l’epoca, è rivoluzionaria: Savary suggerisce che il benessere degli Stati non dipende dalla chiusura dei confini o dall’accumulo sterile di metalli preziosi, ma dalla capacità di inserirsi in una rete di traffici regolata da fiducia, contratti e istituzioni condivise.

In tal senso Savary può essere considerato un antesignano del libero commercio. Egli non teorizza l’abolizione totale dei dazi — impensabile nel suo tempo — ma afferma con forza che gli ostacoli eccessivi agli scambi impoveriscono chi li impone e rompono quell’equilibrio delicato che tiene insieme l’Europa. La concorrenza, se ben regolata, stimola la qualità; la libertà di circolazione crea specializzazione; la chiarezza delle leggi e dei tribunali mercantili favorisce la fiducia tra operatori di diversa nazionalità. In questa prospettiva, l’Europa emerge nel pensiero di Savary come un organismo economico vivente, in cui la diversità degli Stati non genera conflitto ma complementarità.

Il suo contributo resta perciò fondamentale: Savary anticipa l’idea che la cooperazione economica sia la premessa della stabilità politica e del progresso, gettando le basi di una concezione dell’Europa che non è soltanto geografica, ma profondamente commerciale e culturale.


domenica 14 dicembre 2025

Dobbiamo il caffe a Kaldi e il cappuccino ai turchi

 


Si racconta — anche se la storia oscilla da sempre tra leggenda e realtà — che nel IX secolo, sulle montagne della regione etiope di Kaffa, vivesse un giovane pastore di nome Kaldi. Un giorno, osservando il suo gregge, notò qualcosa di insolito: le capre saltavano, correvano, belavano piene di energia dopo aver brucato delle bacche rosse brillanti, mai viste prima. Stupito, Kaldi assaggiò quei frutti e avvertì subito una vitalità nuova, come se la montagna stessa gli avesse donato forza.

Decise allora di portare la scoperta ai monaci di un vicino monastero. Diffidenti, essi gettarono le bacche nel fuoco, temendo fossero un frutto ingannevole. Ma dalle braci si levò un profumo irresistibile. Recuperarono i chicchi tostati, li macinarono e li misero in infusione: nacque così una bevanda scura e intensa, capace di mantenere svegli durante le lunghe veglie di preghiera.

Da quel momento, grazie ai mercanti, il caffè raggiunse lo Yemen, dove venne chiamato qahwa e divenne parte della cultura islamica al punto che, in Europa, fu presto definito “la bevanda musulmana”, talvolta temuta, talvolta ammirata. Quanto a Kaldi, nessuno sa se sia davvero esistito: forse un pastore, forse un simbolo creato dal popolo etiope per raccontare l’origine di un dono destinato a conquistare il mondo.

Se la storia di Kaldi appartiene al mito, quella del cappuccino è invece radicata in eventi storici. Dopo la vittoria cristiana sull’esercito ottomano durante l’assedio di Vienna del 1683, nelle tende turche furono trovati sacchi di caffè. I viennesi lo trovarono troppo amaro e intenso; allora, secondo la tradizione, un frate cappuccino aggiunse latte caldo per renderlo più piacevole. Il colore ottenuto ricordava proprio quello del saio dei Cappuccini: da qui il nome “cappuccino”, che ancora oggi accompagna le colazioni in tutto il mondo.


Orange a tutta energia. nove vittorie su dieci incontri in campionato

 

Un’altra grande giornata di futsal al Palabrumar e un’altra battaglia vinta dagli uomini di Patanè, sempre più protagonisti di un campionato che li vede solidi, maturi e capaci di imporsi anche contro avversari strutturati. Questa volta a cadere è un’Energy compatta, ordinata e ricca di individualità di livello, a partire da un giocatore di grande esperienza come Sardella.

Il match inizia con un ritmo altissimo: pronti e via, ed è subito show di Ibra e di tutta la squadra, che mette in campo manovre precise, aggressività ordinata e ripartenze letali. Nonostante le occasioni fiocchino, bisogna attendere cinque minuti per il meritato vantaggio: Francalanci — alla sua terza rete stagionale in campionato— chiude alla perfezione uno scambio stretto che manda in visibilio il Palabrumar. Pochi istanti dopo, il Cannibale torna a colpire nel suo fortino, dando l’impressione di poter mettere la gara in discesa.


Ma l’Energy non è squadra che si arrende facilmente: compatta, fisica e molto ben organizzata, trova con Colletta il pertugio per accorciare sul 2-1. La risposta orange, però, è immediata e devastante: un contropiede esemplare viene finalizzato da Itria, che raddoppia chiudendo un’azione magistrale, portando i suoi sul 3-1.

La ripresa si apre nel segno di Ibra, che sigla il 4 -1 e sembra chiudere il discorso. E invece il futsal, si sa, è imprevedibile: in pochi minuti l’Energy si accende e dà vita a un assedio furioso. Previtali, Colletta e Teramo — imbeccati da un ispiratissimo Ignatiu De Almeida — colpiscono in rapida successione, riportando il match prima in parità e poi addirittura sul 4-5. Un ribaltamento che gela il Palabrumar e costringe Patanè a una scelta immediata: portiere di movimento.

La decisione è quella giusta. Caracciolo trova il gol dell’aggancio e, pochi secondi dopo, il sesto fallo conquistato permette al Condor di riportare avanti gli Orange. L’Energy tenta il tutto per tutto con il portiere di movimento, ma questa volta l’epilogo è diverso: ancora il Condor a segno e, come ciliegina, Cesari che infila la porta avversaria direttamente dalla sua metà campo, facendo esplodere il palazzetto.

Ventotto punti su trenta disponibili raccontano più di qualsiasi parola: questa squadra ha identità, carattere, qualità e una fame che non accenna a diminuire. Manca solo l’Olimpia Verona per chiudere il girone d’andata, ma le prospettive di questo campionato sono già chiarissime: gli Orange ci sono, sono forti e hanno tutta l’intenzione di restare lì, in cima. E il Palabrumar, ancora una volta, lo ha capito benissimo.

Orange vs Energy 8 – 5 ( 4- 1 pt)

Marcatori 2 Piazza, Itria 1 Ibra, Cesari, Caracciolo, Francalanci (Orange)

Marcatori 2 Colletta 1 Teramo Previtali, Odierna


martedì 9 dicembre 2025

Onore e Rispetto: il valore della parola data di Robert Campbell


 

La storia antica è piena di gesti che sembrano impossibili oggi. Pensiamo ad Attilio Regolo, il generale romano catturato dai Cartaginesi: gli fu concesso di tornare a Roma a patto che convincesse il Senato a firmare una pace favorevole al nemico. Lui fece l’opposto, parlò contro quella pace, e poi — pur sapendo che lo attendeva una morte atroce — tornò a Cartagine, semplicemente perché aveva dato la sua parola.
È uno di quegli episodi che ti fanno pensare a un’epoca in cui onore e lealtà valevano più della vita stessa.
E, incredibilmente, qualcosa di simile accadde molti secoli dopo, in un mondo che stava bruciando nella Prima Guerra Mondiale.

Siamo nel 1916, l’anno in cui la Storia sembra impazzita: Verdun è un carnaio senza fine, la Somme inghiotte decine di migliaia di giovani in un solo giorno. I soldati vengono mandati all’assalto delle prime linee con un coraggio che non ha nulla di moderno: è un retaggio dei combattimenti del Settecento e dell’Ottocento, quando avanzare “a testa alta” era considerato la massima espressione del valore militare. Ma lì, nel fango, tra filo spinato, mitragliatrici e granate, quel coraggio diventa spesso una condanna.

In questo inferno, Robert Campbell, ufficiale britannico, è prigioniero da due anni in un campo tedesco, dalla battaglia di Mons dell’agosto del 1914. Le giornate sono sempre uguali, dure, sospese. Finché non riceve una notizia che lo colpisce più di qualsiasi bombardamento: sua madre sta morendo. Campbell allora compie un gesto che sembra davvero d’altri tempi: scrive direttamente al Kaiser, a Guglielmo II, chiedendo un permesso speciale per tornare a casa a salutarla un’ultima volta.
Sembra una follia, e invece accade l’imprevedibile:
il Kaiser accetta. Ma solo a una condizione, apparentemente assurda eppure perfettamente coerente con la mentalità di quell’epoca: che Campbell prometta, come ufficiale e come gentiluomo, di tornare in prigionia dopo la visita.

E qui entra in gioco la parte più sorprendente della vicenda. Campbell torna davvero a casa. Rivede sua madre, le parla, l’accompagna fino all’ultimo respiro. E poi, quando tutto è finito e nessuno potrebbe mai biasimarlo se decidesse di rimanere in Inghilterra, fa ciò che pochissimi oggi sarebbero disposti a fare: ritorna spontaneamente al campo tedesco. Non perché costretto. Non perché sorvegliato.
Ma perché aveva dato la sua parola.

Un gesto che ricorda Regolo, che ricorda gli antichi codici d’onore militare, quelli in cui un giuramento ha più peso delle armi, più peso della paura, più peso perfino della libertà. In un secolo dominato dalle macchine, dai gas, dai bombardamenti, quel gesto di Campbell appare quasi una nota stonata — o forse una nota purissima — in mezzo al rumore della guerra. Un frammento di umanità e di lealtà che sopravvive al crollo di tutto il resto. La storia ci insegna che alcuni valori e principi sono in grado di sopravvivere anche alle crudeltà di un conflitto che segnò la storia del nostro continente

sabato 6 dicembre 2025

Una dolce vittoria che vale il titolo di Campioni d'Inverno


 Anche a Crema gli Orange impongono la loro legge, fatta di buon futsal, intensità e una qualità tecnica decisamente superiore. Un successo che, nel punteggio finale, vede la squadra di Patanè prevalere con una sola rete di scarto, ma che racconta di un gruppo capace – soprattutto nella ripresa – di esprimere giocate di livello assoluto.

La classifica parla chiaro: con questa vittoria, Ibra e compagni conquistano con due giornate di anticipo il titolo platonico di campioni d’inverno, forti di dieci punti di vantaggio, del miglior attacco del campionato (47 reti) e della seconda miglior difesa (23 gol subiti), superata solo dal Verona (19).

La trasferta sul campo del Videoton parte nel migliore dei modi, con il vantaggio firmato da Itria, salvo poi andare al riposo sul 2-2 dopo una prima frazione combattuta e molto fisica. Nella ripresa gli Orange entrano con un’altra marcia: Ibra firma il nuovo vantaggio, immediatamente consolidato nel giro di un minuto da Francalanci e Montauro per il provvisorio 5-2. Nel finale un rigore riapre parzialmente il match, ma non cambia l’esito di una gara sempre in controllo.

A questo punto non resta che mantenere la concentrazione e continuare a crescere: il campionato è ancora lungo, ma gli Orange hanno dimostrato di avere tutte le carte in regola per restare in cima.

Videoton Crema vs Orange 4 - 5 (2 - 2 pt)

venerdì 5 dicembre 2025

Un' operazione impensabile per contrastare la Russia. La visione di Wiston Churchill


 

L’Operazione Unthinkable, concepita nel 1945 da Winston Churchill, nacque in un momento in cui la Seconda guerra mondiale non era ancora del tutto conclusa, ma già si delineava un nuovo equilibrio globale. Churchill, che aveva guidato la Gran Bretagna nella resistenza contro Hitler, temeva che il collasso della Germania lasciasse l’Europa esposta a un’altra egemonia: quella dell’Unione Sovietica. L’Armata Rossa, forte di milioni di uomini e di un avanzamento impressionante verso Ovest, controllava ormai Polonia, Stati baltici e gran parte dell’Europa orientale. Per Churchill, che aveva sempre diffidato delle intenzioni di Stalin, la rapida imposizione di regimi filocomunisti in quei Paesi era un segnale inequivocabile. Il suo timore era che il continente, appena salvato dal nazismo, potesse cadere sotto un’altra forma di autoritarismo. Ecco perché chiese ai capi di Stato Maggiore un’analisi “impensabile”: valutare un’eventuale offensiva occidentale per impedire che l’Europa venisse dominata da una sola potenza.

A distanza di quasi ottant’anni, quei documenti sembrano parlare a un continente nuovamente attraversato da tensioni profonde. Il conflitto russo-ucraino ha riportato la guerra convenzionale nel cuore dell’Europa, rimettendo in discussione l’ordine di sicurezza costruito dopo il 1991. L’invasione dell’Ucraina non è soltanto un’aggressione territoriale: è un messaggio politico rivolto all’intero continente, un tentativo di ridefinire le sfere di influenza in un mondo segnato da equilibri instabili. Le recentissime dichiarazioni di Vladimir Putin, che ha accusato l’Europa di essere “un vassallo degli Stati Uniti” e di “alimentare l’escalation militare”, riportano alla luce una retorica che sembrava sepolta insieme alle rovine della Guerra Fredda, ma che oggi torna a risuonare con inquietante attualità.

In questo contesto, attualizzare l’Operazione Unthinkable significa interrogarsi su come l’Europa possa evitare di diventare di nuovo il terreno di scontro fra potenze. Allora come oggi, la domanda di fondo è la stessa: il continente può difendere la propria sicurezza senza farsi trascinare verso uno scontro diretto? Può farlo mantenendo autonomia politica, capacità militare e una reale visione strategica, in un mondo in cui la guerra è tornata a essere uno strumento esplicito di politica estera?

Il parallelo non va forzato: nessuno in Occidente immagina oggi un’offensiva contro la Russia, come invece Churchill si trovò a valutare nel 1945. Ma ciò che ritorna è il quadro geopolitico: una potenza nucleare che utilizza la minaccia militare come leva politica, una guerra alle porte dell’Unione e un ordine internazionale che fatica a reggere l’urto delle trasformazioni globali. In questo scenario, l’Europa appare spesso divisa, esitante, ancora alla ricerca di una propria identità strategica.

Le dichiarazioni di Putin, unite alla prosecuzione del conflitto in Ucraina, rappresentano un monito severo: la stabilità europea non è garantita, e la storia dimostra che le crisi ignorate o sottovalutate possono trasformarsi in fratture irreversibili. Come nel 1945, il continente si trova davanti a un bivio. Ma, diversamente dal passato, la risposta non può essere “impensabile”: deve essere lucida, unitaria e costruita sulla capacità di coniugare sicurezza, diplomazia e autonomia strategica. Perché le scelte compiute nei momenti di incertezza — oggi come allora — determinano il futuro per generazioni.


Cosa fa di un uomo un uomo. Non la sua nascita ma le scelte che fa: Albert Battel

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