sabato 10 dicembre 2022

Una partita da dimenticare


Una partita rovinata da un arbitraggio incomprensibile che ha mandato fuori campo Ramon per un fallo immaginario, viste e riviste le immagini proprio non spiegano le motivazioni del rosso diretto al forte giocatore Orange. Un episodio che ha fatto svoltare la gara a favore del Pordenone bravo a ottimizzare le situazioni e a portarsi a casa una vittoria quando forse il risultato più giusto sarebbe stato il pareggio. I padroni di casa sono partiti bene e con Curallo sono andati in vantaggio ripresi solo a sei secondi dalla sirena da Chtiqui, un primo tempo vivace ben giocato da entrambe le squadre. Da Silva ha messo la freccia per gli Orange a inizio ripresa e poi è cominciato lo show in negativo della terna, un’ammonizione a Tizzano incomprensibile e un numero di falli in aumento, l’espulsione affrettata del giocatore del Pordenone, ammonizioni a caso e il fattaccio su Ramon che ha, purtroppo per i padroni di casa, indirizzato il match. Nel frattempo per uno scontro di gioco ha subito un duro colpo Tropiano costretto a uscire e dopo il pareggio in superiorità numerica su un’azione estemporanea l’attacco del Pordenone ha trovato il pertugio giusto per infilare la difesa Orange e portarsi in vantaggio. L’utilizzo del power play non ha sortito alcun effetto e così a festeggiare sono stati gli ospiti. Non c’è tempo però per recriminare troppo perché il turno infrasettimanale impone subito un’attenzione alta mancherà Ramon ma torna Scavino  

Orange vs Pordenone 2 – 3 ( 1 -1 pt)

Marcatori:

Primo tempo 4’ Curallo (o) 1954” Chtiqui (P)

 Secondo tempo 5’ Da Silva (0) 11’ Stendler (p) 16’54 Chtiqui (P)

Qui vincit non est victor nisi victus fatetur


 

Il rispetto innanzitutto se c’è un elemento che ti insegnano quando fai sport è che devi superare i tuoi limiti ma mai deridere l’avversario, se lo fai questo è un atteggiamento perdente, nel senso che ti senti inferiore non superiore. Abbiamo citazioni infinite di vittorie e di sensazioni che vanno vissute per se stessi mai deridendo e sbeffeggiando chi gareggia con te. Perché quello che stai provando tu magari la prossima volta può essere il tuo avversario a irridere e tu come ti sentiresti ? C’è un bel motto che gli opliti amavano incidere sul proprio gambale e che è piu di una filosofia: “qui vincit non est victor nisi victus fatetur” colui che vince non può ritenersi tale se il vinto non lo riconosce. E i Romani sono durati millenni. Ma qui si trattava di onore e di rispetto quello che in una competizione ci dovrebbe essere, ecco se proprio devo dire magari visto che amano i tatuaggi i calciatori argentini potrebbero farselo scrivere sul proprio corpo a lettere cubitali ci sarebbe da imparare  

giovedì 8 dicembre 2022

Ah les Italians - il furto della Gioconda


 

 

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1911 al Louvre un fatto di cronaca sconvolse il Museo del Louvre, venne infatti trafugato il dipinto che tutti conosciamo come la Gioconda, un furto non di poco conto. La scomparsa venne denunciata 24 ore dopo perché spesso i dipinti venivano portati per brevi lavori fuori dalla loro posizione originale. I sospetti si appuntarono sul poeta Apollinaire, arrestato e poi in seguito rilasciato ma anche su Picasso e visto il periodo storico anche la Germania venne velatamente accusata di aver compiuto un furto di stato (in fin dei conti l’affaire Dreyfuss non era passato da molto). La realtà era molto più semplice tale Vincenzo Peruggia, artigiano, che aveva montato la teca in vetro dell’opera l’aveva sottratta nottetempo, e poi tolta dall’intelaiatura se la mise sotto un indumento prese un taxi e si volatilizzò. Di fatto soggiornando in un hotel parigino, l’opera rimase per 28 mesi in suo possesso, in una valigia di cartone sotto al letto. Peruggia la riportò in Italia a Luino. Nel 1913 si recò a Firenze per venderla a un antiquario fiorentino, l’avrebbe voluta agli Uffizi, e chiese solo per le spese 500.000 lire praticamente 260 euro (direi a buon mercato). L’antiquario capì che non si trattava di un falso e denunciò il tutto alla polizia che rintracciò e arrestò l’uomo. Un processo che appassionò l’opinione pubblica, il Peruggia venne dichiarato mentalmente minorato e questo giustificò una pena esigua di sette mesi. Accorata la sua difesa voleva restituire l’opera ai suoi legittimi proprietari gli italiani ma questo gli valse solo qualche simpatia. Si arruolò nell’esercito fece la prima guerra mondiale e fu catturato dagli austriaci dopo Caporetto. Finita la guerra torno in Francia dove li morì nel 1925, non prima di aver verificato che il suo furto accelerò il mito e la grandezza della Gioconda. Roba da farci un film perché no?

martedì 6 dicembre 2022

il 7 dicembre 1895 l'Amba Alagi quando il piemontese Toselli


 

L’Amba Alagi è un acrocoro etiope praticamente una sorta di postazione che domina la vallata circostante e in grado di essere difesa contro forze nemiche superiori. Nelle varie guerre coloniali l’Amba Alagi diventa un punto fisso, una sorta di luogo storico in cui si sono combattute battaglie decisive. Se il 7 dicembre gli americani lo ricordano per Pearl Harbour per noi italiani vuol dire Toselli, 1895, e una sconfitta cruenta costata la perdita di 39 connazionali e oltre 2000 ascari e irregolari, che subirono l’attacco da oltre 30.000 etiopi, che di fatto segnò la guerra tra Etiopia e Italia culminata nella disfatta successiva di Adua del 1 marzo 1896. Ultimi arrivati nella corsa alle colonie l’Italia dovette giocare una partita su un fronte impervio, difficile e del tutto scomodo contro popolazioni orgogliose della loro libertà e nel caso etiope anche decisamente organizzate con eserciti numerosi e dotate anche di armi moderne. Una cattiva gestione militare frutto anche di differenti vedute fece il resto portando le truppe coloniali a subire sconfitte che furono amplificate anche molto da un clima ostile e contrario. Adua costò agli italiani 3000 vittime le altre erano truppe coloniali, ma fu più lo schiaffo morale. A differenza degli inglesi e del rovescio che subirono dagli zulu (armati di lance) a Isaldwina, l’onta della sconfitta divenne un marchio di ignominia che portò anche alla caduta del governo, mentre i soldati della “perfida albione” riuscirono a sovvertire il corso della guerra. L’italia dovette aspettare così 40 anni per lavare quell’onta e detto per inciso non riuscì nemmeno bene    

Ode al Capitano. Quegli ultimi otto secondi


  

Non sono solito alle agiografie ne ai coccodrilli a maggior ragione nel mondo sportivo, ma questa volta faccio un eccezione, per il capitano, al secolo Antonio Celentano con cui ho avuto modo di condividere diverse stagioni. Coriaceo e duro nelle marcature difensive, sempre pronto ad anticipare l’avversario e dotato, soprattutto sui calci d’angolo di una castagna imprendibile. Nel bar del Palabrumar si può vedere una vecchia immagine Orange di un successo in cui proprio lui sorride, beh, un’icona, quasi impossibile, per uno che difficilmente sa sorridere sul campo, sempre preciso e puntuale e mai sbruffone. Amici e avversari ne tessono le lodi, ma lui non ti ha mai fatto pesare nulla, anche nella rottura di scatole delle interviste post partita, quando, di solito, si parla con il capitano a fronte di una sconfitta o di una prestazione non eccellente. Insomma in poche parole un uomo vero. Tra i ricordi che serberò a lungo, per emozioni e feste, non posso non ricordare la trasferta a Cornaredo, sotto le spoglie del città di Asti, contro una squadra che si chiamava Real e che incuteva paura. Quell’anno un campionato altalenante ma poi i play off magicamente aprirono le strade a un percorso impossibile. Dopo aver battuto con quattro reti di scarto all’andata i lombardi, il ritorno sembrava una formalità, e invece, nonostante due espulsioni e una serie infinita di occasioni, il Real ci mise alle corde, ma ci pensò lui con la consueta sua calma serafica a otto secondi dalla sirena a portare, sulle sue spalle la squadra in serie A. Dettò il passaggio e lo andò a ricevere solo davanti al portiere, tunnel, e apoteosi sotto la curva con tutta Asti ad abbracciarlo. Posso garantire che nemmeno la vittoria del Milan a Barcellona (per inteso anche Cele un fratello rossonero) mi ha dato tale emozione. Buona vita capitano e grazie di tutto.   

Per meglio comprendere la situazione seguono alcune grafiche e le relative didascalie:

domenica 4 dicembre 2022

Una storia che non sia faziosa ma reale


 

Che il ricordo della storia e del passato stia diventando sempre più un mantra per cercare di trovare risposte del presente è un dato di fatto, ma che si utilizzi il resoconto della storia di alcuni momenti della seconda guerra mondiale come scontro di due tipologie di genere (destra vs sinistra) francamente mi sembra esagerato. Il mio professore all’università, con cui mi sono poi laureato, era un maniaco dell’utilizzo delle fonti, e ne aveva ben donde, la storia è data da una sequenza di dati reali che hanno costituito un percorso chiaro e lineare. Le interpretazioni invece sono soggettive dello storico che le analizza, ma se lo studioso vuole compiere uno studio coerente dovrebbe sempre attenersi alla realtà e non andare su ricostruzioni spesso artificiose che nulla aggiungono se non addirittura mistificano lo stesso percorso. Dico questo perché mi sono recentemente imbattuto in una dichiarazione fatta da uno studioso che ha stabilito come il reduce dalla Russia fosse di sinistra e quello da El Alamein invece retaggio della destra, un po’ la stessa retorica usata per gli arditi della prima guerra mondiale che dovrebbero in teoria, secondo alcuni storici, essere retaggio dei primi raggruppamenti fascisti; niente di più falso. Proprio l’elenco di chi partecipò agli eventi della prima guerra mondiale, spesso, non seguì nel biennio successivo l’eversione di destra, anzi erano più i socialisti o coloro che avevano retaggio nelle formazioni di sinistra ad aver preso parte ai gruppi di assalto. Quanto poi all’accusa ai reduci della ritirata e dalla prigionia in Unione Sovietica basterebbe ricordare le lezioni e le filippiche di Fidia Gambetti, Cesare Correnti e Edoardo D’onofrio, i commissari politici comunisti dei campi di prigionia per ipotizzare che chi uscì dagli oltre 165 gulag l’unico elemento che avrebbe odiato in modo forte e chiaro era proprio quella parte politica. Ne si può ipotizzare per i reduci della Folgore un radioso presente e un passato legato al motto di “credere obbedire e combattere”. Questi uomini lottarono nel deserto per la loro vita contro forze soverchianti maledicendo chi li aveva mandati in Egitto a conquistare la spada dell’Islam. Questa voglia continua di massificare o di creare dei clichè ha portato a comprendere sempre meno la nostra storia patria, fatta di uomini e di azioni e non di fazioni, ribadisco sempre che uno studio preciso, scevro da influenze politiche, forse potrebbe farci fare la pace con il nostro turbolento passato e trarre magari da esso le giuste opportunità per programmare il nostro futuro. Abbiamo così tanti esempi illuminati, di statisti, di condottieri, di uomini e di donne che hanno dato tanto al nostro paese. Dall’alto di migliaia di anni di storia i nostri avi ci guardano meritiamoceli     

Ancora una trasferta negativa per gli Orange


 

Quel ramo del lago di Como l’incipit della madre di tutti i romanzi non porta fortuna all’Orange Asti costretta a tornare a casa per la quinta volta consecutiva senza punti dalle trasferte in campionato. Gli Orange si presentano a Lecco senza Ramon squalificato e con Vitellaro e Ibra ancora ai box. Una patita quella del primo tempo in cui la squadra di Morellato ha giocato bene trovando spazi e perfette sincronie in grado di mettere apprensione alla difesa lombarda. Anche due legni scheggiati fanno parte del bottino mentre a parte un paio di conclusioni di Hartingh e Mattoboni, Tropiano non ha mai corso pericoli. Sul finale del tempo gli episodi decisivi prima da Silva viene contrato in attacco sulla ripartenza Hartingh in scivolata, nonostante il ripiegamento di Curallo riesce a segnare e dall’altra parte ancora Da Silva c’entra un incrocio che farebbe imprecare anche Don Abbondio. Nella ripresa dopo venti secondi la rete di Ferri vero e proprio sliding doors del match, perché dopo la segnatura non esiste più partita. C’è tempo solo per appuntare le altre reti per il 5 a 0 finale e l’espulsione di Scavino reo di aver fermato con le mani una conclusione a notta sicura. Per ritrovare la sicurezza bisogna tornare al Palabrumar sabato prossimo contro Pordenone

 

Lecco vs Orange 5 0 ( 1-0 pt)

Marcatori: 2 Hartingh e Yamoul e 1 Ferri

Ammoniti Mendes, Hartingh, Ferri, De Donato

Espulso Scavino

Quando i referendum non mobilitano gli elettori: il caso della Prussia del 1931

  I referendum sono uno degli strumenti più importanti della democrazia diretta, ma la loro efficacia dipende soprattutto dalla partecipazi...