domenica 21 luglio 2024

Roma caput mundi anche su Prime Video


 

Those about to die, devo ammettere che il titolo in inglese non è assolutamente accattivante il Morituri te salutat aveva un fascino migliore decisamente. E così nell’attesa della famiglia dei Severi sugli schermi in Panavision dei cinema per novembre, prime delizia con una serie americana, diretta da quel regista fracassone che risponde al nome di Roland Emmerich. Da Indipendence Day a le idi di luglio è un attimo e questa volta a essere sotto i riflettori è la Gens Flavia, quella che salì al soglio imperiale dopo la parentesi di Nerone. Due sono le cose per cui è ricordata la lotta contro i Giudei e il Vesuvio con il disastro di Pompei. Quello che emerge dalle dieci puntate è un plot avvincente in cui la fanno da padrone le gare sulle bighe e gli intrighi di Palazzo. Si tratta di intrighi in realtà abbastanza romanzati, Domiziano, presentato come un complottista della peggior risma, in realtà fu un abile amministratore che però perse il lume della ragione dopo un tentativo di omicidio Sicuramente per gli amanti del genere qualche licenza poetica di troppo su sangue e sesso, ma nel complesso orchestrata bene sullo svolgersi della trama. Per gli effetti speciali invece ripassare, fatti male come le corse delle bighe o gli improbabili alligatori nel fondale del Colosseo. Quello che è certo è la passione per la storia e per gli intrighi e in questo senso Roma ha sempre manifestato un certo fascino che sarà riverdito dalla prossima uscita del film di Ridley Scott

domenica 14 luglio 2024

Altro che Netflix i Severi meglio di Game of Thrones

Non c’è dubbio che col prossimo Gladiatore tornerà di moda l’antica Roma anche se il periodo utilizzato per raccontare il sequel del fortunatissimo film di Ridley Scott pesca in un Impero che sta andando verso la decadenza. Uno Stato gravato dal peso di una corruzione altissima, da una burocrazia fuori controllo in balia di cordate che si scannavano fra di loro. Insomma tutti gli elementi per fargli fare una serie di successo. Roma aveva raggiunto il suo massimo con gli Imperatori di adozione quelli che andarono da Nerva a Marco Aurelio, un epoca di sfarzi, di conquiste che segnarono l’apogeo della storia millenaria dell’Urbe condita. Dopo la parentesi di Commodo effettivamente ucciso da un sottoposto ma non in arena e il breve interregno dell’imperatore Pertinace di Alba (i piemontesi erano ancora malvisti nella capitale), il periodo successivo fu dominato, si fa per dire visti gli intrighi dalla famiglia dei Severi, a parte l’interregno di un anno di Macrino. E in questo periodo le congiure, gli assassini e i cambi di casacca erano all’ordine del giorno. Il ritratto, che presumo sarà visibile anche nel gladiatore II, tra la lotta tra Geta e Caracalla e all’orizzonte Eliogabalo, il primo imperatore transgender che si sposò cinque volte tre volte con donne e due con uomini presentano una società in completo disfacimento che andava verso la dissoluzione come poi sarebbe effettivamente avvenuto in seguito

domenica 23 giugno 2024

Operazione Barbarossa: mai contraddire il capo. il tentativo di Ivan Proskurov

L’europa era troppo piccola per entrambi, due dittatori con un ego smisurato, che si temevano e anche rispettavano, eppure all’alba del 22 giugno 1941 uno decise di fare le scarpe all’altro. Alle 3.15 di mattina 146 divisioni di cui 19 corazzate e 14 di fanteria motorizzata attraversarono il confine tre milioni mezzo di uomini andavano contro 202 divisioni dell’Armata Rossa di cui 171 in prima linea. Un tale movimento di uomini e mezzi non doveva certo passare inaspettato, le soffiate pure. Il lavoro dell’intelligence russa fu perfetto Ivan Proskurov capo del servizio segreto russo avverti giorni prima dell’imminente pericolo. Per l’uomo nato a Zaporisha, città tristemente nota attualmente per la guerra, per tutto ringraziamento, venne fucilato non si poteva contraddire il leader maximo che aveva predetto che la guerra con Hitler sarebbe avvenuta non prima del 1942. E che dire dei cinque soldati tedeschi disertori che passarono le linee qualche giorno prima dell’attacco. Sostenitori della sinistra cercavano la redenzione politica e storica e furono invece passati per le armi come nemici del popolo. Non solo l’agente russo a Tokyo che invece diede il giusto consiglio sul patto di non belligeranza tra giapponesi e russi, fu venduto all’impero nipponico e successivamente impiccato. Insomma le sliding door della storia anche in questo caso ci sono state, quello che poteva essere e non fu. In ogni caso mai contraddire il capo lo sa bene Berja che visse all’ombra di Stalin e che gli sopravvisse anche se per pochi mesi. Le nefandezze fatte e perpetrate gli si ritorsero contro

domenica 9 giugno 2024

I cattivi maestri che interpretano la storia, quanti travagli


 


Gli ottant’anni dallo sbarco in Normandia sono diventati per colpa di alcuni mezzibusti una macchietta e un meme continuo. Il confine cacofonico tra Normandia e Lombardia ha fatto si che da commemorazione e da festa di liberazione la battaglia dell’Europa sia diventata un inutile orpello a vantaggio di un retorica che ne ha eso a minimizzare i contenuti. L’editoriale di Travaglio sul fatto ne è un curioso esempio. Il giornalista ricordando l’evento e non meglio identificati storici ha scritto che “lo sbarco fu un inutile massacro di soldati mandati al macello senza preparazione ne copertura, un flop che sortì l’effetto di ringalluzzire i tedeschi“. Un delirio di affermazione senza un costrutto ne storico ne di analisi. La preparazione ci fu eccome con uno sforzo bellico di prim’ordine, la battaglia fu cruenta e in due mesi i tedeschi furono spazzati via e dopo la liberazione di Parigi le forze alleate marciarono verso la Germania, la guerra non sarebbe certo finita se gli Americani fossero rimasti in disparte a curarsi nel pacifismo intransigente dei travaglio. Altro tema portato avanti gli Ucraini erano alleati dei tedeschi, certo, assolutamente, ma il giornalista si dimentica che nel 1932/33 Stalin di fatto fece uccidere milioni di ucraini (la stima parla di 7 milioni) mettendoli alla fame, logico ipotizzare che nel momento in cui la Wermacht attaccò la Russia, gli Ucraini corressero in massa ad aiutare i tedeschi. Uno degli ultimi bandi di reclutamento nel 1943 vide oltre 300 mila ucraini chiedere armi per difendersi dall’arrivo dei russi. E ricordiamo tra l’altro che i russi erano alleati di Hitler nell’aggressione alla Polonia (Katyn e 40.000 ufficiali polacchi massacrati con un colpo alla nuca sono stati effettuati su mandato di Stalin). Poi solo la grandeur di Hitler lo portò a sbagliare il bersaglio attaccando ad est. Ecco sarebbe utile che nel momento in cui si fanno analisi geopolitiche lo studio della storia fosse fatto in maniera seria e non manipolandola a proprio favore. Ma ho la vaga impressione che sia fatica sprecata.

giovedì 25 aprile 2024

Briganti la serie Netflix che si ispira alla storia del Brigantaggio meridionale

Pietro Fumel 

Le fiction storiche da sempre mi attirano e su Netflix mi sono lasciato trascinare a guardare quella dedicata al brigantaggio quella pagina oscura della nostra storia patria poco raccontata anche perché figlia di un periodo in cui era stata raggiunta faticosamente l’unità nazionale ma come aveva vaticinato qualcuno dovevano ancora essere fatti gli italiani. Quello che ne seguì fu un decennio intenso di lotta tra un fenomeno chiamato brigantaggio con fucilazioni, massacri e anche vessazioni. La serie girata in Puglia e dedicata alla Calabria presenta in stile hollywoodiano i personaggi; quello dello Sparviero un'icona dell’uomo bello impossibile assomiglia letteralmente a Clint Eastwood piuttosto che a un brigante. Le verità storiche lasciano anche spazio alla fiction e quindi la veridicità della storia si perde un poco. Ma c’è una figura che emerge e che viene raccontata e cioè di quel eporediese che  risponde al nome di Pietro Fumel mandato in Calabria con il grado di Colonello per domare il brigantaggio. Modi spicci ricorse alla tortuta e al terrore decimò le bande di Palma, Schipani, Ferrigno Morrone Molinari e Pinnolo. Fu richiamato a Torino e altri perseguirono la sua strada. Il brigantaggio durò per dieci anni fino alla presa di Roma e costò migliaia di caduti sia da una parte che dall’altra si pensi che nel periodo di massima espansione i militari nell’area raggiunsero le 50 mila unità

domenica 21 aprile 2024

Under 17 con onore al secondo posto delle Finali Regionali




 

Under 17 dell’Orange sugli scudi e protagonista nelle Final Four che si sono svolte nella patria della ceramica a Castellamonte. Dopo aver sprintato sui padroni di casa al sabato con un punteggio in bilico sino alla fine 3 a 2 oggi era il turno della finale contro i forti valligiani dell’Aosta. Partita che inizia in salita sotto di una rete ma un primo tempo in cui gli uomini di Dani Alves hanno fatto vedere un buon possesso palla e dribbling di alta scuola che spesso hanno mandato in confusione l’Aosta. Ma la squadra del Monfleury è un gruppo sornione che sa quando ripartire e sul finale di tempo si deve immolare due volte Casari, non a caso premiato come miglior portiere del torneo, per salvare il risultato. Alla ripresa del gioco sono ancora gli Orange a spingere e le classiche sliding door a metà ripresa quando dopo un azione tambureggiante Alves e compagni prendono il palo e sulla ribattuta vanno a segno in contropiede gli avversari. La rete è una mazzata a cui poi si aggiunge la sfortuna per una deviazione fortuita che concede la terza segnatura all’Aosta. Portiere di movimento e proprio Cesari segna quella che poi sarà la rete della bandiera. Ma l’impegno non manca fino alla fine del match in cui i ragazzi astigiani non hanno per nulla sfigurato. La stagione delle giovanili finisce qui non prima di aver raccolto l’ennesimo applauso da parte di un gruppo che cresce e aver, come sempre notato l’affetto che unisce i componenti della famiglia Orange presente in massa sugli spalti per un tifo caldo e rumoroso. E come direbbe il protagonista di Febbre a 90 minuti, siamo pronti a iniziare a breve un'altra stagione.   

Il Barone Rosso, ottanta abbattimenti e un mito perenne


 

Manfred von Richtofen meglio conosciuto come il Barone Rosso, figura iconica della prima guerra mondiale, con 80 vittorie segnate, è stato un mito e una leggenda delle battaglie aeree di quel periodo. I primi piloti erano quasi considerati dei gentlemen, gli scontri era dei veri e propri duelli, c’era onore e rispetto, e vittorie e sconfitte erano celebrate dagli avversari stessi, così come la morte di uno di loro, che magari era diventato un mito, erano guardate con rispetto. Manfred inizia la sua carriera come sottotenente degli Ulani sul fronte Orientale ma i mesi di trincea lo annoiano così nel 1915 chiede di entrare in aviazione. Viene preso sotto l’ala protettiva di Osval Boelcke e i suoi primi combattimenti non vengono riconosciuti. Solo a settembre del 1916 sopra Verdun avviene il suo primo abbattimento sopra il forte Douamont. Crea una propria squadriglia in cui muove i suoi primi passi anche un gerarca nazista come Hermann Goring, pilota aerei quasi sempre dipinti di rosso da cui l’appellativo e il 21 aprile del 1918 nel corso di una battaglia aerea tenuta a poche decine di metri da terra viene colpito dal fuoco di una contraerea australiana in prima linea. Atterra esamine e viene sepolto con tutti gli onori dopo aver abbattuto decine di avversari. Muore all’età di 26 anni ma il mito persiste tuttora

Quando i referendum non mobilitano gli elettori: il caso della Prussia del 1931

  I referendum sono uno degli strumenti più importanti della democrazia diretta, ma la loro efficacia dipende soprattutto dalla partecipazi...