Leggende metropolitane, tanto
tuonò che piovve. In calce alla partita di venerdì scorso tra Juventus e Milan, vinta meritatamente dagli juventini, anche se con un rigore non proprio solare
ai titoli di coda, è andato in onda la tragicomica scenetta degli spogliatoi.
La rabbia frustrata dei perdenti che si sono scagliati contro gli oggetti dei vincitori. Non attraverso organi
ufficiali, ma, tra non bene addetti dello Stadium è trapelata la notizia
della devastazione, come se l’uragano Bacca (noto tifone sudamericano) avesse intaccato in modo indelebile simboli intoccabili patrimonio dell’Unesco. A
distanza di giorni senza aver visto alcunchè, attraverso sky veniamo a sapere
che trattasi di uno sgabello rotto (??) di malcelate rientranze del muro
abbattute dai giocatori del Milan (mamma mia che potenza) e scritte ingiuriose
su scudetti che non erano oggetto di
ambizioni rossonere, visto quello che era successo a calciopoli. Insomma tanto
rumore per nulla, che una squadra protesti ci sta, che giocatori arrivati nello
spogliatoio si sfoghino dando una botta al muro anche, ho visto ben di peggio;
ma la cosa che francamente mi lascia perplesso è che uno va alla partita di
calcio di serie A portandosi un pennarello ???? L’indiziato numero 1 è Gigio
Donnarumma, vista l’età va a scuola e quindi aveva il portapenne ?? si era portato matematica da studiare ???
Faremo prova calligrafica. Sembrano quelle fake news usate solo per aumentare
tirature di giornali e click sui siti e per acchiappare quei gonzi dei tifosi
(mi ci iscrivo pure io) che non vedono l’ora di commentare il nulla. Provo un
po’ di nostalgia per Gianni Brera, Beppe Viola che erano i cantori di un calcio
giocato e anche nelle polemiche annacquavano le macchiette sul campo e
sbeffeggiavano gli autori. Qui, si sta sfiorando francamente il ridicolo. E tra
provocazioni subliminali (ma nello spogliatoio degli avversari devi proprio
mettere scritte con deliri di onnipotenza ?) e notizie filtrate ad arte (da
entrambi gli schieramenti)chi ci rimette è la credibilità di un movimento
pedatorio che conta poco o quasi nulla in Europa. E se mettessimo i tornelli
prima di entrare negli spogliatoi ????
giovedì 16 marzo 2017
venerdì 24 febbraio 2017
Tutto ebbe inizio un secolo fa. 24 febbraio 1917. la rivoluzione
foto wikipedia
Una data che nella storia dell’umanità ha un suo peso e un suo
fascino. E ‘ l’inizio della rivoluzione russa, il passaggio dalla storia degli
Zar a quella del popolo, un epopea che sarebbe andata avanti a lungo e che condizionò
di fatto tutta la storia del secolo breve. Con l’avvento del bolscevismo la
guerra sul fornte orientale si arrestò e con essa la partecipazione della Russia,
con la ritirata di quelle truppe ci furono lo sfondamento del fronte a ovest e
l’Italia lo pagò con Caporetto (24 ottobre). Insomma un anno terribile che aprì
poi fronti e temi che sarebbero andavi avanti per decenni. Una data quella del
24 febbraio quanto mai importante. E tutto iniziò a Pietrogrado (poi leningrando e infine pietroburgo)
esistevano tre organizzazioni operaie illegali: il Gruppo dei socialdemocratici
menscevichi, il Comitato bolscevico e il Comitato interrionale dei
socialdemocratici internazionalisti, un gruppo formato da trockisti e
bolscevichi. Il 23 febbraio (8 marzo) si sarebbe dovuta celebrare la Giornata internazionale dell'operaia: in un primo tempo i Comitati bolscevichi e
interrionali invitarono allo sciopero e a manifestazioni contro la guerra,
l'autocrazia e il carovita; poi, secondo quanto riferisce Kajurov, attivista bolscevico del quartiere di Vyborg, il 22
febbraio (7 marzo) "l'eccitazione delle masse costrinse il Comitato di
quartiere a interrompere la propaganda a favore dello sciopero", in vista
di altre "imminenti manifestazioni". Il 24 febbraio (9 marzo) il numero degli scioperanti aumentò ancora,
raggiungendo la cifra di circa 200.000 operai, e i manifestanti invasero il centro della città,
con parole d'ordine contro l'autocrazia e la guerra. Nelle vie principali si
tenevano comizi volanti che venivano dispersi dai cosacchi a cavallo, ma senza
la consueta violenza, limitandosi ad attraversare la folla senza caricare.
Era l’inizio .
martedì 14 febbraio 2017
Sconfitta o vittoria, in ogni caso manca la cultura
I migliori sono i primi ad
andarsene verrebbe da dire, mi ha molto colpito l’intervista di Elkann in cui,
di fatto il padrone di una società sportiva sbeffeggia un'altra al culmine di
una lite che nemmeno all’oratorio si vedeva più. In Italia non manca la cultura
della sconfitta o della vittoria, manca una vera e propria cultura di carattere
generale e sempre più sovvengono le parole del vecchio Wiston Churchill che gli
italiani affrontano la guerra come fosse un partita di calcio e una partita di
calcio come fosse un guerra. Non c’è proprio il senso della misura, non si
percepisce che a volte, chi comanda, chi dà l’esempio dovrebbe trarre qualche
insegnamento da questi temi ed evitare di attizzare fuochi e polemiche che sono
decisamente stucchevoli. Lontani i tempi di Nereo Rocco, e anche dell’Avv.
Peppino Prisco e per citare i seguaci di Venaria dell’Avv. Agnelli, atteso per
una battuta che diventava un epigramma immortale. Nell’età dei webeti e dei
leoni da tastiera purtroppo anche coloro che dovrebbero dare l’esempio si
trascinano nell’aura mediocritas generale. E allora si vien voglia di dire che
da noi manca una cultura, ne avremmo bisogno
Hawksaw Ridge (Okinawa) dove sopravvivere era già un bel risultato
216 sopravvissuti su un numero
iniziale di 21.000 una divisione, 7.400 uomini di una guarnigione forte di più
di centomila unità. Di chi stiamo parlando, ma dei giapponesi che contesero le
isole di Jwo Jima e di Okinawa nel 1945 agli americani e che sopravvissero alle
battaglie. Il recente film di Mel Gibson ha messo in evidenza un fronte, quella
della seconda guerra mondiale, in cui le carneficine erano all’ordine del
giorno. I guerrieri nipponici avevano solo onore se riuscivano a mandare all’aldilà
il maggior numero dei nemici possibili, quanti riferimenti anche ai moderni
teatri di guerra. Quella non era una guerra, era un massacro continuo che
sarebbe dovuto terminare solo con l’annientamento totale dell’avversario. Il
soldato Doss, vero titolo del film (la battaglia di Hawksaw Ridge) narra le
gesta reali di un obiettore di coscienza, o meglio di un infermiere, che
combatte per far sopravvivere più compagni possibili (più di settanta quelli
alla fine salvati). Un immagine meschina della guerra come annientamento dell’essere
umano che si contrappone alla speranza di salvare delle vite. Un film
didascalico che dipinge in modo preciso il teatro di guerra (anche se Gibson
esagera nel rapporto tra giapponesi killer e americani salvatori – era andato
meglio Clint Eastwood in Lettere da Jwo Jima in cui aveva fatto emergere le due
diverse personalità) e che ci ricorda
come in una battaglia e in una guerra poi chi perde è sempre l’uomo, a
prescindere dalla bandiera sotto cui combatte.
giovedì 2 febbraio 2017
La patria dell'uomo qualunque
fotoslowfood
Niente siamo proprio sul fondo, quando ci si può
autoflagellare, noi che veniamo dal distretto del fu tessile siamo i migliori.
Mancano i collegamenti, manca il lavoro, manca la voglia di vivere. Insomma
Biella, un puntino sulla cartina geografica nel mare del guano da cancellare perché
è inutile, inopportuna e non vale nemmeno la pena di viverci in questo posto
catastrofico in cui perfino le Poste ti sbeffeggiano. Poi però ti guardi
intorno, vai a tirar fuori una vecchia indagine fatta nel 2007 (mica nel secolo
scorso) in cui emerge che la capacità tipica dei biellesi è quella di avere
grande attrattiva e comprensione dall’esterno ma troppa autoironica (si spera
ma non è così) capacità di flagellazione interna. In cui il disagio per mille e
più cose è insopportabile per tirare a campare. In cui non si intravede nulla
che possa far recuperare fiducia alle truppe biellesi rimaste circa 180.000
persone, statistica più o meno. Eppure a guardare bene siamo ancora la patria
di un tessile di nicchia che dovrebbe piacere, abbiamo un orografia che se non
da Svizzera poco ci manca, una realtà di ricerca e di formazione quanto mai
viva e che cerca soluzioni ottimali. Abbiamo al nostro interno i cromosomi di
gente che ha inventato la televisione privata, la pubblicità selvaggia, il
ruolo del tessile di ricerca e di mille e più caratteristiche utili a far
capire che proprio così sfortunati non siamo. Certo siamo litigiosi, certo l’erba
del vicino è sempre la più verde, certo le opportunità che a detta di molti
(???) abbiamo perse sono molteplici (Amazon che è un colosso della logistica
non sarebbe comunque mai venuto a Biella, per il solo fatto che doveva essere
baricentrica per le consegne). Insomma tutto è buono per criticare senza mai
proporre soluzioni da parte di chi alza i primi fendenti. Non mi sento Fantozzi, né tantomeno un disadattato, e tutto sommato vivere qui non è poi così male,
magari un po’ di autopromozionalità non guasterebbe, o forse anche solo non
spararsi addosso sarebbe già qualcosa. Sursum corda.
Non c'è linea, manca O Campos
foto tratta da fantamagazine.com
In attesa di sapere se i cinesi troveranno l’iban per
definire la parte finale contrattualistica per l’acquisto, anche se sapete come
la penso, faccio due riflessioni. L’involuzione, o per meglio dire la mancanza
di risultati nell’ultimo mese, dopo la Supercoppa di Doha ha rigettato nello sconforto
le truppe rossonere. Sconfitte, frutto alle volte di cali di tensione e anche di
problemi di tenuta fisica che hanno portato a infortuni, come quello di De Sciglio
e soprattutto di Bonaventura. Tutto questo mette a dura prova la tenuta psicofisica
dei milanisti tifosi. Costretti, al momento, a ripensare all’ennesima stagione,
la prossima fuori dai confini internazionali. Noi no non issiamo muri fisici
però è fin troppo ovvio che diventa difficile pensare a uno sviluppo della
squadra nei prossimi anni. Il ritorno ai favolosi anni settanta, quelli di
Giagnoni, quelli del salvataggio alla penultima giornata diventa ahimè un deriva
possibile, insomma siamo tornati ai tempi in cui si gioiva solo per una
sconfitta avversaria, oppure se ti andava di fondoschiena arrivavi in finale di
Coppa Italia. E la Cina ? E i sogni ? e le speranze ? insomma per quelle ipotesi
è come quando con il telefonino non trovi campo, o meglio, quello almeno lo
abbiamo preso Ocampos, tutto quello che ci rimane, con buona pace del Signor
Bonaventura.
martedì 24 gennaio 2017
O che si vinca o si perda sempre dietrologi siamo
foto blitz quotidiano
La dietrologia si sa è Italica,
nulla avviene mai per caso, c’è sempre un secondo fine, dal commercio alla
politica, dallo sport alla vita comune non esistono gesti spontanei, ma tutto
ha dietro di se un preciso calcolo, volto comunque a metterlo in quel posto al
malcapitato di turno, sia questo il popolo, il vicino o anche lo stesso singolo
che urla al complotto. Nell’età mediatica con una telecamera sempre appresso,
in questo enorme grande fratello virale per cui nemmeno in bagno sai cosa sia
la privacy, per inciso io l’ho provata 30 anni in collegio, ogni singolo
movimento è tracciato. E così, sempre in ambito sportivo, così non tocchiamo i
benpensanti, la smoccolatura di Allegri alla fine di un match diventa una prova
di lesa maestà nei confronti dei sudditi arbitri, l’abbraccio a fine gara tra
giudice e protagonista una querelle senza fine su presunti accordi. Ma basta
!!!! ma è mai possibile che fallimenti e successi singoli e di squadra debbano
essere sempre sudditi di questa teoria complottistica, possibile che non ci si
possa crogiolare una volta nell’opportunità che tu nella tua vita sportiva hai
vinto e perso solo perché l’avversario è più forte e basta. Niente, è più forte
di noi, una teoria che la dice lunga sulla capacità umana di affrontare successi
e insuccessi e che spiega anche il degrado politico e umano di una vita che
trova sempre in quello che gli altri non fanno. Poi nel calcio arrivano gli
islandesi, una vita a rincorrere e sempre allegri e noi a gridare al miracolo,
di una vita senza eccessi. Siamo proprio strani.
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