I migliori sono i primi ad
andarsene verrebbe da dire, mi ha molto colpito l’intervista di Elkann in cui,
di fatto il padrone di una società sportiva sbeffeggia un'altra al culmine di
una lite che nemmeno all’oratorio si vedeva più. In Italia non manca la cultura
della sconfitta o della vittoria, manca una vera e propria cultura di carattere
generale e sempre più sovvengono le parole del vecchio Wiston Churchill che gli
italiani affrontano la guerra come fosse un partita di calcio e una partita di
calcio come fosse un guerra. Non c’è proprio il senso della misura, non si
percepisce che a volte, chi comanda, chi dà l’esempio dovrebbe trarre qualche
insegnamento da questi temi ed evitare di attizzare fuochi e polemiche che sono
decisamente stucchevoli. Lontani i tempi di Nereo Rocco, e anche dell’Avv.
Peppino Prisco e per citare i seguaci di Venaria dell’Avv. Agnelli, atteso per
una battuta che diventava un epigramma immortale. Nell’età dei webeti e dei
leoni da tastiera purtroppo anche coloro che dovrebbero dare l’esempio si
trascinano nell’aura mediocritas generale. E allora si vien voglia di dire che
da noi manca una cultura, ne avremmo bisogno
martedì 14 febbraio 2017
Hawksaw Ridge (Okinawa) dove sopravvivere era già un bel risultato
216 sopravvissuti su un numero
iniziale di 21.000 una divisione, 7.400 uomini di una guarnigione forte di più
di centomila unità. Di chi stiamo parlando, ma dei giapponesi che contesero le
isole di Jwo Jima e di Okinawa nel 1945 agli americani e che sopravvissero alle
battaglie. Il recente film di Mel Gibson ha messo in evidenza un fronte, quella
della seconda guerra mondiale, in cui le carneficine erano all’ordine del
giorno. I guerrieri nipponici avevano solo onore se riuscivano a mandare all’aldilà
il maggior numero dei nemici possibili, quanti riferimenti anche ai moderni
teatri di guerra. Quella non era una guerra, era un massacro continuo che
sarebbe dovuto terminare solo con l’annientamento totale dell’avversario. Il
soldato Doss, vero titolo del film (la battaglia di Hawksaw Ridge) narra le
gesta reali di un obiettore di coscienza, o meglio di un infermiere, che
combatte per far sopravvivere più compagni possibili (più di settanta quelli
alla fine salvati). Un immagine meschina della guerra come annientamento dell’essere
umano che si contrappone alla speranza di salvare delle vite. Un film
didascalico che dipinge in modo preciso il teatro di guerra (anche se Gibson
esagera nel rapporto tra giapponesi killer e americani salvatori – era andato
meglio Clint Eastwood in Lettere da Jwo Jima in cui aveva fatto emergere le due
diverse personalità) e che ci ricorda
come in una battaglia e in una guerra poi chi perde è sempre l’uomo, a
prescindere dalla bandiera sotto cui combatte.
giovedì 2 febbraio 2017
La patria dell'uomo qualunque
fotoslowfood
Niente siamo proprio sul fondo, quando ci si può
autoflagellare, noi che veniamo dal distretto del fu tessile siamo i migliori.
Mancano i collegamenti, manca il lavoro, manca la voglia di vivere. Insomma
Biella, un puntino sulla cartina geografica nel mare del guano da cancellare perché
è inutile, inopportuna e non vale nemmeno la pena di viverci in questo posto
catastrofico in cui perfino le Poste ti sbeffeggiano. Poi però ti guardi
intorno, vai a tirar fuori una vecchia indagine fatta nel 2007 (mica nel secolo
scorso) in cui emerge che la capacità tipica dei biellesi è quella di avere
grande attrattiva e comprensione dall’esterno ma troppa autoironica (si spera
ma non è così) capacità di flagellazione interna. In cui il disagio per mille e
più cose è insopportabile per tirare a campare. In cui non si intravede nulla
che possa far recuperare fiducia alle truppe biellesi rimaste circa 180.000
persone, statistica più o meno. Eppure a guardare bene siamo ancora la patria
di un tessile di nicchia che dovrebbe piacere, abbiamo un orografia che se non
da Svizzera poco ci manca, una realtà di ricerca e di formazione quanto mai
viva e che cerca soluzioni ottimali. Abbiamo al nostro interno i cromosomi di
gente che ha inventato la televisione privata, la pubblicità selvaggia, il
ruolo del tessile di ricerca e di mille e più caratteristiche utili a far
capire che proprio così sfortunati non siamo. Certo siamo litigiosi, certo l’erba
del vicino è sempre la più verde, certo le opportunità che a detta di molti
(???) abbiamo perse sono molteplici (Amazon che è un colosso della logistica
non sarebbe comunque mai venuto a Biella, per il solo fatto che doveva essere
baricentrica per le consegne). Insomma tutto è buono per criticare senza mai
proporre soluzioni da parte di chi alza i primi fendenti. Non mi sento Fantozzi, né tantomeno un disadattato, e tutto sommato vivere qui non è poi così male,
magari un po’ di autopromozionalità non guasterebbe, o forse anche solo non
spararsi addosso sarebbe già qualcosa. Sursum corda.
Non c'è linea, manca O Campos
foto tratta da fantamagazine.com
In attesa di sapere se i cinesi troveranno l’iban per
definire la parte finale contrattualistica per l’acquisto, anche se sapete come
la penso, faccio due riflessioni. L’involuzione, o per meglio dire la mancanza
di risultati nell’ultimo mese, dopo la Supercoppa di Doha ha rigettato nello sconforto
le truppe rossonere. Sconfitte, frutto alle volte di cali di tensione e anche di
problemi di tenuta fisica che hanno portato a infortuni, come quello di De Sciglio
e soprattutto di Bonaventura. Tutto questo mette a dura prova la tenuta psicofisica
dei milanisti tifosi. Costretti, al momento, a ripensare all’ennesima stagione,
la prossima fuori dai confini internazionali. Noi no non issiamo muri fisici
però è fin troppo ovvio che diventa difficile pensare a uno sviluppo della
squadra nei prossimi anni. Il ritorno ai favolosi anni settanta, quelli di
Giagnoni, quelli del salvataggio alla penultima giornata diventa ahimè un deriva
possibile, insomma siamo tornati ai tempi in cui si gioiva solo per una
sconfitta avversaria, oppure se ti andava di fondoschiena arrivavi in finale di
Coppa Italia. E la Cina ? E i sogni ? e le speranze ? insomma per quelle ipotesi
è come quando con il telefonino non trovi campo, o meglio, quello almeno lo
abbiamo preso Ocampos, tutto quello che ci rimane, con buona pace del Signor
Bonaventura.
martedì 24 gennaio 2017
O che si vinca o si perda sempre dietrologi siamo
foto blitz quotidiano
La dietrologia si sa è Italica,
nulla avviene mai per caso, c’è sempre un secondo fine, dal commercio alla
politica, dallo sport alla vita comune non esistono gesti spontanei, ma tutto
ha dietro di se un preciso calcolo, volto comunque a metterlo in quel posto al
malcapitato di turno, sia questo il popolo, il vicino o anche lo stesso singolo
che urla al complotto. Nell’età mediatica con una telecamera sempre appresso,
in questo enorme grande fratello virale per cui nemmeno in bagno sai cosa sia
la privacy, per inciso io l’ho provata 30 anni in collegio, ogni singolo
movimento è tracciato. E così, sempre in ambito sportivo, così non tocchiamo i
benpensanti, la smoccolatura di Allegri alla fine di un match diventa una prova
di lesa maestà nei confronti dei sudditi arbitri, l’abbraccio a fine gara tra
giudice e protagonista una querelle senza fine su presunti accordi. Ma basta
!!!! ma è mai possibile che fallimenti e successi singoli e di squadra debbano
essere sempre sudditi di questa teoria complottistica, possibile che non ci si
possa crogiolare una volta nell’opportunità che tu nella tua vita sportiva hai
vinto e perso solo perché l’avversario è più forte e basta. Niente, è più forte
di noi, una teoria che la dice lunga sulla capacità umana di affrontare successi
e insuccessi e che spiega anche il degrado politico e umano di una vita che
trova sempre in quello che gli altri non fanno. Poi nel calcio arrivano gli
islandesi, una vita a rincorrere e sempre allegri e noi a gridare al miracolo,
di una vita senza eccessi. Siamo proprio strani.
giovedì 19 gennaio 2017
Ricordati chi sei e da dove vieni
La riconoscenza si sa fa fatica
ad albergare nei cuori delle persone. Se
sei però un personaggio pubblico, meglio ancora uno sportivo che tanto ha avuto
sia in termini di visibilità che di risultati (ovviamente ben pagati
profumatamente) probabilmente dovresti soppesare bene parole e pensieri. Il
riferimento è tutto per Andrea Pirlo, per una decina di stagioni indimenticato
numero 21 in casa rossonera, campione del mondo con la casacca azzurra e poi
odiato (sportivamente si intende) metronomo del centrocampo della squadra di
Venaria. Da un paio di stagioni il suo buen ritiro è negli Stati Uniti, dove,
bontà sua, può uscire con le ciabatte ai piedi (Seedorf lo faceva anche ai
derby ahimè) cercando una tranquillità più esteriore che interiore. Mi hanno un
po’ stupito le sue affermazioni di tifo alla Supercoppa in cui ha detto, senza
mezzi termini, di aver fatto il suporter per una squadra piuttosto che per l’altra
del suo recente passato. Forse a volte occorrerebbe una migliore attenzione per
affermazioni e propositi, perché, se anche una società non ti ha trattato bene,
e può capitare, diverso e differente l’impatto che hai per chi ha tifato per te
quando indossavi colori che per i tifosi rappresentano vita e successo. Per chi
magari per venirti a vedere con quella maglia ha sfidato trasferte lunghe e
onerose, ha mangiato salamella in cartavetro e ha sfidato il gelo o il caldo di
spalti di cemento. A loro si dovrebbe un po’ di riconoscenza e al di là dell’esultanza
o meno quando segni una rete, pur bellissima, ricordarsi che loro in te hanno
visto sempre un amico e un fidato compagno a cui dare sensazioni speranze e
anche illusioni. Già illusioni di essere una bandiera.
martedì 27 dicembre 2016
2017: l'anno del Dragone ???
Alzi la mano chi prima della
finale di Supercoppa pronosticava la vittoria della squadra di Montella:
nessuno, e non per via di specifiche sudditanze juventine, ma perché si aveva
la sensazione che la fiches l’avessimo già avuta durante il campionato.
Immagino il tifoso sfegatato pronto a dire quasi quasi era meglio perdere in campionato,
così avremmo avuto una chance. E invece
la partita che non ti aspetti, attenta determinata, e con occasioni a ripetizione
non sfruttate. Non ci fossero stati i primi 25 minuti staremo a parlare di rifondazione
rossonera. Invece Montella è stato bravo a non scoprirsi, a subire il giusto, a
poco poco, riportare ordine in campo e a fare il proprio gioco, con i giovani
che aveva. Poche le palle buttate in tribuna e ripartenze che meritavano ben
altra conclusione. Insomma l’abbiamo giocata alla pari e poi, come al solito, alla
lotteria dei rigori va a fortuna e per quanto visto nella finale di Coppa
Italia, questa volta il sorriso è il nostro. Certo è che nell’anno in cui non
spendi e non spandi sei al risparmio, ti inventi il gioco e fai emergere nuovi
talenti, questo potrebbe essere un bello spot per il mondo del calcio. Se 90
milioni di euro non servono per una rete e bastano due bebè per portare a casa
un trofeo, forse c’è speranza per il calcio dello stivale. Ora il mondo si
ferma a marzo, per qualcuno con l’obbligo di mangiarsi un buon melao con un
bottiglia di porto, il tutto senza dare troppi calci nelle terga. Per qualcun
altro l’attesa del bonifico definitivo per il passaggio di proprietà. Una sorta
di telenovela, che in spirito Finivest o Mediaset è già durata abbastanza, il
tifoso ovviamente non vuole vivendi alla giornata ma ha bisogno di solide
certezze.
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