Nel cuore dell’estate del 207 a.C., mentre la guerra contro Annibale imperversava su suolo italico, un corpo scelto di soldati romani si preparava a una delle marce più faticose e decisive della storia antica. Guidati da Gaio Claudio Nerone sei mila uomini partirono dalla Lucania, terra aspra e montuosa del Sud Italia, con un unico obiettivo: raggiungere Asdrubale Barca, il fratello di Annibale, prima che potesse unirsi all’esercito cartaginese e cambiare le sorti della guerra. La strada non era semplice. Attraversarono montagne scoscese, fitte foreste e vallate ostili, sempre all’erta contro imboscate e sorprese nemiche. La marcia si svolse spesso di notte, con il silenzio rotto solo dal rumore attutito dei passi e dal respiro affaticato dei soldati, mentre il sole ancora non sorgeva e l’aria fresca portava un’illusione di sollievo. Ogni giorno coprivano distanze immense, fino a cinquanta chilometri, una fatica enorme per uomini armati e carichi, ma la disciplina e il senso del dovere li sostenevano. La mente di questi miles romani era concentrata sul compito: la puntualità, la perseveranza e la qualità del cammino erano la loro forza. Non era la gloria immediata o il bottino a guidarli, ma la consapevolezza che ogni passo li avvicinava alla salvezza di Roma. Durante la marcia, il caldo estivo tormentava i corpi, la sete era un nemico invisibile e il terreno accidentato metteva a dura prova le loro capacità. Eppure, nessuno si lasciava scoraggiare. Dopo sei giorni estenuanti, il 23 giugno del 207, i soldati arrivarono al fiume Metauro, dove Asdrubale li aspettava con un esercito numeroso e potenti elefanti da guerra. La marcia non era stata solo un percorso fisico, ma una prova di resistenza, strategia e sacrificio. L’abilità dei comandanti nel guidare queste truppe in condizioni estreme si rivelò decisiva per la vittoria che seguì. Grazie a questa marcia, Roma evitò un disastro, sconfiggendo un nemico temibile e consolidando la propria supremazia nella penisola. La lunga marcia dei miles romani non fu solo uno spostamento geografico, ma un simbolo della tenacia e dell’anima di un popolo che affrontava la guerra con coraggio, umiltà e dedizione assoluta. La loro impresa rimane ancora oggi una delle più straordinarie testimonianze di forza e disciplina militare dell’antichità.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Il culto del capo Nicola Bombacci
Il culto del capo è il filo rosso che attraversa le grandi derive del Novecento, a destra come a sinistra. È il momento in cui la politica...
-
D. La tua storia è quella di un ragazzo cresciuto in questo territorio, che ha calcato parquet diversi ma che è tornato all’origine. Che si...
-
Pascolati , un presidente con un grande aplomb, british style, ma mosso da una grande passione che lo morde e lo lacera dentro. Immancabi...
-
(fonte www.arkistudio.eu) TUA MADRE E’ MORTA La parola Collegio ha sempre evocato nelle menti di tutti una connotazione negativ...

Nessun commento:
Posta un commento