Era il primo mondiale vissuto da
protagonista, le due Germanie, pronte a sfidarsi in match al fulmicotone, erano
le partite dove c’era la Jugoslavia unita con quel portiere che parava i tiri impossibili (pantelic) e quei nomi impronunciabili, quello in cui le squadre africane erano dei
veri e propri materassi, il Brasile dopo l’abbuffata del 1970 prendeva una
pausa di riflessione. Era il calcio totale quello degli orange, che per noi
piccoli erano in bianco e nero ed erano maglie scure. Suurbier, Haan, Resenbrink
Rep e tutti gli altri. Nelle
interminabili partite all’oratorio era facile assumersi i ruoli, in quelle
praterie chiamate campi di patate (altro che i bei sintetici odierni) degli
olandesi a tutto campo e poi c’era lui, movenze da principe e palloni
millimetrici. L’invenzione sul campo da pallone, il gioco che diventa squadra e
non più elevato sistema di singoli. L’azione della finale, la domenica
pomeriggio, quando gli orange battono al fischio d’inizio e in tredici passaggi, senza far toccare biglia agli avversari, finiscono in area e si procurano il rigore che poteva dare la svolta al
mondiale e coronare il sogno di una vita. Pensare a quella nazionale, priva di
allori mondiali, e tante altre meno spavalde che hanno centrato il titolo fa
pensare alla vacuità del mondo calcistico. Travolgente campione continentale
con tre Champions e forse mediocre allenatore, anche perché l’equazione regia in
campo e regia fuori non sempre è perfetta, basti vedere Mourinho. Cruiff è
stato per me l’accostamento al mondo del pallone al calcio quello dei grandi talenti, delle partite viste alla tele della
nonna e di quando si era bambini e si poteva sognare con un Tango tra i piedi. Poi
però si è cresciuti, per sfortuna.
giovedì 24 marzo 2016
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